Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 27 febbraio 2016

Carrai&Renzi, opportunità politica dice che non è il caso di affidare la sicurezza cibernetica a chi gli ha pagato per anni un appartamento a Firenze a gratis

Nomina al Cyber crime, Carrai messo a bagnomaria. Renzi ancora indeciso

26 febbraio 2016 di Giorgio Ferrini


di Giorgio Ferrini

Continua il duro braccio di ferro sulla nomina di Marco Carrai alla guida di una struttura apposita contro la criminalità informatica. Il premier Matteo Renzi aspetta che si plachino le polemiche per piazzare nel cuore dello Stato l’amico di una vita, ma allo stesso tempo non vuole scatenare una guerra con i servizi segreti e con il suo sottosegretario Marco Minniti, gelosi delle proprie competenze e dei propri budget milionari. E sulla carriera pubblica dell’imprenditore e brasseur d’affaires fiorentino pesa anche il fatto di non aver conseguito una laurea.

IL BIVIO – Sono passati oltre 40 giorni da quando Il Fatto Quotidiano ha svelato che Renzi voleva affidare a Carrai la poltrona di “Zar” della lotta al cyber crime. Un’intenzione subito confermata da Palazzo Chigi, che però invitava alla cautela sull’esatta organizzazione e configurazione giuridica della nuova task force. In particolare, il Presidente del Consiglio e i suoi più fidati consiglieri risultano tutt’ora divisi su due modelli alternativi tra loro: un’agenzia con i poteri dei servizi d’informazione (soluzione preferita in primis da Carrai) e un ufficio snello, alla diretta dipendenza del premier, con funzioni di “alta consulenza” e nessun inquadramento tra gli 007 (schema perorato dai vertici dei servizi segreti e dal sottosegretario Minniti). Questa profonda diversità di vedute ha scatenato una guerra sotterranea che ancora si combatte, anche a colpi di veline e “polpette avvelenate”. L’ultima? Quella che dava per certa la nomina in questo ruolo del generale della Guardia di Finanza Paolo Poletti, attuale vicedirettore dell’Aise, con Marco Carrai in veste di suo vice. Non che a Poletti manchino le competenze, ma è impensabile che Carrai accetti una posizione subordinata dopo esser stato preallertato per fare il numero uno.

IMBARAZZI – Al momento, le ipotesi più probabili sul campo sono due. La prima prevede appunto la “giubilazione” preventiva dell’uomo che affittava casa a Renzi, con però il suo rientro dalla finestra come fornitore della nuova struttura. In pratica, una sorta di compensazione economica. E’ noto, infatti, che Carrai ha una società che si occupa proprio di sicurezza informatica. La seconda ipotesi prevede l’ottenimento della tanto sospirata nomina, ma a questo punto senza le cosiddette “garanzie funzionali” di agente segreto. C’è poi un ulteriore aspetto che finora è restato sullo sfondo, ma che non è per nulla banale. La legge prevede che per assumere incarichi dirigenziali pubblici sia necessario un adeguato curriculum universitario, ovvero la laurea. Ma Carrai, 38 anni, ufficialmente risulta ancora perito, anche se non è da escludere che in questi ultimi tempi si sia laureato da qualche parte. Se fosse nominato ai vertici di un’agenzia pubblica, dei servizi o meno, il suo semplice diploma di scuole superiori potrebbe far scattare una censura della Corte dei Conti. Per Renzi sarebbe decisamente imbarazzante. Comunque vada a finire resta il fatto che la vicenda non è stata gestita molto bene da Palazzo Chigi, che ha fallito il blitz e ha scatenato un vespaio. Le opposizioni, Forza Italia e Movimento Cinque Stelle in testa, continuano ad accusare il Presidente del Consiglio di voler “sistemare” ai servizi segreti un amico senza curriculum, addirittura per gestire informazioni sensibili.

NoMuos, la Marina militare statunitense non ha titolo per richiedere risarcimento in quanto quelle costruzioni sono illegali secondo la legge italiana


Muos, gli Usa chiedono i danni a Turi Vaccaro
Avvocata: «Vogliono rifarsi sullo Stato italiano»

ANDREA TURCO 26 FEBBRAIO 2016


CRONACA – A novembre aveva preso a martellate una delle parabole del Muos. Ora gli Stati Uniti intendono costituirsi parte civile nel dibattimento a carico del pacifista Turi Vaccaro. Un colpo di scena nella lunghissima partita che vede contrapposti Stato italiano e Us Navy da una parte, e movimento No Muos dall'altra

La Marina militare statunitense intende costituirsi parte civile nel dibattimento a carico del pacifista Turi Vaccaro. È un ulteriore colpo di scena quello al quale si è assistito oggi al tribunale di Gela nella lunghissima partita che vede contrapposti Stato italiano e Us Navy da una parte, e movimento No Muos dall'altra. Dopo l'udienza di convalida che aveva stabilito il divieto di dimora per Vaccaro nella provincia di Caltanissetta, l'inusuale richiesta è stava avanzata da un certo avvocato Marino, dal marcato accento campano, che si è definito portavoce del governo americano. Presenti pure due donne, funzionari militari a stelle e strisce. 

L'11 novembre scorso Turi Vaccaro era entrato all'interno della base militare di contrada Ulmo, a Niscemi, ed aveva preso a martellate una delle parabole. Causando un danno stimato in 800mila dollari. Arrestato il giorno dopo, il noto attivista, non nuovo ad azioni del genere, era stato condotto dopo l'udienza di convalida alla Pagoda della Pace di Comiso. Dall'amico di una vita, il monaco giapponese Gyosho Morishita. Nessuno da quel momento ha più notizie di Vaccaro. Lo conferma Giusy Ialazzo, l'avvocato d'ufficio che gli è stato assegnato per il procedimento in corso. «Non riesco a rintracciarlo – dice la legale – nonostante abbia firmato il suo domicilio presso il mio studio.Servirebbe una sua firma anche per ottenere una delega ed accedere a riti alternativi». 

Se per il movimento No Muos l'eventuale richiesta di risarcimento danni è una novità assoluta, così non è per il famoso non-violento originario diMarianopoli. Il 27 ottobre 2005 Turi Vaccaro fu condannato dal tribunale di Breda, in Olanda, a 750mila di dollari di ammenda scontabili con 12 mesi aggiuntivi di detenzione per essere penetrato all'interno della base Nato di Woensdrecht e aver danneggiato, anche quella volta con un martello, i comandi di due aerei F16 capacitati a trasportare bombe atomiche. Tutto era stato studiato con la massima precisione: dalla data prescelta, cioè il 9 agosto 2005 a 60 anni di distanza dal lancio della bomba atomica su Nagasaki, al martello utilizzato e comperato ad Assisi alla marcia della pace. 

