L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 17 ottobre 2016

la trattativa tra stato e mafia c'è stata Borsellino sapeva, l'Italia sapeva. Borsellino era un uomo morto che camminava non sapevamo quando, sono stati mesi di vita sospesa

POLITICA
STATO-MAFIA/ Tutto quello che può cambiare se Mattarella decide di parlare

Salvatore Sechi
lunedì 17 ottobre 2016

Il nome di Sergio Mattarella compare nella lista dei testimoni che dai difensori dell'ex ministro ed ex presidente del Senato, Nicola Mancino, è stata presentata nel processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia. E' imputato di falsa testimonianza per non voler ammettere l'esistenza di questa intesa.

Ad avviarla per conto dello Stato fu il colonnello dei Ros Mario Mori e per conto di Cosa Nostra l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.

Non si può dire che la discussione sull'elenco delle condizioni poste da Riina per sospendere le stragi abbia trovato resistenze (se non in dichiarazioni post festum, decine di anni dopo) nel capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, nel presidente del Consiglio né nella maggioranza dei ministri, dei comandanti delle forze dell'ordine e anche dei partiti di opposizione. Che cosa questa democraticissima oligarchia pensava delle proposte e degli accordi che venivano intessuti tra lo Stato e la mafia prima di sabato 1° giugno 2013?

Questa data si riferisce al giorno in cui il titolare della cattedra di diritto penale dell'Università di Palermo, prof. Giovanni Fiandaca, ha sostenuto sul quotidiano Il Foglio (diretto da Giuliano Ferrara) che la trattativa, di fronte ad un sovrastante pericolo maggiore come una carneficina, era un atto lecito, anzi obbligato.

Ma prima di essa è stata una fiera di bocche cucite, abbozzamenti, un fuggifuggi generale, un gioco impudico a nascondino, quello di dire e non dire, dichiarare e smentire. Si può davvero credere che quasi tutto il ceto di governo sia stato tenuto all'oscuro di quello che discutevano i Ros e Cosa nostra? O si preferisce annegare la vicenda nel sopraggiungere, e diffondersi come un contagio e una metastasi, di un'irrefrenabile amnesia collettiva?

Purtroppo il contributo della stampa e in generale dei media a fare luce non è stato, e non è, molto. Un quotidiano di buona fattura, specializzato non nel trovare notizie, ma nel distillare commenti, come Il Foglio, si dedica (per l'opera di giornalisti a volte finiti nelle fascinose grazie dei fratelli Salvo) a denigrare o ridicoleggiare le domande elementari, più sensate che questa vicenda sollecita: dopo le stragi di Palermo (Capaci e Via d'Amelio) ci fu un intervento del presidente Scalfaro per alleviare ai boss i rigori del 41bis e avere da essi la promessa di porre fine alla campagna stragista? In questa trama di tentativi fu coinvolto lo stesso ministro della Giustizia Giovanni Conso, il che spiegherebbe così la sua proterva e inedita rinuncia a informare i suoi più stretti collaboratori e i suoi "superiori" (presidente del Consiglio e della Repubblica, ministro dell'Interno, Dap eccetera) della decisione straordinaria di revocare il carcere duro a molte centinaia di criminali e feroci assassini? E chiedere di acquisire le intercettazioni tra Napolitano e un uomo sotto schiaffo come il ministro Mancino, e le agende, cioè i diari, del suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi è spocchia giudiziaria, o elementare dovere del pm palermitani, ieri e oggi? 

E il reato di falsa testimonianza contestato a Conso e a Mancino è così risibile rispetto a quello di avere tenuto bordone nella trattativa Stato-mafia, dal momento che entrambi i due ministri dell'Interno furono sponsorizzati da Scalfaro? 

Che cosa meno indecente e anzi più ragionevole (non solo per l'accusa, di Ingroia prima e Di Matteo oggi) che il Quirinale abbia voluto "assecondare l'ipotesi, già accettata da Scalfaro, di un alleggerimento del regime carcerario previsto dal 41 bis e mantenere così l'impegno preso con i boss"? (Giuseppe Sottile, "Dopo Scalfaro, Napolitano, Ciampi, la Trattativa chiama Mattarella, Il Foglio, 16 ottobre 2016. Sottile non si esita, come si vede, a presentare Scalfaro come un segmento, non da poco, della trama ordita — con attori come Conso, Mancino ecc. — per convincere Riina, Provenzano e compari a sospendere la mattanza e assicurarsi un meno energico trattamento in carcere).

Dai tribunali di Palermo e Caltanissetta ci si aspetta che questa malastampa, queste nebbie (o pretesti che dir si voglia) vengano finalmente diradati.

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