Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 febbraio 2016

Renzi&Carrai uniti da soldi&potere, la sicurezza è una cosa seria

Cyber Security, Il "giglio magico" val bene una guerra

Padoan al Copasir svela l'arcano: 150 milioni per la ciber security appesi al filo della extra flessibilita chiesta alla Commissione europea

di Paolo Pollichieni  fonte ilVelino/AGV NEWS Roma



Roma,  (AGV NEWS)

In presenza di situazioni simili, gli inglesi fanno ricorso ad una semplificazione che, tradotta, suona così: “La cacca è finita nel ventilatore”. Poco elegante, sicuramente, ma sicuramente altrettanto efficace per definire il pasticciaccio che viene fuori dalla non arguta gestione dell'affair relativo alla sicurezza informatica (Cyber Security). Al Paese serve colmare il ritardo accumulato negli anni, ma a Renzi sembra interessare soprattutto metterci a capo il fido Marco Carrai che nel settore ha investito direttamente, fondando la Cys4.

Una soluzione, questa, alla quale lavora da mesi il sottosegretario Luca Lotti, fortemente attrattato dal mondo delle “barbe finte”, ma fino ad oggi costretto a cedere il passo davanti a Marco Minniti. Il nuovo percorso, cioè la creazione di fatto di una quarta agenzia che si occupi della sicurezza informatica e digitale, sembrava cosa fatta, ed invece ogni giorno che passa il progetto del premier va ad impattare con nuovi ostacoli o impallinato da nuovi dossier.

Partiamo dagli ostacoli, l'ultimo è di natura economica per come ha spiegato il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan in sede di audizione davanti al Copasir. Qui ha ammesso che esiste uno stanziamento di 150 milioni di euro, messo dal Governo nell'ultima Legge di Stabilità, ma ha anche evidenziato che tali somme potrebbero diventare indisponibili se non si riuscirà a strappare maggiore flessibilità in sede di trattativa con la Commissione europea.

Il secondo prende forma con i distinguo messi in campo quanto anche negli ambienti solitamente più prudenti: ecco infatti Giampiero Massolo, direttore del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) intervenire in maniera ufficiale per richiamare la delicatezza di un settore dove “non si può ritardare oltre”, perchè “è la nuova frontiera dell’intelligence e opera a un livello visibile e a un livello sommerso”. Un problema di finanziamenti, certo, ma anche di oculatezza delle scelte da compiere visto che, sono ancora le parole di Massolo: “Diverse aziende private si occupano di fornire questi servizi, ma ci vuole molta cautela, perché occorre verificare che i loro interessi coincidano con i nostri”. Se a questo aggiungiamo il “dettaglio” relativo al contesto nel quale Massolo ha scelto di parlare, l'impatto è ancora maggiore. Il direttore del Dis, infatti, sottolinea urgenze e perplessità prendendo la parola nel convegno dedicato al ruolo del'intelligence in Italia allestito dalla Società per l'organizzazione internazionale della quale è presidente l'ex ministro degli esteri Franco Frattini. Certo, nessun accenno diretto a Marco Carrai, ma il riferimento è fin troppo chiaro, soprattutto dopo che sulla stampa e nelle segnalazioni a magistratura ordinaria e Copasir è finita la Cys4, che appunto di sicurezza informatica e digitale si va occupando, avendo come riferimento, sia in chiave tecnica che di azionariato, forti esperienze provenienti dall'intelligenze israeliana.

E siccome i dossier in certi ambientini sono come le ciliegie, uno tira l'altro, ecco approdare sui tavoli del Copasir anche quello relativo alla Cambridge Labs, società presieduta proprio da Marco Carrai che detiene il 33 per cento della Cys4. Quella stessa Cys4 fonte di robusto conflitto d'interessi in vista di un passaggio di Carrai a Palazzo Chigi in tandem con Lotti, ma anche un'autentica gallina dalle uova d'oro visto che, come orgogliosamente sottolinea Andrea Stroppa (classe ’94), senior advisor dell’impresa, pur non avendo (almeno finora) “nessun rapporto con il settore pubblico”, in meno di un anno ha sfondato in misura tale da portare il fatturato “oltre i cento milioni di euro”, già in appena un anno di attività

Francesco costruisce ponti, al contrario di altri che distruggono e uccidono

L'ANALISI: RUSSIA, CINA E TURCHIA, L'OSTPOLITIK DI BERGOGLIO

05/02/2016  L'annunciato incontro tra il Papa e il Patriarca di Mosca, l'apertura a Pechino di qualche giorno fa, il ritorno dell'ambasciatore turco presso la Santa Sede: Francesco si conferma un giocatore globale. Ragioni e successi della "sua politica estera"

Alberto Bobbio

E’ una mossa ulteriore e sicuramente non  sarà l’ultima. Papa Francesco si conferma un giocatore globale l’unico in grado di dettare le regole del gioco e le mediazioni per farle funzionare in modo che la palla giri. L’annunciato incontro a Cuba con il Patriarca di tutte le Russie, l’intervista ad Asia Times di qualche giorno nella quale Bergoglio ha aperto porte le porte a Pechino, il ritorno a Roma dell’ambasciatore turco dopo la crisi provocata dalla frase sul genocidio armeno la scorsa primavera, frutto di abilissima finezza diplomatica da parte della Santa Sede, senza alcun passo indietro sulla considerazione della tragedia armena, confermano che la forza di Bergoglio, cioè quel suo procedere con la categoria della misericordia, può essere declinata anche in ambito politico e  diplomatico. 

Non è un caso che la Civiltà Cattolica per mano del suo direttore padre Antonio Spadaro, uno degli uomini più vicini a Bergoglio, dedichi l’editoriale dell’ultimo numero proprio alla “diplomazia di Francesco” e la descriva secondo la categoria della “misericordia come processo politico”. Non significa che il papa dimentica e che cammini al di sopra della Storia, ma significa che mette da parte anatemi e dogmi, che nessun uomo, o governo, o popolo, o religione può essere identificato come nemico assoluto, o forse solo anche parziale, ma come compagno di strada con il quale parlare, prima o poi, con il quale trovare il modo di aiutarsi durante il cammino, prima a poi.

E’ la versione di Bergoglio dell'Ostpolitik  inaugurata da Roncalli e poi portata al suo culmine dal cardinale Agostino Casaroli, che adesso si spalma sull’intero pianeta, ma non cambia di paradigma, perché, allora come oggi, procede dalla convinzione che nulla mai è perduto , che i meccanismi della politica e della diplomazia possono essere interpretati con la creatività del Vangelo inchiodata dal discorso della Montagna (beati gli umili, beati i poveri di spirito…), il quale diventa così il manifesto della nuova geopolitica di Bergoglio. 

