Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 marzo 2016

Stati Uniti elezioni, mai vendere la pelle dell'orso prima di averlo ucciso


Francesco Erspamer ha aggiunto una nuova foto all'album: American politics.
21 h ·
Un aggiornamento sulle primarie democratiche americane (posto di nuovo l'immagine perché avevo colorato in modo errato il Michigan e il Kansas).
Finora Hillary Clinton ha ottenuto 766 delegati (il 19% di quelli disponibili, che sono 4051) mentre Bernie Sanders ne ha avuti 549 (il 14%).
Ma a rendere la candidatura di Bernie credibile (anche se ancora non è il favorito) è che Clinton ha vinto in modo schiacciante nel sud iper-repubblicano: ma gli stati del sud sono quasi finiti (restano la North Carolina e la Florida). Guardate la mappa.
(C’è poi il pasticcio dei 714 superdelegati, ossia i notabili del partito, che appoggiano ovviamente Clinton dandole un automatico vantaggio: 472 di loro hanno infatti dichiarato che voteranno per lei e solo 23 che appoggeranno Sanders; 219 non hanno detto niente. Ma i superdelegati possono cambiare idea anche all’ultimo momento e spesso lo fanno: non è buona politica ribaltare il voto popolare.)




https://www.facebook.com/frerspamer

Brasile, si inventano le accuse per destabilizzare chi lotta contro la povertà e fa studiare i bambini

Brasile, procura San Paolo chiede l'arresto di Lula

ESTERI
Brasile, procura San Paolo chiede l'arresto di Lula


La procura di San Paolo ha chiesto l'arresto dell'ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva nel quadro dell'inchiesta sui fondi neri di Petrobas. Nei suoi confronti, è stata formalizzata l'accusa di riciclaggio, per la mancata dichiarazione della proprietà di una casa in riva al mare a Guaruja. La richiesta sarà ora esaminata da un giudice. Lula, che ha 70 anni, ha accusato la procura di accuse politicamente motivate. La scorsa settimana era stato interrogato in relazione alla possibile ristrutturazione della proprietà, effettuata dalla compagnia Oas, che figura formalmente come proprietaria dell'immobile, in cambio di favori politici.

Arexpo/Expo, finita la buffata mediatica rimangono i debiti del brillante Sala

"Expo ci deve ancora pagare oltre due milioni"

Rho (Milano) - Fare chiarezza sul meccanismo di appalti e subappalti e coinvolgere la Giunta regionale nella ricerca di una soluzione: è quanto chiedono i consiglieri regionali Carolina Toia e Marco Tizzoni del Gruppo «Maroni Presidente», all’indomani dell’audizione in IV Commissione Attività Produttive e Occupazione della Regione delle aziende del Nord-Ovest che hanno eseguito lavori nel sito di Expo 2015 ma non sono state ancora pagate.
Oltre due milioni di mancati pagamenti per i lavori fatti nel Cluster del cibo e nell’Open Air Theatre di Expo, reclamati da parte di piccole e medie imprese che fanno parte dell’Associazione Imprenditori Lombardi e del Consorzio Distretto 33.
«Abbiamo incontrato i rappresentanti di cinque aziende, quasi tutte di Rho e dintorni, che vantano crediti complessivi vicini ai 2,5 milioni – spiega Tizzoni, promotore dell’audizione – Ci hanno fornito documenti che studieremo per capire meglio il meccanismo dei subappalti che alcune piccole e medie imprese del territorio avevano sottoscritto nei confronti delle società appaltatrici. Quel che è certo è che queste imprese hanno compiuto i lavori, per gli importi fissati dai contratti, ma non hanno ancora ricevuto il pagamento, nonostante non vi sia stata alcuna contestazione in merito all’esecuzione dei lavori. E non stiamo parlando di padiglioni destinati ad essere abbattuti dopo il termine di Expo ma di opere che resteranno nel tempo, come l’Open Theatre».
A ripercorrere la storia dei mancati pagamenti sono stati il presidente di Distretto 33, Dario Ferrari, quello di Ail Enrico Parolo e il loro legale Alessandro Cortesi: «Molte aziende per colpa di questi mancati pagamenti vivono una situazione di disagio economico, abbiamo chiesto che la Regione si attivi affinché vengano onorati i crediti nei confronti delle nostre imprese e prima della messa in liquidazione della società Expo – spiega Ferrari – in modo tale che le stesse aziende lombarde possano poi concorrere con fiducia anche alla fase del post Expo».
Al termine dell’audizione, è stata inviata una lettera al presidente Roberto Maroni, agli assessori Francesca Brianza (Post Expo) e Mauro Parolini (Sviluppo economico), all’ex commissario di Expo Giuseppe Sala e al liquidatore della società nominato da Regione Lombardia, Domenico Ajello, per sollecitare una soluzione alla vicenda dei pagamenti.
«E' paradossale che una società come Expo, con il successo planetario che ha riscosso la manifestazione, mettendo al centro del mondo Milano, la Lombardia e l’intero Paese, non paghi le imprese che hanno contribuito a tutto questo», afferma il consigliere Carolina Toia.

Finchè usiamo l'Euro non potremo uscire fuori dalla crisi del debito in quanto è sovvenzionato da una moneta straniera

I due numeri che mettono in crisi super Mario Draghi
  • Sabato 12 marzo 2016

I due numeri che mettono
in crisi super Mario Draghi

Nomen omen: c’è rimasto solo un drago, per rianimare l’economia. Ma la politica monetaria non sostituisce l’economia reale. Prendiamo le banche. Il normale piccolo risparmiatore si sente dire in tv dagli esperti che sono solide ma poi confronta con i fatti borsistici queste dichiarazioni, tecnicamente giuste perché generalmente i bilanci sono in utile e ci sono i dividendi. Ma perché dall’inizio dell’anno sono cadute in Borsa, quando è andata bene, della metà del loro valore e solo Mario Draghi riesce a tirarle su?
Proviamo a rispondere, senza usare i sofisticati indici che contano a Francoforte – Tier1, Total capital ratio, classe 1, npl ecc. – e promettendo di non usare neppure un termine in inglese. Utilizzeremo solo due numeri. Il primo è 202 (misurato questa settimana), l’altro è 389 (misurato al 31 dicembre scorso).
Cominciamo col primo. Duecentodue è l’ammontare in miliardi delle cosiddette sofferenze, cioè i crediti che le banche stesse giudicano difficili da recuperare e devono compensare sull’altro piatto della bilancia, quello delle coperture. Così, gli esperti possono anche obiettare che non è vero che si tratta di 202 miliardi, perché quasi la metà è già stata coperta, su spinta e spintoni di vigilanze vecchie e nuove. Peccato però che se quei crediti vengono svenduti, diventano perdite e soprattutto che i 90 miliardi di copertura vengono tolti dal circolo virtuoso dei prestiti buoni, quelli che fanno ripartire l’economia grazie a mutui o finanziamenti alle imprese. E così abbiamo la prima ruota della bicicletta instabile che stiamo descrivendo.
Venendo al secondo numero, 389, è quello del peso dei titoli pubblici italiani che le banche hanno in corpo, che cresceranno dopo gli incentivi di Francoforte. Una cifra che, sempre secondo gli esperti, è anche virtuosa perché se non ci fosse, il debito pubblico non sarebbe gestibile, aumenterebbero gli interessi, salterebbe il limite massimo di deficit del 3% e il governo dovrebbe ricorrere alle tasse per fare manovre «espansive»: agevolazioni per le assunzioni, 80 euro e quant’altro.
Questo non commuove i famosi mercati, che oggi sono computer potentissimi (che si sospetta agiscano in automatico) che stanno in prevalenza a Londra, e si nutrono di algoritmi misteriosi, cui è difficile dar torto. Il differenziale con i titoli migliori è ancora in altalena ed è proprio l’Italia che non dà fiducia, anche se i mercati dovrebbero ricordarsi che la grande crisi è stata affrontata con mezzi propri, non con 200 miliardi di aiuti pubblici, come in Germania. Trecentottantanove è comunque una gran cifra, se pensiamo che è quasi la metà di tutto quello che spende lo Stato per funzionare e quasi un quinto della terza cifra pesante e determinante della nostra economia, il debito. Miliardi che fino a ieri erano almeno un affare, per le banche. Ricevevano soldi dalla Bce a tassi irrisori e compravano titoli che comunque rendevano. Solo quattro anni fa 14 miliardi, poi 8, poi 5, poi 2 e ora solo 500 milioni.
La seconda ruota della bicicletta consente insomma di star in piedi, ma la velocità è sempre più bassa. Le difficoltà che abbiamo descritto non sono le uniche, naturalmente, e le banche devono quanto meno unire le forze, anche se spesso è doloroso (Bergamo ne sa qualcosa). Ma quei due numeri inceppano un meccanismo che non riesce a far girare bene i soldi: dal risparmio (che per fortuna c’è) alla produzione, da questa al lavoro, da questo ai consumi, magari con un po’ di inflazione (almeno il 2%) a lubrificare il meccanismo.
Che fare, dunque? Per il primo numero, banche che sappiano fare il loro mestiere quando erogano i crediti (e magari non diano come a Vicenza un milione di emolumento al presidente Zonin nell’anno orribile 2015) . Per il secondo, uno Stato che affronti una buona volta il problema del debito senza farsi tirare la giacca da Bruxelles. Non abbiamo con questo tranquillizzato nessuno, ce ne rendiamo conto, ma abbiamo parlato in italiano e raccontato di una bicicletta, senza sognare una Ferrari.

