Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 30 gennaio 2016

Raffaele Cantone, la foglia di fico del corrotto Pd è scivolato sulla buccia di una banana

IZS: La cantonata di Raffaele Cantone (ovvero come stuprare la legge per difendere la politica)

di Christian Francia  –
Raffaele Cantone - su Manola non ho capito un cazzo
Raffaele Cantone: il Presidente dell’ANAC è scivolato su una buccia di Manola
Non vorrei sembrare saccente, ma Raffaele Cantone con la legge sull’inconferibilità degli incarichi non ci ha capito proprio niente. Cantone, per chi non lo sapesse, è il Presidente dell’ANAC, l’Autorità Nazionale AntiCorruzione, Presidente nominato da Matteo Renzi nel marzo 2014 (cosa che non gli fa per nulla onore, considerato quello che ha combinato Matteuccio in questi due pessimi anni).
Si dà il caso che Cantone, di suo pugno, abbia firmato una delibera ANAC (che pubblichiamo integralmente in fondo all’articolo) nella quale si sostiene che Manola Di Pasquale – cioè l’inconferibile ed innominabile Presidente del CdA dell’Istituto Zooprofilattico dell’Abruzzo e del Molise – sia perfettamente conferibile in quella carica e che la sua nomina non violi la normativa sulle inconferibilità.
Manola stessa ha subito pubblicato la delibera, affrettandosi a chiedere pubbliche scuse da parte degli infiniti Organi, Sindacati, Deputati della Repubblica, Enti e soggetti privati come me che hanno ripetuto all’infinito che sussistono macroscopiche violazioni di legge nella sua illegittimissima nomina.
Più che le scuse (non dovute), le invio cordialmente l’ennesimo ceffone giuridico, ribadendo con assoluta certezza come continuino a sussistere tutte le ragioni di inconferibilità ed innominabilità a suo tempo da me per primo espresse.
Rivendico la paternità di tutte le argomentazioni ed interpretazioni di legge ripetutamente svolte, checché ne dica Cantone, il quale o ha preso una Cantonata, oppure è proprio ignorante in materia.
Intanto ribadiamo che nel caso di specie ci sono tre grandi questioni giuridiche in ballo, delle quali l’ANAC si è occupata solo di una, ma rimangono inevase le altre due, ragione per cui l’IZS non potrà che essere commissariato dal Ministero della Sanità, per il motivo semplice che essendo l’incarico di Manola radicalmente nullo per espressa previsione di legge (art. 17 del D.Lgs. n. 39/2013), la sua permanenza su quella poltrona provocherebbe un’infinità di ricorsi e di impugnazioni che manderebbero nel caos totale l’IZS, con danni spaventosi che è finanche impossibile immaginare.
Le tre questioni giuridiche sono le seguenti:
1) Manola è inconferibile nel ruolo di membro del CdA dell’IZS ai sensi del D.Lgs. n. 39/2013;
2) Manola è innominabile nel ruolo di membro del CdA dell’IZS ai sensi della Legge Regionale Abruzzo n. 41/2014;
3) Manola non può prendere lo stipendio da Amministratore dell’IZS ai sensi del D.L. n. 78/2010.
Raffaele Cantone esprime un parere solo in merito alla prima questione, quella dell’inconferibilità, ma non cita né poco né punto la questione dell’innominabilità di cui alla legge regionale n. 41/2014, e nemmeno tenta di confutare la questione dell’impossibilità di percepire lo stipendio da Presidente del CdA dell’IZS.
Se anche fosse vero ciò che sostiene l’ANAC in merito alla prima questione, dunque, se ne dovrebbe dedurre ugualmente che Manola non può essere membro del CdA dell’Istituto a causa dell’ostacolo insormontabile rappresentato dalla obbligatoria “comprovata professionalità ed esperienza in materia di sanità pubblica veterinaria e sicurezza degli alimenti”, professionalità necessariamente prevista per i membri del CdA dell’IZS dall’Art. 8 comma 1 della recentissima L.R. n. 41/2014 (professionalità che lei non possiede né potrebbe comprovare).
Ma Manola, purtroppo per lei e al contrario di quanto argomenta illogicamente Cantone, è anche comunque INCONFERIBILE nel ruolo che ricopre.
Ho scritto, lo ripeto e lo ribadisco, che la Regione Abruzzo non avrebbe potuto nominare Manola Di Pasquale nel CdA dell’IZS in quanto l’Art. 7 comma 1 del vigente D.Lgs. n. 39/2013 così prescrive: “A coloro che nell’anno precedente siano stati componenti del consiglio di un comune con popolazione superiore ai 15.000 abitanti della medesima regione che conferisce l’incarico non possono essere conferiti: c) gli incarichi di amministratore di ente pubblico di livello regionale.