A 10 anni di distanza da quei fatti, l'ennesima azione di Turi Vaccaro sulla quale questa volta la Marina militare Usa non intende transigere. Sulla richiesta di costituzione civile di parte civile la giudice Ersilia Guzzetta ha aggiornato il dibattimento al prossimo 1 aprile. «È tutto molto strano», è la valutazione dell'avvocato Ialazzo, che si è opposta all'eventualità avanzata dalle autorità americane. «Bisognerà presentare una legittimazione, documenti alla mano. Dubito che un legale italiano, nei modi visti oggi, possa rappresentare un governo straniero. Bisognerà presentare una legittimazione, con documenti alla mano. È evidente che c'è una strategia dietro, l'intenzione sarà quella di rifarsi sullo Stato. Anche per accertare eventuali responsabilità, che so, di mancato controllo».

NoMuos, il balletto in continuo del Consiglio di Giustizia Amministrativa denota che nessuno vuole rimanere con il cerino in mano

Muos, nuovo colpo di scena: non si va in sentenza ma si faranno le misurazioni

muos niscemi oriz

Nuovo colpo di scena: non si va in decisione, il CGA ci ripensa e dispone una nuova verificazione con misurazioni sul campo.
Con un’ordinanza il Consiglio di giustizia amministrativa cambia idea e dispone nuove verificazioni.
Qui il provvedimento:
N. 00059/2016 REG.PROV.COLL.
N. 00379/2015 REG.RIC.
REPUBBLICA ITALIANA
Il CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA PER LA REGIONE SICILIANA
in sede giurisdizionale
ha pronunciato la presente
ORDINANZA
sul ricorso numero di registro generale 379 del 2015, proposto dal Ministero della Difesa, rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato, domiciliata in Palermo, Via De Gasperi 81;
per la riforma
della sentenza del T.A.R. SICILIA – PALERMO, Sez. I, n. 461/2015, resa tra le parti, concernente autorizzazione installazione sistema di comunicazione satellitare M.U.O.S. – revoca.
Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Viste le memorie difensive;
Visti gli appelli incidentali depositati;
Visti tutti gli atti della causa;
Viste, in particolare, la sentenza parziale n. 581/2015 e la relazione del collegio di verificazione;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 25 febbraio 2016 il Cons. Nicola Gaviano e uditi per le parti l’avvocato dello Stato Pollara e gli avvocati C. Virgadavola, E. Nigra, A. Bonanno, N. Giudice anche su delega di A. Bruno, S. Papandrea, C. Giurdanella e D. Nastasi;
1 Il Consiglio deve preliminarmente pronunziarsi sulla richiesta di sospensione del presente giudizio presentata da taluni degli appellati.
Dai medesimi è stata dedotta la pendenza dinanzi a questo C.G.A. di un’impugnazione per revocazione (n. 1009/2015 Reg.Gen.) proposta avverso la sentenza parziale n. 581/2015: da qui la richiesta di sospensione di questo giudizio d’appello in attesa della definizione del relativo giudizio di revocazione.
La richiesta di sospensione deve essere respinta. La giurisprudenza ha già chiarito che, nel caso d’impugnazione di una sentenza parziale, ove il giudizio prosegua dinanzi allo stesso Giudice deve escludersi la sussistenza di una sospensione necessaria ex art. 295 cod.proc.civ., in quanto nella relativa vicenda non si configura l’esistenza di un’altra controversia pregiudiziale, dalla cui definizione dipenda la decisione del giudizio ipoteticamente pregiudicato, ma si tratta della stessa controversia inizialmente unitaria (cfr. C.d.S., IV, 22 gennaio 2014, n. 306; Cass.civ., II, 12 ottobre 2009, n. 21590).
2 Numerosi tra gli appellati hanno inoltre sottoposto a critica la composizione del collegio di verificazione.
Questo con particolare riferimento alla prevista presenza, in esso, accanto a due componenti di estrazione strettamente scientifica, di tre membri identificati, pur con facoltà di delega a un esperto, in Ministri aventi investiture istituzionali in materie lambite dalla controversia (rispettivamente, i titolari dei Dicasteri della Salute, dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare, e infine delle Infrastrutture e Trasporti): componenti, in quanto tali, “essenzialmente politici”, in maggioranza numerica, e per giunta, si assume, nemmeno estranei alle parti in Giudizio (come invece prescrive l’art. 19 C.P.A.).
E’ stato altresì dedotto che il collegio di verificazione nel suo insieme non possiederebbe tutte le professionalità necessarie a sviluppare una verificazione completa, satisfattiva dei quesiti posti dal CGA (con particolare riferimento alla tutela dell’Area SIC “Sughereta di Niscemi”).
In contrario è però immediato osservare:
– che nessono dei tre Ministri è parte del giudizio, il quale nemmeno investe il Governo nella sua collegialità;
– che il collegio di verificazione si è costituito già ab origine con la partecipazione, in luogo dei suddetti tre Ministri, rispettivamente dei seguenti esperti di settore: il dott. Carlo Grandi, ricercatore del Dipartimento di Medicina, Epidemiologia, Igiene del Lavoro e Ambientale dell’I.N.A.I.L.; il prof. Gabriele Falciasecca, ordinario dell’Università di Bologna; l’ing. Pietro Barbagallo, della Direzione Regolazione Navigabilità dell’E.N.A.C., oltre all ing. Paolo Giuseppe Ravazzani, del CNR;
che la presidenza del collegio è stata assegnata alla professoressa Maria Sabrina Sarto, professore ordinario di elettronica presso l’Università La Sapienza di Roma;
– che per quanto precede risulta fuori dubbio, oltre che la professionalità e l’indipendenza, anche la complessiva competenza tecnica del collegio di verificazione rispetto alle tematiche formanti oggetto dell’approfondimento istruttorio affidatogli (le quali anche con riferimento all’Area SIC devono comunque appuntarsi, giusta il secondo quesito, sulle emissioni elettromagnetiche dell’impianto M.U.O.S.).
Le contestazioni indicate risultano quindi prive di fondamento.
3 Il Consiglio dopo queste preliminari puntualizzazioni in rito deve subito evidenziare che ai fini del presente giudizio occorre disporre il completamento delle operazioni di verificazione già in precedenza assegnate al relativo collegio.
3a Come taluni degli appellati non hanno mancato di ricordare, la sentenza parziale di questo Consiglio n. 581/2015, cui il collegio deve prestare ossequio in quanto possibile, ha formulato il primo quesito della verificazione imperniandolo sulla decifrazione della “effettiva consistenza” delle emissioni generate dall’impianto M.U.O.S. “quando funzionante”.
Il Consiglio ha anticipato, nell’occasione, che avrebbe applicato la regola di giudizio ricavabile dall’art. 116 c.p.c. ove la verificazione non si fosse basata “anche sui risultati degli accertamenti, effettuati in loco, delle emissioni effettivamente prodotte dall’impianto M.U.O.S. in un arco temporale rilevante ai fini valutativi (compatibilmente con la durata massima stabilita per l’effettuazione della verificazione)”.
Infine, dopo avere rimarcato che l’impianto risultava essere già funzionale, per quanto non operativo, il Consiglio ha fatto carico al Ministero della Difesa del compito di assicurare che i verificatori venissero posti “nelle condizioni migliori per poter compiere gli accertamenti disposti da questo Consiglio”.
Per completezza, va infine ricordato che anche il decreto del 17 dicembre 2015 di proroga del termine originariamente stabilito per l’espletamento delle operazioni istruttorie, cui questo collegio deve anche ossequio ove possibile, nel fare riferimento a queste ultime, le definiva proprio come “le operazioni di verificazione da effettuare presso l’impianto MUOS”.
3b Da quanto precede si desume, quindi, con sufficiente chiarezza, come, in forza dell’impostazione già stabilita da questo Consiglio in occasione della propria sentenza parziale, la verificazione dovesse essere accompagnata da un accertamento puntuale condotto alla luce delle effettive risultanze del funzionamento dell’impianto.
In tal senso la sentenza parziale era stata del resto intesa anche, in origine, dal collegio di verificazione, che aveva appunto inizialmente programmato il compimento, a coronamento delle proprie analisi di tipo teorico, anche di verifiche di tipo sperimentale consistenti, appunto, nella misurazione dell’intensità dei campi irradiati dall’impianto nelle effettive condizioni di funzionamento alla massima potenza prevista, mediante misurazioni in loco che erano state specificamente programmate per i giorni 13 e 14 del mese di gennaio 2016.
3c Le dette misurazioni presso l’impianto in funzione non sono però poi state in concreto effettuate.
E’ difatti avvenuto che il collegio di verificazione sia stato costretto da circostanze sopravvenute a soprassedere dai propri accertamenti in situ, e ciò in particolare a causa della improvvisa e inopinata indisponibilità delle indispensabili apparecchiature comunicata dall’ARPA, che pure ne aveva precedentemente garantito la disponibilità piena.
Il collegio dei verificatori, alla luce dei dati empirici già disponibili agli atti di causa derivanti da precedenti misurazioni riscontrati coerenti con i risultati delle proprie analisi teoriche, aveva quindi ritenuto che le misurazioni in situ non fossero necessarie per il completamento della verificazione nel termine che il CGA aveva assegnato.
3d Il Consiglio, tuttavia, in coerenza con le ricordate disposizioni impartite a suo tempo con la propria sentenza n. 581/2015 non ritiene possibile prescindere, almeno allo stato, dal completamento della verificazione nel senso già precisato (beninteso ove ciò si confermi materialmente possibile).
Il collegio di verificazione dovrà pertanto procedere agli accertamenti mancanti, con le modalità già stabilite dalla precedente sentenza (si richiamano qui, per la loro importanza, specialmente quella del contraddittorio con i consulenti di parte, con conseguente comunicazione preventiva ai medesimi della data, luogo e orario delle operazioni da compiere, e quella della facoltà del collegio di prendere visione ed estrarre copia degli atti e documenti del fascicolo processuale), trasmettendo al Consiglio una relazione integrativa redatta alla luce delle misurazioni in situ effettuate.
4 Il Consiglio ravvisa infine l’esigenza che il collegio di verificazione, in aggiunta a quanto precede, prenda anche motivata posizione sulle obiezioni formulate nella relazione finale depositata in giudizio dai consulenti tecnici delle parti appellate in data 15 febbraio 2016.
5 Il Comune di Niscemi continuerà ad anticipare a prima richiesta tutte le spese di funzionamento del collegio di verificazione, le cui ulteriori operazioni dovranno concludersi nel termine indicato dal seguente dispositivo.
P.Q.M.
Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale,
riservata ogni ulteriore decisione in rito e nel merito, dispone che il collegio di verificazione completi la verificazione già disposta compiendo le previste misurazioni in sito ad impianto funzionante; al collegio sono inoltre richiesti gli ulteriori elementi di valutazione indicati in motivazione.
La relazione integrativa di verificazione, redatta con le modalità di cui in motivazione, dovrà essere trasmessa a questo Consiglio entro il 24 marzo 2016.
Si rinvia per la prosecuzione del giudizio all’udienza del 14 aprile 2016 concedendo termine per note alle parti sino al 4 aprile 2016.
Manda alla segreteria per le comunicazioni di rito al presidente e ai componenti del collegio di verificazione, cui dovrà essere trasmessa anche copia della relazione finale dei consulenti di parte, e a tutte le parti in causa.
Così deciso in Palermo nella Camera di consiglio del giorno 25 febbraio 2016 con l’intervento dei magistrati:
Claudio Zucchelli, Presidente
Silvia La Guardia, Consigliere
Nicola Gaviano, Consigliere, Estensore
Giuseppe Mineo, Consigliere
Giuseppe Barone, Consigliere
   