Implosione europea, sarebbe necessaria un’espansione economica coordinata, incentrata sul rilancio dell’occupazione (Piena Occupazione Dignitosa) attraverso la realizzazione di investimenti che promuovano l’ambiente, l’attacco alla spesa sociale dovrebbe finire ma gli euroimbecilli non faranno ciò, continueranno a dare soldi alle banche

L’Europa delle crisi. Le alternative di Euromemorandum

La crisi economica, la sfida democratica, le migrazioni, la disoccupazione giovanile e il Trattato transatlantico. Un’analisi a tutto campo delle crisi che attraversano l’Unione. E qualche proposta per ripartire. Un’anticipazione del Rapporto
colori

La ripresa economica in Europa è debole e fragile, le prospettive continuano a essere quelle di una crescita molto lenta con elevati tassi di disoccupazione. Anche se nella maggior parte dei paesi la produzione ha ripreso a crescere, in molti stati membri dell’Europa orientale e meridionale essa rimane ancora sotto il livello del 2007. Serve un forte stimolo macroeconomico, che rilanci la crescita e l’occupazione. La politica monetaria è stata rafforzata in senso espansivo attraverso il quantitative easing; tuttavia, nell’attuale contesto macroeconomico segnato da basse aspettative e domanda debole, ciò non basterà a favorire la ripresa. Il cosiddetto Piano Juncker, per le stesse ragioni, non fornirà lo stimolo necessario all’economia, mentre la nuova interpretazione del Patto di Stabilità e Crescita, che pur porta un qualche progresso, si tradurrà solo nella riduzione della pressione fiscale nei paesi in crisi, anziché generare un sostanzioso impulso fiscale.
È necessaria un’espansione economica coordinata, incentrata sul rilancio dell’occupazione attraverso la realizzazione di investimenti che promuovano l’ambiente, attenti all’ottica di genere; l’attacco alla spesa sociale deve finire. La moneta unica deve essere integrata con una politica fiscale a livello federale, che sia in grado di operare efficacemente in chiave di stabilizzazione anticiclica a livello regionale, nazionale e federale e, al tempo stesso, di operare trasferimenti di risorse tra le regioni più ricche e quelle più povere. La politica fiscale dovrebbe essere fortemente progressiva ed integrata da un’assicurazione europea contro la disoccupazione, che operi quale fondamentale stabilizzatore automatico. Le politiche strutturali e regionali della UE dovrebbero essere rafforzate ed estese, soprattutto mediante un grande programma di investimenti pubblici e privati, finanziato dalla Banca Europea degli Investimenti e incentrato, in particolare, sui paesi in deficit e su quelli a basso reddito.
La sfida democratica
A gennaio 2015, dopo aver sperimentato l’impatto devastante sulla produzione e sull’occupazione di ripetuti programmi di austerità, gli elettori greci hanno eletto un nuovo governo guidato da Syryza. Il nuovo esecutivo ha cercato di raggiungere un compromesso onorevole con le istituzioni europee; tuttavia, man mano che proseguivano le trattative, la posizione comunitaria si è irrigidita sulle condizioni fortemente restrittive già stipulate nei precedenti memorandum.
A luglio, il premier Tsipras è stato costretto ad accettare condizioni particolarmente restrittive per ottenere un nuovo prestito e, nonostante l’opposizione di molti parlamentari di Syryza, il partito ha conservato la maggior parte dei suoi seggi nelle successive elezioni politiche di settembre. Se i termini del Memorandum difficilmente potranno essere soddisfatti, le rigide condizioni imposte alla Grecia fungono da monito per tutti gli altri paesi a non sfidare l’ordine neoliberale.
Le vicende della Grecia evidenziano il crescente deficit democratico all’interno della UE e il modo in cui si cerca di costituzionalizzare la politica economica, sottraendola alla deliberazione democratica e ai legittimi meccanismi di scelta sociale. La narrazione dello “stato di emergenza” è stata usata per promuovere atti giuridici che violano il diritto costituzionale degli stati della periferia dell’eurozona e rafforzano le istituzioni europee meno rappresentative, la Banca Centrale Europea, i vertici dell’Eurozona e i consigli dell’Eurogruppo che operano secondo regole non scritte. Il Rapporto dei Cinque Presidenti afferma di voler promuovere maggiore prosperità e solidarietà in Europa ma, in realtà, le proposte ivi contenute serviranno a consolidare il carattere tecnocratico della governance UE.
La spinta a costituzionalizzare la politica economica testimonia il profondo timore della democrazia da parte delle classi dominanti della UE. Per la stragrande maggioranza di cittadini, tuttavia, la democrazia non rappresenta solo un valore politico in sé, ma anche una forza economica propulsiva. Il consenso democratico costituisce un potente collante che riduce l’incertezza economica. Gli investimenti pubblici sono necessari per dimostrare l’impegno politico nel promuovere priorità democratiche e per influenzare le aspettative degli operatori economici. Due esempi di tali priorità democratiche immediate sono la transizione a un’economia a basse emissioni di carbonio e la convergenza economica degli stati membri a basso reddito verso gli standard comunitari.
Migrazioni, mercato del lavoro e cambiamento demografico nella UE
Le drammatiche immagini delle migliaia di migranti che tentano di entrare nella UE ha scosso i cittadini europei e diviso i paesi sul modo in cui la situazione va affrontata. Gli attuali flussi migratori hanno sollevato, ancora una volta, dubbi circa l’effettiva necessità da parte del sistema economico dell’utilizzo di lavoratori migranti. I dati mostrano chiaramente il positivo contributo dei lavoratori migranti, oltre che al miglioramento delle loro stesse condizioni, all’economia dei paese ospitanti.
Le politiche migratorie europee sono dettate principalmente da considerazioni relative al mercato del lavoro, nell’ottica del progetto del Mercato Unico. Il principio della “libera circolazione” contenuto nel Trattato di Maastricht è divenuto lo strumento strategico per il controllo e la gestione della migrazione e degli spostamenti sia dei cittadini UE che di quelli di paesi terzi. La “libertà di circolazione” e il concetto di “parità di trattamento” sono principi cardine nel Funzionamento dell’Unione Europea ma le direttive comunitarie li hanno subordinati alla condizione che i cittadini migranti non diventano un “peso” per il paese ospitante.L’attuale dibattito sul diritto alla protezione sociale dei migranti in tutti i paesi UE riguarda la solidarietà e la ridefinizione delle frontiere di una comunità sociale europea. Il progetto di moneta unica, privo di solidarietà e unione fiscale, ha rivelato la fragilità dell’unione di paesi aventi una moneta unica ma strutture economiche differenti – la persistente crisi in Grecia è solo un esempio di queste contraddizioni. La solidarietà fiscale, per dare sostegno ai cittadini migranti della UE, potrebbe aiutare l’Unione a superare la sua crisi attuale. Un’Europa solidale (anziché caratterizzata dall’austerità) crea un contesto migliore per tendere la mano alle centinaia di migliaia di persone che scappano dalle guerre in Africa e in Medio Oriente, senza dar luogo a derive populiste contro l’immigrazione. La UE deve assolutamente sostenere il principio della “libera circolazione”, forse l’unica area che tocca direttamente i cittadini europei, i quali sperimentano la diversità culturale e la cittadinanza di un’Europa, auspicabilmente, inclusiva e solidale.
