L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 5 dicembre 2016

Noi Italiani siamo in guerra, la consapevolezza dell'immenso potere del nemico è il primo momento, nonostante ciò abbiamo vinto una battaglia, la guerra sarà lunga e sanguinosa

DOMENICA 4 DICEMBRE 2016

PIU' CHE MAI LA QUESTIONE MEDIATICA: LA PRIMA SOLUZIONE COSTITUZIONALE PER RESTAURARE LA SOVRANITA' DEMOCRATICA



"Ogni singolo elemento dell'agenda dell'informazione mediatica è studiato per costituire un tassello della conservazione del potere oligarchico. Senza eccezione alcuna".

1. Comincerei dal sottostante aforisma orwelliano, che per poter essere meglio compreso va riferito al conflitto distributivo tra oligarchia e...tutto il resto della società.
Il conflitto armato, dovrebbe essere particolarmente chiaro di questi tempi, è solo una delle forme di "guerra" che si pone entro questo schema fondamentale. 
Dal punto di vista economico, per le oligarchie, consiste null'altro che nell'accelerazione del profitto derivabile dal conflitto sociale e in un'occasione di forte potenziamento del controllo istituzionale: ESSI sanno però che è anche una situazione rischiosa, perché in occasione dei conflitti armati emerge più rapidamente la "doppia verità" liberista (cioè la dissonanza tra fini effettivi e motivazioni offerte alle masse), e dunque si rischia, prolungando eccessivamente un conflitto non limitato a truppe volontarie e specializzate, un backfire di reazione sociale difficile da controllare.




2. Ma la fisiologia della guerra, intrapresa dall'oligarchia, ha armi di combattimento adeguate per la conduzione di un conflitto continuo e ininterrotto: i media, - giornali, televisioni e, sempre più ovviamente, l'utilizzo del web- e il sistema finanziario di loro controllo totalitario.
Sappiamo che il sistema di dispiegamento di queste armi "adeguate" e del loro controllo totalitario, assume, nella società globalizzata di massa "pop", - quella che è più conveniente mantenere, perché ottiene la frammentazione strutturale di ogni possibile resistenza-, si basa su alcuni principi:

a) la destrutturazione della funzionalità del sistema dell'istruzione pubblica;


b) la gestione, all'interno del sistema controllato dei media, dell'informazione e della controinformazione, in modo spesso indiretti ed occultati;


c) come conseguenza dei punti a) e b), il ferreo controllo dell'opinione pubblica ("ciò che gli uomini debbano credere e ciò per cui debbano affanarsi", nelle parole scolpite, da Hayek, sulla pietra tombale della democrazia sostanziale) che garantisce, al livello sottostante dell'opinione di massa (pop), una proiezione identificativa degli oppressi con gli oppressori, che ha come coagulante il senso di colpa (qui, p.2, b.) instillato nei primi. 
Nelle attuali condizioni storico-politiche, questa proiezione identificativa assume il significato di "paradosso €uropeo".


3. Oggi non sappiamo quale sarà l'esito del referendum per cui andiamo a votare ma, in vista di esso, abbiamo visto all'opera, in modo plateale e intensissimo, l'insieme di questi principi organizzativi del conflitto sociale costantemente intrapreso dall'oligarchia; e questo già ci garantisce (tragicamente) che qualunque esito sarà sfalsato rispetto a quello normalmente ottenibile in una società in cui la Repubblica democratica fondata sul lavoro avesse visto attuata la sua Costituzione.
Orbene, è sfacciatamente evidente che la destrutturazione funzionale della pubblica istruzione, l'abile uso della controinformazione "controllata", e la proiezione identificativa degli oppressi con gli oppressori, siano gli strumenti tipici della de-sovranizzazione degli Stati democratici da parte dei trattati €uropei.

3.1. Persino quando questi strumenti inizino a divenire non più totalmente efficienti (come la Storia insegna essere ciclicamente prevedibile), ne abbiamo la traccia nelle manifestazioni del potere €urista:





La delirante mozione per "contrastare la propaganda" - leggi: "il dissenso" - approvata dall'UE | Occhio ai dettagli http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.dopubRef=-//EP//NONSGML+TA+P8-TA-2016-0441+0+DOC+PDF+V0//IT …



Per gli eurocrati UE la democrazia è un fastidio - Juncker supplica i leader UE di non tenere referendum sull’exit https://t.co/fJuxtKma62



Per gli eurocrati UE la democrazia è un fastidio - Juncker supplica i leader UE di non tenere referendum sull’exit http://vocidallestero.it/2016/11/30/juncker-supplica-i-leader-ue-di-non-tenere-referendum-sullexit/ …




