Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 9 aprile 2016

2016 crisi economica - regalare denaro alle persone, moneta complementare, certificati di credito sono tutte focalizzate a creare un'alternativa agli imbecilli che a tutt'oggi ancora puntano sull'austerità e sul risanamento dei conti. L'Alternativa è creare la Piena Occupazione Dignitosa e si possono anche prendere in considerazione i regali di denaro alle persone

Quantitative Easing for the people: una proposta realistica

Quantitative Easing for the people?Cioè regalare denaro alle persone? Ma non è forse questa pura demagogia? Niente affatto, se ben articolata questa proposta, che è stato il cavallo di battaglia della campagna vincente nel Labour Partydi Jeremy Cobyrn, potrebbe invece diventare la chiave per uscire dalla crisi.
Proprio il fatto che Mario Draghi sia dovuto intervenire con un nuovo assai più generoso Quantitative Easing dimostra la gravità della crisi economica in atto che probabilmente apre le porte a quella che economisti come Larry Summers e Paul Krugman hanno chiamato una “stagnazione secolare”. La Bce ha aumentato la quota di acquisto dei titoli pubblici sul mercato secondario, portandola a 80 miliardi di euro al mese; l’ha estesa ai bond emessi dalle grandi imprese dotate di buon rating – un’ulteriore vantaggio per il capitale privato -; ha reso ancora più negativi i rendimenti dei depositi presso la Banca centrale in modo da costringere le banche dei vari paesi a prestare a imprese e famiglie il denaro avuto a così basso prezzo, per invertire il credit crunch. Eppure è da dubitare che, non essendo finora bastato, neppure questo provvedimento potenziato, ma simile al precedente, riuscirà a rilanciare l’economia. Il cavallo non beve, si sarebbe detto un tempo. Per di più le politiche di stimolo monetario alla lunga aumentano le diseguaglianze, orientando i capitali verso il mercato azionario.
I margini che restano alla Bce sono ormai esigui
I provvedimenti della Bce hanno teso la corda dei suoi limiti statutari, dettati dai Trattati europei; hanno suscitato l’ira dei tedeschi, pressati dalle banche dei Lander, preoccupate che un sistema di tassi negativi colpisca la loro profittabilità. Finora Draghi è riuscito a salvare l’euro, ma non è affatto detto che salverà l’Europa.
Del resto i margini che restano alla Bce sono ormai esigui. La sola politica monetaria – e Draghi stesso lo ha detto più volte – ha esaurito le sue ricette e da sola non basta, se non c’è una vera politica espansiva di rilancio degli investimenti, a partire da quelli pubblici, e dei consumi. Per di più non si tratta di ripercorrere le vecchie strade di un modello di sviluppo che ha raggiunto il suo apice e cominciato da tempo il suo declino.
Bisogna che questi investimenti battano strade inesplorate; puntino sui bisogni prevalentemente immateriali di una società matura come quella europea; rispondano ai grandi temi che il degrado dell’ambiente ci pone, come la transizione energetica la più rapida possibile verso le energie rinnovabili (da qui l’importanza anche simbolica del buon esito del referendum contro le trivelle del 17 aprile); servano per rilanciare in senso universalistico il welfare state che, come la migliore storia europea dimostra, non è solo fattore di giustizia sociale e di riduzione delel diseguaglianze, ma anche un potente volano per uno sviluppo economico complessivo di nuovo tipo. Serve che tutto ciò sia fondato sulla ricerca, almeno tendenziale, della piena occupazione e sull’accoglienza dei migranti Il Job Act all’italiana ha già dimostrato, dati Istat dell’ultimo mese alla mano, di essere un flop. Quello alla francese è al centro di una contestazione di piazza che ha pochi precedenti.
È necessario che la liquidità non si areni nei forzieri delle banche
Per fare questo è necessario che la liquidità non si areni nei forzieri delle banche. L’idea lanciata da Jeremy Corbyn, il nuovo leader del Labour Party, di un Quantitative Easing for the people è una strada da percorrere. Certamente la proposta va affinata, affinché si riesca finalmente, e non solo nello slogan, a fare giungere al popolo la liquidità monetaria iniettata nel sistema. Si tratta di pensare a un programma di investimenti pubblici su scala europea di quelli che ho prima descritto e contemporaneamente di mettere in atto un trasferimento diretto alle persone attraverso l’istituzione di un reddito di cittadinanza, non sostitutivo ma aggiuntivo a quello da lavoro, in modo tale che tanto chi lavora e chi è momentaneamente disoccupato o è ancora in attesa, come i giovani, di entrare nel mondo del lavoro, pur in una comprensibile differenza, non sia costretto in condizioni di povertà. La quale invece nelle attuali condizioni si sta allargando in tutta Europa e particolarmente nel nostro paese, come rilevato dall’Istat.
Si dirà che è un vasto programma. È vero, ma non ci sono scorciatoie. Il fallimento del neoliberismo è sotto gli occhi di tutti. Persino di diversi suoi propugnatori. Ma non verrà scalzato se non cresce un movimento europeo di massa, del quale i sindacati devono essere tra i protagonisti, e una nuova sinistra, capaci non solo di opporsi alle singole misure di austerità, ma di contrapporre un programma alternativo in grado di conquistare consensi. Cioè di fare egemonia, creare un nuovo senso comune.