Quello con Ankara è un piccolo episodio che definisce bene la materia e getta luce sull’azione odierna del papato. L’ambasciatore turco era stato richiamato in patria e non tornava. Relazioni diplomatiche sospese perché Francesco definì genocidio il massacro degli armeni nel 1915. Ebbene mercoledì scorso il professor Riccardo Marmara, storico cattolico turco, presenta al Papa al termine dell’udienza un libro dedicato alla squadra navale pontificia che prese parte alla battaglia dei Dardanelli nel 1657. E’ la traslitterazione italiana e turca di un manoscritto ottomano del Fondo Chigi che si trova alla Biblioteca apostolica vaticana. Sembra una notizia da nulla, perché al Papa alla fine dell’udienza regalano molti libri. Ma la Santa Sede con una mossa diplomatica molto fine pubblica una nota attraverso la Sala stampa nella quale riferisce del libro e lo mette nel contesto e ne offre una lettura fin ai “tragici eventi del 1915”. Non si ripete la parola genocidio, non serve, perché la misericordia come categoria politica e diplomatica non ha la smania di sottolineare, di alzare bandiere e lasciarle a sventolare. Né ha quella di dividere il mondo un buoni o cattivi, tutto bianco o tutto nero, appunto al di sopra della storia che è sempre più complessa nel suo svolgersi e nelle sue memorie rispetto a quello che accade. 

La diplomazia di Francesco sbaraglia ogni orizzonte, non aderisce ad alcun obbligo. Anzi gioca in proprio, cerca interlocutori, spezza schematismi. Alcuni lo criticano, gli danno dell’ingenuo, di avere un pensiero incompleto o, nel migliore del casi, troppo aperto.  Lui non se ne cura e va avanti deciso, apre processi senza preoccuparsi di come si chiuderanno. Spezza via schieramenti che la globalizzazione gli offre come predefiniti e guai a toccarli.  Tutti i giocatori sono ammessi da Bergoglio, basta che giochino e che non cerchino di rubare il pallone. C’è aria nuova anche nelle analisi. 

Nell’intervista ad Asia Times invita a non aver paura di Pechino, di chi ha in tasca le chiavi dell’economia globale e poi invita a ragionare con un pensiero nuovo, oltre la logica di Yalta, di cui nessuno parla più, ma che resta drammaticamente alla radice di ogni mossa del grande gioco globale. E’ molto di più dell’invito di Giovanni Paolo II all’Europa di respirare con  due polmoni. E’ un ammonimento a non  considerare nulla perduto, a non competere sempre, a considerare il mondo multipolare, poliedrico, secondo una espressione tanto cara a Bergoglio, che è il modo virtuoso di intendere la globalizzazione, per evitare di essere travolti appunto dalla follia globale. Bergoglio svuota ogni vaso dall’acqua stagnante dello scontro, categoria geopolitica sulla quale si è costruita sempre una pace, ma che poteva non essere altro che tranquillità e che faceva male ai popoli perché la tranquillità è destinata semanticamente a trasformarsi in inquietudine con risultati di solito disastrosi. 

La narrazione del mondo di Bergoglio è altro. Ha chiuso in un armadio ogni retorica, anche quella dell’armonia tra poteri differenti, ma sempre concorrenti. La categoria della misericordia ha fatto la differenza. Anche con la Terza Roma. E il lavorio diplomatico, politico e religioso, della Chiesa di Bergoglio, la sua capacità agile e leggera di costruire ponti ovunque con sorprendente velocità, è riuscito a mettere in moto processi e forse a prospettare soluzioni imprevedibili. A maggior bene di tutti, a qualunque latitudine.

Isis/al Qaeda e Stati Uniti, accomunati dalla medesima passione assassinare un generale di un paese sovrano

Iran: "Gli Usa stanno progettando di assassinare Qassem Soleimani"

"La sua voglia di martirio dovrà attendere". Fin dal 2010, la presunta morte di Soleimani, musulmano devoto e strenuo difensore della teocrazia sciita, è stata annunciata a più riprese
Franco Iacch - Sab, 06/02/2016

“Gli Stati Uniti sono disperati perché non sanno come assassinare il generale Soleimani, tuttavia abbiamo adottato misure di massima sicurezza per proteggere il nostro comandante da tali minacce”.


E’ quanto ha dichiarato ai media del paese il Capo di Stato Maggiore della Forze Armate iraniane, il generale Hassan Firouzabadi.

Fin dal 2010, la presunta morte di Soleimani, musulmano devoto e strenuo difensore della teocrazia sciita, è stata annunciata a più riprese.

Il quindici novembre scorso, ad Aleppo, elementi del Free Syrian Army, le forze sostenute dagli Stati Uniti, affermarono di aver lanciato un missile TOW contro il mezzo su cui viaggiava Soleimani, comandante delle forze iraniane in Iraq ed in Siria. Nella stessa auto, i ribelli affermarono di aver eliminato anche tre comandanti iraniani: Masoud Askari, Mahmud Dahakan ed Ahmed Rajai. La notizia fu subito smentita dagli iraniani che pubblicarono anche una foto di Soleimani (si scoprirà essere vecchia di quattro mesi).

Nonostante le smentite, i Mojahedin del Popolo Iraniano, l’opposizione politica del paese, in un comunicato ufficiale parlarono di condizioni disperate, con controspionaggio iraniano che impose un blackout totale per evitare eventuali fughe di notizie sulle condizioni del “Comandante Ombra”.

In risposta all’opposizione, Teheran dovette confermare l’incidente, parlando di “lesioni non gravi". A causa delle ferite riportate Soleimani non partecipò alla classica riunione dei comandanti dell’esercito con l'Ayatollah Khamenei. La nomina del comandante della Forza Quds è esclusiva prerogativa della Guida Suprema.

Vecchia conoscenza degli USA e oggetto di sanzioni dall’Occidente, Soleimani è il comandante della Forza Quds che gestisce una rete di forze delegate in tutto il Medio Oriente, tra cui Siria, Iraq, Yemen e Libano da quindici anni. La Forza Quds o Brigata Gerusalemme, ala per le operazioni speciali del Corpo delle Guardie rivoluzionarie dell'Iran, è ritenuta responsabile della morte di centinaia di soldati americani in Iraq. Secondo il Pentagono, la Forza Quds supporterebbe gruppi terroristici in Libano, Yemen e Iraq.