Siccome l’Istituto Zooprofilattico è indubbiamente – ai sensi dell’art. 1 comma 2 lett. b) del medesimo D.Lgs. n. 39/2013 – un ente pubblico di livello regionale e Manola non solo era consigliere comunale un anno fa ma lo è tuttora (in una città di 55.000 abitanti quale è Teramo), ne discende come la stessa non possa essere nominata in nessuna maniera nel CdA dell’IZS proprio perché i componenti del CdA sono inequivocabilmente amministratori dell’Istituto.
La questione giuridica si incentra sul seguente punto: se Manola sia o meno un “amministratore” nel senso indicato dal medesimo D.Lgs. n. 39/2013.
Secondo il parere di Cantone, il Presidente del CdA dell’IZS non sarebbe un amministratore poiché non avrebbe poteri di gestione, demandati dalla legge al solo Direttore dell’Istituto.
La disposizione da esaminare è l’art. 1 comma 2 lett. L) del D.Lgs. n. 39/2013, il quale recita testualmente: “Ai fini del presente decreto si intende: L) per «incarichi di amministratore di enti pubblici e di enti privati in controllo pubblico», gli incarichi di Presidente con deleghe gestionali dirette, amministratore delegato e assimilabili, di altro organo di indirizzo delle attività dell’ente, comunque denominato, negli enti pubblici e negli enti di diritto privato in controllo pubblico”.
Cantone sa benissimo che da 23 anni in Italia c’è la separazione fra competenze gestionali, demandate alla dirigenza, e competenze di indirizzo e controllo, demandate agli organi politici. Situazione ribadita nel caso dell’IZS Abruzzo e Molise dalla L.R. Abruzzo n. 41/2014, la quale conferma che il Consiglio di Amministrazione dell’Istituto non è un organo gestionale, ma solo di indirizzo, coordinamento e controllo.
In particolare, è l’art. 9 comma 1 della legge regionale n. 41/2014 a stabilire a chiare lettere che: “Il Consiglio di Amministrazione ha compiti di indirizzo, coordinamento e verifica dell’attività dell’Istituto”.
Ed è esattamente il sopra riprodotto inciso “altro organo di indirizzo comunque denominato” ad indicare che per il D.Lgs. n. 39/2013 è “amministratore” anche l’organo di indirizzo comunque denominato, cioè esattamente il CdA dell’IZS che è appunto organo di indirizzo e controllo.
Ne discende che chiunque faccia parte del CdA dell’IZS sia – agli effetti del decreto legislativo in parola – un amministratore e, in quanto tale, soggetto alla disciplina delle inconferibilità dettate nel predetto D.Lgs. 39/2013.
HA CAPITO CANTONE COME SI INTERPRETANO LE DISPOSIZIONI DI LEGGE?
HANNO CAPITO D’ALFONSO E I SUOI RIDICOLI CONSIGLIERI GIURIDICI COME SI LEGGONO LE NORME?
HA CAPITO MANOLA COME SI EVINCE LO SPIRITO DI UNA LEGGE?
Del resto, non occorre la sfera di cristallo per dedurre agevolmente che lo scopo della norma di che trattasi è quello di evitare nomine politicizzate fatte dalla Regione per accontentare consiglieri ed assessori di Comuni grandi (oltre i 15.000 abitanti) facenti parte della medesima Regione che conferisce l’incarico.
Non v’è chi non veda come ben potrebbe crearsi un terreno fertile per sviluppare clientelismo e corruzione, proprio nel caso in cui un eletto come Manola venga incaricato di presiedere un Ente grande come l’IZS che quotidianamente elargisce incarichi, collaborazioni, consulenze, patrocini legali, in tal modo aumentando enormemente la propria sfera di influenza e garantendosi una platea di possibili clientele, utilissime sia per se stessa alle prossime tornate elettorali e sia per colui che l’ha nominata, cioè Luciano D’Alfonso.
De hoc satis.
Quanto a Raffaele Cantone, per concludere, nel rimarcare la delusione per uno che le leggi dovrebbe masticarle, c’è da considerare come non sia affatto strano che l’Italia continui ad essere quella cloaca di corruzione che è.
Infatti, solo due giorni or sono proprio Cantone ha presentato il Rapporto 2016 di Transparency International, laddove l’Italia continua a stazionare al secondo posto della classifica europea dei Paesi con il più alto grado di corruzione percepita, cioè a dire per inquinamento del malaffare nel settore pubblico. Peggio di noi sta solo la Bulgaria.
Oltre ad essere penultima in Europa, l’Italia è sessantunesima nel mondo con 44 punti (ben al di sotto della media europea attestata su 67 punti), e si classifica peggio persino di Stati come Capo Verde (55 punti), Ruanda (54 punti), Namibia (53 punti), Cuba e Ghana (47 punti).
Stiamo messi peggio del Ruanda e il Presidente dell’ANAC, che da due anni dovrebbe disinfettare il nostro sistema malato, non trova di meglio che scrivere scuse raffazzonate e castronerie giuridiche per coprire il culo agli incarichi fuorilegge che il PD elargisce a piene mani, essendo un partito corrotto nell’anima.