   
L’ESTENSORE IL PRESIDENTE
   



   
DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 26/02/2016
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

Hiroshima&Nagasaki, solo gli stati Uniti possono testare armi nucleari, al resto del mondo è proibito

Video. Gli Usa testano un missile ICBM e avvisano: "Siamo preparati ad usare armi nucleari"



Ieri sera alle 11:01 PST nella base aerea di Vandenberg, California, per la seconda volta questa settimana, gli Stati Uniti hanno testato un missile balistico intercontinentale. Cercando di dimostrare la loro capacità nucleare in un momento di crescenti tensioni strategiche con la Russia, la Corea del Nord e Cin, gli Stati Uniti hanno lanciato il missile disarmato Minuteman III ad una velocità che ha raggiunto i 24.000 km orari ed è atterrato una mezz'ora più tardi a 4.200 miglia (6.500 km) di distanza nelle Isole Marshall del Pacifico del sud. Lo riporta Zero Hedge.

L'intero lancio è stato immortalato in un video, rilasciato da Vandenberg appena 4 giorni dopo il precedente lancio ICBM. Più inquietante del lancio è stata la retorica utilizzata: invece di descriverla come un altro test di routine, il vice segretario alla Difesa Robert Work, che ha assistito al lancio, ha detto che le prove degli Stati Uniti servono ad inviare un messaggio ai rivali strategici come la Russia, la Cina e la Corea del Nord: Washington ha un arsenale nucleare efficace.
"Questo è esattamente il motivo per cui facciamo tutto questo", ha detto ai giornalisti di lavoro prima del lancio. "Noi, i russi e i cinesi abitualmente facciamo test di prova per dimostrare che i missili operativi che abbiamo sono affidabili. E questo è un segnale ... che siamo pronti ad usare armi nucleari in difesa del nostro paese, se necessario."

Come aggiunge Reuters, il dimostrare l'affidabilità della forza nucleare ha assunto ulteriore importanza di recente perché l'arsenale americano è vicino alla fine della sua vita fisiologica e un'ondata di scandali nella forza nucleare hanno sollevato interrogativi sulla capacità di risposta.

Il Dipartimento della Difesa ha versato milioni di dollari per migliorare le condizioni per le truppe responsabili per il personale e il mantenimento dei sistemi nucleari.

Il bilancio della difesa finale del presidente Barack Obama, colui che dopo l'elezione e il premio Nobel per la pace aveva promesso una de-nuclearizzazione del mondo nel noto discorso di Praga - ha previsto un aumento $ 1,8 miliardi per la spesa delle armi nucleari, visto l'invecchiamento dei bombardieri del paese.

Se solo il comitato Nobel potesse vedere questo video oggi.

