L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 19 ottobre 2016

Il populismo avanza e il potere ha paura

populismo

Gli oligarchi e il nemico di ieri e di oggi: il populismo. L’analisi di Marco Tarchi

di Nicola Silenti da Destra.it
Umorale, bieco e capace di diffondersi come un virus a una velocità incontrollabile. Il populismo moderno viene presentato da analisti e commentatori sui media di mezzo mondo come la peste del nuovo millennio. Una malattia dagli esiti terribili che sembra mettere in pericolo le società contemporanee e di marchiare in modo indelebile la gran parte dei nuovi movimenti e delle nuove formazioni politiche che i cittadini occidentali sembrano aver individuato come i migliori interpreti delle nuove istanze di cambiamento.
Figure di primo piano della politica europea come Nigel Farage nel Regno Unito, Marine Le Pen in Francia, Jaroslaw Kaczynski in Polonia, Norbert Hofer in Austria e Beppe Grillo in Italia vengono presentati dai media alle opinioni pubbliche (interne ed estere) come spettri minacciosi e terrificanti da stigmatizzare e biasimare invece che presentarli e affrontarli per quello che sono, ossia dei legittimi rimedi ai mali delle nostre società individuati da elettori adulti e consapevoli. Forze emergenti da tempo sotto la lente di ingrandimento della politologia in quanto non assimilabili ai tradizionali schemi del secolo scorso di destra e sinistra, forti di un grande seguito popolare su questioni “sensibili” come l’uscita dalla moneta comune europea, la crisi economica e la gestione dell’emergenza migranti.
Quel che colpisce l’attenzione di un osservatore neutrale è il significato fortemente negativo con cui il termine populismo viene impiegato, sebbene due secoli di impiego spesso indiscriminato non siano riusciti ad imporre una definizione chiara ed esaustiva della parola in questione. Usato preferibilmente nella forma aggettivata, “populista” è l’attributo che viene impiegato a mani basse per offuscare negativamente un fenomeno che minaccia di compromettere uno status quo, minando dalle fondamenta situazioni di potere sedimentate e intaccando interessi ormai acquisiti. Un fenomeno ben conosciuto in Italia, dove l’accusa di populismo è stata rivolta in eguale misura prima alla Lega Nord negli anni ’90 e oggi al Movimento cinque stelle, non a caso i due movimenti capaci di scuotere dalle fondamenta la politica italiana erodendo il seguito elettorale dei partiti tradizionali.
Sorto in Russia nei primi anni dell’Ottocento, il movimento politico denominato populismo conobbe una discreta fortuna in patria pur senza fare grandi proseliti nel vecchio continente. Per un curiosa circostanza della storia, tuttavia, l’uso di questo termine, si impose subito nel lessico politico contemporaneo e ancora oggi viene adoperato in modo scriteriato con lo stesso intento malevolo: un impiego dagli esiti sempre più spesso controproducenti, come se accusare qualcuno di populismo implicasse da parte dell’accusatore una confessione implicita di mancanza di argomenti e di miseria di contenuti.
Individuato dalla scienza politica nel significato contrastante e contraddittorio di retorica demagogica, pratica furbesca e faciloneria ideologica, il termine populismo identifica oggi per lo più una concezione della politica impostata sul legame immediato e diretto tra un leader politico e i suoi sostenitori, in un rapporto incentrato su una costante ricerca del consenso senza mediazioni. Come esaminato mirabilmente dal politologo Marco Tarchi nel suo saggio “L’Italia populista” (Il Mulino, 2015, euro 20.00), nel Belpaese il fenomeno ha conosciuto miglior fortuna in corrispondenza dei momenti di maggiore sfiducia nella politica con l’affermazione nell’immediato dopoguerra dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini (da cui il termine qualunquismo) e, in epoca Mani pulite, della Lega Nord. Entrambi fenomeni “contro” il mondo politico tradizionale, i loro intenti e le loro ambizioni sembrano oggi incarnati nel movimento di Beppe Grillo, con sconosciute ma reali, e qui sta il fatto nuovo, possibilità di vittoria.

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