Il generale Soleimani è vivo e al sicuro – ha aggiunto Firouzabadi – i terroristi diffondono voci false a causa delle pesanti perdite subite dal nostro esercito, la sua voglia di martirio dovrà attendere

con questo euroimbecille si può concordare sul fatto che in Europa ognuna va per conto suo, la strategia che viene applicata serve solo alla Germania e l'Euro imploderà MA che i fondamentali siano sani dimostra che il nostro vive sulla luna, il commercio internazionale langue, i disoccupati sono milioni, il Pil è in picchiata

LE INTERVISTE DEL WEEK END - Cipolletta: "L'Europa sta sbagliando tutto: o cambia o non regge"

INTERVISTA A INNOCENZO CIPOLLETTA, economista - "I fondamentali dell'economia reale non giustificano il crollo della Borsa ma da Bruxelles e da Berlino arrivano segnali poco rassicuranti. L'Italia ha fatto quel che doveva ma il modello di integrazione e di sviluppo dell'Europa a trazione tedesca ci porta fuori strada: o si cambia in fretta o non si regge"












"L'Europa è l'unica area al mondo senza un governo in grado di controllare i fenomeni dell'economia e dei mercati finanziari, e capace di dare una sorta di garanzia di ultima istanza contro le crisi sistemiche ". Innocenzo Cipolletta, economista, già direttore generale di Confindustria ed ora presidente dell' Università di Trento, presidente dell'Aifi e di Ubs Italia sim,  si caratterizza da sempre per l'originalità delle sue analisi e per le sue ricette che sono spesso in contrasto con l'ideologia prevalente e con un certo stanco conformismo dell'accademia e del politicamente corretto.
 
In una situazione di grande volatilità sui mercati finanziari e di estrema incertezza sulle prospettive dell'economia mondiale,e in un contesto geopolitico che vede l'inasprirsi di conflitti armati e il ritorno dei nazionalismi che spingono i vari stati europei a fronteggiare da soli le difficoltà,mettendo in grave rischio la costruzione Europea,  lo abbiamo interpellato proprio per mettere a fuoco una diagnosi corretta della situazione ed indicare, se possibile la migliore via d'uscita.
 
Firstonline - La violenta crisi dei mercati azionari che ha colpito prima le banche e poi si è estesa a molti altri titoli, in particolare quelli ciclici, viene spesso liquidata dai responsabili politici come frutto della speculazione o di operatori che non hanno capito che i fondamentali delle economie, almeno quelle degli USA e dell'Europa, sono comunque in lieve miglioramento rispetto allo scorso anno. Ma forse movimenti così violenti rappresentano comunque un disagio degli operatori che se non viene affrontato rapidamente rischia poi di trasferirsi sull'economia reale. Come dobbiamo leggere questa fase di turbolenze ?
 
Cipolletta - Ci sono vari livelli di problemi che vanno attentamente valutati. A livello di movimenti di capitale si devono registrare vari fenomeni. I fondi sovrani dei paesi legati al petrolio stanno sicuramente alleggerendo le proprie posizioni perchè il basso prezzo del greggio richiede il rientro di capitali nei paesi di origine. Anche dalla Cina stanno uscendo molti capitali ( con crolli delle quotazioni di borsa ), ma pochi vengono in Europa data l'incertezza sulle prospettive del nostro continente. Poi l'introduzione del bail in è stata giustamente interpretata come un aumento dei rischi dell'investimento nelle banche che peraltro con i tassi così bassi fanno fatica a registrare utili soddisfacenti. In generale credo sia fondata la posizione di coloro che sostengono che i fondamentali dell'economia reale non sono così negativi da giustificare un tale crollo delle quotazioni di Borsa, ma tuttavia bisogna capire che gli operatori guardano anche ai segnali che vengono dalle autorità e non possono non vedere che quelli che vengono da Bruxelles o da Berlino sono poco rassicuranti , perchè o danno l'impressione di non avere la capacita' di intervenire in tempo per contrastare eventuale fenomeni negativi, o addirittura mandano segnali di voler proseguire su una strada sbagliata, che non ha avuto successo e comunque opposta a quella che servirebbe per stabilizzare le aspettative e favorire la propensione agli investimenti ed ai consumi.
 
Firstonline - Ci riferiamo al bail in e a tutti i vincoli posti in capo alle banche ed alle politiche fiscali dei governi?
 
Cipolletta - Dire che il mercato deve risolvere da solo tutte le sue crisi è pura illusione. Questo non avviene in alcun paese. Anche gli USA, dopo il caso Leman hanno salvato tutte le banche ed anche le aziende in difficoltà, come quelle dell' auto.
 
Ora inserire nuovi vincoli, come vorrebbe la Germania, al possesso dei titoli pubblici da parte delle banche avrebbe conseguenze disastrose non solo per le banche , ma per l'economia di molti paesi tra i quali certamente l' Italia. Dire che i titoli pubblici sono a rischio e quindi richiedere delle coperture di capitale da parte delle banche che li possiedono, equivale a mandare un messaggio ai mercati sulle possibilità che un paese può fallire. E se lo dice una autorità come il ministro delle Finanze tedesco o la Commissione di Bruxelles, cosa devono fare gli operatori se non vendere. ? Il problema è quindi quello di un' Europa senza governo dove ci sono delle regole che i singoli paesi devono rispettare, come il divieto degli aiuti di Stato, il bail in, i bilanci in pareggio, che hanno un senso se esistesse un governo centrale che, come accaduto negli Stati Uniti, in caso di bisogno fosse in grado di intervenire con politiche fiscali o finanziarie per evitare crisi sistemiche o periodi di stagnazione eccessivamente lunghi.
 
Firstonline -  In realtà noi europei vorremmo passare da un sistema basato sulla socialità ad un sistema di mercato dove ogni soggetto deve assumersi i propri rischi, senza sperare in aiuti pubblici.
 
Cipolletta - Noi in Europa abbia creato un modello di solidarietà che certo ha dato luogo ad abusi, ma che ha anche contribuito a ridurre i rischi per i singoli soggetti. Il passaggio ad un sistema di puro mercato, che magari può essere anche considerato eticamente più corretto, sta però creando incertezza e paralisi che ci porta nel migliore dei casi verso una lunga stagnazione ( proprio perchè si riduce la propensione dei singoli ad assumere rischi) . Il problema europeo è quindi quello di ripulire dagli azzardi di chi è riuscito ad approfittarne,il nostro modello di solidarietà ma non abolirlo in tempi troppo stretti.  Casomai occorre  avviare un percorso più lungo e realistico. Altrimenti faremo solo danni e non riusciremo nemmeno a raggiungere l'obiettivo.
 
Firstonline -  Rimaniamo in Europa. Quali sono gli errori di fondo che si stanno facendo e quali quelli di  gestione corrente. C'è una via di uscita?
 