2016 crisi economica, Bernie Sanders ha parlato della necessità di reintrodurre il Gass-Steagall Act per ripristinare la netta separazione tra banche di deposito e banche d’investimento, nonché di intervenire per spaccare i colossi di Wall Street in una serie di istituti più piccoli

Deregulation
Too big to fail: il pericoloso gigantismo di Wall Street

Frammentare le grandi banche?


La liberalizzazione dei capitali, finita sul banco degli imputati in seguito alla catena di crisi da debito estero scoppiate a partire dagli anni ’80, fu promossa, incoraggiata ed imposta per diverse ragioni concrete. Occorreva, in primo luogo, favorire il ricircolo del denaro dell’Opec, che durante i primi anni ’80 aveva accumulato, grazie agli esorbitanti aumenti di prezzo indotti dagli shock petroliferi del 1973 e dl 1979, un gigantesco surplus quantificabile in circa 500 miliardi di dollari. I Paesi membri dell’organizzazione convogliarono l’80% circa di questo surplus verso i Paesi industrializzati, avendo questi rapidamente emulato l’esempio della Federal Reserve di Paul Volcker, che nel 1979 aveva imposto un brusco rialzo dei tassi di interesse allo scopo specifico di garantire ai capitali stranieri un elevato livello di remunerazione. Le banche commerciali installate nei Paesi industrializzati intenzionate a riutilizzare tali fondi attraverso il prestito estero cominciarono allora ad esercitare forti pressioni sulle autorità politiche affinché rimuovessero le restrizioni attraverso cui le singole nazioni proteggevano il mercato interno. Il che ha fatto sì che nell’arco di 30 anni (1980-2010) gli investimenti esteri della Francia crescessero dal 3,6 al 57% del Pil, quelli della Germania dal 4,7 al 45,7%, quelli dell’Italia dall’1,6 al 28%. Secondo alcune stime, se quella ricchezza fosse rimasta entro i rispettivi confini nazionali, la Francia avrebbe avuto modo di creare 5,9 milioni di posti di lavoro, la Germania 7,3 milioni e l’Italia 2,6 milioni . Posti di lavoro che sono stati semplicemente trasferiti dai Paesi industrializzati alle nazioni in via di sviluppo.

Il successo riscosso da questa campagna ha poi spinto le autorità dei Paesi industrializzati a promuovere analoghe deregolamentazioni interne, volte a favorire il rientro dei capitali investiti all’estero. Le banche europee approfittarono di questa ‘apertura’ del mercato per inondare i Paesi del Terzo Mondo di dollari, in modo da accollare ad essi i rischi connessi alla tenuta della divisa statunitense. Come scrive l’economista Bruno Amoroso: «i capitali europei, abbondanti di dollari e in un quadro di generale instabilità e di rischio finanziario, riprodussero verso i Paesi emergenti e i Paesi poveri la stessa manovra messa in atto dagli Stati Uniti nel dopoguerra. Iniziarono cioè un’aggressiva politica di crediti facili e d’investimenti in Africa, in America Latina e in Asia, per la colonizzazione economica di quei mercati (secondo il ben noto paradigma ‘armi contro materie prime’ o ‘armi contro debito’) da cui avrà poi inizio il circolo vizioso del debito dei Paesi emergenti. Questa politica produsse due risultati a favore dell’Europa: scaricò i rischi del valore aleatorio del dollaro su altri Paesi, tramutandolo in accesso ai valori reali offerti da quelle economie e insediandosi in quei mercati; e diluì nel tempo, mediante l’indebitamento di quei Paesi, il rientro dei capitali correlato da interessi che coprivano i rischi del dollaro e dell’inflazione per le economie europee».

La deregulation lanciata dall’Amministrazione Reagan con l’obiettivo dichiarato di agevolare il rientro dei capitali dei Paesi produttori di petrolio procedette a marce serrate per tutti gli anni ’80 e ’90, producendo conseguenze che in pochi sono stati in grado di prevedere. Un effetto particolarmente perverso è stato quello di consentire alle banche di elevare la propria leva finanziaria, che in alcuni casi arrivò a superare il rapporto di 50:1 (33:1 Bear Stearns, 37:1, Lehman Brothers, 53:1, Deutsche Bank, 61:1 Barclays). Come risultato, le cinque maggiori banche d’affari statunitensi arrivarono a finanziare investimenti per un valore complessivo di 4.000 miliardi di dollari a fronte di un capitale proprio inferiore ai 200 miliardi, ponendosi in tal modo in una condizione particolarmente precaria in cui una piccola alterazione negativa del loro capitale di base, dovuta all’entità dei rischi, le avrebbe esposte alla prospettiva della bancarotta.

Un altro risultato altrettanto pericoloso fu quello favorire la messa a punto delle più complesse tecniche d’arbitraggio – che fanno leva sui differenziali nei tassi di cambio o nei tassi di interesse da Paese a Paese per scremare i più alti profitti possibili – e la diffusione a macchia d’olio di prodotti finanziari estremamente sofisticati meglio conosciuti come ‘strumenti derivati’ – che si basano sulla valutazione e la conseguente compravendita dei rischi connessi a determinati beni. Nel corso degli anni si è rapidamente arrivati a ad emettere i derivati ‘over the counter’, vale a dire derivati non iscrivibili nei bilanci, negoziabili al di fuori dei mercati regolamentati e sottratti a qualsiasi forma di controllo da parte delle autorità di vigilanza. Il che rende irrintracciabili i contratti relativi alla compravendita dei derivati ‘over the counter’ e pressoché impossibile il compito di valutare l’effettivo stato finanziario delle compagnie che li detengono – alla fine del 2008, si stimava che il valore totale di questi derivati ammontasse a oltre 800 trilioni di dollari, mentre il volume di quelli ‘rintracciabili’ fosse prossimo ai 400 trilioni, a fronte di un Pil mondiale pari a 57 trilioni di dollari.

Così, quando Brooksley Born, Presidente della Commodity Futures Trading Commission, sottopose all’attenzione della Casa Bianca uno studio sui derivati in cui si evidenziava la pericolosità di questi prodotti finanziari facenti parte di un mercato deregolamentato da 50.000 miliardi di dollari e si indicava la necessità di introdurre misure che li regolamentassero, il Segretario al Tesoro Larry Summers oppose il proprio veto e il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan ribadì l’importanza di confidare nella capacità auto-equilibratrice del mercato. Bill Clinton dichiarò la propria piena sintonia con Summers e Greenspan, seguito a ruota dal Congresso, che affossò definitivamente la bozza proposta dalla Born pochi anni prima di approvare (1999) il Financial Modernization Act (o Gramm-Leach-Bliley Act). Questa legge eliminò le residue normative atte a disciplinare l’attività degli istituti bancari di Wall Street soppiantando il Glass-Steagall Act, una fondamentale norma del New Deal rooseveltiano risalente al 1933, che sanciva la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento allo scopo di proteggere l’economia reale dagli azzardi finanziari. Con la ratifica del Senato Usa e l’approvazione del presidente Bill Clinton, il Financial Modernization Act entrò definitivamente in vigore, consentendo a investitori istituzionali, fondi pensione, compagnie assicurative, banche commerciali e banche d’investimento di integrare liberamente i propri compiti e le proprie funzioni, seguendo l’esempio delle grandi aziende manifatturiere. Lo sviluppo ipertrofico del settore finanziario avvenne quindi entro una cornice generale caratterizzata dal più totale vuoto normativo, in cui la deregolamentazione dei singoli mercati nazionali non venne sostituita con nuovi regolamenti internazionali atti a disciplinare i movimenti di capitale.

