L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 15 ottobre 2016

Italia prossimo presente sta perdendo la sua identità

Uto Ughi: «La musica? L’ha uccisa l’ignoranza»
Il celebre violinista protagonista domenica al Teatro Verdi di Trieste con i Solisti Veneti diretti da Claudio Scimonedi Alex Pessotto
12 ottobre 2016



TRIESTE. Ancora una volta non le manda a dire. Meglio così. Significa che è rimasto quello di sempre: spontaneo, naturale. Semplice. In fondo, certe affermazioni se le può permettere: è il violinista italiano più amato e celebre. «Hanno ucciso la musica» afferma Uto Ughi. Che sarà il protagonista del concerto dei Solisti Veneti diretti da Claudio Scimone domenica, alle 18, al teatro Verdi di Trieste. Eseguirà il Concerto D 113 di Tartini, la Romanza in fa maggiore di Beethoven e il Concerto n. 22 di Viotti. Completano il programma pagine di Luigi Boccherini e, dedicate ai Solisti Veneti, di Pino Donaggio, che tra l'altro, in qualità di violinista cominciò proprio come tra le fila della compagine fondata dal maestro Scimone, partecipando, nel '59, al suo primo concerto.

Maestro Ughi, se hanno ucciso la musica chi è l'assassino?

«L'andazzo del cattivo gusto, delle cattive trasmissioni televisive, dei giornali… Un tempo, l'Italia era un Paese con un alto numero di realtà che si occupavano di musica facendo invidia alla Germania e ad altre nazioni. Per mancanza di fondi, molte di queste realtà sono sparite e in Italia per quanto riguarda la musica non c'è più quella ricchezza, quella miniera inesauribile che avevamo».

Un degrado che non sembra, purtroppo, riguardare solo la musica…

«Leggevo l'altro giorno che dall'Italia se ne vanno ogni anno centomila giovani. Siamo un Paese che si sta impoverendo di risorse: i giovani, appunto, vanno a studiare, a lavorare all'estero perché sono obbligati a farlo. Li hanno costretti a scappare per mancanza di traguardi sicuri, di incentivi. Non sto facendo un cahier de doléance: mi limito a riportare cifre, fatti che leggiamo sui giornali e che, peraltro, abbiamo sotto gli occhi».

Come giudica tale situazione?

«Una cosa tragica, spaventosa. Una straordinaria antropologa, Ida Magli, ha scritto libri bellissimi, come "Difendere l'Italia", con analisi molto profonde sulla situazione del nostro Paese. Ha affermato la necessità di difendere la nostra tradizione, i nostri valori. L'Italia sta perdendo la sua identità. Per fortuna ci sono persone come Ida Magli a ricordarcelo. E come Claudio Magris i cui libri per me rappresentano una fonte di ispirazione, di profondità intellettuale».

Che situazione, invece, si attende domenica a Trieste?

«A Trieste c'è un passato musicale straordinariamente intenso e c'è un'eredità culturale notevole. Quando si suona a Trieste si sente la Mitteleuropa con la quale avverto grandi affinità elettive: ho studiato per anni a Vienna, ho conosciuto musicisti tedeschi, austriaci. A Trieste il pubblico è attentissimo e mi piace la sua consapevolezza del passato. Purtroppo, ho perso un po' i contatti con il teatro Verdi nel senso che quando ci vengo suono con un pianista o con I Solisti Veneti».

C'è un concerto a Trieste che ricorda più degli altri?

«Il mio primo concerto in città, nell'anno del ritorno di Trieste all’Italia, l'esultanza della popolazione, l'aria di ottimismo. Sì, rammento quell'atmosfera incandescente, entusiasta. Suonai proprio al Teatro Verdi, credo il Concerto di Mendelssohn. Se non sbaglio, dirigeva Carmen Campori, una delle poche direttrici d'orchestra con cui ho lavorato. Poi, tra le tante volte che sono venuto a Trieste, ricordo i concerti con Daniel Oren, un musicista magnifico con il quale ho suonato molto anche al San Carlo di Napoli».

Domenica, invece, sarà con Claudio Scimone e i suoi Solisti Veneti…

«Ho suonato molte volte con loro. Scimone è un grande trascinatore, uno splendido direttore perché sa trasmettere la gioia nel fare musica, in ogni concerto. Ho un grande rapporto con lui».

Quanto studia al giorno?

«Per un concertista lo studio non è mai finito. C'è bisogno di studiare regolarmente tutti i giorni. La disciplina, l'applicazione deve essere costante. Oltre a suonare, però, mi piace molto leggere, ascoltare vecchie registrazioni».

E tra i colleghi attuali, chi ama di più?

«Adoro Perlman. Andando più indietro negli anni mi vengono alla mente Stern e, specie per gli autori russi, David Ojstrach. Però, non può non venirmi alla mente il Trio di Trieste una pietra miliare della musica classica. Con Renato Zanettovich sono sempre rimasto in contatto. È l'ultimo dei grandi cameristi di quell'epoca».

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