L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 12 ottobre 2016

La Rai non fa servizio pubblico è occupata da Renzi non vi è motivo per pagare nessuno canone

Pubblicato il 11/10/2016, 15:30 | Scritto da Andrea Amato

Servizio pubblico: forse è davvero finito il tempo del monopolio Rai

Servizio pubblico: forse è davvero finito il tempo del monopolio Rai
Sky, Mediaset, La7 e Discovery in molti casi fanno programmi di pubblica utilità e allora perché il tesoretto del canone (riscosso in bolletta) deve finire esclusivamente nelle casse di viale Mazzini?














La rivoluzione Rai non sembra compiersi. Tanto vale stravolgere tutto il sistema

Davvero ha ancora senso avere un servizio pubblico televisivo a senso unico? Ovvero: è corretto che tutto il budget del canone televisivo, riscosso da quest’anno nella bolletta elettrica, vada nelle casse Rai? Non è forse anacronistico avere una tv di Stato con 11mila dipendenti, che più o meno è la somma di quelli di Mediaset, Sky, La7 e Discovery messi in insieme, se tanto poi le produzioni vengono appaltate a soggetti esterni? È servizio pubblico solo Porta a Porta su Rai 1 o anche Matrix su Canale 5Politics su Rai 3 o anche diMartedì su La7DettoFatto su Rai 2 o qualsiasi altro factual di Real Time? La seconda Guerra Mondiale raccontata su Rai Storia o un programma a caso (sono tutti bellissimi) di Sky Arte. Il problema sollevato da Urbano Cairo negli ultimi mesi, in effetti, è strettissima attualità: il servizio pubblico non è esclusivo della Rai.
Un altro segnale in questa direzione è la nomina di ieri di Francesca Folda alla comunicazione di Sky (leggi qui), ma con una nuova dicitura, dal valore non solo simbolico: Impatto CulturaleSky Tg24, Sky Arte, ma anche l’intrattenimento di SkyUno (ricordiamo che grazie a MasterChef è risorta la tradizione della scuola alberghiera italiana, con un boom di iscrizioni negli ultimi anni) sono casi lampanti di servizio pubblico, svolto da un privato. In questo caso persino straniero. La forte trazione giornalistica di La7 è un altro esempio sotto gli occhi di tutti, ma anche i programmi di divulgazione di Discovery hanno il loro peso e il loro valore nell’economia culturale di questo Paese. E allora perché non fare una rivoluzione del sistema televisivo italiano distribuendo i proventi del canone a tutti quei soggetti che svolgono un reale servizio pubblico? Anche perché la tanto sbandierata rivoluzione della Rai voluta daMatteo Renzi e affidata ad Antonio Campo Dall’Orto non sembra viaggiare sul binario giusto. Anche perché il volenteroso direttore generale è sempre più solo e sempre più senza quelle coperture politiche che avrebbero dovuto tutelarlo. Quindi, se rivoluzione deve essere, che rivoluzione sia. Per davvero, però

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