Cipolletta -  L' Europa a trazione tedesca sta commettendo un errore  concettuale enorme. Si dice : prima raggiungiamo l'equilibrio tra i  vari paesi e quindi dei loro bilanci pubblici, della loro competitività, delle loro banche, e poi procediamo ad avanzare verso più stretti legami nelle finanze pubbliche e nella politica. E ' una strada che non ci porterà da nessuna parte. Quando mai le varie regioni di un paese hanno raggiunto l'uniformità prima di unirsi ? Ancora oggi questa uniformità non c'è in Italia , o in Francia, ma neanche in Germania ed in Gran Bretagna. Poi l'Europa con la riduzione dei deficit pubblici e con l'enfasi sulla competitività sta di fatto spingendo per basare la propria crescita  solo sull'export. Ma questo è possibile per un'area di oltre 400 milioni di cittadini ? E poi a chi dovremmo esportare le nostre merci.? In realtà la nostra crescita dovrebbe basarsi sulla domanda interna stimolata soprattutto dai paesi che avendo un debito sotto controllo, possono fare per alcuni anni una politica di deficit del loro bilancio o dagli investimenti gestiti dalla UE.  Ma per far questo occorrerebbe un governo federale più forte dell'attuale commissione di Bruxelles che ormai fa una politica sempre meno comprensibile, trattando in maniera diversa i diversi paesi ed apparendo in balia degli strattonamenti da parte dei più forti.  La situazione e' molto difficile. Non vedo svolte a breve. Certo l' attuale sistema non sembra in grado di continuare a lungo.
 
Firstonline - prendiamo il caso della Gran Bretagna....
 
Cipolletta -  Minacciando di uscire dalla Comunità con un referendum, Cameron sta ottenendo delle concessioni che di fatto minano la compattezza europea e che potranno dare il via a richieste da parte di altri paesi con il risultato che avremo una Europa a la carte, dove ogniuno prenderà quello che preferisce. Secondo me bisognava non accettare il ricatto e mettere Cameron di fronte alle sue responsabilità. Del resto credo che l'uscita dall' Europa danneggi più gli inglesi che noi continentali.
 
Firstonline -  E l' Italia che cresce, ma ancora troppo poco per le sue esigenze, come può comportarsi per cercare di cambiare il segno della politica europea?
 
Cipolletta -  L' Italia ha fatto tutto quello che doveva fare. La politica fiscale è stata molto restrittiva tanto che il deficit strutturale è vicino allo zero. Se non avessimo avuto una severa recessione e l'inflazione fosse su livelli di normalità, anche il nostro debito scenderebbe e quindi tutti gli allarmi che ogni tanto di sentono in giro per l'Europa sono infondati. D'altra parte è ormai evidente che se i tagli della spesa pubblica mantengono una fase di quasi stagnazione allora il rapporto debito - PIL non ce la farà mai a scendere proprio perchè il denominatore va giù o è fermo.  Sul versante delle riforme mi pare che si sia fatto tutto quello che si doveva. Ora l'importante è curarne l'implementazione senza la quale le nuove leggi non si tramutano in comportamenti concreti. Dall' Europa per ora non arrivano sostegni ma addirittura segnali destabilizzanti.
 
Firstonline - E' quindi giusto chiedere  un pò più di flessibilità nel deficit di bilancio per cercare una accelerazione della crescita?
 
Cipolletta - Credo che alla fine Bruxelles cederà alle richieste italiane. Ma il problema è che noi non possiamo dare l'impressione che vogliamo solo spendere più soldi pubblici per fare qualche regalo qua e là. Dobbiamo trovare il modo per chiedere una riflessione strategica su dove sta andando l' Europa. Se deve essere solo un insieme di Stati autonomi con legami modesti come quelli reclamati da Cameron, oppure se bisogna  fare qualche passo in avanti  verso una più stretta integrazione, e come farlo. Stare in mezzo  al guado ci porta solo svantaggi. Ed anche in Italia la pubblica opinione sta cominciando ad essere profondamente delusa dal tipo di politica che viene da Bruxelles.La disciplina va bene, ma sull' altro piatto della bilancia quali vantaggi e garanzie ci sono?
 
Firstonline - Ma l' Europa oggi attraversa una profonda crisi  legata in maniera particolare alla questione degli immigrati la cui mancata gestione gestione (pur tenendo conto delle oggettive difficoltà) sta dando fiato alle formazioni nazionaliste che ci riporterebbero agli anni cinquanta o, speriamo di no, agli anni trenta.
 
Cipolletta -  Se si pensa che nel dopoguerra lo sviluppo italiano fu trainato dagli immigrati, cioè dalla nostra gente che si trasferiva dalle campagne alle città e dal Sud al Nord, e che aveva bisogno di case, scuole, servizi oltre alle fabbriche nelle quali lavorava. In questo modo si sono sviluppati gli investimenti e la domanda interna. Oggi gli Stati dovrebbero investire sull'immigrazione creando una organizzazione per gli ingressi e per facilitarne l' integrazione nell'economia e nella società. Non è semplice, ma l'Europa nel suo insieme non ci sta nemmeno provando. Proprio per questo serve un chiarimento su quale Europa vogliamo. E l' Italia è nelle condizioni di portare la discussione su un livello più alto e veramente strategico. Il tempo e' poco. Occorre agire con rapidità.

Giulio Regeni, un marxista non avrebbe mai frequentato la Fratellanza Musulmana, un'organizzazione islamista che vuole la sharia. Quasi certo la morte è dovuta a questi che l'hanno seviziato e torturato per poi abbandonarlo una volta morto

Giramondo e marxista. Il web s'innamora di Giulio Regeni

Social scatenati: "Amava il teatro, era ghiotto di salmone"
Luigi Guelpa - Sab, 06/02/2016



Quando una parte della società si appropria di un moderno referente simbolico significa che ne ha bisogno più per tendenza che per reale necessità. Se poi il referente è scomparso in circostanze tragiche farne un novello re Artù, che ritornerà un giorno a ristabilire libertà e giustizia, diventa quasi naturale.


È una consuetudine deplorevole, che aveva già travolto Vittorio Arrigoni, l'attivista e pacifista italiano ucciso a Gaza cinque anni fa. Neppure il povero Giulio Regeni è riuscito a salvarsi dalla trappola della canonizzazione. Social e parte dei media si sono cimentati in un'autentica gara di articoli dedicati alla scomparsa del giovane ricercatore utilizzando una melassa incline allo spirito di beatificazione. Stiamo assistendo a slanci di necrofilia che ricordano quelli vergati ai tempi della scomparsa di Lady Diana, laddove qualcuno arrivò a scrivere che «era leggera», e che «il suo cadavere pesava appena. Sarà ascesa direttamente al cielo».