Non a caso, il governo, il Congresso e la Federal Reserve avevano chiuso entrambi gli occhi di fronte all’ondata di fusioni tra i grandi istituti bancari avviata diversi anni prima che il Financial Modernization Act entrasse in vigore. NationsBank (che riuniva North Carolina National Bank e C&S Sovran) si era unita alla BankAmerica (che aveva acquisito Security Pacific, Continental Bank of Illinois e l’11% della China Construction Bank) originando il colosso Bank of America, Bank One of Ohio si era legata a Fist Chicago Nbd dando vita al colosso delle carte di credito Bank One, Citibank si era fusa con Travelers Group (che aveva già inglobato Salomon Brothers) formando Citigroup (il più grande conglomerato finanziario del mondo), Wells Fargo aveva rilevato Norwest Bank (che aveva già inglobato United Banks of Colorado), mentre JP Morgan & Co. e Chase Manhattan Bank (che aveva già acquisito Chemical Bank, che a sua volta si era fusa con Manufacturers Hanover Trust e aveva inglobato Texas Commerce) erano confluite nell’agglomerato Jp Morgan Chase. La prospettiva di alimentare notevolmente il proprio business negli Usa incoraggiò le banche europee concorrenti a penetrare nel mercato statunitense associandosi a istituti d’oltreoceano; la tedesca Deutsche Bank si associò alla Banker’s Trust e acquisì la banca d’investimento Alex Brown, l’elvetica Credit Suisse mise le mani su First Boston. La britannica Hsbc si legò invece a Wells Fargo e inglobò la Edmond Safra’s Republic New York Bank. Le grandi banche europee e asiatiche che non erano riuscite a stingere partnership strategiche con quelle statunitensi decisero invece di unirsi tra loro per rimanere sufficientemente competitive. In Italia, Unicredit inglobò Capitalia, Banca Intesa si unì a San Paolo e Monte dei Paschi di Siena acquisì Banca Antonveneta, originando una concentrazione del credito che ha a sua volta dato vita ad un “cartello”, destinato a rafforzarsi ulteriormente in seguito ad un provvedimento attraverso cui il governo ha trasformato le banche popolari – tradizionalmente legate al territorio ed ancorate all’economia reale – in Spa, rendendole così scalabili dai grandi gruppi finanziari. La Francia è stata investita da una campagna di concentrazione grosso modo analoga a quella italiana, con la Banque National de Paris (Bnp) che acquisì la Société Générale de Banque and Paribas, originando uno dei colossi più grandi e potenti a livello planetario. In Svizzera, Unione di Banche Svizzere e di Società di Banca Svizzera si fusero generando Ubs, gigante che acquisì poi ulteriore potere legandosi al facoltoso gruppo Warburg. In Giappone, i colossi Mitsubishi e Sumitomo si accordarono per costituire la Mitsubishi Sumitomo Bank. Grazie alle immense risorse accumulate nel corso dei secoli, il gruppo Rothschild acquisì quote rilevanti di alcune grandi banche, come Bnp Paribas, Credit Agricole, Royal Bank of Scotland, Hsbc, Barclays e Bank of America. Con la crisi del 2008, i giganti di Wall Street hanno beneficiato di un colossale piano di salvataggio con denaro pubblico – il cosiddetto Troubled Asset Relief Program (Tarp) – elaborato dal governo statunitense che ha permesso loro di inglobare gli istituti minori che non avevano ricevuto un trattamento analogo. In questo modo le grandi banche statunitensi hanno avuto modo di incrementare ulteriormente le proprie dimensione consolidando il regime oligopolistico nato anni prima. 

Quello della ‘banca universale’, che avendo inglobato istituti operanti nel settori più disparati si è posta nelle condizioni di svolgere simultaneamente i compiti della banca di deposito, della banca d’investimento e della società assicurativa, è però un modello molto pericoloso. Le dimensioni e il potere accumulato da questi nuovi conglomerati finanziari ha consentito loro di operare sia sul territorio nazionale come anche all’estero, attraverso le filiali. Il principale pericolo portato da questo specifico modello bancario risiede nel fatto che le perdite delle attività rischiose della banca di finanziamento e investimento debbano essere sopportate dalla banca di deposito che costituisce una parte integrante della banca universale, mettendo così in pericolo gli averi dei piccoli e medi risparmiatori, dei piccoli commercianti, degli amministratori pubblici e di qualsiasi altro risparmiatore che vi abbia depositato dei fondi. L’agenzia Fitch ha infatti stimato che le 29 banche inserite dal Finacial Stability Board nell’elenco delle Sistemically Important Financial Institutions, vale a dire istituti il cui fallimento rappresenta un rischio per la tenuta di tutto il sistema, detenevano nel 2012 asset per quasi 50 trilioni di dollari e avrebbero necessitato di 566 miliardi di dollari entro il 2018 per poter ottemperare ai re­quisiti fissati da ‘Basilea 3’ nel caso in cui si verifichino nuovi scossoni. Queste valutazioni sono state formulate sulla base di uno studio da cui emerge che il nuovo ca­pitale richiesto rappresente­rebbe un aumento del 23% rispetto al capitale aziona­rio totale (pari a 2,5 trilioni di dollari) che gli istituti interessati dete­nevano alla fine del 2011. Il che significa che le grandi banche avranno bi­sogno di mezzi quantificabili in oltre tre volte gli utili annui accumulati. Il docu­mento presentato da Fitch sottolinea quindi che le 29 Sistemically Im­por­tant Financial Institutions rimarranno ampiamente sottocapitalizzate, ri­schiando di naufragare alle prime serie turbolenze di mercato. Ma c’è di più. Come nota l’ex alto funzionario del Dipartimento del Tesoro Paul Craig Roberts: «la deregolamentazione del sistema finanziario avvenuta durante le presidenze di Bill Clinton e George W. Bush, ha avuto come prevedibile risultato la concentrazione finanziaria e l’adozione di comportamenti sconsiderati. Un pugno di banche è cresciuto al punto tale che le autorità finanziarie hanno dovute dichiararle ‘troppo grandi per fallire’ (‘too big to fail’). Escluse dalla disciplina di mercato, queste banche sono diventate dei meri reparti governativi, che spingono la Federal Reserve a creare massicciamente nuova moneta al fine sia di sostenere i prezzi degli strumenti finanziari presenti nei loro bilanci che di finanziare ad un basso tasso d’interesse i trilioni di dollari del deficit del bilancio federale, generato dalla lunga recessione dovuta alla crisi finanziaria». Non è quindi azzardato il commento dell’economista James K. Galbraith, secondo il quale «la scala e la concentrazione delle banche è inevitabilmente concentrazione di potere e sovversione dello Stato democratico». Per questa ragione, il democratico Bernie Sanders ha parlato della necessità di reintrodurre il Gass-Steagall Act per ripristinare la netta separazione tra banche di deposito e banche d’investimento, nonché di intervenire per spaccare i colossi di Wall Street in una serie di istituti più piccoli, ritenendo che la frammentazione ridurrebbe le stratosferiche retribuzioni degli amministratori delegati e l’ammontare dei bonus con cui di norma premiano i dipendenti che si abbandonano con maggior successo alle pratiche più irresponsabili e sconsiderate – si pensi a quando Lloyd Blankfein, Ceo di Goldman Sachs, comparve dinnanzi a una commissione senatoriale per spiegare perché i suoi sottoposti si compiacevano per aver rifilato montagne di spazzatura finanziaria alla clientela. L’idea di Sanders è con ogni probabilità quella di replicare la mossa giudiziaria che nel 1911 decretò, in base alle norme previste dallo Sherman Atntitrust Act risalente al 1890, la frammentazione in ben 34 società distinte, ciascuna delle quali con un proprio organo direttivo separato dagli altri, della Standard Oil di John Davison Rockefeller, che aveva ormai messo in piedi un monopolio incontrastato sul mercato petrolifero non solo statunitense. Il sempre ben informato sito di analisi finanziaria ‘Zero Hedge’ rivela un’intera lista di personalità economiche di spicco espressesi anch’esse a favore dello spezzettamento delle banche ‘too big to fail’. Nell’elenco compaiono i nomi dei Premi Nobel Ed Prescott, Paul Krugman e Joseph Stiglitz, dell’ex presidente della Federal Reserve Ben Bernanke, del noto economista Nuriel Roubini nonché di diversi ex Ceo di Wall Street quali John Reed (Citigroup), David Komansky (Merrill Lynch) e Philip Purcell (Morgan Stanley). Il membro del Board della Federal Reserve Daniel Tarullo si è spinto oltre, sottolineando la necessità di imporre un tetto massimo alle dimensioni delle banche, mentre Nicholas Brady, Segretario al Tesoro sotto l’Amministrazione di Bush senior, ritiene che occorra imporre un limite all’utilizzo della leva finanziaria. 

