L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 26 dicembre 2016

La globalizzazione capitalistica è fallita, Noi Italiani c'è ne siamo accorti i loro sacerdoti no per questo abbiamo vinto

12/12/2016

contropiano2

L’odio di classe nel “sì” al referendum

di Dante Barontini

Un concentrato di ideologia neoliberista, espresso senza troppi peli sulla lingua, in dispregio del politically correct che era stato imposto – dai neoliberisti in versione ri-educational channel – a tutto il pianeta. Un moto “di pancia” all'indomani del referendum e in rifiuto del suo risultato, un inno disperato alle “magnifiche sorti e progressive” del capitalismo senza freni inibitori, vissuto come destino ineluttabile del mondo e delle genti.

Un concentrato di odio di classe, libero da metafore, in cui chiunque abbia espresso mai un pensiero critico, anche solo momentaneo, verso l'establishment della globalizzazione o le sue conseguenze, viene indicato pubblicamente come un idiota conservatore che non merita il privilegio del voto.

Un'invettiva scagliata come una raffica di mitra contro giovani e anziani, precari e pensionati, impiegati e operai, partite Iva e working poors, meridionali o settentrionali che siano. Tutti Untermenshen privi di intelletto, voglia di fare, di "intraprendere". Un insulto sanguinoso vomitato in faccia a chi lavora senza orario, senza diritti esigibili, in condizioni spesso omicide, per quattro soldi di salario.

Un segno certo della sorpresa con cui – per l'ennesima volta in pochi mesi – i leccapiedi ben retribuiti del capitale multinazionale hanno visto rovesciarsi in catastrofe i loro sogni. Non è un'accusa campata in aria, visto che l'autrice di questo ignobile “pezzo” fa di mestiere la “russologa” dalle colonne del La Stampa e in questo caso è stata pubblicata dal magazine dei IlSole24Ore, in una rubrica opportunamente intitolata I sogni non si devono avverare.

Quali sogni? Ma quelli relativi a una Costituzione finalmente purgata di ogni velleità democratica, nella parte che più conta – quella relativa alla distribuzione dei poteri dello Stato, visto che “i princìpi” sono stati facilmente disattesi per 70 anni esatti – con un governo finalmente libero da contrappesi, regole che non può toccare, istituzioni anche solo vagamente indipendenti.

Soprattutto il sogno di poter disporre della popolazione non proprietaria come di una massa amorfa, incapace di pensiero e di difesa anche confusa dei propri interessi, rassegnata e silente di fronte a qualsiasi decisione proveniente dall'alto intangibile delle istituzioni sovrazionali.

Un odio per le persone, per le figure, per la resilienza mostrata dopo un trentennio di arretramenti, sconfitte, perdita di diritti, salario, welfare… potere contrattuale. Dovevamo arrenderci o morire insomma. E visto che non ci siamo arresi ora ci aspettano le sette piaghe di Egitto, la vendetta dei mercati internazionali, il declassamento nelle gerarchie internazionali, l'uscita dall'euro per punizione suprema (mai minaccia fu meno efficace, bisogna dire), il dissanguamento veloce in luogo del salasso lento e mediato che “solo Renzi” ci avrebbe potuto garantire.

Come è successo a quei "deficienti" di greci che avevano osato votare oxi al referendum per accettare o no il memorandum della Troika. E in effetti non ci vuol molto a ricordare che oxi  è appunto NO\ in greco…

Interessante articolo, comunque, perché inquadra il governo Renzi come l'effettivo ultimo baluardo della governance europea, l'estremo tentativo di avere a Palazzo Chigi un esecutivo fedele alle direttive di Bruxelles, anche quando il contafrottole recitava la parte del Salvini ridanciano.
Un concentrato di luoghi comuni assemblato da un odio viscerale di cui saremmo curiosi conoscere l'origine, ma che – la signora autrice può stare certa – è ricambiato da almeno il 60% dell'elettorato. E comunque da tutto intero il nostro blocco sociale.

