L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 10 dicembre 2016

Brasile la politica neoliberista è uguale dovunque, attacco alla scuola pubblica e alla sanità, rendere il lavoro precario, esternalizzazione dei servizi, eliminazione dei diritti sociali

Brasile, richiesta di impeachment per Temer

TIZIANA BARILLÀ9 DICEMBRE 2016

Proteste di piazza e scandali, pessimo gradimento e dimissioni dei suoi ministri, e adesso anche una richiesta di impeachment per il presidente brasiliano Michel Temer. Il suo governo, nato all’indomani della cacciata di Dilma Rousseff è ritenuto golpista da molti brasiliani.

Lo scandalo in questione riguarda le pressioni che l’ex ministro Geddel Vieira Lima, incaricato delle relazioni con il Congresso, faceva sul ministro della Cultura per approvare la costruzione di un edificio con appartamenti di lusso in una zona protetta di Salvador de Bahia. Due settimane fa, sul tavolo di Michel Temer, sono arrivate le dimissioni del ministro della Cultura, Marcelo Calero, mentre al posto del centrista Vieira Lima è stato nominato il socialdemocratico Antonio Imbassahy. «Un golpe dentro il golpe» denunciano le opposizioni.

E così, l’8 dicembre i Movimenti sociali brasiliani hanno protocollato alla Camera dei deputati la richiesta di impeachment contro il presidente Michel Temer: ha commesso un crimine di responsabilità, scrivono i firmatari, per non aver preso provvedimenti contro il ministro Geddel Vieira Lima. «Abbiamo avuto un impeachment senza crimine, non possiamo permettere che un crimine rimanga senza impeachment». Il riferimento è al colpo di mano nei confronti di Dilma Rousseff, destituito dalla carica di Presidente della Repubblica brasiliana.

Il pacchetto di riforme neoliberiste del governo Temer: tagli indiscriminati all’educazione e alla sanità pubblica, riforma del lavoro, esternalizzazione dei servizi, riforma dell’istruzione secondaria e della sicurezza sociale, la proposta di emendamento costituzionale 241/2016, che stabilisce un tetto sulle risorse pubbliche da destinare alle politiche sociali per i prossimi vent’anni. Poi, l’imminente avvio di un ampio piano di privatizzazioni, in linea con le imposizioni di Washington: in altre parole, è prevista la svendita di quel patrimonio pubblico che fu il volano del boom economico brasiliano durante gli anni della presidenza Lula. E i provvedimenti in agenda hanno un’ampia maggioranza tra gli scranni del Parlamento, la prima approvazione in Senato è già avvenuta il 30 novembre: 61 favorevoli e 14 contrari. Ma non è così nel Paese.

Da mesi le strade di San Paolo, di Rio e delle altre città carioca sono attraversate da imponenti manifestazioni contro il governo. L’ultima, oceanica, il 27 novembre, quando alla chiamata del Movimento dei Lavoratori, del Partito dei Lavoratori e dei Contadini senza terra, hanno risposto milioni di brasiliani. Cittadini, artisti e movimenti sociali latinoamericani continuano a protestare contro il processo golpista dei settori reazionari del Paese contro Dilma Roussef. Quel giorno, a San Paolo, al fianco dell’ex presidente brasiliano Lula da Silva, c’è anche l’ex presidente uruguayano José “Pepe” Mujica. È un chiaro monito ai leader progressisti latinoamericani, ritrovare l’unità d’azione per fronteggiare l’avanzata feroce del neoliberismo nella Regione.

Infine, a ribadire che con le nuove misure del governo Temer si rischia un forte arretramento dei diritti in Brasile ci sono anche i vescovi brasiliani della Commissione episcopale per il Servizio alla carità, giustizia e pace, organismo che opera nell’ambito della Conferenza episcopale brasiliana. Le misure del governo, scrivono i vescovi: «mettono a repentaglio i diritti sociali del popolo brasiliano, specialmente dei più poveri».

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