Si dimetta Cantone, perché la sua credibilità di giurista è andata a farsi benedire. Occorrono anni, sudore e impegno per costruirsi una credibilità, ma basta un attimo per perderla per sempre.

Due euroimbecilli si vedono e litigano di come dare tre miliardi alla Fratellanza Musulmana Turcal la stessa che rovescia in Europa migliaia e migliaia di migranti


Da Angela Merkel, Matteo Renzi minaccia la sfiducia a Juncker. Rassicurato dai sondaggi riservati di Palazzo Chigi



RENZI MERKEL






“Il 13 gennaio del 2015 la Commissione europea ha adottato una comunicazione sulla flessibilità. Questo per noi è punto di riferimento: non stiamo chiedendo di cambiare le regole, stiamo chiedendo che siano applicate senza equivoci. La flessibilità è stata la condizione dell’elezione di Juncker a presidente della commissione europea. Io non ho cambiato idea: spero non lo abbia fatto nemmeno Juncker”. A colloquio per oltre un’ora con Angela Merkel a Berlino, Matteo Renzi mette sul piatto la sfiducia a Jean Claude Juncker. E torna a casa soddisfatto del riconoscimento ottenuto dalla Cancelliera, nonché per gli ultimi sondaggi riservati di Palazzo Chigi. Recitano così: sale l’indice di confidenza degli italiani sul futuro, dal 31 per cento di dicembre oggi è al 41 per cento. E il Pd è al 34,8 per cento contro il 32,9 di dicembre. Il M5s è al 22,6 per cento contro il 25,1 di fine 2015.
A Berlino la minaccia su Juncker, presidente eletto a Strasburgo con un accordo tra Pse, Ppe e liberali, è all’interno di un ragionamento pacato, ma fermo con la Cancelliera. “Angela, noi siamo disponibili a fare la nostra parte sul pacchetto Turchia. Ma quei soldi devono uscire dal bilancio europeo e non pesare sul debito pubblico italiano”, dice il premier. E’ la nota più dolente per Angela, sotto pressione in patria per la sua scelta di aprire ai migranti siriani, tanto che proprio oggi ha dovuto siglare un patto di coalizione per inasprire le regole, rendere più difficili i ricongiungimenti familiari e più facili le espulsioni.
Lei tenta di ribattere: “Il pacchetto Turchia è urgente, abbiamo bisogno di fare progressi”. Ma alla fine lo lascia concludere: “Sui 300 milioni di euro italiani per la Turchia aspettiamo le deliberazioni della Commissione Ue”. La chiusa di Renzi è al veleno: "In Commissione europea sono molto impegnati ma trovano sempre le occasioni di fare conferenze stampa con i giornalisti, quindi troveranno il tempo anche per questo". Riferimento alle accuse sulla mancanza di un interlocutore a Roma, pronunciate con i giornalisti dal capo di gabinetto di Juncker, Martin Selmayr, dietro anonimato.
La richiesta italiana è che i fondi siano interamente presi dal bilancio europeo e che Erdogan dia garanzie su come li impiegherà. Un punto che anche la Cancelliera sottolinea in conferenza stampa: “Siamo concordi sul fatto che l’intesa sui 3 miliardi deve essere attuata ma la Turchia deve anche fare. Alcune cose le ha fatte, ma siamo nel pieno dei colloqui con loro”.
Per la prima volta Merkel non trova filo per legare il premier italiano agli impegni sul rientro del deficit italiano. Del resto non è un bilaterale a decidere il destino della legge di stabilità. Bensì la commissione Juncker. Principio che sta formalmente nelle cose europee e che però Renzi riesce a ristabilire con l’incontro di oggi. Per la prima volta, Merkel sceglie di mettersi di lato, pur senza nascondere le differenze di vedute con Renzi sull’austerity. “La cosa bella è questa – dice - che anche quando si tratta della comunicazione sulla flessibilità, entrambi accettiamo che ci siano interpretazioni della Commissione divergenti. Non mi immischio in queste cose. È compito della Commissione decidere l'interpretazione".
Ora l’arbitro è ufficialmente Juncker. Sul piatto a Berlino Renzi ha lasciato l’educata minaccia di sfilargli la poltrona di presidente della Commissione europea sfiduciandolo all’Europarlamento. La discussione infatti è già stata affrontata in varie riunioni del Pse. Il capogruppo Gianni Pittella l’ha proposta di recente ai colleghi socialisti. E’ vero che i tedeschi – ma non sono i soli – non sono d’accordo con le posizioni italiane. Ma con i francesi c’è una certa sintonia, fanno notare da Bruxelles. E non a caso l’interesse italiano è rompere l’asse franco-tedesco: Renzi lo ha ripetuto in un’intervista alla tedesca Faz proprio alla vigilia del vertice con Merkel. E poi per Renzi la battaglia sulla flessibilità è la madre di tutte le battaglie. Senza quelle clausole, sarebbe impossibile evitare una manovra ‘lacrime e sangue’ nel 2017, se non proprio una manovra correttiva in primavera.
“Le politiche di austerity portano alla sconfitta dei governi e alla fine dell’Ue”, ha ripetuto Renzi alla Cancelliera, citando l’esempio della Spagna, reduce dalla cura della Troika, incapace di formare un governo dopo le elezioni di dicembre. In Portogallo si sono avute le stesse difficoltà. La Grecia è ancora in mezzo al guado. E i “populismi” sono in agguato. Per questo Renzi è particolarmente contento degli ultimi sondaggi riservati. Ma l’argomentazione sui “populismi in agguato” gli è servita anche per ammordibire la severa Merkel che continua a chiamarlo “Renzi” mentre lui la chiama “Angela”. Anche se è lei a dargli ampio riconoscimento di fronte alla stampa e, di rimando, di fronte agli altri partner europei e ai rappresentanti delle istituzioni Ue. Un buon viatico per Renzi, in vista del suo incontro con Juncker a Roma a febbraio.
Merkel riconosce ancora una volta gli sforzi fatti in materia di riforme: “Il Jobs Act va nella direzione giusta, auguri a Renzi di ogni successo”. E in materia di immigrazione: “L’Italia è stata fin dall’inizio il paese maggiormente colpito dagli sbarchi, solo a giugno sono cambiate le cose”, quando l’immigrazione è arrivata dai Balcani, “ma noi siamo stati i primi a lottare per un’equa distribuzione dei profughi”. Ma di tutto questo l’arbitro è Juncker. "Possiamo essere rottamatori anche in Europa", sottolinea non a caso il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, nel corso di un convegno organizzato dalla sinistra Pd a Milano. "La sfida più importante adesso è quella di imporre all'Europa lo stesso cambiamento che stiamo imponendo in Italia”.