La disoccupazione giovanile nella UE
Anche se la crisi sociale nella UE è complessiva, interessando tutti gli aspetti dei rapporti di lavoro e tutte le forme di prestazione sociale, EuroMemorandum quest’anno si concentra sulla disoccupazione giovanile, uno dei più gravi problemi che la UE si trova ad affrontare, che mostra con tutta evidenza il fallimento delle classi dirigenti europee nel tutelare il futuro dell’Unione. Anche se la disoccupazione giovanile è aumentata in tutta la UE (con la sola eccezione della Germania), i tassi maggiori si sono registrati nei paesi soggetti alle clausole imposte dalla Troika. Il rapido aumento dei NEET (giovani che non studiano, non lavorano e non stano svolgendo attività di formazione professionale) mostra che, oltre ai disoccupati, ci sono milioni di giovani economicamente inattivi, con pochi o nessun collegamento con il mondo del lavoro, e che il problema è ancora più serio per la fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni rispetto a quella tra i 16 e i 24 anni. L’avvio del programma comunitario Garanzia giovani ha costituito un elemento positivo ma eccezionale nella politica sociale UE, inoltre il suo finanziamento è del tutto inadeguato nei paesi maggiormente colpiti. Quello di cui c’è bisogno, sia nel caso della disoccupazione giovanile che nel più vasto ambito delle politiche sociali, è un capovolgimento delle priorità, in modo tale che le norme in materia di concorrenza e di finanza pubblica siano subordinate agli obiettivi sociali e saldamente ancorate ai diritti sociali.
La sfida del TTIP e il Partenariato Orientale
Il Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP) nella sostanza non tratta di commercio, ma di regolamentazione, andando a intervenire sulla sfera delle scelte sociali e delle preferenze collettive. Andrebbe ad incidere sul sistema di regole a tutti i livelli, offrendo agli investitori stranieri privilegi speciali attraverso il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e stati (ISDS). Il modo antidemocratico adottato nelle procedure negoziali, la permeabilità a lobby e interessi speciali, la mancanza di trasparenza, hanno originato una forte opposizione. La risposta della Commissione è stata ambigua, la proposta di un meccanismo ISDS solo apparentemente rivisto, che non risolve i reali problemi sottostanti, e un nuovo documento di politica commerciale che promette un nuovo sistema valoriale solo a parole, risultando invece incentrato sulla spinta all’ulteriore estensione di quell’approccio, noto come coalizione dei volenterosi, attraverso il quale i paesi ricchi intendono imporre agli altri la liberalizzazione spinta e la deregolamentazione. In combinazione con il piano comunitario “Better Regulation Package” del 2015, il TTIP sarebbe in grado di distorcere, ritardare e bloccare i progetti di regolamentazione ancor prima che raggiungano il Parlamento Europeo e il Consiglio. La regolamentazione è vista solo come un costo per le imprese, tralasciando i benefici, che in realtà sono un multiplo dei costi. Da questo punto di vista, l’accordo Comprehensive Trade and Economic Agreement (CETA) raggiunto fra Europa e Canada va anche oltre il TTIP in ambiti chiave e non deve essere ratificato. Tra le più gravi previsioni di entrambi i trattati sono la blindatura del processo di privatizzazione dei servizi pubblici e il divieto di acquisti pubblici orientati allo sviluppo locale. Il TTIP potrebbe portare un colpo fatale all’integrazione europea: il mercato unico sarebbe diluito in un mercato transatlantico e la prospettiva di approfondire l’integrazione economica europea verrebbe continuamente rimessa in discussione.
L’approccio alternativo alla politica commerciale UE qui proposto darebbe un contributo positivo sia al modello sociale UE sia alla costruzione di un ordine economico internazionale basato sul rispetto reciproco e sulla cooperazione. In tal senso, EuroMemorandum individua “buone pratiche regolatorie” alternative. IL Partenariato Orientale (PO) sta inducendo rapporti sempre più asimmetrici con la UE, processi di deindustrializzazione dei paesi dell’Europa orientale, l’allargamento delle divisioni interne all’Europa e alla UE. I connessi accordi di associazione colpiscono direttamente la Russia, e potrebbero innescare reazioni dalle conseguenze imprevedibili. È urgente la messa in campo di una politica alternativa di partenariato, che contribuisca a uno sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibile e che inneschi forti dinamiche di crescita regionale.

L'Isis/al Qaeda arretra

Sorpresa: stiamo battendo l'Isis

Lo stato islamico perde terreno da tutti i lati, sia da quello siriano che da quello iracheno



11 Marzo 2016 

A quasi due anni dalla sua proclamazione il Califfato in Siria e Iraq sembra finalmente costretto al declino e, anche se non è ancora possibile prevedere quando, alla sconfitta. Dopo aver retto per mesi all’offensiva congiunta della coalizione guidata dagli Usa, dell’esercito iracheno e delle milizie sciite, dei curdi siriani e iracheni, dell’esercito lealista di Assad (supportato da corpi scelti iraniani e dall’Hezbollah libanese) e della Russia, lo Stato islamico sembra ora avviato verso un inarrestabile sfaldamento.
I territori sotto il suo controllo - già mutilati l’anno scorso dall’avanzata dei curdi siriani nel nord del Paese, dei curdi iracheni nell’area circostante Mosul e dell’esercito iracheno a Ramadi, Tikrit e nelle aree limitrofe (v. cartina 1) – sono ora insediati da offensive, cunei e teste di ponte nemiche in quasi tutti i settori strategicamente più importanti.
Le risorse economiche del Califfato sono state indebolite da raid mirati contro depositi di contante, dalla stretta sul contrabbando di petrolio e, in generale, dagli sforzi della comunità internazionale per prosciugarne le sorgenti. Il crollo contemporaneo del mito dell’invincibilità dell’Isis – grazie anche alla presenza di piccoli nuclei di forze speciali occidentali rivelatesi fondamentali in diverse operazioni - e della sua capacità di elargire paghe superiori alla media degli altri gruppi jihadisti sembrano averne compromesso gravemente le capacità di reazione sul terreno.


