L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 4 ottobre 2016

La scenografia hollywoodiana degli sgozzati dall'Isis è stata soppiantata dalle bombe che cercano di liberare Aleppo dai tagliagola

Gli interessi nascosti
Siria, per Mosca un anno di guerra e di affari
Francesco Palmas
2 ottobre 2016



Un anno. Tanto è passato dal primo raid aereo russo in Siria, tra il 30 settembre e il primo ottobre del 2015. La tragica conta dei morti parla ormai di oltre 3.800 civili caduti sotto le bombe di Mosca. Un dato non verificabile, perché la propaganda di guerra si combatte su più fronti. Una cosa è certa. Scendendo in campo, i russi hanno sparigliato le carte del conflitto siriano.

Hanno testato perfino nuove armi, con una dimostrazione di forza bellica che sta moltiplicando a dismisura le commesse militari. Nel 2015, la cifra d’affari ha superato i 14 miliardi e mezzo di dollari. Oggi, il portafoglio ordini è schizzato a 56 miliardi, come nell’anno record 1992. E il Cremlino macina affari. Sta ampiamente “rifinanziando” lo sforzo bellico, tanto sul mercato delle armi quanto sul piano geopolitico. Puntellando il presidente Bashar al-Assad, si è garantito una finestra permanente sul Mediterraneo orientale. Ha rapporti strettissimi con la famiglia Assad dagli anni ’70. L’ha sempre rifornita di armi e consiglieri, ricevendone in cambio un punto d’appoggio a Tartus, dal 1971 unico scalo permanente russo nel Mediterraneo. Viene da chiedersi se le cancellerie occidentali abbiano letto le quattro Dottrine militari e marittime russe succedutesi fra il 2000 e il 2015.

Contengono un messaggio strategico inequivocabile, diretto contro l’espansione della Nato, la militarizzazione delle sue marche di frontiera e lo sviluppo di un sistema antimissile senza adeguate garanzie. L’Occidente pretende ora che Mosca sia remissiva in Siria e ascolti le rodomontate dei leader? Certo, il bilancio della campagna militare russa ha troppi lati oscuri.

I bombardamenti aerei sono estremamente imprecisi. Mancano le munizioni guidate e abbondano le micidiali (per anni) bombe a grappolo. Corre un abisso fra le regole d’ingaggio della Coalizione a guida statunitense e i russo-siriani. Washington ha escluso (per ora) qualsiasi raid sui centri urbani. Ha imposto agli alleati un meccanismo di verifica estremamente rigoroso, ispirato alle teorie di Jonh Boyd, ex pilota di caccia dell’Usa: prima di autorizzare un attacco proposto dagli aerei amici, gli americani inviano quasi sistematicamente droni o aerei da osservazione sull’area bersaglio (una riprova, se ci fosse bisogno che l'uccisone di 80 soldati siriani non è stato un caso - n.d.c.).

Il margine di manovra è ridotto al lumicino, per preservare i civili, siano semplici abitanti o “scudi umani”. L’immagine dell’obiettivo è trasferita a un centro ad hoc, presumibilmente a Baghdad, dove i controllori aerei danno l’eventuale ok al raid. In pratica siamo agli antipodi dal modus operandi russo. Se gli analisti evocano ormai un modello Grozny per Aleppo non c’è molto da stupirsi. Ci sono orrori che si ripetono, come se le lezioni di Hanoi, Savivendi rajevo e tante altre non siano servite a nulla. Tramontata l’ultima fragile “tregua”, il 19 settembre scorso, le forze aeree siriane e soprattutto russe hanno preso a martellare Aleppo Est notte e giorno. Con un alternarsi di bombe perforanti, che abbattono interi blocchi d’immobili, e di armi incendiarie, molto più deleterie del tanto temuto fosforo, perché imbottite di composti alluminotermici. Vladimir Putin ha dichiarato chiaro e tondo che «considererà qualsiasi attacco militare contro la Siria (leggasi l’alleato Assad) come un atto d’aggressione contro il Paese». Esiste verosimilmente un patto difensivo segreto Mosca-Damasco. Nella sezione della base aerea di Hmeimin-Latakia in mano russa è tutto un susseguirsi di checkpoint con guardie russe. Un attacco azzardato della Coalizione potrebbe equivalere a un’aggressione diretta contro il territorio russo. I rischi di escalation sono dietro l’angolo. 

Incommensurabili. Proprio per questo bisogna scongiurare la fine totale del modus sul terreno. Gli incidenti aerei ci sono già stati, a Deir Ezzor e Aleppo. Sono molto pericolosi, vista la tensione crescente. Mosca è impegnata fino ai denti in uno sforzo triplice. Ha moltiplicato la pressione mediatico “diplomatica” sugli americani e i loro alleati. Fa una contropropaganda incessante, vista l’interconnessione fra qaedisti e «moderati».

Secondo: ha ripreso in mano le forze lealiste, armandole, addestrandole e accompagnandole in prima linea con i suoi “spetsnaz”, le forze speciali dei servizi segreti. I consiglieri russi hanno dettato perfino le nuove tattiche, in uso ad Aleppo. Le fanterie procedono con i bulldozer blindati in avanguardia e i blindati in seconda schiera, al riparo dai missili anticarro. Sono coperte dalle artiglierie, altrettanto letali e imprecise degli aerei. Faranno tabula rasa, come a Grozny, Daraya e Muadamiyat al Sham. E la speranza, per molti analisti, è di aver sbagliato il paragone.

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