Unioni Civili, non è una priorità mentre ci si dimentica dei diritti sociali

UNIONI CIVILI, GIULIETTO CHIESA SU UTERO IN AFFITTO: "ROBA DA RICCHI. MANIPOLAZIONE CHE VIENE DAGLI USA"
29 gennaio 2016 ore 13:38, Lucia Bigozzi
“Utero in affitto? Italiani irritati dall’enfasi data a un problema non prioritario che riguarda una minoranza di benestanti”. Netta l’analisi di Giulietto Chiesa, giornalista e scrittore, sullo spinoso capitolo delle unioni civili e della stepchild adoption. Nella conversazione con Intelligonews, legge in controluce i dati Eurispes del Rapporto Italia e svela chi sta barando. 

Rapporto Italia-Eurispes: aumenta la percentuale di italiani contrari alle adozioni gay. Dato sceso nel 2015 e nel 2015 ma oggi in controtendenza. Perché? Cosa c’è dietro?

«Credo che il dato scenda perché parte dell’opinione pubblica è irritata dall’enfasi che viene data a questi problemi. C’è una sproporzione anomala tra il numero di persone coinvolte su questo tema e l’enorme spazio che viene dato sui media e negli stessi atteggiamenti dei governi a questo tipo di problematiche, e la gente – legittimamente – reagisce con fastidio, perché come ho già detto proprio a Intelligonews, ritengo che questa non sia la vera agenda dei problemi prioritari dell’Italia. Dunque, molta gente sente una pressione su di sé che non gradisce, a parte il merito della questione. Ribadisco la mia convinzione e la sottolineo…».

Quale?

«La mia convinzione è che questo problema diventa una specie di commercio e le implicazioni dell’utero in affitto diventano una specie di differenziazione di classe tra ricchi e poveri: solo i ricchi se lo potranno permettere e questo non piace a molti. Se fosse un problema che riguarda tutti, ovvero la condizione normale di un uomo e di una donna della strada, dovrebbe essere gestibile con uguali possibilità e mezzi per tutti. Invece, diventerà un commercio estremamente pregiudizievole sui diritti dei cittadini che devono essere uguali per tutti. Sono favorevole alle unioni civili per dare il massimo della trasparenza, ma quando si va a finire sulla gestione dei rapporti sentimentali, del desiderio di avere un figlio artificiale perché questo è tra persone dello stesso sesso, ecco che si apre il problema del commercio del corpo altrui e questo, teoricamente, si potrebbe fare solo se vivessimo in un Paese di eguali; ma siamo in violazione della Costituzione e viviamo in un Paese dove siamo più diseguali di quanto non eravamo trent’anni fa. Ecco perché ritengo che istintivamente, una parte dell’opinione pubblica prova fastidio rispetto a un problema che riguarda una minoranza di persone benestanti e viene presentato all’opinione pubblica come il tema all’ordine del giorno. Per essere molto franco, vorrei aggiungere una considerazione…».

Prego. 

«Io penso che noi siamo in grave pericolo di guerra e considero questo la priorità per tutti, per gay, le lesbiche, e per i milioni di italiani che vorrebbero avere vivi i loro figli e essere vivi loro stessi. Se dovessi fare l’agenda delle priorità metterei al primo punto il fatto che siamo vicini a una grande guerra; e vorrei che lo Stato e i cittadini fossero portati a conoscenza dei pericoli che stiamo correndo. Ecco, questa è la mia agenda delle priorità». 

Lei parlava di un’anomalia nell’altalena dei dati. Chi è che bara?

«Tutti quelli che vogliono distrarre l’opinione pubblica dai problemi principali e fare di una questione importante per chi la vive ma non prioritaria, prioritaria per tutti. Questa è una manipolazione e viene dagli Usa dove le loro regole e le loro leggi vengono considerate leggi che valgono per tutti». 

Lei proprio a Intelligonews ha detto che la piazza del Family Day va ascoltata. Per questo le chiedo: lei andrebbe ad ascoltarla e che appello si sente di rivolgere? La ritiene una piazza politica come sostenuto da più parti?

«Non ci andrei per il semplice fatto che non la considero una priorità. Per cui esserci, significherebbe usare alla rovescia un argomento sbagliato. Dopodichè, non sono così ingenuo da capire che c’è una colorazione politica e nell’uno e nell’altro senso. Io vado a una manifestazione per uscire dalla Nato perché lo ritengo il tema del giorno. Poi, ci sono quelli che più o meno legittimamente, usano la piazza per giocare le carte della politica. Viene considerata una piazza di destra; io non sono di destra ma ritengo che ci siano questioni su cui porre il problema in maniera diversa. Non è solo un problema di libertà che va tutelata, o di scelta di ciascuno che va garantita; qui c’è una conseguenza che riguarda la connotazione dei diritti di tutti. Se si deve fare una battaglia per i diritti dei ricchi, io non sono favorevole; se viene fuori che riguardano solo una minoranza e per giunta benestante, a me questa cosa dà fastidio, non la trovo corretta e corrispondente alle esigenze di un Paese».