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 Siria

Dallo scorso 27 febbraio è in vigore una tregua tra le forze lealiste, supportate da Russia e Iran, e i gruppi ribelli considerati “non terroristi”. Pur con numerose violazioni finora l’accordo ha retto ed ha anche consentito ai vari attori sul territorio di concentrare i propri sforzi contro lo Stato Islamico, escluso dalla tregua insieme alla branca siriana di Al Qaeda, al Nousra. Alcuni risultati, importanti già ora e ancor di più in prospettiva futura, sono stati raggiunti.
Le Syrian Democratic Forces (la coalizione di gruppi ribelli guidata dai curdi siriani del Ypg, braccio armato del partito socialista Pyd) hanno avanzato con un fronte largo al confine nord-est del Paese, sottraendo al controllo dell’Isis centinaia di chilometri di area desertica, pare allo scopo di costringere i jihadisti ad attaccare – in modo quindi più prevedibile – lungo le vie di comunicazione, impedendogli di “sbucare dal nulla”. In particolare dopo aver sconfitto la resistenza degli uomini del Califfo nella cittadina di Ash Shaddadi le Sdf hanno proseguito l’avanzata lungo il fiume al Khabur (v. cartina 2) e si stanno progressivamente avvicinando a Deir ez Zur, caposaldo dello Stato Islamico sull’Eufrate. Non solo. Negli ultimi giorni le Sdf hanno anche conquistato diversi villaggi in prossimità di Ar Raqqah, la capitale dello Stato Islamico in Siria, inserendo un cuneo nelle line nemiche che punta direttamente contro la città (v. cartina 2). Infine i curdi siriani hanno anche gettato una testa di ponte al di là dell’Eufrate nel nord del Paese, in direzione della cittadina controllata dall’Isis di Manbij (v. cartina 2). Un’offensiva in questo settore – che potrebbe isolare definitivamente l’Isis dal confine turco - è in preparazione da inizio anno, quando l’Eufrate venne attraversato, ma finora è stata rimandata a causa delle preoccupazioni della Turchia circa un’avanzata dei curdi in quell’area.


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Anche l’esercito lealista siriano sta in questi giorni concentrando i propri sforzi contro lo Stato Islamico, in particolare nel settore di Palmira – il gioiello archeologico di epoca romana già mutilato dalle distruzioni dell’Isis -, dove sono state inviate le forze speciali (Tiger Forces), già distintesi nelle battaglie contro gli uomini del Califfo per il controllo dell’area a est di Aleppo, oltre a numerose milizie paramilitari. L’aviazione russa ha lanciato diversi attacchi su obiettivi dell’Isis nei pressi della cittadella di Palmira – il castello di epoca araba che domina l’area – e del sito archeologico. Se Palmira e le vie di comunicazione circostanti dovessero cadere nelle mani delle truppe di Assad, le sacche ancora controllate dallo Stato Islamico nei pressi della capitale Damasco si troverebbero isolate dal resto dei territori (specie a nord) occupati dall’Isis in Siria (v. cartina 3).

Tav Firenze, le tangenti per gli appalti pilotati sono scomparse nel Nuovo Porto delle Nebbie

Inchiesta sulla Tav a Firenze, prosciolto Incalza

Non luogo a procedere per l’ex dirigente del ministero delle Infrastrutture e per il collega Mele. 20 gli imprenditori, i professionisti e i tecnici citati a giudizio. C’è anche Maria Rita Lorenzetti, ex presidente della Regione Umbria
 
L’inchiesta sui lavori Tav a Firenze si “sgonfia” nell’udienza preliminare: il gup Alessandro Moneti stamani ha prosciolto da tutte le accuse gli ex dirigenti del ministero delle Infrastrutture Ercole Incalza e Giuseppe Mele. Va a giudizio, ma alleggerita di varie imputazioni, l’ex presidente dell’Umbria e di Italferr, Maria Rita Lorenzetti. Il processo comincerà il 16 dicembre con 20 persone imputate su 33 per cui la procura aveva chiesto il giudizio, e sei società, tra cui Nodavia, Coopsette, Seli.  

ARCHIVIO - Tangenti sulle grandi opere, arrestato Incalza. Nelle carte spuntano lavori per il figlio di Lupi (di Guido Ruotolo)  
 
Nell’ambito dell’inchiesta, molto articolata, - relativa ai lavori di sottoattraversamento, in tunnel, di Firenze della linea ferroviaria Tav -, per Incalza e Mele il gup Moneti ha emesso sentenza di non luogo a procedere «per non aver commesso il fatto» riguardo all’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e all’abuso di ufficio nell’esecuzione dell’appalto. 

In particolare i due erano accusati di essersi prodigati - come dirigenti dell’unità di missione del ministero delle Infrastrutture a cui faceva riferimento l’appalto Tav di Firenze - per “bypassare” con loro dichiarazioni vincoli e autorizzazioni paesaggistici, anche attestando nelle varianti al progetto che non fosse necessaria una nuova valutazione di impatto ambientale, con riferimento allo scavo del tunnel vicino a monumenti come la Fortezza da Basso. 

IN 20 A GIUDIZIO  
Va a processo per questa parte di accusa Maria Rita Lorenzetti - come presidente di Italferr -, insieme al rup di Italferr Valerio Lombardi, per aver operato «a vantaggio della controparte «Nodavia e Coopsette mettendo a disposizione dell’associazione» a delinquere «conoscenze personali, propri contatti politici e una vasta rete di contatti». A giudizio anche il legale rappresentante di Nodavia Furio Saraceno, il già responsabile di Ds e Pd a Palermo, Walter Bellomo, come membro della commissione Via del ministero dell’Ambiente, i dirigenti di Coopsette, Maurizio Brioni e Marco Bonistalli. Maria Rita Lorenzetti è stata invece prosciolta, insieme ad altri, «perché il fatto non sussiste», da accuse di corruzione, falso e abuso d’ufficio per altri episodi sempre relativi a presunte `pressioni´ per ottenere autorizzazioni ai lavori. 

IL TRAFFICO DI RIFIUTI  
Il gup ha confermato il rinvio a giudizio per Busillo e Vizzino per frode nel corretto e completo montaggio della fresa di scavo del tunnel che fu chiamata “Monna Lisa”, macchinario che - come volle dimostrare la procura - non fu mai in efficienza, ma venne dichiarato come tale «per far apparire correttamente adempiuto il contratto» e chiedere a Nodavia e alla stazione appaltante il pagamento del primo stato di avanzamento lavori. Sull’accusa di traffico illecito di rifiuti - in particolare i fanghi da perforazione smaltiti in modo ritenuto pericoloso per l’ambiente -, il gup ha differenziato le posizioni emettendo sentenza di non luogo a procedere per una parte degli imputati.  

http://www.lastampa.it/2016/03/10/italia/cronache/inchiesta-sulla-tav-a-firenze-prosciolto-incalza-YNMiORTM6BjdTMMBjftCvI/pagina.html 

2016 crisi economica, è nell'evoluzione che le monete si sgancino dal dollaro e cominciano a fluttuare liberamente


 La svalutazione del Renminbi getta un’ombra sul mondo


La transizione della Cina da un modello di crescita incentrato sugli investimenti a un sistema economico più focalizzato sui consumi ha costretto alcuni paesi a operare difficili adeguamenti.














Market Brett, analista della ricerca valutaria di Capital Group, spiega che la transizione della Cina da un modello di crescita incentrato sugli investimenti a un sistema economico più focalizzato sui consumi ha costretto alcuni paesi a operare difficili adeguamenti. Seppure in misura diversa, le valute e le economie di Paesi esportatori di materie prime come Australia, Brasile, Indonesia e Sudafrica stanno subendo ripercussioni dirette e indirette causate dall’evoluzione della domanda cinese verso nuovi modelli.
La Cina è intervenuta ripetutamente in materia di politica monetaria e tassi di cambio, con risultati talvolta controproducenti - spiega Market Brett -. La svalutazione valutaria decisa dalle autorità cinesi nel gennaio 2016 ne è la prova lampante. Questa operazione ha scosso i mercati e la Cina è stata accusata di voler rischiare una guerra valutaria pur di aumentare la competitività delle sue esportazioni.
La svalutazione ha scosso la fiducia tra gli investitori locali sul mercato cinese, provocando un’ondata di volatilità sui listini azionari e una fuga di capitali da parte dei residenti in Cina che hanno trasferito i propri fondi all’estero - spiega Market Brett -. Questi sviluppi rappresentano una grande sfida per i policy maker cinesi, poiché i mercati azionari locali potrebbero registrare un andamento piuttosto altalenante anche nei prossimi anni, nonostante gli sforzi delle autorità.
Nell’immediato futuro, le politiche della Cina continueranno probabilmente ad avere un impatto di lungo raggio e non soltanto sulle valute dei paesi esportatori di materie prime - spiega Market Brett -. Ad esempio, le valute delle nazioni asiatiche, le cui economie sono strettamente correlate alla sorte della Cina (perché traggono vantaggio dalla domanda cinese o perché gli esportatori cinesi rappresentano i loro maggiori concorrenti sui mercati internazionali), sono evidentemente a rischio di deprezzamento contro il dollaro.