Diego Fusaro, la violenza è radicata nell’immanenza della società capitalistica e possiamo aggiungere che gli estremismi di ieri sono gli estremisti di oggi al servizio del potere per non far pensare


Caso Panebianco, intervista a Fusaro: "Quelli di Bologna quattro teppisti facinorosi, la violenza vera è un'altra cosa" 

L'Huffington Post | Di Elisabetta Ambrosi 
Pubblicato: 27/02/2016 


"Massima solidarietà ad Angelo Panebianco, ma fa ridere che il pericolo massimo in questo momento storico siano quattro teppisti di Bologna. Che restano teppisti facinorosi da condannare, però non nascondiamoci dietro un dito, non diciamo che questa è la violenza preoccupante di questo paese: la violenza oggi si esercita economicamente, non hai bisogno di bruciare o dare la cicuta a chi la pensa diversamente, basta togliere i finanziamenti. Così funziona ad esempio all'università: si finanziano i progetti organici all'ordine liberista e si tolgono i fondi ai progetti critici non allineati". La pensa così Diego Fusaro, giovane filosofo anticonformista e ricercatore all’Università San Raffaele di Milano. "Ripeto, questi ragazzi sono dei violenti ma la violenza primaria in cui ci troviamo oggi a operare è quella del sistema capitalistico che mi pare Panebianco non metta mai in luce. E questo è ciò che dialogicamente gli farei notare in una pacata discussione".

Lei non vede un pericolo reale nei contestatori di Panebianco?

Io direi che in questi casi per evitare di fare il teatrino di chi è pro e chi è contro bisogna fare una riflessione articolata sulla vicenda, quindi è chiaro che bisogna anzitutto dare sostegno a Panebianco in quanto evidentemente non è un assassino come l’hanno stupidamente etichettato quei ragazzi. Panebianco è un intellettuale e ci sono intellettuali come Gramsci o come Gentile che hanno pagato le estreme conseguenze di una logica di questo tipo, sono stati assassinati: ma è un'assurdità assassinare un intellettuale per le sue idee. Ciò detto i ragazzi che hanno fatto quel gesto non rappresentano nessuno se non una stupidità radicale di certi ambiente fintamente estremisti: tra l’altro hanno attaccato anche a me, erano più o meno gli stessi, appartenenti allo stesso gruppo, mi hanno impedito di esprimere le mie idee minacciandomi di botte e di violenza.

Le idee si combattono con le idee. 

Certo, le idee si combattono con le idee, se non sono d’accordo con le idee di Panebianco (che ho conosciuto personalmente), argomentino contro le sue idee, a lezione intervengano, ma non insultino o minacciano. Ciò detto, ripeto, è comico che vengano presentati come terroristi questi quattro sprovveduti che hanno fatto quel gesto improvviso. È comico anche che un giornale come il Corriere della Sera o altri giornali intervenuti nella vicenda presentino questi quattro rimbecilliti come la violenza in quanto tale. Certo che i violenti vanno condannati inappellabilmente però se si vuole essere onesti allora si condanni anche la violenza che rende i giovani precari fino a settant’anni, si condanni anche la violenza di un sistema bancario che ha mandato in rovina dei cittadini, insomma non facciamo sempre il gioco di pensare che la violenza sia altrove.

E cioè?

Solo nei gruppetti di persone esaltate e un po' squilibrate. Diciamolo: la violenza è radicata nell’immanenza della società capitalistica in cui siamo e rispetto alla quale mi pare di poter dire che i giornali che sono intervenuti in questa situazione non hanno una voce di condanna come hanno avuto verso questi ragazzi. Ripeto, è giustissimo condannare l’atto improprio e osceno di questi ragazzi che hanno minacciato Panebianco, ma allora condanniamo anche il sistema capitalistico di cui siamo parte, che invece non viene condannato, anzi viene encomiato. Del resto mi ricordo una polemica dopo le Torri gemelle in cui Panebianco si spingeva a giustificare il ricorso alla tortura e Canfora con grande saggezza gli mostrò che era una pratica terroristica e violenta, condannata dai tempi di Beccaria.

Si è costruito un caso mediatico esagerato?

Sì, credo di sì. Sono criminali sicuramente, però in mezzo a tanti altri, per cui non si capisce perché siano solo loro i criminali. Detto ciò la contestazione si fa con articoli, con interventi, se tu senti a lezione un docente che dice delle cose che non condividi non hai diritti a insultarlo o minacciarlo, perché se lo fai sei un criminale, hai il diritto di esprimere il tuo dissenso garbatamente e pacificamente dicendo che non sei d’accordo. Panebianco è un intellettuale e gli intellettuali si confutano sul piano intellettuale, se tu usi la violenza vuol dire che non sei in grado di confutare quelle idee.

Lei è per una filosofia del dialogo? 

