L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 9 dicembre 2016

Michele Ainis - Ora una legge elettorale che non diventi un gioco dell'oca

Ainis: "Abbiamo due sistemi antitetici: nuova legge elettorale subito. Purché non diventi il gioco dell'oca"

Il costituzionalista spiega a tiscali.it che "si chiude una fase che ha 'demodato' la legislatura". E sulla vittoria del No dice: "Colpa di un Senato stravagante"

di Antonella Loi

Anche il referendum costituzionale è archiviato. Il risultato è stato netto, lapidario: la riforma piaceva a pochi. Ma anche Renzi sembra non piacere ai più: le dimissioni sono una presa d'atto. All'indomani delle urne, il presidente del Consiglio - che dopo il voto al Senato sulla legge di Stabilità si recherà da Mattarella a formalizzare le dimissioni - pare si sia fatto sfuggire un meravigliato "non pensavo mi odiassero tanto". Forse è mancato quello che Bersani, suo maggiore oppositore all'interno del Pd, ha definito "incapacità di stare con i piedi tra i problemi del Paese"? La sensazione è che se non è "la fine di Renzi" lo sarà piuttosto "del renzismo", mantenendoci sull'onda del pensiero di Bersani. "Ciascuna politica è legata alle persone e alle stagioni storiche", dice Michele Ainis, costituzionalista, saggista e opinionista per i maggiori quotidiani italiani, in una conversazione con tiscali.it. "Quel che è certo è che si chiude una fase che è quella che ha 'demodato' questa legislatura". 

Che legislatura è stata, professore?

"Una legislatura nata storta, con tre blocchi che si paralizzavano a vicenda e quindi ha navigato attraverso formule miste e quindi il renzismo è stato una sorta di soluzione di emergenza rispetto a una stagione di emergenza rispetto ai numeri del parlamento. Perché non si era mai verificato che le urne consegnassero tre grandi minoranze senza una maggioranza. Tutto quello che è venuto dopo è figlio di questo presupposto".

Renzi ha fatto bene a dimettersi?

"Lo aveva annunziato, le dimissioni sono una conseguenza del modo in cui è stata interpretata dal governo questa riforma costituzionale, la chiave di volta di tutta l'azione impartita dall'esecutivo in questi tre anni. Ed essendo fallita quella si chiude anche l'esperienza del governo. Sarebbe andata diversamente se ci fosse stato un approccio più laico con la riforma".

In che senso?

"Soprattutto la possibilità di sezionarla e di interpellare gli italiani su ogni singolo capitolo e non sull'intero corpo della riforma. Così il referendum sarebbe stato sdrammatizzato e anche con un successo dei no, i sì avrebbero consentito di guadagnare alcuni pezzi della riforma su cui la maggioranza degli italiani credo sarebbe stata d'accordo".

Quali per esempio?

"L'abolizione delle province, i limiti ai decreti legge del governo, un certo riequilibrio tra le competenze Stato-Regioni, l'abolizione del Cnel. Credo sia stato quello stravagante Senato che era stato architettato dalla riforma che ha fatto affondare tutto e ha pesato più dei punti positivi determinando un giudizio nel complesso negativo. Ma se il giudizio si fosse potuto parcellizzare, noi avremmo incassato pezzi di riforma e il presidente del Consiglio sarebbe ancora lì". 

Ma c'è proprio bisogno di riformarla la costituzione o, tutto sommato, ce la possiamo tenere anche così?

"Direi che c'è bisogno ma con prudenza. Il senso di questo referendum è che le grandi riforme falliscono. E' avvenuto con la Bicamerale, con quella del 2006 e con questa, la Boschi. Riforme parziali ne abbiamo fatte tante, vedi il pareggio di bilancio nel 2012". 

Oggi in Senato verrà approvata la legge di Stabilità con la fiducia, non è irrituale visto che il governo è dimissionario?

"Più che irrituale è paradossale, visto che quando si mette la fiducia è come se si desse un altolà ai parlamentari una sorta di ricatto: o tu voti questo provvedimento che mi sta a cuore o io mi dimetto. In questo caso invece ci mette la fiducia per dimettersi prima. Quindi diventa un po' paradossale". 

Renzi vorrebbe elezioni subito. Mattarella lo argina: prima la legge elettorale? Non si può andare al voto con l'Italicum alla Camera e il sistema proporzionale al Senato?

"Direi di no. Due sistemi elettorali non assolutamente gemelli è una cosa che può starci, il porcellum è un esempio. Ma non possono essere antitetici: non si può avere un maggioritario 'super' alla Camera e un proporzionale 'super' al Senato. Oltretutto non va bene il ballottaggio nazionale tra due signori che chiedono il voto per fare il presidente del Consiglio quando poi c'è il Senato che magari propende per un terzo. Quindi bisogna cambiare la legge elettorale con un auspicio".

Quale?

"Che non diventi un gioco dell'oca come abbiamo già visto con la stessa riforma costituzionale. Non è che l'italia può restare appesa per un anno alla legge elettorale, l'anno dopo alla riforma costituzionale e l'anno dopo ancora alla riforma della riforma elettorale". 

7 dicembre 2016

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