Perfino gli Stati Uniti potrebbero subire contraccolpi. Nel corso dell’ultimo decennio, infatti, la domanda cinese è diventata un fattore sempre più importante per la crescita degli utili delle aziende statunitensi - spiega Market Brett -. Se l’espansione degli utili negli USA è rallentata dall’indebolimento della crescita in Cina, le ramificazioni dell’economia statunitense potrebbero impedire alla Federal Reserve di innalzare i tassi nella misura attualmente attesa. Questo scenario potrebbe addirittura aumentare le probabilità di un taglio dei tassi da parte della Fed o il varo di un programma di acquisti obbligazionari (quantitative easing), eventualità che hanno tutto il potenziale per arrestare la corsa del dollaro.
I mercati emergenti non sono tutti uguali, alcune economie, come il Brasile, hanno un’esposizione molto più ampia alla Cina, poiché dipendono fortemente dalle esportazioni di materie prime - spiega Market Brett -. Altre, come ad esempio il Messico, hanno una correlazione maggiore con l’economia degli Stati Uniti. L’India può vantare buone prospettive di crescita e inflazione, mentre in Russia il futuro dell’economia appare segnato da una maggiore debolezza.  Brasile, Russia e Sudafrica devono gestire numerosi squilibri economici e commerciali, oltre al problema dell’inflazione. Il clima politico locale, inoltre, non lascia presagire una concreta possibilità di realizzare quelle riforme strutturali che potrebbero risanare le loro economie. Pertanto, il real brasiliano, il rublo russo e il rand sudafricano rischiano un ulteriore indebolimento nei confronti del dollaro, anche se hanno inaugurato il 2016 con valutazioni di oltre il 25% più basse rispetto ai livelli che sarebbero da considerarsi ragionevoli.

Per contro, il fiorino ungherese, il peso messicano e lo zloty polacco sono apparsi sottovalutati contro il dollaro a inizio 2016 - spiega Market Brett -. Tutte e tre le rispettive economie sembrano prive di squilibri significativi e forti pressioni inflazionistiche. Queste valute hanno subito arretramenti a causa dell’ondata di vendite generalizzata che ha colpito i mercati emergenti, e il debito in valuta locale offre oggi un interessante potenziale di rendimento per i portafogli incentrati sul debito emergente e sulle obbligazioni globali.
Nel breve termine, una valuta più debole può penalizzare l’economia alimentando l’inflazione, ma con il passare del tempo questa circostanza si rivela spesso favorevole: può migliorare la competitività e, soprattutto, consentire le riforme economiche - spiega Market Brett -. Di conseguenza, il fatto che la maggior parte delle valute nei mercati emergenti adotti ormai un regime di cambi flessibili, invece di mantenere l’ancoraggio al dollaro, dovrebbe da ultimo dimostrarsi un fattore positivo. Oltretutto, il tasso di apprezzamento del dollaro ha rallentato. Un dollaro più stabile in un futuro non troppo lontano potrebbe contribuire a normalizzare i prezzi delle materie prime (che sono tipicamente indicati in dollari), consentendo un’inversione di tendenza alle valute di molti paesi in via di sviluppo.

http://www.trend-online.com/prp/svalutazione-renminbi-getta-ombra/ 

la Rai, per il corrotto Pd, può fare appalti non legali

La Rai si salva da cantone.... 

Venerdì, 11 marzo 2016




Ma quanto è più moderno e più trasparente il codice appalti appena approvato dal governo Renzi. Poteri mai visti all’Anticorruzione di Raffaele Cantone, migliore organizzazione delle stazioni appaltanti, lotta ai conflitti d’interessi in nome dell’imparzialità delle commesse pubbliche, rating di legalità per le offerte, prevalenza del criterio del prezzo più basso, sanzioni per chi non denuncia le irregolarità. Tutto molto giusto, frutto di un grande lavoro del ministero delle Infrastrutture e di Palazzo Chigi. Peccato che all’ultimo, nelle disposizioni transitorie, una manina assai aspirata e ancora tutta da identificare abbia inserito un codicillo geniale: le nuove norme non si applicano alla Rai. Come se a Viale Mazzini scrive bonazzi sulla notizia, su cui indaga da mesi la procura di Roma proprio per una serie di appalti sospetti, non ce ne fosse bisogno.

http://www.affaritaliani.it/politica/palazzo-potere/la-rai-si-salva-da-cantone-411665.html 

Raffaele Cantone, la foglia di fico del corrotto Pd, sta iniziando a capire che la risposta alla corruzione non è ne può essere solo una risposta tecnica ma serve una risposta corale delle istituzioni, della politica, dell'economia

Raffaele Cantone sull'inchiesta Anas: "A volte ritornano"
Il presidente dell'autorità nazionale anticorruzione alla presentazione di "Io, morto per dovere"

Pubblicato:
RAFFAELE CANTONE

“Mi viene da dire ‘a volte ritornano’. Ci sono realtà che ciclicamente riportano situazioni di questo genere. Realtà nelle quali facciamo fatica a individuare i meccanismi della corruzione”. Sembra quasi rassegnato, il presidente dell’Anac Raffaele Cantone, di fronte all’ennesima inchiesta che ha coinvolto dirigenti e funzionari corrotti dell’Anas, e che ha portato a una nuova raffica di arresti e di incriminazioni, tra le quali quella del deputato di Forza Italia Marco Martinelli.
“Probabilmente”, osserva Cantone a margine della presentazione del libro “Io, morto per dovere’ (Chiarelettere), di Luca Ferrari e Nello Trocchia, sulla storia del poliziotto Roberto Mancini che indagò sulla Terra dei fuochi, “se le cose non cambieranno, tra dieci anni ci ritroveremo nella stessa situazione. Noi ci stiamo provando, ma mi chiedo e vi chiedo se è possibile pensare che su ogni appalto che c’è in Italia, vi sia un funzionario Anac. Io non ho risposte semplici, ma una soluzione potrebbe essere quella di approntare un sistema serio di autoregolamentazione. Vediamo il nuovo codice appalti, ma ora tutti si chiederanno se sia il caso di mantenere organismi con un tale tasso di centralizzazione, poi, quando si polverizzano le autorità, si dice che la corruzione c’è proprio perché è impossibile controllarle”.
Cantone, nel corso della presentazione del libro, ha rievocato anche la storia di Roberto Mancini e di altri rappresentanti dello Stato che si sono sacrificati per la verità e per la giustizia, a partire da Giovanni Falcone: “L’Italia è uno strano paese. Perché ci si ricordi di qualcuno, occorre che questo qualcuno muoia”. E non ha risparmiato qualche stilettata ad alcuni ex.colleghi magistrati: “Quando la giustizia si occupa di certi soggetti – ha affermato - cambia velocità. Quando si tratta di individuare soggetti border-line, la magistratura mostra un lato meno entusiasmante di se stessa. In passato – ha aggiunto - si è molto giocato sul meccanismo degli eroi. Penso al trattamento che fu riservato a Giovanni Falcone, ma non da parte della politica, bensì della magistratura, additato da tutti come un traditore. Quegli stessi che lo accusavano di tradimento, li sentii a distanza di poco meno di un mese dalla strage di Capaci, chiamarlo eroe. Non costa nulla mettere una corona il giorno della commemorazione. E spesso i soggetti che commemorano – ha concluso - non hanno le caratteristiche per commemorare…”