Milano elezioni, Arexpo-Expo, il brillante Sala ha speso più di un miliardo di soldi pubblici e ha regalato a Eataly privilegi e agi con la complicità della magistratura milanese

Caro Sala, ti accuso

Un bilancio di Expo, dietro le cifre, negativo. Una gestione opaca. Un gran ristorante. E pericolosi conflitti di interessi se diverrà sindaco. Il consigliere comunale storico della sinistra non risparmia bordate al candidato, secondo lui, dei neo-affaristi. Unica possibilità fermarli con un referendum sulla destinazione delle aree dopo-Expo. 

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Sala Alessi (piena), Palazzo Marino, martedì scorso. Organizza Costituzione e Beni comuni, l’associazione creata da esponenti storici della sinistra milanese, da Franco Calamida a Vittorio Agnoletto, a Emilio Molinari. Il tema: il bilancio di Expo e il suo dopo. E, manco a farlo apposta, sotto la lente va proprio la gestione di Beppe Sala, che di Expo è stato l’artefice e ora si appresta a correre, in pole position, per la poltrona di sindaco di Milano.
Principale relatore, com’era prevedibile, Basilio Rizzo. Oppositore puntuto in consiglio comunale fin dal 1983, quando contestava la Milano da bere e i suoi infausti corifei.  Fresco dalla movimentata audizione di Sala del giorno prima, in cui il commissario Expo ha cominciato a esporre ai consiglieri comunali le prime cifre a consuntivo dell’evento, Rizzo fin da subito le ha contestate in pieno. <Ci hanno raccontato che sono riusciti ad avere il bilancio in pareggio. Anzi con un leggero utile, pari a 14 milioni di patrimonio netto. Sarà anche vero ma questo risultato significa che tutti i bilanci precedenti dell’Expo erano in passivo. Come mai? Semplice. Succede che questa è una strana società  in cui qualcuno ha messo tanti soldi che sono stati spesi, e di solito quando questa società si scioglie questi soldi chi ce li ha messi li vorrebbe indietro>.
Secondo alcune stime il totale dei fondi pubblici messi dentro Expo supererebbe il miliardo, a fronte di soli 14 milioni di patrimonio netto restante. <Quanto ci ha messo soltanto il Comune di Milano nella società Expo? 161 milioni e 20 euro, un dato che ho avuto direttamente dagli uffici del Comune. – continua Rizzo -  Questo significa che abbiamo perso ben 161 milioni. Una cifra piuttosto grossa, pari a 11mila alloggi popolari recuperati. Invece a cosa sono serviti questi investimenti?  Abbiamo ricevuto un bilancio Expo in cui si dice che si sono spesi 185,7 milioni per attività di promozione, comunicazione e commercializzazione. Quanto abbiamo incassato con i biglietti? 373 milioni. Quindi abbiamo speso 185 milioni per far venire 21 milioni di persone che ce ne hanno date solo 373 milioni. Un affare magro.
Al termine di tutto questo discorso ci hanno detto che il successo sta nei 21 milioni di visitatori. Ma 5 milioni sono stati i visitatori serali. Tra cui tanti milanesi che hanno scelto l’Expo come meta gastronomica. Insomma: un grande ristorante, in cui abbiamo speso quello che abbiamo speso.  Denari pubblici, di tutti. Per favorire ristoratori e simili>.
E si tratta di quattrini pubblici non solo del Comune. Ma della Regione e dello Stato centrale. Tutti salvo una, la Camera di Commercio, presieduta da Diana Bracco che ha assunto anche la presidenza della società Expo. <Presidente di tutte e due, ma non ci ha messo un euro, contro i 58 previsti>.
La gestione di Expo come, di fatto, grande ristorante ha una conseguenza precisa, secondo Rizzo: <Gli investimenti pubblici fatti avrebbero avuto un senso se portavano a una Milano come capitale mondiale del cibo e dell’acqua. Ne avremmo persino accettati, in questo caso, di più. Un investimento sul futuro>.
Purtroppo però la gestione di Expo 2015 ha completamente disatteso la sua impostazione iniziale. Nutrire il pianeta e energia per la vita è rimasto uno slogan. Poche le occasioni di approfondimento, pochi gli sviluppi tematici, nessun coinvolgimento sulla decarbonizzazione e le energie alternative – rileva Mario Agostinelli – e del tutto marginali quelle sulle filiere agricole sostenibili – spiega Vincenzo Vasciaveo dell’associazione per il parco Sud. In sintesi. Un grande evento a cui le ruote sono state cambiate in corsa, a favore di quelle più facili e scontate delle gastronomie.
<Puntiamo su questo obbiettivo alto, originario  finchè siamo ancora in tempo – dice Rizzo - Milano deve essere punto di riferiemto mondiale sul cibo, l'energia, l'acqua. Altrimenti, con l’impostazione attuale del dopo Expo, arriveremo presto a una vicenda simile a quella degli scali ferroviari. Ovvero coloro che hanno ricevuto un’area pubblica, come le ferrovie, si sentono intitolati a farne quello che vogliono. Noi invece vogliamo introdurre elementi di buon senso. E un progetto. Perché questi soldi sono carne viva dei milanesi, e non solo dei ricchi che vanno al ristorante esotico. Questi soldi li abbiamo tolti ai servizi sociali, ai bisogni primari>.