Siria&Parigi&Bruxelles - la Russia ha aperto la strada per il primo serio cessato il fuoco nella guerra e veri colloqui di pace

Financial Times. La Russia ha cambiato l'ordine mondiale


Con il presidente Vladimir Putin al comando, la Russia è riuscita a "cambiare l'ordine mondiale" esistentee, allo stesso tempo, la propria immagine, scrive Eugene Rumer, direttore del programma per la Russia e l'Eurasia presso il Carnegie Endowment for International Peace e ex dipendente della Commissione nazionale sui servizi segreti americani, in un articolo pubblicato dal 'Financial Times '.

L'immagine della Russia come potenza regionale e paese debole che ha poco effetto sugli eventi mondiali, si è rivelata sbagliata, dice il columnist. Gli eventi in Siria sono evidenti. Non sorprende che, secondo Rumer, Putin ha dimostrato grande "determinazione" in questa crisi. La partecipazione delle forze aeree russe in operazioni militari nel territorio della Repubblica araba "ha cambiato il corso del conflitto", dice nel suo articolo.

L'operazione russa "ha aperto la strada per il primo serio cessate il fuoco nella guerra e veri colloqui di pace", dice Rumer. "La Siria ha dimostrato che la Russia, che negli anni '90 è stata relegata a ruolo di potenza regionale, ha una capacità militare significativa e la voglia di usarla in caso di necessità" , afferma Rumer.

Secondo lui, la Russia rafforza la sua posizione, non solo in Siria ma anche in Medio Oriente. "Mosca non può risolvere i problemi della regione (chi può farlo?), ma ora non possono essere risolti senza la sua partecipazione", continua Rumer.

Tuttavia, secondo per il giornalista, questo non significa che la Russia è entrata in una "nuova era di avventurismo militare." "Putin si è avvicinato alla linea rossa della NATO , ma non l'ha attraversato , " dice l'analista. Oggi, Mosca ha abbastanza "ambizione, risorse e volontà" per respingere gli avversari, conclude.

Infrastrutture digitali - fibra ottica - Renzi continua i regali ai francesi, Total, televisione e Telecom. Quest'ultima è un'azienda strategica e deve essere italiana ma all'imbecille al governo poco importa gli interessa solo prendere possesso delle leve per mantenere il potere chiaramente locale, siamo colonia francese

Il via libera del premier ai francesi: ormai Silvio non mi preoccupa più
La partita doppia di Bolloré: ottiene luce verde sul polo televisivo ma la sua Telecom adesso è messa nell’angolo dal governo

Vincent Bolloré, bretone, è il primo azionista di Vivendi con il 14,5%

07/04/2016
FRANCESCO MANACORDA
MILANO

Una coincidenza? Difficile crederlo. Lo stesso giorno in cui Telecom Italia, con Vincent Bolloré azionista di maggioranza, si vede chiudere in faccia la porta dal governo sullo sviluppo della banda larga, Vivendi - sempre con Bolloré azionista di maggioranza - compie l’abbraccio azionario con Mediaset. 

