L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 26 dicembre 2016

Noi Italiani ci muoviamo tra le faglie della realtà cercando di mantenerci in piedi senza cadere, la loro supponenza li trascina inesorabilmente verso il vuoto

Creato: 11 Dicembre 2016

noirestiamo

Che classe questo NO!

Il NO espresso in maniera inequivocabile nelle urne domenica 4 dicembre ha avuto almeno un doppio effetto: uno immediato – il respingimento della controriforma costituzionale – e uno di livello politico addirittura superiore – il rifiuto complessivo del governo Renzi e delle politiche portate avanti in questi anni in ossequio alle linee dettate dall’Unione Europea. I due aspetti sono tra loro intimamente collegati; infatti, la tentata forzatura della costituzione mirava proprio a un estremo rafforzamento dell’esecutivo funzionale all’implementazione rapida e incontrastata delle direttive europee. 

Rafforzamento resosi necessario anche per la sempre più scarsa legittimità politica dei governi, dovuta proprio alla scia di riforme strutturali volute dalla Unione Europea (con il sostegno della classe dirigente nostrana) che negli ultimi anni ha utilizzato la crisi per colpire fasce sempre più consistenti della popolazione. Per questo il NO espresso riguarda il governo Renzi, ma anche il progetto politico complessivo della UE. Nonostante gli strumentali inviti a considerare la riforma semplicemente nel merito (rivolti, purtroppo, da entrambe le parti), come se si potesse poi isolare una riforma di questo tipo dal processo politico da cui deriva, il voto è stato un giudizio estremamente politico, fortemente coerente con il diffuso senso di malcontento sociale e rifiuto verso lo status quo, come stanno analizzando tutti i sondaggi, e in maniera molto simile a quanto già visto a livello internazionale nelle ultime consultazioni elettorali sfociate in voti anti-establishment, come nel caso della Brexit, ma anche della vittoria di Trump negli USA. 

Proprio questi due sviluppi avevano già colto impreparate le classi dominanti e l’apparato mediatico corrispondente, che nelle analisi del voto (in particolare dopo la Brexit, vedi su la Stampa ) aveva tentato di proporre una lettura centrata sul dualismo tra le giovani generazioni – istruite, cosmopolite, europeiste, e dunque in grado di compiere la scelta ‘giusta’ e ‘razionale’ (il Remain) – e quelle anziane, ignoranti ed egoiste e implacabili sostenitrici del Leave. Lettura che, come notavamo ( Erasmus-generation o Working-Poor-generation), strideva drammaticamente con il dato del 65% circa di giovani che in quell’occasione semplicemente non erano andati a votare, testimonianza, più che di un conflitto puramente generazionale, di una generale disillusione da parte dei giovani circa la capacità della classe politica di migliorare un presente e un futuro fatto di disoccupazione e precarietà strutturale. Una lettura mainstream che evitava inoltre in modo accurato di porre l’accento sul dato realmente significativo, ovvero la schiacciante prevalenza del voto ‘anti-sistema’, il Leave, nelle aree e tra le fasce maggiormente colpite negli ultimi anni nei diritti sociali e del lavoro.

Ma, nel caso del referendum del 4 dicembre, ogni lettura fantasiosa da parte dei giornali è semplicemente impossibile, data la spaventosa oggettività dei dati proposti da tutti i sondaggi. Se vogliamo guardare il dato anagrafico, il NO ha vinto in maniera schiacciante tra gli under-34 (81%); se consideriamo quello lavorativo, soltanto i pensionati hanno premiato il sì con il 61%, mentre tutte le altre categorie (dipendenti, autonomi, disoccupati, casalinghe) hanno votato NO con percentuali tra 64 e 67%, mentre gli studenti al 79%, in linea con il dato generazionale); anche se guardiamo il livello di istruzione, la propensione per il NO è più alta fra i diplomati e i laureati (65% e 61%) che fra chi ha la licenza media (53%; tutti i dati tratti dal sondaggio Quorum per SkyTg24). Non bastano questa volta le battutacce di Laura Puppato «In effetti a pensarci bene, c’è stata la fuga dei cervelli all’estero. Sarà per quello che solo all’estero ha vinto il sì» o di Chicco Testa «Il sì fa il risultato migliore a Milano, Bologna , Firenza e il peggiore a Napoli, Bari, Cagliari. C’è altro da aggiungere?» (sic), a nascondere il dato oggettivo di un rifiuto totale da parte delle classi giovanili e studentesche della controriforma costituzionale e, come detto, del processo politico più ampio di cui fa parte.

L’ultimo risultato che possiamo trarre da questo referendum è la vittoria della realtà sulla propaganda, perché il NO più netto è venuto proprio da quella fascia giovanile allo stesso tempo tanto bastonata quanto fatta oggetto della più dura propaganda. La generazione Erasmus che viaggia e vive all’estero, non importa se per la perenne mancanza di un lavoro decente; la generazione delle start-up e della sharing economy, perché noi dobbiamo essere imprenditori di noi stessi, così se siamo disoccupati è colpa nostra; la generazione voucher, perché il posto fisso non è più un valore, mica puoi essere sempre certo che domani avrai un lavoro!; la generazione Jobs Act, perché è più facile essere assunti solo perché è ancora più facile licenziarci; la generazione alternanza scuola-lavoro, perché al lavoro non pagato è meglio se ci abituiamo prima possibile…

No, siamo la generazione working-poor, e ci stiamo rompendo le palle.

http://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/8651-che-classe-questo-no.html 

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