Il percorso di Expo, con la sua catena di litigi e poi emergenziale ha generato un altro frutto avvelenato. <Abbiamo vissuto negli ultimi anni una sorta di animazione sospesa delle regole – dice Rizzo – Sono state fatte cose che ad altri non sarebbero state perdonate. Un esempio. La vicenda Eataly>.
Qui l'autorità nazionale anticorruzione ha espresso pesanti dubbi sulla mancata osservanza della disciplina degli appalti quando è stato affidato in modo diretto ad Oscar Farinelli il servizio pubblico di ristorazione per due edifici del decumano, a condizioni particolarmente vantaggiose e di maggior favore, se paragonate a quelle più rigorose per altri. <Mentre gli altri hanno dovuto sottostare a una gara, Eataly ha avuto l’affido diretto. E mentre gli altri hanno dovuto pagare il 12% di tasse sui ricavi, a lui solo il 4%. E in più la società Expo si è accollata i costi di elettricità, acqua, servizi. Se un qualsiasi sindaco avesse fatto una cosa del genere sarebbe stato cacciato>.
I giudici però hanno deciso di non procedere. Manca l’elemento psicologico, intenzionale, richiesto dal reato di abuso d’ufficio. Anche se però il vantaggio concesso a Eataly è indiscutibile. <Risultato: Sala è stato indagato, lui dice a sua insaputa, non è mai stato interrogato, nessuno di quelli intorno a lui gliel’ha detto – dice Rizzo- Poi il 12 gennaio è stata firmata l’archiviazione, per mancanza di quest'elemento psicologico di cooperazione>. E questo è solo un episodio. <Ma il punto è, ed è quello che preoccupa, che questa logica dei grandi eventi la si vuol trasferire alla gestione dell’intera città di Milano. Questa – temo -  è l’operazione in corso>.
E poi il confuso capitolo delle due società pubbliche Expo. L’Arexpo, che detiene la proprietà dell’area. E Expo spa che ha gestito l’evento. La seconda ha pagato le bonifiche, 72 milioni, e poi richiede alla prima 75 milioni come incremento di valore (infrastrutture…) delle aree. <Qui parliamo degli stessi identici soci di Arexpo, con la sola eccezione di Fondazione Fiera. La società Arexpo risponde: se vi do questi 75 milioni fallisco. Morale. Tra qualche giorno vi sarà un fatto divertentissimo, per cui il Comune di Milano, che è socio sia dell’una che dell’altra società, andrà a votare il bilancio di Expo in cui è scritta questa rivendicazione di 75 milioni, oltre ai 72 milioni per le bonifiche. Due giorni dopo il Comune dovrà andare all’assemblea di Arexpo per votare a favore di non dare questi stessi soldi>.
Ma il peggio potrebbe venire tra qualche mese, quando verrà definitivamente votato il bilancio di Expo. Questo verrà messo sotto scrutinio, in un (normale) dibattito consiliare per l’uso degli ingenti contributi comunali e pubblici ottenuti. <Ma se fosse Sala il sindaco? Si metterebbe davanti allo specchio la mattina, Sala-sindaco a chiedere conto a Sala-commissario expo del suo operato? E di converso Sala-commissario rivendicherà allo specchio le cifre mancanti ad Arexpo, di cui è azionista-sindaco? Pensate che potrà reggere una situazione di questo genere, che in italiano si chiama conflitto di interessi?>. Una situazione abnorme.
<Vedrete come metteranno a posto la faccenda – prevede Rizzo - fonderanno le due società. In questo modo si insabbierà tutto>. Si metterà la spazzatura sotto il tappeto.
Ma il deus ex machina finale sarà Cassa depositi e Prestiti. Dove Sala ha pure un seggio in consiglio di amministrazione. Quindi quando si discuterà di Expo, Sala uscirà dalla stanza>. Oppure si dimetterà, come ha annunciato.
<Sento il profumo – conclude Rizzo - il sentire di un ritorno agli anni 80. Vedo, perché li ho conosciuti, alcuni personaggi che ritornano. Sembrano gioire di quello che sta succedendo nella nostra città. Si sta ricementando il rapporto che vi era negli anni 80-90 tra i settori affaristici dei grandi partiti, Pci e Dc con Psi come corollario. Gli eredi dei migliori affari insieme agli eredi dell’affarismo della Compagnia delle Opere sono pronti a ristabilire il vecchio sistema, anche nelle persone che vi stanno dietro. Quindi, se non saremo attenti, ci troveremo di nuovo in una pesante condizione involutiva. Il post-Expo è una partita decisiva per difendere le regole della democrazia>.
Essenziale, per Rizzo, un referendum consultivo (che può essere chiesto da tre consigli di zona) sulla destinazione delle aree del post-expo.  <Si può fare. E questo è l’unico modo per mettere un freno a quel che si profila. Per evitarci una nuova tangentopoli, un'altra crisi da cui ci vorranno parecchi anni per risollevarci>.