Se qualcuno non aveva "sentito" l'odio di classe dietro il "sì" alla riforma contro-costituzionale, ora se lo può vedere spiattellato in poche righe di furore splatter qui sotto.

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L'Italia è un paese che non vuole cambiare, ogni tanto l'Economist ci azzecca


E così è tutto finalmente chiaro. I liberali hanno votato per i comunisti. I partigiani per i fascisti. I leghisti per i terroni. I giovani per i vecchi. I grillini per la casta. E viceversa. Le colpe dell’Italia non sono più da attribuire a improbabili poteri forti, oscure e lontane radici storiche, e meno che mai alle multinazionali e all’euroburocrazia. I responsabili ora hanno nomi, cognomi e pagine Facebook.

Alla semplice domanda «Volete proseguire il cambiamento?» – perché la domanda era questa, e gli italiani l’hanno capita perfettamente, molto meglio degli arzigogoli della riforma costituzionale – tre quinti del Paese hanno risposto: «No». E a votare «No» sono stati in gran parte quelli che ripetono sempre che l’Italia è un Paese di merda, che non cambierà mai, quelli che alla prima occasione volano a Londra e vorrebbero fare gli americani.

A votare «No» sono stati quelli con il cuore a sinistra, ansiosi di mandare a casa il leader che gli aveva regalato percentuali di voto in cui non avevano mai potuto sperare. I sogni non si devono avverare, se no smettono di essere sogni e si rischia di scoprire che se non sei nessuno non è colpa di nessuno, se non tua. L’Italia è un Paese che non vuole cambiare, ogni tanto l’Economist ci azzecca.

Oggi tutti dicono che Renzi, e tutti noi, non abbiamo ascoltato la pancia, non abbiamo capito il popolo e la sua rabbia. Non raccontiamoci frottole. Noi il popolo lo conosciamo. Anche noi siamo il popolo. Chi pensa che per far parte del popolo bisogna essere ignoranti e poveri, offende il popolo. Noi la pancia la conosciamo, la vediamo ogni giorno, la sentiamo brontolare. Non abbiamo bisogno di corsi accelerati per scoprire come vive, cosa vuole e quanto è incazzata. E non diciamo che chi non è d’accordo con noi ha delle ragioni che vanno rispettate. Se alla pancia si chiede se le piace il modo in cui viene riempita, risponderà sempre no. E se a qualcuno piace sentirsi pancia, deve ricordarsi dove si trova il suo sbocco.

Non raccontiamoci la storia che la linea divisoria passa tra un’élite che si è chiusa nella torre d’avorio e il popolo, lasciamo queste terminologie da marxismo per gli asili. La linea divisoria passa tra chi vuole cambiare e chi stava bene quando stava peggio. Tra chi si guadagna da vivere e chi campa di rendita, e sa che potrà contare su qualche appartamentino o villetta ereditato dai genitori. Tra chi parla inglese non per finta e chi si esprime in dialetto.

Tra chi preferisce fare il figo in provincia invece che competere nella metropoli. Tra chi vuole modernizzarsi – il che non significa necessariamente vivere più tranquilli e protetti di prima – e chi chiede i posti fissi, chi vuole le protezioni dei piccoli politici locali, chi vuole chiudere la domenica, chi sostiene che il liceo classico italiano sia la migliore scuola del mondo, chi ha paura di non essere più competitivo. Che si chiamino destra o sinistra non ha nessuna importanza, non facciamoci distrarre dalle etichette, tanto sono adesive.

La differenza è tra chi vuole il mondo “liquido”, globalizzato, multi culturale, multietnico, multisessuale, multi tutto, razionale e non del cuore, con ciascuno che si sceglie l’identità che vuole e risponde per se stesso. E chi non ci vuole stare.