Una partita doppia, allora? Per il finanziere bretone che da decenni ha scelto l’Italia come destinazione favorita, senza dubbio. Nella colonna del dare c’è oggi una perdita di peso strategico della «sua» Telecom, dove nel giro di qualche mese ha messo quattro uomini in consiglio e ha appena cambiato l’amministratore delegato. In quella dell’avere, invece, Bolloré può segnare lo sbarco sul mercato televisivo italiano, ma soprattutto l’embrione di quello che ambisce ad essere il concorrente europeo di Sky e forse quello globale di Netflix. 

Uno scambio, addirittura? E perché no. Sotto la regia del governo, naturalmente, visto che il bon-ton di politica&finanza impone a qualsiasi latitudine di chiedere permesso se si entra in casa altrui occhieggiando oggetti di valore - non solo economico - come le telecomunicazioni e le televisioni. Anche per questo - raccontano fonti attendibili - nelle scorse settimane Bolloré è andato ancora una volta a trovare Renzi; in questo caso per chiedergli un informale via libera sull’operazione Vivendi-Mediaset. Via libera concesso dal premier anche sulla base della constatazione che ormai Silvio Berlusconi non rappresenta più per lui un pericolo politico e che quindi non c’è rischio ad alimentarne le attività nei media con nuovi soci. 

A voler essere maliziosi si potrebbe addirittura pensare che con il suo sigillo sull’operazione Vivendi-Mediaset il premier offra all’avversario di un tempo un’onorevolissima via d’uscita, prospettando magari alla nuova generazione dei Berlusconi un ruolo non più come azionisti di maggioranza di un’azienda televisiva che nel passato ha avuto un ruolo essenziale anche nelle vicende politiche del capofamiglia, ma come soci di minoranza di un soggetto assai più grande che per la sua stessa natura paneuropea (Francia, Italia, un po’ di Germania e quella Spagna da sempre cara a Mediaset) e un profilo ben tagliato su sport e intrattenimento non troverebbe convenienza a impegnarsi in battaglie informative nazionali. 

Resta il fatto che quella che sembrava essere la missione principale di Bolloré - insediarsi al comando di Telecom mantenendo intatto il vantaggioso ruolo di ex monopolista dell’operatore telefonico sul mercato italiano - per ora non pare andata del tutto in porto. Certo, attraverso Vivendi il finanziere ha ormai una saldissima maggioranza relativa, appena sotto il 30%, nella società telefonica E certo, nel cda di Telecom Italia soffia ormai il vento di Bretagna. Ma la banda larga è adesso più un affare dell’Enel che non della società di telecomunicazioni che sarebbe stata il candidato naturale per l’operazione. 

Un classico colpo alla Renzi - sostiene una scuola di pensiero - per scuotere una Telecom troppo ferma e costringerla a confrontarsi su un’infrastruttura essenziale per lo sviluppo del Paese. Una dimostrazione di dirigismo alle vongole - è la tesi opposta - in cui si prende una società partecipata dallo Stato come Enel e la si indirizza su una missione non sua, escludendo nel contempo un soggetto privato e competente come Telecom. Presto, probabilmente, per giudicare gli effetti di questa mossa sul sistema italiano. E presto, prestissimo, anche per archiviare con un semplice pareggio la partita italiana di Bolloré. Se consolidamento, nelle tv come nelle telecomunicazioni, è comunque la parola d’ordine di questi tempi, c’è da giurare che il finanziere non perderà troppo tempo alla guida di una Telecom immobile, ma si muoverà attivamente. Magari evitando di replicare certe sortite come quella del 2010 nella Premafin dei Ligresti che portarono la futura stella francese della finanza italiana a guadagnarsi - era il gennaio 2014, non il secolo scorso - una multa Consob da 3 milioni di euro e diciotto mesi di interdizione da qualsiasi carica sociale per manipolazione del mercato.