Per ora l'hashtag carico di speranze #WhereisGiulio? si è trasformato nel più malinconico #GiulioisEverywhere. In effetti Giulio è ovunque, soprattutto sulle prime pagine di tutti i giornali che cercano di comprendere chi e perché l'abbia assassinato. Tra i parecchi punti oscuri emerge un elemento inconfutabile: Giulio era impegnato politicamente verso una sinistra non propriamente moderata. Lo si evince dall'immagine di copertina di Enrico Berlinguer sul suo profilo Facebook, dalle collaborazioni con il Manifesto, e soprattutto dallo stretto rapporto con i rappresentanti del sindacato Centre for Trade Union and Worker Services (Ctuws), Centro sindacale e di servizi al lavoratore, organizzazione indipendente dei lavoratori in Egitto. Giulio Regeni condivideva gli ideali del suo leader, Kamal Abbas, incarcerato per i disordini di piazza Tahrir nei mesi della Primavera Araba egiziana.

L'interesse per Ctuws, organizzazione che è stata estromessa dal presidente Al Sisi da qualsiasi tavolo di concertazione sindacale, era nata nel 2011 dopo l'incontro in Italia con Fathy Tamer, uno dei leader di Ctuws vicino al Partito Libertà e Giustizia, movimento «benedetto» dalla Fratellanza Musulmana che portò all'elezione di Mohamed Morsi. Tamer è sempre stato sostenitore della linea dura e dopo l'insediamento di Al Sisi aveva dichiarato al quotidiano Al Ghomouria: «Dobbiamo scioperare, a oltranza. Se i lavoratori si rifiutano di lavorare bloccano il Paese e il governo dovrà fare un passo indietro, fino a dimettersi». Frequentazioni di sicuro impegnative quelle di Giulio Regeni, viaggiatore, intellettuale e ricercatore. Chi oggi racconta, ipnotizzato dalla «necrofama», che odiava il ketchup sulla pizza e che era ghiotto di salmone cotto al forno, che leggeva Pasolini e ascoltava i Subsonica, o che recitava a teatro ed era stato una promessa del basket, si tiene alla larga dal ricordare che nei giorni precedenti alla sua scomparsa aveva preso parte a una riunione con persone legate alla Fratellanza Musulmana, dichiarata il 25 dicembre 2013 dal Consiglio dei Ministri egiziano «organizzazione terroristica». Tutto questo ovviamente non giustifica nella maniera più assoluta il barbaro assassinio, maturato forse nel suo desiderio di conoscere, condividere e sposare cause rischiose in un paese difficile come l'Egitto. Di sicuro era un ragazzo molto coraggioso e maturo nonostante la giovane età.

A 17 anni aveva lasciato il liceo Petrarca di Trieste per andare a studiare a Santa Fe, nel New Nexico. Si era poi trasferito in Inghilterra, ma aveva nel cuore il Medio Oriente. Parlava fluentemente l'arabo, era stato in Siria e più volte in Egitto. Ufficialmente era tornato al Cairo per la tesi di politica economica all'università di Cambridge, dipartimento di politica e studi internazionali. Amava il Cairo, agli antipodi della natia Fiumicello (in provincia di Udine), e ben sapeva che in arabo al-Qahira significa «la soggiogatrice», ma forse non immaginava che sarebbe stato lui stesso a dover pagare il caro prezzo della sottomissione.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/giramondo-e-marxista-web-sinnamora-giulio-1220975.html

Gli euroimbecilli ri-scoprono il protezionismo, strumento sempre utile per difendere la produzione delle proprie merci

“Patto d’acciaio” di sei Paesi europei contro la concorrenza di Cina e Russia

Anche l’Italia in campo: “L’Ue fermi la corsa al ribasso dei prezzi”
Nasce il «Patto d’Acciaio» europeo contro la concorrenza sleale del tondino scatenata da Cina e Russia. I ministri dell’Industria di sei paesi - Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Regno Unito - hanno scritto ieri alla Commissione Ue per invocare maggiore protezione per il settore siderurgico, e chiedere l’adozione «di ogni misura possibile» contro i comportamenti irregolari che colpiscono un mercato minato da una diffusa sovracapacità. Un passo chiave, si legge nella lettera firmat...continua
MARCO ZATTERIN

2016 crisi economica, crollo del commercio mondiale

Baltic Dry Index crolla sotto 300 punti




Per la prima volta da quando viene rilevato, l'indice dei noli per le navi rinfusiere secondo sotto la soglia dei 300 punti. Cala anche quello dei container dalla Cina all'Europa.


Il 5 febbraio 2016 si chiude un'altra settimana nera per i noli navali sulle lunghe distanze, che non sono importanti solo per il trasporto marittimo, ma rappresentano importanti indicatori della salute dell'economia globale. Il Baltic Dry Index è sceso, per la prima volta da quando viene rilevato, sotto i 300 punti, toccando il livello 298. E non è detto che si sia toccato il fondo, perché gli analisti restano preoccupati. Basti pensare che da novembre 2015 l'indice ha perso ben duecento punti. Il nolo medio per una capesize è di 2743 dollari al giorno, poco inferiore a quello per una supramax, che tocca i 2837 dollari al giorno, mentre quello di una panamax è di 2314 dollari al giorno.
Prosegue la discesa anche dell'indice Shanghai Containerized Freight Index, che questa settimana ha perso l'8,1%, toccando il valore medio spot di 431 dollari per teu verso i porti dell'Europa del Nord. Si chiude quindi la quinta settimana consecutiva di calo lungo le rotte tra Cina ed Europa. Il calo è leggermente minore tra Cina e Mediterraneo (-7%).

2016 crisi economica, i conti si saldano, non siamo mai usciti dalla crisi de 2007/08, abbiamo solo rallentato gli eventi pompando soldi alla finanza speculativa predatoria, ma il gioco non poteva reggere e i buoni propositi fatti non sono stati implementati neanche uno, NON si è fatta la separazione tra la banca commerciale e quella d'investimento

Mercati finanziari ed economia non sono più coordinati
 Paolo Brambilla 5 febbraio 2016 

I mercati finanziari sono sempre più in balia di forze che con l'economia hanno poco a che fare: ingegneria finanziaria, trading automatizzato, interventi massicci da parte di banche centrali, nuovi players ... In questa situazione è ancora la capacità di crescita di un Paese alla base della sua prosperità economica? È ancora la capacità di un'impresa di generare utili alla base della buona performance delle sue azioni in borsa? E quindi i mercati finanziari dove andranno nei prossimi mesi?