Arexpo-Expo, ci sono 147 milioni ma il brillante Sala lo ignora

Expo, rebus da 147 milioni. E il ministero chiede lumi


Giuseppe Sala si giocherà le primarie del centrosinistra, in programma il 6 e 7 febbraio, con la carica di amministratore delegato di Expo Spa ancora in tasca


di GIAMBATTISTA ANASTASIO
Expo

Milano, 30 gennaio 2016 - Giuseppe Sala si giocherà le primarie del centrosinistra, in programma il 6 e 7 febbraio, con la carica di amministratore delegato di Expo Spa ancora in tasca. È questa la conseguenza più tangibile del congelamento dell’assemblea dei soci della Spa che ha organizzato e gestito il grande evento del 2015. L’assemblea si è regolarmente aperta alle 14.30 di ieri senza però chiudersi. Aperta resterà fino al 9 febbraio: fino a quel momento Sala resterà in carica, poi sarà con ogni probabilità sostituito da Alberto Grando, prorettore dell’Università Bocconi.

Dietro a questa scelta ci sono questioni grandi milioni di euro ed equilibri politici tutti da trovare. Con ordine, allora. Il congelamento dell’assise è stato di fatto chiesto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Il motivo? Da Roma vogliono vederci chiaro sui conti ancora tutti da regolare tra Expo Spa ed Arexpo, la società proprietaria dei terreni dove si è svolta la manifestazione. La prima società può contare sulla partecipazione del Governo, la seconda non ancora: Palazzo Chigi provvederà ad entrarvi entro il 18 febbraio, data dell’assemblea dei soci, attraverso un aumento di capitale. Ed è questo il punto: Expo ritiene di dover ricevere da Arexpo 75 milioni di euro come contributo per l’infrastrutturazione del sito e 72 milioni di euro per lo smaltimento delle terre di riporto. Il Governo, dal momento in cui deve entrare in Arexpo, su queste cifre vuole vederci chiaro. Soprattutto perché il presidente dimissionario di Arexpo, Luciano Pilotti, ha sempre fatto sapere che la “sua” Spa non è debitrice di tutti quei soldi. E per due motivi: i costi di infrastrutturazione sono inferiori a 75 milioni perché si è costruito meno del previsto, mentre le terre di riporto sono il frutto degli scavi per i padiglioni. Il tema si complica perché Expo Spa è società in liquidazione.

Ma a Governo ed enti locali pare sempre più opportuna la soluzione della fusione tra le due società, caldeggiata da Sala. Come regolare i conti? «Abbiamo al lavoro i tre adivsor di Cassa Depositi Prestiti – fa sapere il ministro Maurizio Martina –, il ministero ha chiesto qualche giorno per capire come procedere all'allineamento di tutte le questioni ancora aperto: non c’è alcun problema». Non solo milioni, dicevamo. Come dovrà essere organizzata la società eventualmente formata tramite nozze Expo Spa-Arexpo Spa? Questione di equilibri politici: nelle prossime settimane ci sarà un incontro tra il sindaco Giuliano Pisapia, il governatore Roberto Maroni e il premier Matteo Renzi. Per ora si stanno parlando i tecnici. Non ultimo, infine, il problema del fast Expo ed in particolare l’organizzazione dell’Esposizione Internazionale da parte della Triennale: il tempo stringe e all'appello mancano ancora parecchie gare, contratti e autorizzazioni.

Banca Etruria, bancomat per il clan dei Boschi e del corrotto Pd

Quei prestiti a vuoto di Etruria all'azienda rossa di zio Boschi

In dieci anni Stefano Agresti ha ricoperto numerosi incarichi di comando nelle imprese (poi fallite) che succhiavano soldi all'istituto di Arezzo. Oggi si è riciclato in Svizzera

La storia della famiglia Boschi sta diventando una sorta di «Dallas» dei tempi moderni. Una telenovela dai contorni grotteschi che intreccia affari e politica, soldi e partiti, banche e società.




Ma anche padri, madri, cognati, fratelli, figli e, da ieri, anche zii. L'uomo del momento non è più Pierluigi Boschi, del quale si è chiacchierato per settimane, ma il cognato, Stefano Agresti, il fratello della moglie Stefania e, dunque, lo zio di Maria Elena. Per anni lavora nel gruppo Saico, azienda leader nei forni da verniciatura, intrecciata alla storia di Arezzo e a quella dei partiti che qui hanno sempre fatto il bello e il cattivo tempo: Pci, Pds, fino al Pd. Lui, partito da Spoleto con un semplice diploma da ragioniere in tasca, si ritrova a ricoprire incarichi importanti, affiancato da uomini di partito e faccendieri locali. Le aziende che presiede, gravitano attorno alla sinistra aretina, e sono tutte (o quasi) fallite: dall'aprile 2001 è socio accomandante della «Ayr di Luciano Baielli & C.» (cessata nel 2012). Baielli, «il ragioniere» come si fa chiamare, è amministratore storico della Saico e deus ex machina del Pd. Fino al gennaio 2002 Agresti è amministratore unico della «Saico Co.» di via delle Biole, oggi in liquidazione, e fino al marzo 2010 consigliere della medesima società. Fino al novembre 2006 è amministratore unico anche della «Ayr Srl» di Laterina (in liquidazione) e fino al marzo 2010 ha l'incarico di amministratore delegato di questa azienda. Ma la parte interessante arriva con la «Saico Refinish Srl» (49 dipendenti per fabbricazione di macchine industriali) con sede a Laterina, a pochi metri dalla casa dei Boschi. Stefano Agresti è sia amministratore delegato che presidente del consiglio di amministrazione fino al marzo 2010. Partita a dicembre 2006, a maggio 2011 è già fallita e Agresti lascia un buco di 11 milioni e 231mila euro.
Ma non finisce qui: fino all'aprile 2010 è anche consigliere di un'altra azienda satellite del gruppo Saico, la «Boss engineering Srl» (che produce forni industriali) e pure della capofila «Saico Spa» (in liquidazione). A corto di poltrone, zio Stefano si fa dare dalla famiglia Zucchi, quella dell'impero orafo Unoaerre, un posto da consigliere nella «Società cooperativa lavoro Ar Uno», anche questa finita in liquidazione con un buco di quasi un milione. La famiglia Zucchi, per inciso, ha incarichi amministrativi anche in Saico.Quando il gruppo comincia a precipitare, dopo il 2008, accumulando enormi debiti anche nei confronti di Banca Etruria (circa 10 milioni di euro), Agresti è a capo di una serie di aziende, la più importante delle quali la Saico Refinish (la prima a fallire), e consigliere di amministrazione di altre. «Banca Etruria ci è rimasta dentro con tutte le scarpe. Una commistione vergognosa con l'azienda. Etruria era esposta per tanti milioni senza garanzie: dal 2008 iniziano finanziamenti a pioggia a Saico senza possibilità di essere recuperati», conferma l'avvocato Daniele Occhini che seguiva i dipendenti iscritti alla Cgil.

