L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 7 dicembre 2016

Monte dei Paschi di Siena - gli spazi di manovra diventano sempre più stretti

Montepaschi è in bilico. Negoziato con la Bce per rinviare il salvataggio
Avanza l’ipotesi dell’intervento statale


REUTERS

L’ad di Mps, Marco Morelli, è atteso oggi a Francoforte per trattare con la Bce sull’aumento di capitale della banca senese

Pubblicato il 06/12/2016
Ultima modifica il 06/12/2016 alle ore 11:19
FRANCESCO SPINI
MILANO

Per una poltrona che salta, c’è una banca che trema. Con l’addio di Renzi, per il Monte dei Paschi torna d’attualità la conversione obbligatoria dei titoli subordinati con l’intervento successivo dello Stato. Ma la parola fine del progetto di ricapitalizzare la banca con denari privati non è ancora stata scritta. Salvo rinvii dell’ultimo minuto, oggi l’ad Marco Morelli volerà a Francoforte negli uffici della Vigilanza della Bce. Ufficialmente si tratterà di un incontro per ragguagliare Danièle Nouy sull’andamento dell’operazione di ricapitalizzazione. Ma il numero uno del Monte si presenterà anche per sondare la possibilità di fare slittare di qualche giorno l’avvio della seconda parte del progetto, dopo la conversione volontaria dei subordinati: quella dell’aumento di capitale. Anziché lunedì, l’operazione potrebbe partire più avanti, sforando in gennaio. Per questo serve però l’ok preventivo della Bce, che chiedeva di chiudere il tutto entro il 2016. Ed è il motivo per cui il cda di Mps, inizialmente previsto per oggi, è stato spostato a domani. 

Il problema è la scarsa visibilità istituzionale che rende oltremodo nervosi gli emiri del Qatar che hanno legato l’impegno da un miliardo e rotti del loro fondo sovrano alla presenza dell’ex sindaco di Firenze a Palazzo Chigi. Basteranno loro le rassicurazioni che potranno arrivare dalla presenza, nel futuro esecutivo, di Pier Carlo Padoan, in sostanziale continuità con l’attuale esecutivo? Il pessimismo cresce, ma il lavoro per il momento prosegue. Ieri, per dire, le banche del consorzio di garanzia da mezzogiorno alle tre del pomeriggio hanno tenuto una riunione presso la sede di Mediobanca, capofila dell’operazione insieme con JpMorgan. Con loro esponenti, tra gli altri, di BofA Merrill Lynch, Goldman Sachs, Citi, Credit Suisse, Deutsche Bank, Santander, il gotha della finanza mondiale riunito al capezzale della più antica banca del globo, rappresentata nell’occasione dal direttore finanziario Francesco Mele. Un giro di tavolo senza alcuna decisione presa: gli istituti prima di gettare la spugna o confermare la possibilità di intraprendere l’aumento di capitale con soldi privati si sono presi tre-quattro giorni. Tutto congelato, in attesa di capire l’evoluzione della situazione politica. E la conseguente reazione di Doha. Ma sia chiaro: se il Qatar si ritira, salta tutto. Dopo il miliardo raccolto con la conversione volontaria, servono almeno 1-1,5 miliardi prima di chiedere il resto al mercato e totalizzare i 5 miliardi di fabbisogno. 

Il d-day sarà probabilmente tra sabato e domenica prossimi. È per allora che, nella peggiore delle ipotesi, dovrebbe scattare la cosiddetta «ricapitalizzazione precauzionale» che comporta la conversione, questa volta obbligatoria, in un «bail-in» leggero, di tutti i titoli obbligazionari subordinati (circa 4,3 miliardi) più l’intervento dello Stato per arrivare a 5 miliardi. Il tutto con un «paracadute» a tutela del pubblico, visto che 2,1 miliardi di bond subordinati sono in mano a piccoli risparmiatori. Al ministero dell’Economia, pur nel mezzo della crisi politica, si stanno preparando. Il mercato pure. Dicono gli analisti di Morgan Stanley: «Gli aiuti di Stato al Monte dei Paschi appaiono sempre più probabili». Sullo sfondo resta il «salvataggio interno» classico, senza aiuti di Stato, che però tutti vogliono evitare. In Borsa per il momento il titolo ha contenuto i danni, chiudendo con un ribasso del 4,21%. Che, per il titolo in questione, non significa panico. Non ancora.

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