Aldo Giannuli, storico, sul suo interessante blog www.aldogiannuli.it si chiede se siamo di nuovo alla vigilia di una crisi globale. E scrive “C’è un modo empirico per sapere se una grande crisi è in arrivo: quando gli economisti scrivono che non è un nuovo ’29 (o 2008) vuol dire che è in arrivo qualcosa di peggiore del 1929 (o del 2008). Di solito gli economisti sono bravissimi a prevedere le crisi quando già sono in pieno svolgimento”.

Dopo un mese di gennaio da dimenticare, certo uno dei peggiori nella storia italiana e mondiale, con quotazioni di molte azioni in caduta libera, dobbiamo però fare una considerazione controcorrente. Il petrolio ha raggiunto livelli minimi: sembra che i mercati finanziari la considerino una sciagura, e in effetti lo è per molte società del settore energetico, ma forse non è così per tutti.

Aldo Giannuli prosegue “L’Arabia Saudita, con la sua politica del prezzo stracciato, si sta riducendo molto male ed è costretta (cosa impensabile sino a poco tempo fa) alla spending review, ma sta riducendo ancor peggio le compagnie petrolifere americane”.

A parte il Medio Oriente, dove i costi di estrazione non raggiungono mai i 40 dollari al barile, anzi sono spesso sensibilmente inferiori, in molti altri Paesi per i soli costi di estrazione non bastano 50 dollari e nel caso dello shale americano si stimano almeno 65 dollari al barile (ancor di più per quello canadese estratto da sabbie bituminose).

Ma perché non considerare anche gli aspetti positivi del fenomeno? Tutte le aziende che non fanno parte di questo comparto possono prevedere sostanziali risparmi nei costi di produzione, trasformazione e trasporto. I consumatori a loro volta fruiranno di prezzi più competitivi e in generale di una maggiore disponibilità derivata dal minor costo delle bollette energetiche.

Eppure qualcosa non funziona, visto che, come abbiamo detto, il mondo finanziario non prova nessun sollievo al diminuire del costo del petrolio, ed anzi lo teme sempre più.

A ciò si aggiunge lo spettro della deflazione (approfondiremo domani l’argomento) e il quadro diventa ancora più cupo.

In un nostro articolo di due settimane fa riportavamo il consiglio della Royal Bank of Scotland: “vendere tutto” e prepararsi a un "anno catastrofico" e una crisi deflazionistica globale: “i principali mercati azionari potrebbero diminuire del 20%” si affermava “e il petrolio potrebbe precipitare a 16 dollari al barile”.
E’ bastato solo qualche giorno perché la profezia iniziasse ad avverarsi, con un tempismo agghiacciante.

"Vendete tutto, tranne le obbligazioni di elevata qualità. Si tratta di conservare il capitale, non di remunerarlo” si leggeva in una nota della banca ai propri clienti. Come contestare un suggerimento tanto saggio?

In realtà Paul Krugman, professore all’Università di Princeton, scrive su Internazionale: “La mia previsione è ancora che la situazione non sia così grave: è spinosa in Cina, ma per il resto del Mondo è solo una turbolenza”. Molto meno ottimista è Nouriel Roubini, economista della New York University, che scrive su Repubblica di scorgere sinistre somiglianze con il 2008 e parla di un imminente pericolo di crack.

Allora il detonatore furono i mutui subprime, ora potrebbe essere la catena di fallimenti delle società dello shale oil. Per evitare un altro crollo, Roubini consiglia alle autorità fiscali e monetarie dei principali Paesi di assumere subito un’iniziativa forte e proattiva, altrimenti il crollo dei mercati, che trascinano l’economia reale, non si fermerà. La Fed dovrebbe interrompere i rialzi, la Bce potenziare il quantitative easing e altrettanto la Bank of Japan. Infine la Banca centrale cinese dovrebbe imbracciare con maggior decisione la strada dello stimolo monetario.

D’altra parte un certo cambiamento è avvenuto negli ultimi decenni anche da parte del sistema bancario. Storicamente le banche sono sempre state degli enti che si interponevano positivamente fra risparmiatori e aziende che necessitassero di finanziamenti, ricavandone un ragionevole margine di profitto. Cioè le banche (e anche le Borse) erano sempre state al servizio dell’economia. Purtroppo invece negli ultimi anni “la finanza si è stufata di essere al servizio dell’economia” come affermava qualche giorno fa la dr.ssa Alida Carcano di Valeur Investments nel corso di una breve conferenza. “Si sono cercate nuove forme come i derivati ecc. Così è esplosa sì la finanza, ma non l’economia”. La Borsa è diventata uno strumento di speculazione, e le nuove tecniche, come i sistemi di trading algoritmico, hanno avuto come conseguenza che gli spostamenti di capitali sono fatti tutti all’unisono, nella stessa direzione, decisi da intelligenze artificiali che non sono in grado di valutare le sfumature. Così basta che Draghi dica qualcosa e il dollaro sale o scende immediatamente, a prescindere dalla visione di lungo periodo.

2016 crisi economica, una concausa del crollo delle borse, ma è l'aumento dei tassi d'interessi della Fed che ha cercato di cambiare la strategia che ha determinato caos e volatilità, non ci stanno capendo niente vanno avanti a tentoni, miliardi si aggirano nel mondo in cerca di profitti che non ci sono

L'allarme rosso sulle Borse mondiali: "I fondi sovrani stanno vendendo"

I fondi sovrani dei Paesi produttori di petrolio hanno dimezzato il loro potere d'acquisto
Mario Valenza - Gio, 04/02/2016 

La parola d'ordine in Borsa: vendere. Non stiamo parlando degli azionisti della domenica ma degli investitori forse più importanti dal 2008 a questa parte, da quando cioè è esplosa la crisi.



I fondi sovrani dei Paesi produttori di petrolio hanno dimezzato il loro potere d'acquisto. Colpa del prezzo del greggio colato a picco negli ultimi mesi (-70%), toccando i minimi degli ultimi 12 anni. Come spiega il Sole 24 Ore, oggi quegli stessi fondi, che a pieno regime e con le casse piene quando il petrolio era alle stelle pompavano sui mercati i loro 700-800 miliardi di dollari di surplus, possono investire "appena" 200-300 miliardi l'anno. Come dire: il "doping" delle Borse è finito e i mercati azionari e obbligazionari hanno sempre meno liquidità.