«Quei crediti erano di qualità pessima. Soldi dati in maniera scriteriata, crediti in sofferenza e percentuali di recupero nemmeno quantificabili. Li chiamavano crediti ma erano inesigibili», gli fa eco il collega Stefano Arrighi che difende la Ipc Srl di Michele Mosconi, una piccola impresa di logistica che ci ha rimesso 150mila euro. Un buco che supera i 100 milioni. Nel settembre 2010 parte il concordato. Il macchinista dell'operazione è Paolo Nicchi, presidente di Energia & Ambiente Srl, uomo forte del Pd, ex vicesindaco ed ex presidente della Fiera Antiquaria. Fonda una società ad hoc, la SE Ambiente, con una sospetta sede legale a Granarolo, che si assume i debiti delle quattro aziende facendosi rilasciare una fideiussione da 5 milioni di euro da una società finanziaria di Napoli, poi sparita nel nulla. La SE Ambiente fallisce nel febbraio 2013, dopo appena 7 mesi dalla sua costituzione. Come tutte le telenovela che si rispettino alla fine della storia c'è sempre una fuga. Da due anni Stefano Agresti fa il consulente per la «Saico Zero» di Stabio, in Svizzera: «Non sapevamo di avere il parente di un ministro a lavorare con noi». Beati loro.

Banca Etruria, non era truffa ma estorsione e ricatto in cambio di nulla

Confconsumatori sul caso di Banca 

Etruria: “Se il cliente non aveva i soldi 

facevano prestiti subordinando l’acquisto 

di azioni” 

29 gennaio 2016 


















Economia e Lavoro Grosseto (foto gonews.it) “I comportamenti che emergono, da parte della Banca e dei suoi operatori, sono aberranti. La concessione di prestiti, come per l’acquisto della prima casa, veniva subordinato all’acquisto di un pacchetto azionario della stessa Banca (non di poco valore) e se il cliente non aveva i soldi necessari per l’acquisto, questi venivano mutuati dalla Banca stessa”. Lo afferma in una nota, a proposito di Banca Etruria, la federazione provinciale di Grosseto di Confconsumatori che sta proseguendo nell’azione di tutela degli associati che hanno perduto i loro risparmi in obbligazioni subordinate della banca. “Addirittura – prosegue nella sua nota Confconsumatori – emergono atti pubblici dai quali si ricava che la Banca avrebbe pre determinato di concedere prestiti in ragione di 15 mila euro ogni cento azioni possedute. Comportamento scorretto”. Confconsumatori riferisce anche che “entro una decina di giorni sarà notificato il primo atto di citazione contro la nuova banca”. Per quanto riguarda la concessione dei prestiti e le condizioni imposte, secondo Confconsumatori “per fortuna con gli azionisti si è schierata la Suprema Corte di Cassazione che con la sentenza n. 19559 del 30.9.2015 ha dichiarato la nullità dei mutui o finanziamenti bancari destinati all’acquisto di prodotti finanziari emessi dalla stessa banca di scarsa redditività. In tali casi pertanto gli azionisti, ferma restando l’analisi della situazione personale e contrattuale, potrebbero agire contro la Nuova Banca per vedere dichiarata la nullità parziale del contratto di mutuo, quindi rimborsare esclusivamente la parte di prestito finalizzata all’acquisto dell’abitazione”.  Fonte: ANSA

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Infrastrutture digitali, il Li-Fi manderà a casa la fibra ottica

[Tecnologia] Viaggeremo in Li-Fi

lifi
di Elena Manzini
REDAZIONE, 29 GEN – Presto la tecnologia wireless ad alta velocità potrà essere sostituita dal Li-Fi che permetterà di “viaggiare” sul web ad una velocità di 100 volte superiore a quella del Wi-fi. Probabilmente faranno la loro apparizione sul mercato i primi prodotti già alla fine del 2016. La stessa Apple Insider si è sbilanciata affermando che il Li-fi potrebbe essere compatibile già il prossimo IPhone 7.
Il Li-fi usa la luce Led per trasmettere anziché le onde radio. Negli esperimenti in laboratorio si è visto che la velocità di download è 100 volte superiore a quella del Wi-Fi, pari a circa 224 gigabit al secondo. La nuova tecnologia non avrà problemi di interferenza rendendola disponibile per l’utilizzo anche su aerei o in determinati reparti di ospedali. Non necessitando poi di router o apparati di trasmissione gli smartphone ed i tablet sono in pole position per lo sfruttamento di questa nuova tecnologia grazie ai sensori della fotocamera.
Decisamente una rivoluzione, ma sarà applicabile anche in quelle zone d’Italia dove il Wi-fi sembra ben lungi dall’esistere? In determinate zone ci si connette (quando va bene) anche con chiavette Usb e capita spesso che la mattina ci si debba connettere con un operatore e nel resto della giornata con un altro.