4. Risulta quindi altrettanto evidente che qualsiasi forma di estrema difesa della democrazia, - una democrazia che si vuole apertamente sterilizzare da parte dell'€uropeismo, in nome dell'ennesimo stato di eccezione autorafforzativo-, debba passare per una lotta che, di per sé, può coagulare la gran parte dei cittadini a favore di un immediato e tangibile vantaggio comune: la lotta per una legge sulla libertà di stampa che applichi in pieno l'art. 21 Cost. 
L'art.21, naturalmente va letto, come ogni valore chiave della nostra Costituzione (del 1948), in combinato con l'art. 3, comma 2, della stessa Cost.; cioè con l'obbligo della Repubblica democratica di rimuovere gli ostacoli alla effettiva partecipazione di TUTTI alla vita politica, economica e socio-culturale del Paese.
In una visione fenomenologica, l'attuazione effettiva e pluriclasse dell'art. 21 Cost. depotenzierebbe in modo decisivo tutti e tre i principi che delineano le armi della guerra permanente delle elites all'intera società democratica.

5. Francesco Maimone, nei commenti al precedente post, ci ha rammentato la chiara visione che, in una situazione del recente passato molto meno grave della presente, aveva espresso Lelio Basso:
“… Se democrazia significa sovranità del popolo, e quindi di tutti i cittadini, se pertanto in un regime democratico ogni cittadino deve essere posto in condizione di esercitare i diritti che gli derivano dalla sua partecipazione alla sovranità collettiva, se la nostra Costituzione (art. 3 cap.) riconosce che questa democrazia rimarrà una vuota parola fino a quando tutti i cittadini non saranno messi in condizione di poter partecipare di fatto alla gestione della cosa pubblica, mi pare che se ne possa concludere che la collettività ha l’obbligo di dare a ciascun cittadino la concreta possibilità di tale partecipazione. 
Ora tale concreta possibilità non significa soltanto liberare ogni cittadino dagli assillanti problemi della fame, della miseria o della disoccupazione, non soltanto eliminare le stridenti disuguaglianze e gli squilibri perturbatori del tessuto sociale, MA ANCHE FORNIRE A CIASCUNO I MEZZI PER ESSERE IN GRADO DI APPREZZARE I VASTI E COMPLESSI PROBLEMI IN CUI SI ARTICOLA LA VITA COLLETTIVA. 
E TALI MEZZI SONO TANTO SOGGETTIVI (adeguato livello di istruzione e di coscienza civile e democratica) quanto oggettivi (un’informazione per quanto possibile seria e imparziale). Sarebbe infatti impossibile concepire una democrazia reale, un effettivo governo di popolo, se al popolo non fossero dati gli strumenti per accedere alla conoscenza della vita associata che esso deve governare e dei problemi che ne risultano ch’esso deve risolvere.

Ad assolvere a questo compito non è certamente sufficiente la libertà della stampa e dell’informazione in generale: LA LIBERTÀ DELLA STAMPA È CERTO UNA GRANDE CONQUISTA DEL PERIODO LIBERALE che va strenuamente difesa anche oggi, in un regime democratico più avanzato, ma è ben lungi dall’esaurire la materia. 
Essa infatti ha radice in una concezione individualistica della società e riflette il diritto di ogni individuo ad esprimere la propria opinione: riguarda di più cioè il diritto di chi vuole scrivere che quello di chi vuole leggere per essere obiettivamente informato, risponde assai più al concetto di libertà in senso tradizionale che a quello di servizio pubblico. 
In altre parole la libertà di stampa rappresenta il diritto del singolo cittadino di “fare” qualche cosa e il correlativo dovere dello Stato di “lasciar fare”, mentre il servizio pubblico dell’informazione rappresenta un dovere della collettività di “fare” essa positivamente qualche cosa e il correlativo diritto di tutti i cittadini di ottenere dalla collettività la prestazione dovuta.
...la libertà d’informazione ha oggi assunto un significato diverso che nell’Ottocento. 
Che cosa significa parlare di libertà di stampa nel senso di riconoscere a ciascuno il diritto di fondare un giornale, quando si sa che in realtà solo pochi magnati, o un grandissimo partito, possono permetterselo? 
Mi sembra più giusto parlare di un DIRITTO DEL CITTADINO ALLA VERITÀ, cioè all’informazione più ampia e spregiudicata che gli fornisca tutti gli elementi per FORMARSI UNA SUA IDEA DELLA VERITÀ: ciò significa soprattutto che i partiti, i sindacati, le organizzazioni civili devono avere libero e incontrollato accesso alla radio e alla TV, per un tempo che corrisponda alla loro reale rappresentatività. Questo mi sembra il modo migliore di garantire la libertà dell’informazione, almeno nel settore radio-televisivo …” [L. BASSO, Affinché il Paese migliori, Il Giorno, 12 ottobre 1974].