Infrastrutture digitali - fibra ottica - Renzi è un imbecille e sono imbecilli chi continua a bersi le sue parole-fandonie

Banda larga,Starace: dialogo con Telecom 

di Sisto Robustelli 
Aprile 08, 2016 

In effetti, di autentiche "novità" non ce ne sono: il piano è infatti sempre lo stesso in ballo da mesi, con Enel che dovrebbe auspicabilmente essere il "cavallo vincente" per raggiungere (come minimo) gli obiettivi definiti per il secondo pilastro dell'Agenda Digitale Europea: internet in ultra-broadband ad almeno 100 Mbps per almeno il 50% della popolazione, con un 100% dei cittadini che abbiano la copertura a 30 Mbps, il tutto entro il 2020 e dandosi come ulteriore obiettivo quello del raggiungimento dei 100 Mbps fino all'50% dei cittadini. Le città scelte per dare avvio al progetto sono Perugia, Bari, Cagliari, Catania e Venezia. 

I due contendenti stanno prendendo forma. 

L'ipotesi di una riduzione di taglia della forza lavoro di Telecom non è ancora allo studio. 

L'Italia è in forte ritardo nel settore della banda larga, come in altri ambiti, e deve recuperare questo gap col resto d'Europa. Sono così chiamate le aree molto popolose ad alta remunerazione commerciale, quindi interessanti per gli operatori privati. 

Enel ha già in atto un programma per sostituire 32 milioni di contatori elettrici nelle case, e avrà tutta la convenienza quindi per realizzare i lavori per portare la fibra ottica nelle case. L'AD Starace non a caso nel suo intervento ha ricordato che a Roma non sarà possibile sbarcare perché la rete è di un concorrente. 

Nessuna preclusione, tuttavia, alla partecipazione dell'operatore storico al progetto, anzi, i due principali protagonisti della conferenza - Renzi e l'ad di Enel Francesco Starace - hanno tenuto a precisare che le porte sono aperte. 

Partnership Enel-Wind-Vodafone, è un pericolo per i consumatori? Da un lato Telecom Italia, l'incumbent già cresciuto con i suoi circa 19 milioni di clienti su rete fissa e un nuovo vertice che sta per diventare operativo. 

Un bel grattacapo per Telecom Italia proprio in un momento in cui regnano preoccupazioni e incertezza vista l'uscita solo pochi giorni, su pressing del primo azionista, i francesi di Vivendi, primi azionisti del gruppo, dell'amministratore delegato Marco Patuano e la nomina di Flavio Cattaneo che dovrà insediarsi il prossimo 12 aprile. 

Il Governo invece ha stanziato 3,5 miliardi per intervenire sulle aree C e D, chiamate "a fallimento di mercato" in quanto scarsamente popolate e poco appetibili commercialmente. 

2016 crisi economica - il Congresso degli Stati Uniti sa perfettamente che nel 1999 ha eliminato la legge sulla separazione tra le banche commerciali e quelle d'investimento e questa barriera caduta ha determinato la crisi del 2007/08, ora non vogliono che la finanza ritorni ad essere regolata e si inventano mezzi su mezzi per tamponare la situazione, non fanno altro che protrarre l'inevitabile resa dei conti

Il disastro americano e la Grande Depressione del 2007/2008

Pubblicato il 08-04-2016
Il 1916 segna l’inizio del “Secolo Americano”, ovvero l’avvento, a livello mondiale, della preminenza dell’economia degli USA, i quali, malgrado siano stati l’epicentro della crisi del 2007/2008, continueranno a dominare la scena economica internazionale e probabilmente, come sostiene Mario Margiocco (“Il disastro americano, in “Nuova Storia Contemporanea”, n. 2/2015), per un tempo ancora molto lungo. Tuttavia, rispetto al 1916, qualcosa è cambiato; gli USA non sono più l’indiscusso banchiere del mondo, come lo sono stati nei trent’anni successivi al 1945. Ciò, perché con l’avvento del reaganismo, a partire dagli anni Settanta, gli USA hanno visto affievolirsi il loro tradizionale ruolo di arbitri degli equilibri economico-finanziari dell’economia-mondo: non tanto per la perdita della solvibilità del dollaro, quanto, secondo Margiocco, per “il livello di disordine e di provvisorietà che si è inserito nella condotta dei conti economici nazionali”, causato dal fatto d’essere divenuti, gli USA, tributari fissi di consistenti afflussi di capitali esteri, che sono valsi a renderli debitori nei confronti del resto del mondo.