Per far fronte al prolungato debito di liquidità, i fondi hanno iniziato a dismettere il loro patrimonio finanziario, 4.000 miliardi di dollari: l'erosione anche di una minima parte di questo tesoro rischia di creare un'onda stile tsunami sull'economia globale. Secondo l'asset manager Lyxor negli ultimi mesi i fondi sovrani dei Paesi del Golfo, da soli, negli ultimi mesi hanno venduto circa 300 miliardi di dollari di azioni) e secondo molti analisti l'inquietante volatilità dei mercati potrebbe essere dovuta proprio alla smobilitazione selvaggia dei fondi sovrani. Lo specchio perfetto di quanto sta accadendo è l'Arabia Saudita, che ha già annunciato un deficit di 87 miliardi e conseguente massiccia opera di risanamento: più debito (prima emissione obbligazionaria in dollari dal 2007), privatizzazioni (in testa quella del colosso del settore idrocarburi Saudi Aramco) e dismissioni di asset, che nel 2015 si sono già ridotti di 73 miliardi di dollari.

Migranti, è la Fratellanza Musulmana di Tripoli che gestisce il traffico sud e il governo fantoccio Fayez Al Serraj poggia su questa realtà, imbecilli

Ecco numeri e dettagli choc delle migrazioni da Libia, Eritrea ed Egitto

Che cosa ha detto l'ammiraglio Enrico Credendino, comandante della missione EunavFor Med, ascoltato il 4 febbraio dalle commissioni Difesa di Camera e Senato


Donne che assumono la pillola perché sanno che saranno violentate dai trafficanti e minori venduti a chi espianta gli organi. C’è anche questo dietro la tragedia dell’immigrazione che travolge l’Italia e l’Europa. L’ammiraglio Enrico Credendino (nella foto), comandante della missione EunavFor Med, è stato ascoltato il 4 febbraio dalle commissioni Difesa di Camera e Senato e ha fornito cifre impressionanti come bilancio dell’attività. Il 14 per cento dei migranti che partono dalla Libia, ha detto Credendino, è composto da donne «che sanno che verranno abusate durante il viaggio tanto che molte prendono la pillola, è veramente una condizione terribile». L’8 per cento è composto da bambini e minori non accompagnati, in particolare provenienti da Egitto ed Eritrea. «Alcuni – ha aggiunto l’ammiraglio – pare che possano essere venduti alle reti che espiantano organi».

I NUMERI

I dati forniti dal comandante di EunavFor Med confermano che l’anno scorso gran parte del fenomeno migratorio non ha riguardato l’Africa: «L’83 per cento dei migranti ha scelto la rotta da Est, il 16 per cento quella da Sud» perché quest’ultima «è una rotta molto più pericolosa». Si tratta comunque di numeri alti perché dalla Libia nel 2015 sono partite circa 150.000 persone verso l’Italia e circa 3.000 sono morte in mare. Il 91 per cento ha come base di partenza la Tripolitania e il 9 per cento l’Egitto, anche se quest’ultimo flusso è quasi scomparso nelle ultime settimane.

L’IMPEGNO ITALIANO

La missione europea antiscafisti impegna 1.400 uomini, di cui 700 italiani, ed essendo allo stesso tempo un’operazione militare e di polizia ha permesso di ricostruire l’attività dei trafficanti. Credendino e l’ammiraglioAndrea Gueglio, collegato da bordo della portaerei Cavour, hanno fornito dettagli interessanti: per esempio a est di Tripoli vengono usati gommoni di fabbricazione cinese tanto sottili che affondano dopo il primo viaggio. La «fornitura» parte dalla Turchia e passa per Malta, costano 8.000 euro l’uno e imbarcano 100 persone e alla fine il guadagno è di 700-800 euro netti per migrante. Se vengono utilizzate barche in legno, invece, il guadagno netto arriva a 400.000 euro.

LO SCENARIO

Ma le imbarcazioni in legno sono sempre di meno perché, ha detto Credendino, «abbiamo arrestato 48 scafisti e sequestrato 66 barche». Con l’operazione europea Sophia sono state salvate 9.000 persone. Il futuro dipende innanzitutto da un eventuale governo libico, non solo per l’avvio di un’operazione militare sul terreno. Credendino ha ricordato infatti che solo d’intesa con i libici sarà avviata la cosiddetta «fase 3», cioè la possibilità di operare anche in acque territoriali e a ridosso delle spiagge libiche per combattere meglio gli scafisti.

I COSTI

Il fenomeno immigrazione costa tantissimo all’Italia: 6,1 miliardi di euro nel triennio 2014-2016. Lo spiega una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro realizzato su dati di ministero dell’Interno, Commissione europea, prefetture, Anci e Fondazione Leone Moressa. La voce più importante è quella di vitto e alloggio, cioè l’accoglienza in senso stretto: alla fine del 2016 sarà pari a 3 miliardi e 668 milioni, ai quali vanno aggiunti costi militari, spese sanitarie e amministrative.

Siria&Parigi, le tecniche per reclutare i mercenari sono della Cia, i soldi sono dell'Arabia Saudita, così si è gonfiata prima la Rivoluzione a Pagamento e poi l'Isis/al Qaeda