6. A Francesco ho dato questa risposta cercando di essere "pratico":
Come vedi, caro Francesco, senza capire la natura irresistibilmente oligopolistica dei "mercati", di qualunque settore, ogni disquisizione sulle "libertà" è una squallida pantomima.

E lo è più che mai laddove sia in gioco un mercato caratterizzato dal preminente pubblico interesse del bene/servizio offerto: la cosa sarebbe agevolmente risolvibile con una legge sull'informazione conforme all'art. 21 Cost. Di cui abbiamo in passato indicato, su questo blog, alcuni principi irrinunciabili.

Ma poi vedendo che la "classifiche" internazionali (invariabilmente finanziate dai Soros) fanno coincidere la "libertà di informazione" con il numero di operatori privati (in oligopolio!) e con l'assenza di interferenza statale su di essi, non rimane che una sola soluzione: vietare lo svolgimento di servizi di informazione privata da parte di chi non sia, in modo accertato con totale rigore, un editore PURO. 
Cioè privo di qualunque altro interesse commerciale, industriale o finanziario.

E non solo: ma un editore puro che sia finanziato ESCLUSIVAMENTE da un istituto di credito specializzato di proprietà pubblica ma amministrato da funzionari imparziali, a requisiti di nomina rigorosamente predeterminati (su oggettive "competenze") e soggetti a scadenze non rinnovabili delle cariche, nonché sorteggiati da un elenco aggiornato costantemente.

Poi sull'entertainment, facessero quello che vogliono (nei limiti delle leggi penali) e massima apertura del mercato: compresi i "film di interesse culturale". 
La precondizione per la loro produzione e distribuzione deve essere SOLO la diffusione della cultura, per tutti, da parte di un imparziale e rafforzato sistema della pubblica istruzione.

Pubblica istruzione, (forte e imparziale), libertà di informazione, (ontologicamente separata da interessi privati di altro tipo, compresa la reverenza verso la "morale dei banchieri"), e eguaglianza sostanziale, sono praticamente la stessa cosa vista in momenti e angolazioni differenti". 


7. Vi riporto il testo integrale dell'art.21 ( non casualmente tratto dal sito del Senato italiano) come "memento" per l'inizio di una riflessione. Che sia molto pratica: 
Articolo 21

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria [cfr. art.111 c.1] nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo d'ogni effetto.
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.
Mi sono anche rammentato che quasi esattamente tre anni fa avevo scritto un post intitolato LA QUESTIONE MEDIATICA: in esso avevo ipotizzato alcune linee fondamentali di un'indispensabile (e credo che molti, ma molti, si siano resi conto di quanto ormai lo sia) legge di attuazione dell'art.21. La risposta a Francesco aggiorna quelle riflessioni.
Ma il nodo essenziale della rivendicazione della sovranità democratica non può consistere solo nella proposta di soluzioni tecnico-legislative (che pure sono necessarie, se provenienti da voci competenti non appartenenti né al mainstream né alla controinformazione rigidamente controllata, essenzialmente all'insaputa dell'opinione di massa propinata agli elettori).

8. Vorrei piuttosto richiamare l'attenzione di tutti i possibili lettori sulla necessità prioritaria, da domani (ma va bene anche...dopodomani), di abbracciare la rivendicazione di questo tema e di cercare di suscitare un vasto movimento di opinione che faccia della "riforma" del sistema dell'informazione, ovviamente democratico-costituzionale, il primo punto, estremamente pratico, di un'autentica lotta di liberazione.

Va infatti, ancora una volta, sottolineato che la fase attuale della guerra mediatica permanente, - intrapresa dalle forze oligarchiche che sono alla base dell'€uropa-, risale agli anni '70 e, come dice Orwell, ciò ha portato al nostro non percepirla più come "un pericolo", passando per la caduta della logica elementare, fino ai risultati incredibili attestati dagli indicatori macroeconomici italiani degli ultimi 30 anni, conseguenti alla disfatta democratica ed alla perdita di sovranità che abbiamo tutti subito.
Sì, su queste "armi della guerra permanente" occorre una riforma.
Ma per attuare la Costituzione.
Senza una legge democratica (sostanziale) attuativa dell'art.21 Cost., la stessa Carta fondamentale del 1948 sarà inesorabilmente distrutta.

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