Quando, all’inizio del secolo scorso, la City londinese, che sino ad allora aveva preceduto Wall Street nello svolgimento del ruolo di banchiere del mondo, è divenuta debitrice verso l’estero, per il sistema britannico – afferma Margiocco – è stato “l’inizio della fine. Ma occorre fare attenzione: la storia raramente si ripete davvero. Rievoca piuttosto certe analogie, ma con esiti mai scontati”. Per rendersi conto del modo in cui, dopo la crisi del 2007/2008, gli USA hanno smarrito l’ordine e la disciplina che avevano caratterizzato il governo del dollaro e consentito la costruzione del sistema monetario internazionale dollario-centrico di Bretton Woods, occorre tenere presente quanto è accaduto all’interno del sistema americano, con particolare riferimento alle istituzioni preposte al governo dei mercati finanziari. Il sistema di Bretton Woods era nato grazie alle regole bancarie e finanziarie adottate dall’amministrazione di Franklin Delano Roosevelt all’inizio degli anni Trenta, per porre rimedio al disordine dei mercati finanziari che aveva portato alla Grande Depressione del 1929; si è trattato di regole che hanno rappresentato un quadro di riferimento per oltre cinquant’anni, sino alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, allorché sono state “smantellate”, come conseguenza dell’affermarsi del neoliberismo “in salsa” reaganiana.

La legge bancaria del 1933, nota come Glass-Steagall Act (dal nome dei suoi promotori), aveva istituito la Federal Deposit Insurance Corporation ed introdotto regole per il controllo della speculazione finanziaria. Ma, a partire dagli anni Ottanta, il mondo economico e finanziario americano ha premuto per abrogare il Glass-Steagall Act; nel 1999, il Congresso, a maggioranza repubblicana, ha approvato una nuova legge, nota col nome di Gramm-Leach-Bliley Act: questa, sostituendo il Glass-Steagall Act del 1933, ha reso possibile la costituzione di gruppi bancari che, da quel momento, hanno potuto esercitare, accanto all’attività bancaria tradizionale, l’attività assicurativa e quella di investment banking; si è trattato dell’inizio della fine dell’ordine e della stabilità del governo della moneta statunitense. Successivamente, l’intervento voluto nel 2010 dall’amministrazione di Barack Obama (noto col nome di Dodd-Frank Act), con l’intento di promuovere una più stretta e completa regolazione dell’attività finanziaria, non ha comunque consentito agli USA di ricuperare quel ruolo di garante della stabilità dei mercati internazionali che era stato l’asse portante del Secolo Americano.

Secondo Margiocco, oggi “è difficile immaginare un centro finanziario che possa rivaleggiare con New York […]. Tuttavia, è altrettanto vero che la Wall Street emersa con la Prima Guerra Mondiale è finita nel settembre 2008, quando solo il manto potente di Washington e le risorse enormi dei contribuenti l’hanno salvata”. La causa dello smarrimento del ruolo originario di Wall Street è attribuita a una decina di grandi banche commerciali statunitensi “troppo grandi per fallire” (too big to fail), la cui dirigenza, costituita da banchieri contraddistinti col nome poco lusinghiero di “banksters”, le ha esposte a un livello tale di emissione di crediti e di speculazioni da risultare insostenibile senza la copertura di un esteso lobbismo e delle protezioni politiche. Quando, nel 2007, uno dei mercati, quello immobiliare dei mutui subprime, sul quale i “banksters” avevano speculato in eccesso, emettendo montagne di titoli senza copertura reale (i famosi derivati), lo scoppio della bolla è stato inevitabile; solo la rete di protezione prontamente stesa dalla Federal Riserve Bank, dal Tesoro e dal bilancio pubblico federale ha potuto evitare il possibile collasso generale, ma non che gli esiti dello scoppio della bolla speculativa generassero nel mondo intero una Grande Recessione.