Sì, dialogare con tutti, anche con chi è portatore delle idee massimamente diverse dalle nostre: io rivendico il diritto di dialogare addirittura con chi si professa fascista non per diventare fascisti noi ma per riportarli su un piano di discussione critica che non abbia paura del confronto; per questa gente invece, che io conosco, tu non hai diritto né di esprimere le tue opinioni e neppure di dialogare con chi magari si proclama fascista. Io non condivido molto di quello che dice Panebianco, mi pare molto vicino all’ordine liberale dominante, ma l’ho conosciuto e a lezione è una persona massimamente dialogica e aperta alla discussione; dopo di che è giusto contestare le idee ma non puoi dare dell’assassino a uno che esprime le sue idee, assassino bisognerà dirlo a chi è appunto assassino. Le cose vanno chiamate con il loro nome.

Viktor Orban da 32.000 euro per il terzo figlio e apre ad asili nidi

L’Ungheria difende davvero la famiglia. Altro che Renzi ed Alfano…
L’Ungheria difende davvero la famiglia. Altro che Renzi ed Alfano…


Mentre l’Italia cede alle pressioni dell’ideologia omosessualista contraria alla famiglia naturale, nell’Europa dell’Est si assiste ad una vera e propria rinascita spirituale.

I Paesi schiacciati per decenni dal tallone degli antenati di quanti oggi a Roma si inventano il “matrimonio gay”, obbedendo ai diktat di ricchi gruppi finanziari a cui poco interessa la difesa dei poveri, hanno invece capito l’importanza di difendere la famiglia, cellula base della società e pre-esistente ad ogni ordinamento giuridico e statale.

Tra questi, basti pensare alla Polonia e all’Ungheria, Nazioni cristiane oggetto di pesanti attacchi da parte delle istituzioni dell’Unione europea. Nazioni orgogliose della propria identità e della propria sovranità, decise ad opporsi senza complessi di inferiorità e con coraggio alla follia delle lobby LGBT.

Ma la loro non è solo una strategia difensiva, fatta di meri divieti.

Il premier ungherese Viktor Orban

Prendiamo per esempio l’Ungheria, governata dal premier Viktor Orban. A differenza di Renzi, Alfano e della pletora di politici italiani (di ieri e di oggi) che prendono voti promettendo di mettere al centro del loro lavoro l’aiuto economico alle famiglie, Orban le famiglie le aiuta sul serio.

Nel dicembre scorso, infatti, il governo di Budapest ha stabilito chealla nascita del terzo figlio i genitori riceveranno 32.000 euro e potranno pure richiedere un prestito della stessa cifra.

Il portavoce del governo Zoltan Kovacs ha dichiarato che tale benefit – fornito a chi lavora a tempo pieno – sarà erogato quando il bambino avrà compiuto sei mesi, permettendo così ai genitori di tornare al lavoro al più presto.

Inoltre, d’ora in poi, nei piccoli centri abitati, se almeno cinque famiglie faranno domanda per aprire un asilo nido, le istituzioni locali dovranno attivarsi perché ciò sia possibile a partire dall’anno successivo alla richiesta. Finora, infatti, solo le città con più di diecimila abitanti avevano l’obbligo di fornire servizi per la cura del bambino. Ecco come si coniugano esigenze lavorative e tutela della famiglia.

Questo accade in un Paese democratico dell’Unione europea, nel XXI secolo. Questa è la vera civiltà. L’Italia, Patria del diritto, dovrebbe solo vergognarsi. E magari imparare qualcosa.

Nicola Gratteri, gli avvocati della 'Ndrangheta non facciano i furbi, episodi circoscritti verificati in cui questi trasferiscono gli ordini da dentro il carcere a fuori

Nicola Gratteri: “Non avevo intenzione di offendere l’onorabilità degli avvocati”

Secondo l’Unione delle camere penali italiane, il procuratore aggiunto di Reggio Calabria avrebbe offeso “l’onorabilità della avvocatura penale” in una intervista rilasciata a Linkiesta. Il chiarimento del magistrato










(Getty Images/ANDREAS SOLARO)

27 Febbraio 2016

Pubblichiamo un chiarimento inviatoci dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri. Secondo l’Unione delle camere penali italiane, il magistrato avrebbe offeso “l’onorabilità della avvocatura penale” nell’intervista rilasciata a Linkiesta e pubblicata il 17 febbraio 2016. “L’offensività dell’affermazione”, scrivono gli avvocati, “sarà oggetto di richiesta di intervento, anche in via disciplinare, nei confronti del Dott. Gratteri”. L’Ucpi si riferisce al passaggio in cui Gratteri, parlando degli svantaggi del trasferimento degli imputati detenuti in regime di alta sicurezza, dice: “Nel tribunale di Reggio questi detenuti stanno insieme sette-otto ore. Qui hanno il tempo di incontrarsi, parlare, fare affari, trasmettere attraverso gli avvocati messaggi di morte o richieste di mazzette, minacciare i testimoni”.

Di seguito il testo:

In merito alla intervista da me rilasciata e pubblicata sul sito Linkiesta in data 17.2.2016, corre l’obbligo di precisare, per il rispetto che nutro nei confronti della professione forense, che il passaggio del mio pensiero ove si fa riferimento agli avvocati deve essere meglio chiarito.

Purtroppo, infatti, è venuta fuori, a causa di un passaggio poco felice, una generalizzazione che mi preme correggere perché non voluta, né pensata.

Esso era, nel contesto del discorso in cui ho parlato in merito agli svantaggi del trasferimento degli imputati detenuti in regime di alta sicurezza, una esemplificazione, che lungi dal descrivere la fisiologia e la normalità dei rapporti tra legale e proprio assistito, prendeva spunto da circoscritti episodi che, purtroppo, in passato si sono verificati.

Questo è il senso del mio discorso.

Non vi era la benché minima intenzione di riferirmi alla categoria e alla funzione svolta dagli avvocati, né tantomeno di offendere l'onorabilità della professione forense o contestare il diritto di difesa, che viene spiegato dai legali anche nel corso delle necessarie interlocuzioni con i propri assistiti nelle strutture carcerarie.

2016 crisi economica, l'economia mondiale a picco e il crollo del Baltic Dry Index lo dimostra

Crollo dry bulk riaprirà le ristrutturazioni aziendali

Il mercato del trasporto marittimo di rinfuse secche continua a peggiorare e il Baltic Dry Index ha sfondato la soglia dei 300 punti. Si riapre la crisi per alcuni armatori.

