L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 19 ottobre 2016

Implosione europea - solo degli euroimbecilli possono pensare che in questo contesto si possa avere una politica fiscale comune, è un falso ideologico

austerità

Austerità o flessibilità? Zingales: “Senza una politica fiscale comune l’euro non è sostenibile”


zingales
Luigi Zingales
Su “La Repubblica” del 24 Settembre veniva pubblicataun’intervista all’economista dell’università di Chicago, Luigi Zingales. Il padovano, che dopo la pubblicazione del suo libro “Europa o no” è anche blogger sul suo europaono.com, è entrato nell’ennesimo, ciclico, inesorabile dibattito pubblico tra austerità e flessibilità che in questi giorni è legato alla nota di aggiornamento del D.E.F., documento di economia e finanza, (n.d.r. documento di programmazione economica redatto ad aprile dal governo e aggiornato a settembre sulla base di dati economici più concreti).
È bene parlarne, d’altronde, perché l’eterno dibattito nei prossimi mesi si farà sempre più serrato in vista dell’approvazione della legge di bilancio (n.d.r. il bilancio preventivo dello Stato con cui si assumono i provvedimenti programmati nel D.E.F. e che costituisce anche l’autorizzazione a spendere che il Parlamento conferisce al Governo). È bene parlarne, infine, perché queste scelte, le scelte di bilancio – è stato spesso evidenziato da questa testata – coinvolgono le vite di ciascuno nel breve e nel medio termine e condizionano la vita degli universitari, determinando la qualità del sistema universitario – sempre più povero – e la qualità della tutela del diritto allo studio universitario.
Questo dibattito, tra austerità e flessibilità, è forse destinato a coinvolgere la nostra vita nel lungo periodo. Da una parte perché in questa età di crisi dell’Europa lo scontro tra queste due politiche di bilancio si fa sempre più consustanziale alla vita dell’Europa. E dall’altra parte per un motivo che non si può più nascondere. Austerità vuol dire contenere la spesa pubblica o alzare le tasse per non fare crescere il debito pubblico. Flessibilità invece vuol dire incrementare il debito pubblico che graverà necessariamente sulla nostra generazione.
Verso dove debba rivolgersi la scelta dei cittadini è difficile da dirsi. Zingales propone, nell’intervista che a seguito si riporta, delle soluzioni. Occorre rapportarsi a queste nella certezza che nei prossimi anni dovranno essere prese delle scelte che cambieranno la vita dei cittadini europei e che a questo processo essi sono chiamati a presentarsi con tenacia e preparazione.
Agli italiani, non può bastare la certezza che la politica di austerità è fallimentare. Non si può ignorare che la politica espansiva nazionale da sola sia inutile. Che fare allora? Ecco l’opinione dell’economista.
“Senza una politica fiscale comune l’euro non è sostenibile: o si accetta questo principio o tanto vale sedersi intorno a un tavolo e dire: bene, cominciamo le pratiche di divorzio. Consensuale, per carità, perché unilaterale costerebbe troppo, soprattutto a noi”.
Però da qualche apertura del “falco dei falchi”, Wolfgang Schaeuble, era sembrato di intravvedere qualche apertura.
“Come tutti i politici, anche Schaeuble è sensibile al ciclo elettorale. Avvicinandosi le elezioni in Germania, è disponibile a ridurre il surplus di bilancio tedesco abbassando le imposte. In più, Schaeuble vuole evitare una crisi in Italia nell’imminenza delle elezioni tedesche, quindi è possibile che sia disponibile a concedere qualche decimale di flessibilità in più per aiutare elettoralmente Renzi. Ma il vero problema non è la flessibilità, bensì la struttura incompleta dell’unione monetaria”.
Cosa dovrebbe fare l’Italia per sbloccare l’austerity di marca tedesca?
“Di certo smetterla di elemosinare decimali da spendere a scopi elettorali rendendosi poco credibile. Dovrebbe invece iniziare una battaglia politica a livello europeo. Dire chiaramente che alle condizioni attuali l’euro è insostenibile. O introduciamo una politica fiscale comune che aiuti i paesi in difficoltà o dobbiamo recuperare la nostra flessibilità di cambio. Tertium non datur. Il rischio per gli italiani è quello di finire come la rana in pentola: se la temperatura aumenta lentamente non ha la forza per saltare fuori e finisce bollita. Il nostro Paese non cresce da vent’anni. Quanto ancora possiamo andare avanti? Certo, la battaglia per completare l’unione monetaria o scioglierla è tremendamente difficile”.
Nel resto del mondo la politica sarà invece più espansiva?
“Sì. Nell’America di Obama lo è già stata e lo sarà ancora di più qualsiasi sia l’esito delle elezioni: con Trump salirà la spesa in sicurezza, armamenti, magari ridurrà le tasse com’è nel suo programma, Hillary sarà più attenta alle iniziative sociali, per i giovani, per le scuole. In ogni caso il deficit salirà. Anche il Regno Unito dovrà espandere il bilancio per contrastare gli effetti di Brexit. E il Giappone di Abe sta usando ogni mezzo per sostenere la domanda interna”.
Perché la Germania rimane una sostenitrice così tenace dell’austerità fiscale?
“Perché le conviene che questa situazione continui all’infinito. È difficile che qualcuno cambi idea se non gli conviene, a meno che non sia costretto a farlo. I tedeschi temono di pagare il conto delle spese altrui e su questo non hanno tutti i torti. Per questo è necessaria una politica fiscale comune che non sia un semplice trasferimento dal Nord al Sud, ma un meccanismo bilanciato di aiuto reciproco nei momenti di difficoltà. Il ministro Padoan ha fatto bene a lanciare la proposta di un’assicurazione europea sulla disoccupazione: purtroppo questo non sembra essere il tema centrale della politica europea dell’Italia”.
Concludendo, sembra evidente che Zingales propone un modello in cui i debiti nazionali tornino ad avere un padrone siano nuovamente gli stati nazionali o sia l’Unione Europea con politiche fiscali e di bilancio comuni. La ragione di connessione all’Euro è chiara. Con politiche economiche comuni la Banca Centrale Europea si trasformerebbe in quello che oggi è la Federal Reserve (n.d. r. banca centrale america): potrebbe emettere denaro per acquistare il debito pubblico europeo direttamente e non a mezzo degli istituti di credito (operazione che ha consentito agli USA di adottare politiche di bilancio espansive).
Questo vuol dire creare un unico Stato: l’Europa. Vuol dire dimenticarsi la sovranità nazionale e tutta la sua retorica. Siamo pronti a questo?

Nessun commento:

Posta un commento