Col 2008 ha avuto inizio, così, una azione di tutela dei mercati finanziari da parte delle istituzioni monetarie e governative americane; tutela che a tutt’oggi prosegue, giustificando la domanda: potrà Wall Street tornare a svolgere il ruolo di regolatore finanziario mondiale, a sostegno di uno stabile funzionamento dei mercati reali? Per rispondere alla domanda, secondo Margiocco, occorre considerare quanto accaduto all’interno dell’economia più avanzata del mondo, qual è quella americana, negli ultimi decenni del secolo scorso. Di fonte agli ostacoli che le crisi energetiche, gli alti livelli di spesa pubblica e le turbolenze monetarie opponevano al alla crescita delle economie di mercato secondo i ritmi dei primi decenni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, si è affermata l’idea che una “deregulation” molto spinta dei mercati finanziari fosse inevitabile. L’idea ha incominciato ad affermarsi sotto l’amministrazione di Jimmy Carter, ma ha preso corpo negli anni dell’amministrazione di Ronald Reagan, nella forma di “una retorica troppo elogiativa del mercato, sempre e comunque, e quindi, ben disposta verso la sempre maggiore autonomia” che i grandi gestori dei mercati finanziari pretendevano.

La “deregulation” dei mercati finanziari inaugurata da Reagan si è però associata, per la prima volta, dacché il dollaro ha sostituito la sterlina come moneta base degli scambi internazionali, al fatto che sin dai primi anni Ottanta gli USA sono divenuti debitori netti sull’estero e, da allora, non hanno cessato di vedere peggiorare tale loro posizione, con un debito che, alla vigilia del 2007, risultava pari al 35% del PIL. Ma accanto al debito estero è cresciuto anche quello pubblico, il cui totale (debito federale, maggiorato di quello dei singoli Stati e degli enti locali), se negli anni dell’amministrazione di Gorge W. Bush ha raggiunto nel 2001 il tetto del 102% del PIL (una situazione non molto lontana da quella italiana nel momento attuale), nel 2007, con Barack Obama, ha raggiunto un ammontare pari a 3,6 volte il PIL.

Dopo la crisi del 2007/2008, gli USA hanno registrato una debole ripresa, comunque superiore a quella registrata in Europa; ma i dati che l’hanno espressa non sono mai stati lineari, in quanto hanno sempre presentato alti e bassi, impedendo che la crescita superasse il 2% in ragione d’anno, anche se l’occupazione è diminuita, nel 2014, al di sotto del 7%. L’alto indebitamento, sia interno che verso l’estero, e la bassa crescita non hanno impedito, tuttavia, a Wall Street ed agli Usa di continuare a rinvenire nel dollaro il loro punto di forza che li ha accreditati al cospetto dell’economia-mondo; una situazione che, né l’Euro dell’Unione Europea, né il rublo russo, né il renmimbi cinese sono ora in grado di ribaltare, offrendo un’alternativa.

Considerata la grave crisi che affligge allo stato attuale l’economia mondiale, per i molti fatti, a volte tra loro contraddittori, che la stanno tenendo “prigioniera” nella “camicia di forza” di una generalizzata deflazione, c’è solo da augurarsi che la classe politica americana, nell’interesse degli USA e del resto del mondo, abbandoni la cieca fiducia nella “deregulation” dei mercati finanziari e sappia ricondurre sotto il suo razionale controllo l’ordinato funzionamento delle istituzioni economiche; ovvero, a quanto aveva saputo garantire prima dell’avvento del reaganismo e prima che la scena economica all’interno degli USA fosse dominata dalla spregiudicatezza dei banksters.