LE RESPONSABILITÀ DEL FENOMENO FOREIGN FIGHTERS: L’ESEMPIO DEL FREE SYRIAN ARMY

(di Antonio Teti)
04/02/16 
L’ISIS è riuscita a creare una metodologia di reclutamento basata sulle pulsioni motivazionali ed ideologiche dei reclutati. È modello di “digital recruitment” che si basa sull’utilizzo del web, dei social network e degli applicativi di posta elettronica cifrati. Il tutto per cercare di diffondere messaggi propagandistici e persuasivi in qualsiasi angolo del pianeta, ovunque vi sia una giovane mente che possa essere psicologicamente plasmata per condurla ad abbracciare la causa del Califfato universale. E sembra proprio che le tecniche di condizionamento virtuale in rete funzionino egregiamente, dato che il numero di foreign fighters attualmente in forza all’ISIS sembra oscillare tra le 20.000 e le 30.000 unità.   
Ma se l’ISIS è riuscita a coltivare con grande cura e dedizione la crescita esponenziale dei foreign fighters a livello mondiale, è altresì vero che alcune responsabilità sulla sua creazione vanno attribuite all’Occidente ed in particolare agli Stati Uniti. Un esempio è quello della creazione del Free Syrian Army (FSA). Nato come movimento combattente per condurre un'opposizione armata al regime di Bassar al-Assad, diventa l’unico strumento disponibile per gli Stati Uniti, in accordo con l’Arabia Saudita e il Qatar, per destituire il dittatore siriano. L’idea, nata e accarezzata all’interno della CIA, nasce dall’impossibilità di poter giustificare un intervento della NATO, non essendo la Siria un Paese che ne fa parte. Inoltre non era riproducibile neanche ciò che era stato fatto in Libia, ossia della costituzione di una forza multinazionale di intervento, dato che la Russia aveva posto il veto presso l’ONU per un intervento militare di coalizione. Alla CIA decisero quindi di ripetere ciò che era stato compiuto nel 1980 in Afghanistan contro l’esercito russo: creare, organizzare e addestrare gruppi di combattenti locali per combattere le forze militari nemiche, una decisione che pose le basi per la creazione di al-Qaeda. Fu così che orde To resolve this setback, the CIA, together with Saudi Arabia and Qatar, proceeded to do exactly what had been done in Afghanistan – hordes of foreign Salafist Muslim “freedom fighters” were brought into Syria for the express purpose of overthrowing its secular government.di stranieri salafiti musulmani "combattenti per la libertà" furono fatti affluire in Siria con  l'esplicito scopo di rovesciare il suo governo secolare. With unlimited funds and American weapons, the first mercenaries were Iraqi al-Qaeda who, ironically, came into existence in the course of fighting the American army in Iraq.Grazie a fondi illimitati e armi americane (entrambe generosamente erogate dalla CIA), i primi mercenari che furono fatti convergere in Siria non erano altro che iracheni appartenenti ad al-Qaeda, che, per ironia della sorte, appartenevano principalmente al gruppo di al-Nusra, uno dei più irriducibili gruppi di combattenti operante in Siria e in Libano, il cui obiettivo è quello di modificare la struttura sociale multirazziale e laica della Siria in uno stato islamico sunnita.  
Il governo statunitense, probabilmente rassicurato dalla CIA sul carattere moderato del Free Syrian Army, continuò a riporre la massima fiducia sul gruppo combattente e sull’imminente rovescio del regime di Bassar al-Assad. Tuttavia sembra che nessuno si sia accorto che all’interno del gruppo rivoluzionario siriano stavano affluendo gruppi di salafiti musulmani intenti ad organizzare attacchi terroristici in tutta la Siria. E a nulla valsero i comunicati del governo di Damasco sulle atrocità commesse dall’FSA su soldati, civili, giornalisti, operatori umanitari, e funzionari pubblici, che furono etichettate dai paesi occidentali come semplice “propaganda”. L’intero enorme sistema di supporto degli Stati Uniti al Free Syrian Army fu descritto come una mera “assistenza” ai rivoltosi, ma secondo quanto riportato in un articolo del 2012 dal New York Times[1], “[…]…gli Despite these reports, the USA insisted it was only providing “assistance” to those who identified themselves as being part of the Free Syrian Army.As reported in June 2012 by the New York Times , “CIA officers are operating secretly in southern Turkey, helping allies decide which Syrian opposition fighters across the border will receive arms to fight the Syrian government… The weapons, including automatic rifles, rocket-propelled grenades, ammunition and some antitank weapons, are being funneled mostly across the Turkish border by way of a shadowy network of intermediaries including Syria's Muslim Brotherhood and paid for by Turkey, Saudi Arabia and Qatar, the officials said.”ufficiali della CIA operavano segretamente nel sud della Turchia per concordare la fornitura, ai combattenti dell'opposizione siriana oltreconfine, di armi per combattere il governo siriano ...[…]. Le armi, tra cui fucili automatici muniti di lanciagranate, munizioni e armi anticarro, venivano incanalati per lo più attraverso il confine turco per mezzo di una rete oscura di intermediari tra cu i fratelli Musulmani siriani e ufficiali dell’intelligence araba, pagati dalla Turchia, Arabia Saudita e Qatar".
Va ricordato che in seguito alla caduta del governo di Gheddafi nel 2011, la CIA organizzò il rapido trasferimento di un intero arsenale di armi libiche ai ribelli siriani. Come riportato in un articolo del Times[2] dal giornalista Seymour Hersh[3], nel 2012 una nave libica ormeggiata in Turchia, con 400 tonnellate di armi e munizioni (tra cui una quarantina di missili terra-aria SAM-7), salpò con destinazione Turchia meridionale per raggiungere il confine con la Siria. I destinatari erano i jihadisti di al-Qaeda. All’inizio del 2013 una ulteriore spedizione[4] effettuata da 75 aerei, di otre 3.000 tonnellate di armi, parte dalla Croazia con la complicità dell’Arabia Saudita in qualità di finanziatore dell’operazione. La CIA e l’MI6 avevano il compito di organizzare e gestire la consegna degli armamenti ai “meritevoli mercenari siriani”. Anche in un articolo pubblicato sul New York Times[5], del 23 marzo 2013, si conferma il ruolo dell’Arabia Saudita quale finanziatore dell’operazione, elevando però a 160 il numero dei velivoli coinvolti nel trasporto. Secondo alcune fonti le armi sarebbero state trasportate inizialmente dalla compagnia Turkish Cargo, società del gruppo Turkish Airlines, e successivamente dalla giordana International Air Cargo. Gli accordi per organizzare il trasporto sarebbero stati presi da funzionari americani e l’ambasciatore croato negli Stati Uniti.   
Nonostante il supporto fornito ai vari gruppi che costituivano il Free Syrian Army, le forze governative di Damasco hanno continuato a sconfiggerli e a sbaragliarli su tutto il territorio, minando la fiducia delle milizie sul conseguimento della vittoria. All’inizio del 2014, dopo le crescenti diserzioni di jihadisti militanti del FSA, una nuova forza militare si impone sia nello scenario siriano che su quello internazionale: è la nascita dell’ISIS o Daesh in arabo. Forte di numerosi successi militari, ottiene l’attenzione di tutto il mondo soprattutto per l’efficienza della sua struttura organizzativa. Questo è il risultato della valanga di denaro saudita e della miopia dell’Occidente: una coalizione di gruppi reazionari wahabiti confluiti all’interno dell’ISIS, indottrinati per il conseguimento, ad ogni costo, della costituzione di uno Stato Islamico integralista. Nato come un’appendice di al-Qaeda, l’ISIS ne ha assorbite le milizie, le armi, i finanziamenti ed il sostegno dei maggiori paesi islamici. Patrick Cockburn, corrispondente del Financial Times per il Medio Oriente[6] asserisce:“I genitori adottivi dell’ISIS e di altri movimenti jihadisti sunniti in Iraq e Siria, sono l’Arabia Saudita, le monarchie del Golfo e la Turchia”, sottolineando il ruolo dell’MI6 e dell’intelligence turca nella faccenda.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, sembrano non imparare dagli errori commessi. Finanziarono i mujahidin di al-Qaeda in Afghanistan contro i russi, definiti “combattenti per la libertà”, per poi accorgersi, dopo l’11 settembre, che si erano trasformati nel peggiore pericolo per gli Stati Uniti. Il medesimo errore lo hanno ripetuto in Siria, creando, almeno in parte, i presupposti per la nascita dell’ISIS.