Con un livello dei noli marittimi così basso per le navi portarinfuse secche secondo Nicola Coccia, ex presidente di Confitarma e attuale presidente della società armatoriale Gestioni Armatoriali, "le società che hanno chiuso le ristrutturazioni del debito con le banche su piani di previsione del mercato che erano ben diverse da quelli attuali saranno ragionevolmente costrette a riaprire questi tavoli".
Coccia, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, aggiunge: "Tutto sommato ben vengano dunque i tavoli di negoziazione con le banche che non sono stati ancora chiusi, bisogna iniziare a ragionare in termini diversi perché se i noli sono bassi, la valutazione della nave è bassa e un po' tutte le società devono pensare a svalutare nei propri bilanci la flotta, per cui si creano problemi a catena abbastanza importanti. Oggi bisogna tarare di nuovo i programmi e le previsioni fatte recentemente, perché effettivamente proiezioni elaborate su un mercato mondiale dello shipping così incerto sono un po' una scommessa".
L'ex presidente di Confitarma è preoccupato tanto da possibili reazioni nervose da parte degli istituti di credito, per imporre vendite forzose delle navi, quanto semmai dal "rischio delle cessioni dei crediti che alcune banche potrebbero essere costrette a fare a favore di soggetti speculativi aggressivi. Le banche, come gli armatori, vivono un momento di incertezza". Ricordiamo che Gestioni Armatoriali è stata una delle prime società italiane finite nel mirino di un hedge fund di Deutsche Bank che ha rilevato da Commerzbank un credito di circa 90 milioni di euro.
In un mercato come quello del trasporto marittimo per definizione fondato sulla concorrenza perfetta, al rapido decrescere della domanda e dei noli per il trasporto di merce, non poteva non corrispondere un altrettanto rapida discesa dell'offerta di stiva sul mercato. Ecco perché, mentre il Baltic Dry Index sprofonda, s'impenna il numero di navi messe fuori mercato e destinate alla demolizione. Nel primo mese del 2016, secondo i numeri appena presentati da Peter Sand, capo analista dell'associazione Bimco, sono state vendute e avviate alla demolizione navi per una capacità di stiva pari a 4,6 milioni di tonnellate di portata lorda (tpl). Rispetto allo stesso mese di gennaio di un anno prima si tratta di un aumento del 84%.
In tutto il 2015 il totale di bulk carriers cedute a scrap era stato di 30 milioni di tpl e, se il ritmo delle dismissione dovesse rimanere stabile nel corso dell'anno, a fine 2016 il totale sarebbe di 55,2 milioni di tpl. Nella sottocategoria del dry bulk, già nel 2015 le navi più vendute sono state le Capesize (circa 15,5 milioni di tpl), un trend che si è confermato anche nel mese appena concluso e che ha portato l'età media per la demolizione di questa unità dai 25 anni (nel 2014) agli attuali 21 anni.
Nicola Capuzzo

Banca Etruria, il Consiglio Superiore della Magistratura sente il pg di Firenze, la procura che ha sempre coperto Renzi&la sua cricca toscana, chiudendo diverse istruttorie sulla legittimità del suo operato pubblico

26/02/2016 
Banca Etruria, slitta ancora la decisione su Rossi

Il Csm approfondisce l’istruttoria e chiama a testimoniare il pg di Firenze


L’organo di autogoverno si prende altro tempo, ma gli obbligazionisti ingannati e l’inchiesta sull’istituto di credito aretino non possono più aspettare

C’è un nuovo rinvio, da parte del Consiglio superiore della magistratura, sul caso che riguarda il procuratore di Arezzo, Roberto Rossi, titolare delle indagini relative al fallimento di Banca Etruria. Che rischia il trasferimento per incompatibilità ambientale per via di quell’incarico da consulente del governo (con Letta prima e Renzi poi) ricoperto fino allo scorso 31 dicembre. E non solo. Pure un procedimento disciplinare per via dei suoi strani “silenzi” nel corso della prima audizione al Csm in cui l’ex pm ha affermato davanti ai colleghi di non “conoscere nessun componente della famiglia Boschi”. E dunque né la ministra, né il fratello della titolare per le Riforme, tantomeno il padre, già vicepresidente dell’istituto di credito aretino, che presto potrebbe ricevere un avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta nel quinto filone dell’inchiesta guidata appunto da Rossi. Che rispondendo a una domanda sulle sue indagini ha sottolineato di aver appreso “solo dai giornali la composizione del nucleo familiare”. Tant’è, “non sapevo neppure che la Boschi avesse un fratello e un cognato che lavoravano in banca”. 

Inesattezze, chiamiamole così, con il magistrato subito sbugiardato dal settimanale Panorama che ha portato agli onori delle cronache altra verità. Confermata poi dallo stesso ex pubblico ministero, che davanti al Csm ha omesso di aver avuto a che fare con l’avvocato Boschi, “dimenticandosi” di raccontare che già in passato lo aveva iscritto nel registro degli indagati (per quattro volte) salvo poi chiedere e ottenere il suo proscioglimento nell’ambito di più inchieste in cui erano ipotizzati reati gravi come turbativa d’asta, riciclaggio ed estorsione.

Ebbene, sarebbe dovuta arrivare ieri la “sentenza”, attesissima, della Prima commissione. Con l’organo di autogoverno delle toghe chiamato a decidere, in un senso o nell’altro, le sorti di Rossi e, di fatto, quelle dell’inchiesta su Banca Etruria. Tant’è, il verdetto è slittato ancora. Il Csm ha ritenuto infatti di proseguire l’attività istruttoria – mettendo quindi nuovamente in dubbio la correttezza del dominus dei pm, che forse avrebbe fatto meglio ad astenersi dall’indagine - disponendo l’audizione del procuratore generale di Firenze, Francesco D’Andrea, a cui nelle scorse settimane erano stati richiesti documenti circa l’operato di Rossi nelle inchieste che hanno riguardato appunto il “babbo” della Boschi. L’audizione del pg avverrà il 7 marzo e il presidente della Commissione Renato Balduzzi ha spiegato che questa testimonianza “servirà per inquadrare meglio la vicenda”. Riservandosi ulteriori accertamenti. Con la decisione che potrebbe richiedere dunque ancora settimane.

Sacrosanto chiarire appieno la vicenda. Ma non prendendosi così tanto tempo. L’inchiesta Banca Etruria non può aspettare. Merita chiarezza e giustizia. Quella invocata da tutti gli ex obbligazionisti privati dei loro risparmi che ancora non hanno ottenuto la restituzione del maltolto. Con i colpevoli di questa ingiustizia che, una volta ravvisati, vanno inquisiti e giudicati. In una vicenda piena di punti oscuri, tutti da chiarire. Per smentire anche quei sospetti lanciati da Giovanni Donzelli, consigliere regionale di Fratelli d’Italia in Toscana, che ha puntato l’indice proprio su Balduzzi, fra i massimi esponenti di Scelta Civica, partito che sostiene il governo Renzi fin dalla sua nascita e “accusato”, per questo motivo, di un presunto conflitto di interessi nel giudicare il capo dei pubblici ministeri di Arezzo. E non sarebbe l’unico ad avere questo ipotetico problema. Visto che come riportato dal settimanale della Mondadori, “fra i membri del Csm eletti dal Parlamento siede anche Giuseppe Fanfani, nipote di Amintore storico esponente della Dc, il cui studio legale è fra i difensori di Pier Luigi Boschi”. Per una incompatibilità difficilmente ravvisabile, dato che i vertici del Csm difficilmente andranno ad indagare – evitando di creare altro caos – gli esponenti della Prima commissione. Per un problema che riguarderebbe non solo il mondo della finanza, ma pure il governo e la magistratura. Che rischia di danneggiare i risparmiatori ingannati da faccende – tutte da accertare – contrarie all’interesse pubblico. 
Marcello Calvo