L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 12 ottobre 2016

Yemen - si perpetuano crimini di guerra, Circo Mediatico in silenzio

YEMEN - 12 ottobre 2016 - 06:00

Perché lo Yemen rischia di diventare un’altra Siria

I bombardamenti sauditi su Sanaa e il lancio di missili contro un cacciatorpediniere USA proiettano il conflitto in una nave fase. L’Occidente rischia di farsi trovare ancora una volta impreparato


I due missili lanciati il 10 ottobre in Yemen dai ribelli Houthi contro un cacciatorpediniere americano nel Mar Rosso sono lo specchio dell’andamento di una guerra che sta lentamente sfuggendo di mano tanto agli Stati Uniti quanto all’Arabia Saudita.

Il Pentagono ha precisato che la nave USS Mason, che al momento dell’attacco si trovava a nord dello stretto di Bab el-Mandeb, non è stata colpita e che dunque non ci sono stati né morti né feriti. Si tratta comunque di un episodio significativo, considerato che sempre in quest’area del Mar Rosso, da dove transitano le petroliere che dall’Oceano Indiano raggiungono il Mediterraneo passando attraverso il Canale di Suez, all’inizio di settembre gli Houthi avevano detto di aver distrutto una nave militare degli Emirati Arabi Uniti, potenza del Golfo che fa parte della coalizione a guida saudita impegnata in Yemen dal marzo del 2015 per ristabilire al potere il deposto presidente Abdrabbuh Mansour Hadi.

Lo stretto di Bab el-Mandeb è presidiato da una flotta americana composta da altre due navi da guerra oltre la USS Mason. Le navi, armate con missili da crociera Tomahawk, trasportano a bordo diversi contingenti delle forze speciali USA che, con la copertura dei droni, effettuano missioni mirate sul terreno per uccidere jihadisti affiliati ad AQAP (Al Qaeda nella Penisola Araba) o allo Stato Islamico.

(Il cacciatorpediniere americano USS Mason)

Sempre il 10 ottobre la tv di stato saudita ha dato notizia del lancio di un missile dal territorio yemenita a Taif, dove ha sede la base aerea King Fahad in cui personale militare statunitense si occupa dell’addestramento delle forze armate di Riad. Anche in questo caso l’attacco non ha causato né vittime né feriti ma solo qualche danno materiale alla struttura. Il fatto che però il missile sia stato lanciato in profondità in territorio saudita (oltre 520 chilometri dai confini con lo Yemen) dimostra che gli Houthi stanno ricevendo armi sempre più sofisticate dai loro sponsor esteri, vale a dire dall’Iran. Negli stessi giorni Riad ha denunciato un altro attacco da parte dei ribelli sciiti contro la base militare di Marib, nel centro dello Yemen, dove i soldati sauditi cooperano con i miliziani filo-governativi fedeli al presidente Hadi.

Gli USA pagano per i bombardamenti sauditi

Dopo i raid aerei sauditi che l’8 ottobre a Sanaa hanno ucciso oltre 150 persone – tra cui diversi capi politici e militari dei ribelli – radunatesi per la celebrazione di un funerale, una reazione veemente da parte degli Houthi era d’altronde facilmente pronosticabile.

A pagare le conseguenze politiche di quella strage sono però adesso soprattutto gli Stati Uniti, accusati tanto da Mosca quanto da Teheran di usare due pesi e due misure nel gestire il dossier siriano e quello yemenita. Russia e Iran accusano gli USA di non esitare a parlare di crimini contro l’umanità riferendosi ai bombardamenti russi e siriani su Aleppo, ma di voltarsi dall’altra parte di fronte ai raid sauditi che più volte nell’ultimo anno e mezzo hanno colpito indistintamente civili e ribelli a Sanaa e in altre aree dello Yemen controllate dagli Houthi.

(Sanaa, il luogo in cui è avvenuto il bombardamento saudita dell’8 ottobre)

La risposta risiede nell’alleanza, economica e militare, che da tempo lega Washington a Riad, e a cui gli USA, soprattutto in un momento di massima debolezza nella grande guerra in Medio Oriente, non possono rinunciare. Gli Stati Uniti garantiscono supporto di intelligence all’esercito saudita ma soprattutto armi, attestandosi ad oggi come il loro principale fornitore. Oltre che su questi interessi, Riad sa di poter far leva anche sulla necessità di Washington di avere un alleato per quanto possibile affidabile nello scacchiere mediorientale, non solo per provare a contenere l’espansione della sfera di influenza russa in Siria (USA e Arabia Saudita finanziano e armano ribelli e jihadisti che combattono contro il regime di Assad, sostenuto invece da Mosca), ma anche per tenere a freno le velleità dell’Iran, che dopo la firma dell’accordo sul suo programma nucleare ha confermato i timori di Israele alzando il tiro in Siria, Iraq e Yemen in funzione anti-sunnita.

I rischi della strategia americana

Quella americana è una strategia non priva di rischi, che presto potrebbe risucchiare gli Stati Uniti anche nel conflitto in Yemen, in quella che finora è stata considerata a torto una guerra di “serie B” rispetto a quella siriana. I fatti degli ultimi due giorni dicono infatti che la ribellione degli Houthi presto potrebbe andare oltre i confini della contesa regionale tra Arabia Saudita e Iran. E gli inviti al dialogo della comunità internazionale, nel mentre non solo gli USA ma anche Regno Unito e Italia continuano a inviare forniture militari a Riad, di certo non basteranno per frenare questa deriva. Così come non rassicura la promessa della Casa Bianca di “rivedere” la cooperazione militare con Riad e di avviare un’indagine accurata dopo gli ultimi bombardamenti su Sanaa.


I diciotto mesi della campagna militare della coalizione araba a guida saudita non hanno fermato gli Houthi, dimostratisi capaci di mantenere salde le posizioni attorno a Sanaa e lungo buona parte delle coste, forti non solo del sostegno dell’Iran ma anche di quello di parte dell’esercito regolare e delle milizie rimaste fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh. Sul fronte opposto, Riad ha dalla sua risorse economiche e militari più che sufficienti per portare avanti ancora a lungo questa guerra. Ma la cerchia dei suoi alleati lentamente si sta sgretolando. Gli Emirati, in particolare, da tempo hanno dato mandato ai propri emissari per lavorare sulla soluzione separatista che condurrebbe alla formazione di un’entità governativa autonoma del sud con capitale ad Aden, così come era stato dal 1970 al 1990 con la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen prima dell’unificazione del Paese.

Trascurato diplomaticamente dagli Stati Uniti e dall’Europa, deluso dalle Nazioni Unite che continuano ad assistere impotenti a sistematiche violazioni dei diritti umani, alimentato da armi e finanziamenti che arrivano dall’estero, manipolato dall’Arabia Saudita così come dall’Iran, il conflitto nello Yemen sta diventando un’altra Siria, seppure su scala più ridotta, come scrive il Guardian. Ma, così come accaduto in Siria, presto potrebbe degenerare e cogliere impreparato l’Occidente per l’ennesima volta.

(Grafici The Guardian, Al Jazeera)

http://www.lookoutnews.it/yemen-usa-nave-guerra-houthi-missili/

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