Renzi&Alessandro Maiorano, le denunce si perdono quando si tratta dei politici, dei magistrati, dei potenti


Perso al tribunale di Roma il fascicolo con la denuncia nei confronti del pm
Giuseppe Creazzo. Presentato un nuovo esposto a Prato 

 11 marzo 2016 


Al tribunale di Roma “è andato perso” il fascicolo con la denuncia presenta da Alessandro Maiorano nei confronti del procuratore capo di Firenze, Giuseppe Creazzo, del pm Luca Turco e del gip Alessandro Moneti. Lo ha detto oggi a Firenze l’avvocato Carlo Taormina, legale di Maiorano, dipendente del Comune di Firenze, che nel corso degli ultimi anni ha presentato numerosi esposti contro l’attuale Presidente del Consiglio, ed ex sindaco di Firenze, Matteo Renzi.
Per questo nel pomeriggio di oggi Maiorano ha presentato, alla questura di Prato, una nuova denuncia contro i tre magistrati. Nel fascicolo presentato a Roma il 4 gennaio scorso, ha ricordato Taormina, si chiedeva di verificare se alla procura e al tribunale di Firenze ci sia stata omissione di atti d’ufficio in danno del dipendente del Comune o, comunque, a vantaggio di Renzi. Tutto dovrebbe essere trasferito per competenza alla procura di Genova.
Giuseppe Creazzo 

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Libia&Guerra, la Clinton NO, è una guerrafondoia, la Francia e la Gran Bretagna inaffidabili, e l'amministrazzione ha manipolato l'informazione date ad Obama, la rivolta fatta da due scalcagnati su un auto che montava una mitragliatrice, le immagini delle Tv parlano

Che cosa pensa Obama della Libia


Che è un "cazzo di casino" e che l'intervento militare del 2011 è stato un fallimento nonostante la sua amministrazione avesse fatto tutto giusto, ha detto in una lunga intervista all'Atlantic



President Obama Receives Update On The Economy
Barack Obama (Mark Wilson/Getty Images)

Giovedì il sito della rivista statunitense Atlantic ha pubblicato un lungo articolo del noto giornalista Jeffrey Goldberg intitolato “La Dottrina di Obama”. L’articolo di Goldberg, che è un po’ racconto e un po’ intervista, mette insieme molte cose sulla politica estera di Barack Obama nel corso dei suoi due mandati presidenziali e prova a spiegare alcune delle decisioni più contestate della sua amministrazione. Si parla molto di Medio Oriente, come è facile immaginare, ma uno dei passaggi più significativi riguarda l’intervento militare americano in Libia nel 2011, quello che contribuì alla caduta del regime dell’ex presidente libico Muammar Gheddafi. In sintesi Obama ha detto a Goldberg: nonostante facemmo tutto giusto, la Libia oggi è un casino. Ci sono due governi – tre se si considera quello di unità nazionale che però ancora non funziona – centinaia di milizie armate e la base più importante dello Stato Islamico al di fuori dell’Iraq e della Siria.
I pensieri e i racconti di Obama sulla Libia sono interessanti per diverse ragioni: spiegano le divisioni interne alla sua amministrazione sugli interventi armati in Medio Oriente (e anche le differenze tra Obama e Hillary Clinton); raccontano un pezzo del complicato rapporto tra Stati Uniti ed Europa, soprattutto quando ci sono di mezzo questioni militari; e insegnano, se così si può dire, che anche quando si-fa-tutto-giusto il successo di una guerra non è garantito. Il racconto di Goldberg parte proprio dalle settimane precedenti l’inizio dei bombardamenti in Libia, nel marzo 2011. Bengasi, nel nord-ovest del paese, era diventato il centro della ribellione e le forze fedeli a Gheddafi si stavano preparando per attaccare la città. Gheddafi disse, riferendosi alla popolazione di Bengasi: «Li uccideremo tutti come topi».