Abbiamo sbagliato in una sola cosa: a trattarli come dei bambini e non dire loro la verità. E cioè che Babbo Natale non esiste. Dal treno della globalizzazione non si può scendere. Le leggi dell’economia sono inesorabili quanto quelle della fisica, e non sono imposte dalla Goldman Sachs, dalla Merkel e dalla dittatura dei mercati. Chi dice «no» non tornerà indietro nell’Italia della lira, della scala mobile, del sindacato, del BOT alle stelle, dei mercati protetti dalla concorrenza da ordini e corporazioni, delle baby pensioni, senza immigrati e disoccupati.

È impossibile far ridiventare una zuppa di pesce un acquario. Il «No» non fa che rendere più pesanti le condizioni del cambiamento, come è stato per l’«ohi» greco. Con il «Sì» e tutto quello che significava avremmo potuto aiutare quelli rimasti indietro a traghettarsi, a coinvolgerli. Chi ci vuole morti perché pensa che è per colpa nostra che hanno perso il loro passato, potrà anche averci morti ma non potrà tornare indietro. L’alternativa è il Venezuela. Qualcuno glielo deve dire.

La scelta è chiara, e l’antagonismo palese. Gli adulti e i bambini, gli autosufficienti e gli assistiti, quelli che cercano di capire e di risolvere e quelli che – sì, diciamolo finalmente, basta con il politicamente corretto, lo dite voi, no? – non capiscono niente e non vogliono nemmeno informarsi sulla tegola che sta per cadere sulle loro teste, e scoprire che i politici che hanno guidato la crociata del «no» in buona parte avevano votato per la riforma del «sì» in Parlamento. Non siamo pronti a morire per il loro diritto di esprimere le proprie opinioni, perché per farsi un’opinione bisogna prima fare qualche sforzo. O noi, o loro.

Il paragone con Brexit e Trump regge fino a un certo punto. I giovani inglesi hanno votato Remain, i giovani americani hanno votato Hillary, i giovani italiani rimasti in Italia hanno votato «No». A 15 anni parlano della pensione, vivono con i genitori fino ai 40 anni, fanno errori di ortografia dopo due lauree. E non diciamo che vivono peggio dei loro genitori, hanno viaggiato, studiato, ballato e fatto l’amore molto più di loro, che dovevano anche lavorare.

Gli altri giovani italiani hanno votato con i piedi. Ed è un’altra legge della natura inesorabile. Il voto all’estero, il «Sì» soverchiante, lo dimostra. È come nel Meridione: chi non ne può più se ne va, e fa fortuna altrove, chi resta in fondo preferisce restare, e vivere nel mondo abitato dai peggiori. Le famiglie che se lo possono permettere ormai mandano i figli a studiare all’estero non all’università ma già al liceo. Chi resta però non deve tirare un sospiro di sollievo. Quando tutti i rompiscatole se ne saranno andati arriveranno i cinesi. O i coreani, i russi, gli indiani, o qualche altro extracomunitario che nel frattempo si sarà dato una mossa. E compreranno l’Italia. Che resta il più bel Paese del mondo, come dice Renzi, seppure solo paesaggisticamente.

Chi non voleva riformarsi da solo, o sotto la spinta della troika, lo farà sotto la frusta degli asiatici, che non terranno referendum. Chi oggi vota «No» perché ha paura che le loro figlie verranno molestate dai musulmani domani dovrà farsi piacere dei rampanti generi cinesi. Perché sì, non è buonista dirlo, ma il mondo si divide in falliti e riusciti. E il fallimento e il successo si misurano anche da quanti stranieri vogliono vivere, lavorare, studiare, investire e sposarsi – e non solo passare le vacanze – in un posto.

In Italia non ci sarà mai più un politico che promuoverà le riforme, perché saprà che finirà fucilato da un fuoco incrociato. Questo non significa che l’Italia non cambierà. Ma il suo cambiamento sarà molto più doloroso, e lascerà sul terreno molte più vittime. E non si potrà accusare nessuno, perché ora sappiamo finalmente chi è stato.

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