L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 19 ottobre 2016

Un piatto di lenticchie contro tanti tanti soldati dalla Lettonia alla Libia, dall'Afghanistan all'Iraq, il traditore Renzi deve essere processato e mandato in galera

Washington chiede all’Italia uno sforzo maggiore per la Libia

Per il governo americano il Paese è ormai entrato nella “fase due”. “Bisogna sostenere Al-Sarraj con azioni militari ed economiche”


Festeggiamenti alla Casa Bianca per la visita della delegazione italiana

19/10/2016
PAOLO MASTROLILLI
INVIATO A WASHINGTON

«Dall’Italia ci servirà aiuto anche nella fase 2 della Libia». Usa il termine «fase 2» l’autorevole fonte della Casa Bianca che parla dei «deliverable», cioè le cose concrete su cui Roma e Washington devono lavorare insieme. 

Nella sua visita a Washington Matteo Renzi ha ricevuto un’investitura assoluta da parte del presidente Obama, non solo come premier italiano che non dovrebbe mollare anche se perdesse il referendum, ma come leader su cui si può costruire il futuro dell’Europa. Messaggio lasciato in eredità alla prossima amministrazione, nei desideri del capo della Casa Bianca guidata da Hillary Clinton, la cui consigliera Neera Tanden oggi vedrà a pranzo il presidente del Consiglio. 

La stabilità dell’Italia e dell’Europa, però, passa prima di tutto dal contenimento dell’emergenza migranti, che è stata un fattore determinate nel referendum sulla Brexit, e minaccia di affondare anche la cancelliera tedesca Merkel: «Non possiamo permetterci - dice la fonte - un altro anno come quello passato, con un milione e mezzo di rifugiati in arrivo». Per fermarli bisogna agire nell’immediato su due fronti, la Siria e la Libia, e nel lungo termine sullo sviluppo dei Paesi africani da cui scappano i migranti. Da qui il ruolo chiave dell’Italia. 

Il sostegno al governo 

La «fase uno» è stata la formazione del governo di accordo nazionale in Libia, seguita dall’offensiva lanciata per cacciare l’Isis da Sirte. Questo però non basta, perché l’esecutivo di Sarraj non controlla metà del Paese e rischia di cadere in ogni momento. Quindi bisogna passare alla «fase due», per sostenerlo sul piano diplomatico, economico e anche militare. 

Sul primo punto, la decisione già presa e quella di passare ad una diplomazia più assertiva, che costringa le parti in causa a trovare un accordo per la stabilità. Non si parla solo del governo di Tripoli, e del generale Haftar alleato con la componente di Tobruk, ma soprattutto dei loro sponsor. L’Egitto, ad esempio, ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale un prestito da 30 miliardi di dollari, perché la sua economia priva di risorse petrolifere sta crollando. Washington è disposta ad aiutarlo e nei prossimi giorni manderà una missione per trattare, ma sul tavolo del negoziato vuole mettere anche un comportamento più responsabile in Libia, dove Al Sisi sostiene Haftar. L’Italia qui ha da giocare la carta del giacimento di gas scoperto dall’Eni a Zohr, che non potrà essere sviluppato fino a quando il Cairo non darà risposte sull’uccisione di Giulio Regeni, ma anche fino a quando non aiuterà la stabilizzazione di Tripoli. 

La presenza militare 

Sul piano militare, l’Italia sta già dando molto. Non solo i 300 soldati che hanno permesso la realizzazione dell’ospedale a Misurata, o la base di Sigonella che secondo fonti americane «è già utilizzata a pieno», ma anche la consolidata presenza della nostra intelligence sul terreno. Questo è molto apprezzato dagli americani, ma servirà uno sforzo ulteriore. Ad esempio, per completare la cacciata dell’Isis da Sirte, mettere il governo in condizione di controllare meglio i propri confini e le proprie acque, aiutarlo a costruire un vero esercito unitario, addestrarlo, e sostenerlo nelle operazioni per difendersi. Da parte sua, il presidente Obama ha confermato la volontà di mettere i mezzi della Nato a disposizione dell’operazione Sophia, per contribuire ai soccorsi in mare dei migranti, quando gli europei si attiveranno per coordinare le loro esigenze con le risorse dell’Alleanza. 

Poi serviranno aiuti economici, tanto per dimostrare ai cittadini libici la convenienza di appoggiare il nuovo governo, quanto per convincere i migranti a non lasciare i loro Paesi in Africa. Questa è un’operazione che l’Italia non può fare da sola, ma la presenza storica delle sue aziende nel Paese rappresenta il passo di partenza.

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