Ma fu il fallimentare intervento della sua amministrazione in Libia nel 2011 a rendere irreversibile la visione fatalista di Obama. L’intervento avrebbe dovuto impedire all’ex dittatore libico Muammar Gheddafi di massacrare i cittadini di Bengasi, come aveva minacciato di fare. Obama non voleva farsi coinvolgere nella guerra: tra gli altri Joe Biden e Robert Gates, il segretario per la Difesa durante il primo mandato di Obama, gli avevano consigliato di tenersene alla larga. Ma una fazione molto forte che si era creata tra i suoi responsabili per la sicurezza nazionale – formata da Hillary Clinton (segretario di Stato), Susan Rice (ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU), Samantha Power, Ben Rhodes e Antony Blinken (il consigliere per la sicurezza nazionale di Biden) – fece molta pressione per chiedere la protezione di Bengasi, e alla fine ebbe la meglio. (Biden, che era molto critico della visione di Clinton in materia di politica estera, disse in privato: «A Hillary interessa soltanto essere come Golda Meir» [ex primo ministro d’Israele nota tra le altre cose per il suo carattere duro e risoluto, ndr]). Gli Stati Uniti bombardarono la Libia e il popolo di Bengasi fu salvato da quello che forse sarebbe stato un massacro, mentre Gheddafi fu catturato e giustiziato.
Parlando dell’intervento, Obama ha detto che «non funzionò», e ha sostenuto che la Libia è ancora oggi un disastro, nonostante gli Stati Uniti avessero pianificato scrupolosamente l’operazione militare.
Come hanno ricostruito successivamente diverse giornalisti e analisti, Obama era contrario all’intervento in Libia. Si fece convincere da alcuni suoi consiglieri – tra cui Hillary Clinton, allora segretario di Stato – e dalle pressioni degli alleati europei e arabi. Ci fu in particolare un incontro decisivo che convinse l’amministrazione Obama a intervenire: fu quello che si tenne a Parigi il 14 marzo 2011 tra Hillary Clinton e Mahmoud Jibril, l’allora leader dell’opposizione libica. Un assistente di Clinton disse poi, riferendosi alle convincenti risposte di Jibril: «Ci dissero tutto quello che volevamo sentire. E tutto quello a cui uno vuole credere». Obama era convinto al “51-49”, raccontò l’allora segretario della Difesa Robert Gates: fu la nuova convinzione di Clinton che gli fece superare i dubbi e decidere per l’intervento.
Per quale motivo allora Obama decise di seguire il consiglio dei suoi collaboratori più interventisti, vista la sua apparente riluttanza a un impegno militare in paesi in cui la sicurezza nazionale americana non è direttamente in pericolo?
«In Libia non esisteva più un ordine sociale», ha detto Obama per spiegare il suo pensiero di allora. «C’erano grandi proteste contro Gheddafi e divisioni tribali all’interno del paese. Bengasi era la roccaforte dell’opposizione al regime. Gheddafi stava mandando il suo esercito verso la città, e aveva promesso di uccidere il popolo di Bengasi “come topi”».
«La prima opzione era non fare niente e c’erano alcune persone nella mia amministrazione che dicevano che per quanto la situazione in Libia fosse tragica non era un nostro problema. Per come la vedevo io, sarebbe diventato un nostro problema se in Libia si fosse scatenato il caos e fosse cominciata una guerra civile. Tuttavia la Libia non era un interesse prioritario degli Stati Uniti tale da giustificare un attacco unilaterale contro il regime di Gheddafi. C’erano diversi paesi europei e paesi del Golfo che disprezzavano Gheddafi, o che erano preoccupati per la situazione umanitaria in Libia, che chiedevano un intervento. Ma quello che è diventato comune negli ultimi decenni è che le persone ci chiedono di intervenire, prima però di dimostrarsi per nulla disposte a fare qualsiasi sacrificio».
«Free riders?(scrocconi)» ho chiesto io.
«Free riders» ha risposto Obama.
In questo passaggio Obama descrive a Goldberg uno dei classici calcoli che un governo fa quando sta decidendo se e come intervenire militarmente in un altro paese: se siamo più di uno favorevole all’intervento, chi si prende la responsabilità di dire “andiamo”? Chi si mette alla guida della coalizione, cioè colui che prende più meriti in caso di successo ma paga un costo politico più alto in caso di fallimento? Nella guerra in Libia del 2011 c’erano altri stati disposti a intervenire – Francia e Regno Unito, tra i più insistenti – e per Obama era una buona notizia. Obama fu eletto presidente dopo una campagna elettorale in cui aveva promesso di finire le due lunghissime guerre iniziate dall’amministrazione precedente di George W. Bush, in Iraq e in Afghanistan. Per Obama non sarebbe stato possibile giustificare un intervento guidato dagli Stati Uniti in Libia, un paese che come lui stesso ha detto non era di interesse prioritario degli americani.
Obama ha parlato anche di “free riders”, un termine che in economia indica quegli individui che beneficiano di risorse, beni o servizi senza pagare per riceverli: si è riferito a coloro che nel dibattito politico americano sostengono l’intervento militare – che sia per presunti scopi umanitari o per motivi legati alla sicurezza nazionale – per ottenere consensi, senza però essere poi disposti a fare dei sacrifici per raggiungere l’obiettivo. Potrebbe anche essersi riferito ad alcuni alleati degli Stati Uniti, come sembra suggerire in un passaggio successivo (ci arriviamo).
«A quel punto dissi che gli Stati Uniti sarebbero dovuti intervenire all’interno di una coalizione internazionale. Ma del momento che la Libia non era un nostro interesse prioritario, ci serviva un mandato dell’ONU. I paesi europei e quelli del Golfo dovevano avere una parte attiva nella coalizione. Avremmo messo in campo le nostre capacità militari uniche, ma ci aspettavamo che anche gli altri paesi facessero la loro parte.
Lavorammo con i nostri collaboratori della Difesa per fare in modo di potere avere una strategia che non comportasse un intervento di terra e un impegno a lungo termine in Libia. Il piano andò secondo le aspettative: ottenemmo un mandato dell’ONU, formammo una coalizione, e l’intervento ci costò un miliardo di dollari, una cifra molto bassa per un’operazione militare. Evitammo un grande numero di morti e feriti civili e quella che quasi sicuramente sarebbe stata una guerra civile lunga e sanguinosa. E nonostante tutto questo, la Libia è ancora un disastro».
Obama riassume in poche frasi cosa significa oggi intervenire in una guerra facendo-tutto-giusto. Da diversi anni nel dibattito pubblico delle democrazie occidentali non si valuta più solo se una guerra sia giusta o meno (cioè se sia combattuta per motivi che ciascuno ritiene validi): si è anche cominciato a giudicare il modo in cui la guerra viene iniziata. Se c’è il mandato dell’ONU è una cosa buona, se non c’è il mandato dell’ONU è un intervento arrogante e imperialista della potenza di turno (spesso ci si dimentica però che l’ONU può autorizzare l’uso della forza solo attraverso il suo Consiglio di Sicurezza, nel quale ci sono cinque membri permanenti che hanno il potere di veto: Stati Uniti e Russia non sono d’accordo su moltissime cose, che c’entrano più con i rispettivi interessi nazionali che con il presunto carattere imperialista di una guerra). Nel caso libico il mandato dell’ONU c’era: c’era una stima di spesa molto bassa e anche una strategia che non comportava l’uso delle truppe di terra, che avrebbe ricordato troppo le guerre americane in Iraq e in Afghanistan.
Per certi versi un ragionamento simile si può fare per quello che sta succedendo oggi in Libia. Almeno tre paesi europei – Francia, Regno Unito e Italia – hanno già in territorio libico delle forze speciali incaricate di raccogliere informazioni sullo Stato Islamico e mappare le reti di contatti dei leader del gruppo. Nonostante si discuta da mesi dell’urgenza di fare-qualcosa per fermare l’espansione dello Stato Islamico in Libia – un paese da cui tra le altre cose passa buona parte del flusso migratorio verso l’Europa – per ora è rimasto tutto fermo: i governi occidentali, tra cui quello italiano, vogliono che un eventuale intervento internazionale sia chiesto dal nuovo governo di unità nazionale libico, che però non ha ancora cominciato a funzionare. Che un governo legittimo chieda un intervento militare esterno viene considerata una cosa buona e con costi politici minori anche in caso di fallimento (“ce l’hanno chiesto loro!”).
“Disastro” è il termine diplomatico: in privato Obama definisce la situazione in Libia «un cazzo di casino», in parte perché la Libia poi è diventata una base dello Stato Islamico, che qui è già stato colpito dai bombardamenti americani. Le ragioni per cui la Libia è diventata per Obama un “cazzo di casino” non hanno a che vedere tanto con l’incompetenza americana, quanto con la passività degli alleati degli Stati Uniti e con l’inscalfibile potere delle tribù libiche.
«Quando ci ripenso e mi chiedo cosa sia andato storto», ha detto Obama, «credo ci sia motivo per essere critici: credevo che l’Europa, data la vicinanza con la Libia, sarebbe stata più coinvolta nella gestione della situazione dopo il conflitto». Obama ha sottolineato come il presidente francese Nicolas Sarkozy terminò l’incarico l’anno successivo, e che il primo ministro britannico David Cameron smise presto di interessarsi alla Libia, «distratto da una serie di altre faccende». Sulla Francia Obama ha detto che «Sarkozy voleva sbandierare la presenza francese negli attacchi aerei: ma eravamo stati noi a eliminare le difese aeree libiche e predisporre l’intera infrastruttura» per l’intervento. Obama assecondò di buon grado il desiderio di mettersi in mostra dei francesi, perché permetteva agli Stati Uniti di «avere un coinvolgimento da parte della Francia che comportava minor costi e rischi per noi».
In altre parole per gli Stati Uniti dare alla Francia parte del merito dell’operazione in cambio di minori rischi e costi più bassi era un buon compromesso, «se non fosse che la cosa fu terribile dal punto di vista di molte persone che si occupavano di politica estera all’interno della classe dirigente americana: se gli Stati Uniti dovevano intervenire ovviamente dovevamo essere in prima linea e non condividere le luci dei riflettori con nessun altro».
Obama attribuisce la colpa della situazione in Libia anche alle dinamiche interne al paese: «Le divisioni tribali in Libia erano più profonde di quanto i nostri analisti si aspettassero, e la nostra capacità di mettere in piedi il tipo di struttura necessaria per poter interagire, fornire addestramento e risorse fu compromessa molto rapidamente». Per Obama la Libia rappresentò la dimostrazione che la sua decisione di rimanere fuori dal Medio Oriente era giusta: «Non dovremmo assolutamente impegnarci per cercare di gestire il Medio Oriente o il Nord Africa», ha detto Obama di recente a un suo ex collega senatore, «Sarebbe un chiaro errore».
Nel suo ultimo passaggio sulla Libia, Obama dice di essersi aspettato un impegno diverso dai paesi europei nella fase successiva alla fine della guerra, e parla in particolare della Francia accusandola implicitamente di essere uno dei “free riders” citati sopra. Ci sono state sicuramente altre cose che sono andate storte: una delle più rilevanti è quella che Obama definisce “l’inscalfibile potere delle tribù libiche”. Già nei giorni successivi all’uccisione di Gheddafi, alcuni funzionari americani capirono che le cose si stavano mettendo male. Diversi leader libici della rivolta con cui gli occidentali avevano parlato fino a quel momento furono uccisi o marginalizzati: lo stesso Mahmoud Jibril, quello che convinse Clinton a intervenire in Libia nell’incontro a Parigi, fu nominato primo ministro ad interim ma di fatto cominciò a fare il pendolare dalla Libia al Qatar. Gli islamisti iniziarono a muoversi in maniera sempre più aggressiva per conquistare il potere, finanziati anche da alcuni paesi della coalizione anti-Gheddafi, come il Qatar; le milizie armate che avevano combattuto sul fronte ribelli si rifiutarono di deporre le armi. Nessuno nell’amministrazione di Obama aveva previsto il disastro che sarebbe poi successo in Libia: se Jibril e i suoi collaboratori lo sospettavano – scrisse allora Jeffrey D. Feltman, importante funzionario esperto di Medio Oriente del dipartimento di Stato – non lo vollero dire agli americani.

http://www.ilpost.it/2016/03/11/barack-obama-guerra-libia/ 

Siria&Parigi, non è una guerra di religione ma di potere

Medio Oriente in ebollizione: chi soffia dietro il conflitto sciiti-sunniti?

(di Giampiero Venturi)
11/03/16
Tra sciiti e sunniti non corre buon sangue dal VII° secolo, praticamente dalle origini dell’Islam, quando la legittimità della guida spirituale per i musulmani diventò un tema centrale. Lo scontro tuttavia non ha mai interessato i grandi numeri. Gli sciiti rappresentano poco più del 10% dei fedeli di Allah e il conflitto, anche se mai superato, non è mai degenerato. Nell’ultimo secolo in particolare non è mai uscito dalla sfera confessionale, condito da mille rivendicazioni e dalle fratture etnico-scismatiche che caratterizzano i tanti rivoli dell’Islam.
Ai nostri tempi la divisione fra “ortodossi” e “ribelli” islamici ha ripreso peso politico solo col ritorno dell’ayatollah Khomeini in Iran nel 1979. Ma anche quando l’Iran sciita ha iniziato a far paura alle monarchie sunnite del Golfo, lo scontro ha generato attriti capaci di influenzare la geopolitica in Medio Oriente, ma mai al punto da innescare guerre su larga scala.
Facciamo un esempio.
Per tutta la durata della guerra Iran-Iraq Khomeini si riferiva a Saddam Hussein con l’appellativo di “serpe infedele”, infuriato non solo per l’aggressione militare del 1980 ma anche per la feroce repressione del rais di Baghdad della maggioranza sciita in Iraq. Le monarchie del Golfo dal canto loro hanno appoggiato l’Iraq per tutti gli anni ’80 proprio per frenare Teheran. L’ossessione era forte soprattutto in Arabia Saudita e in Bahrein dove le minoranze sciite sono più rumorose. La città saudita di Qatif è il cuore degli sciiti della Penisola e sta a un passo dall’arcipelago del Bahrein, più volte agitato da rivolte religiose. 
Tuttavia l’appoggio a Saddam fu tutto tranne che teologico. Il rais, benché sunnita, oltre ad essere laico era anche di formazione baathista nasseriana, con una vena socialista anti teocratica. Neanche a dirlo Saddam due anni dopo l’armistizio con l’Iran sconfessò il “volemose bene” sunnita attaccando proprio il Kuwait, primo anello della filiera araba anti-iraniana e anti-sciita.
In altri termini nella storia contemporanea guerre importanti tra sunniti e seguaci di Alì non ce ne sono state e gli scontri, anche violenti, sono sempre stati circoscritti a faide locali.
Le cose cambiano. Vediamo perché.
La fonte concreta di pericolo integralista fino a venti anni fa è stata più che altro lo sciismo che fa un assioma dell’unione tra sacro e profano e di teologia e politica. I seguaci di Alì sono i fautori di un’interpretazione onnicomprensiva dell’Islam che aspira ad una fusione totale fra terra e cielo: la teocrazia appunto, dal 1979 messa in atto proprio dall’Iran. 
I sunniti hanno però spodestato il potenziale fondamentalista degli sciiti da quando la visione conservatrice wahhabita si è diffusa a macchia d’olio tra Asia e Africa.
Dietro questa crescita c’è l’Arabia Saudita, culla dell’interpretazione più conservatrice del Corano, divenuta poi guida teologica e ideologica per Talebani, Al Qaeda e Stato Islamico.
La jihad sunnita col tempo ha doppiato quella sciita, permettendo perfino all’Iran di fungere da moderato (lotta all’ISIS in Siria).
Per dirla in breve, oggi in Medio Oriente gli Stati teocratici sono due, Arabia Saudita e Iran, schierati sulle due rive radicali opposte del fiume Islam.
L’Arabia Saudita, Paese custode dei due maggiori luoghi sacri islamici (La Mecca dove è nato Maometto, Medina dov’è sepolto), fa del wahhabismo la base per l’esportazione del suo peso politico. Viene da sé che il terrorismo internazionale di matrice sunnita, goda di coperture enormi, politiche e finanziarie.
In questa rubrica abbiamo preso in considerazione più volte la crescita geopolitica di Riad, sempre più in grado di influenzare le scelte strategiche americane e sempre più autonoma come potenza regionale e addirittura globale.
Cosa ci dobbiamo aspettare dunque?
Due eventi recenti hanno una rilevanza enorme nello sviluppo delle prossime calibrature geopolitiche mediorientali e non solo:
  • l’esecuzione del 2 gennaio in Arabia Saudita dell’imam sciita Al-Nimr;
  • la decisione del Consiglio di Cooperazione del Golfo di dichiarare Hezbollah organizzazione terroristica.
Il primo è un grande segnale politico: Riad può permettersi di sfidare l’Iran su scala non solo regionale. I due Paesi sono rispettivamente primo e quarto produttore di greggio al mondo, con visione diversa anche riguardo al prezzo del barile. Lo scontro a distanza tra sunniti e sciiti in Siria, nello Yemen e in Iraq, è quindi la prova di una sfida geopolitica tra potenze che va al di là della religione.
Lo testimonia il Consiglio di Cooperazione del Golfo (i sei Paesi del Golfo Persico) che il 2 marzo scorso, sotto la guida dell’Arabia Saudita, ha messo al bando Hezbollah.
Il “Partito di Dio” libanese è stato per decenni mito degli islamici di tutto il mondo per aver colpito e tenuto testa a Israele. Ora i sauditi ne parlano con lo stesso linguaggio di una cancelleria occidentale alimentando i sospetti iraniani e siriani di “complotto sionista”.
L’enigmatico rapporto di Arabia e Israele con lo Stato Islamico, i due nemici comuni Iran e Hezbollah, il rapporto privilegiato con gli USA, l’amicizia storica con la Turchia… Non sono pochi quelli che sostengono che Stato ebraico e Arabia Saudita abbiano molte più convergenze di quanto l’etichetta faccia credere.
L’Iran sarebbe quindi il vero antagonista della plutocrazia dollaro-centrica occidentale e l’Arabia Saudita al contrario il regno bicefalo che da una parte la asseconda e dall’altra la minaccia col fondamentalismo islamico.
C’è questo dietro lo scontro sunniti-sciiti?
Molto ci diranno il prossimo presidente USA e l’evoluzione del rapporto strategico tra Iran e Russia.
Quale che sia lo sfondo, la scelta di Riad comporta comunque una frattura interna al mondo islamico ma anche al mondo arabo. Col rilancio della sfida agli sciiti si accresce la polarizzazione di un Medio Oriente i cui equilibri sono in evidente fase di rotazione.
(Foto: ISNA)
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http://www.difesaonline.it/geopolitica/tempi-venturi/medio-oriente-ebollizione-chi-soffia-dietro-il-conflitto-sciiti-sunniti