Gianfranco Sabattini

http://www.avantionline.it/2016/04/il-disastro-americano-e-la-grande-depressione-del-20072008/#.VwkPmBOLRE4

Giulio Regeni - è profondamente sbagliato che l'Italia e l'Egitto rompono una amicizia strategica per entrambi i paesi e i loro popoli

Giulio Regeni - il corpo doveva essere trovato e doveva essere trovato in quelle condizioni. Doveva e deve essere un messaggio chiaro ad al Sisi e a Renzi la collaborazione tra l'Egitto e l'Italia doveva, deve finire. Tutto il resto è noia. Mi dispiace per Giulio mandato a vivere in un gioco molto ma molto più grande di lui

martelun

Implosione europea - stanno spolpando la Grecia le sue urla sono silenziose, la troika gli ha tagliato le corde vocali

La Troika spolpa la Grecia: il porto del Pireo svenduto alla Cina

Aggiunto da Filippo Burla il 8 aprile 2016.


Atene, 8 mar – Porto del Pireo addio. Da quando, nel 2011, la Troika ha messo piede in Grecia, nella penisola ellenica è cominciata la stagione dei saldi. Immobili e terreni pubblici, ma anche castelli, terme e infrastrutture: tramite un fondo costituito appositamente, fino al 2015 sono stati incassati otto miliardi (sui 22 preventivati). Spiccano, fra le 21 privatizzazioni completate, quella del 10% della compagnia telefonica Ote a Deutsche Telekom, che già dal 2008 controllava il 40% della stessa, e la vendita di Desfa, società proprietaria della rete di distribuzione del gas naturale. E oggi arriva la notizia dell’accordo con la Cina per la svendita a Pechino del porto del Pireo.

Con l’arrivo di Tsipras, la sinistra di lotta e di governo sembrava voler cambiare radicalmente marcia. Stop alle cessioni, stop all’austerità. Era il gennaio 205, ma già il mese successivo arrivava la prima marcia indietro: si continuerà, anche se a condizioni diverse. Venne poi il referendum, il voltafaccia del premier e il nuovo pacchetto di aiuti, per sbloccare il quale il parlamento della Germania aspettò che fosse pubblicato in gazzetta ufficiale il decreto con il quale 14 aeroporti locali venivano dati in gestione alla tedesca Fraport.

Ora la Grecia è di nuovo alle prese con l’arrivo di un ulteriore tranche del prestito internazionale, 86 miliardi di euro sui quali si sta cercando di trovare la quadra. Dalla Germania – sempre – arrivano ancora forti pressioni: il piano di cessioni deve riuscire a racimolare almeno 50 miliardi nei prossimi anni, altrimenti niente via libera. C’è da fare in fretta e la vittima sacrificale designata è il porto del Pireo. Nella giornata di oggi l’Hellenic Republic Asset Development Fund (l’agenzia per le privatizzazioni) ha firmato un accordo – presente lo stesso Tsipras – con la cinese Cosco per la cessione del 65% dello scalo marittimo di Atene. Cosco – che già controlla interamente una banchina del porto – acquisterò inizialmente il 51%, per poi salire al 67% fra cinque anni, al termine degli investimenti che si impegna ad eseguire.

Il corrispettivo pattuito per la (s)vendita del pacchetto di maggioranza del Pireo è pari a 368.5 milioni: 280.5 subito, i restanti al termine del quinquennio per il 16% aggiuntivo. Poco più di una manciata di noccioline per il primo porto in Europa (terzo al mondo) per passeggeri in Europa, nonchè uno dei più grandi scali merci d’Europa e il maggiore nel mediterraneo orientale.


Read more at http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/porto-pireo-cosco-cina-43162/#4jDMj1MyMG3yBdEo.99

Referendum Costituzionale - verso il suicidio politico

sabato, 9 aprile 2016
Matteo Renzi, il nemico n.1 della riforma costituzionale 
Pubblicato il 08-04-2016

Premesso che questa riforma contiene più di qualche difetto e che assieme al combinato disposto di una pessima legge elettorale è in grado infliggere danni irreparabili alla nostra democrazia, premesso che la strada maestra era quella di un’Assemblea costituente perché non s’è mai visto un governo che riforma la Carta, oggi siamo al paradosso che il suo peggior nemico è anche il suo primo sostenitore, Matteo Renzi.

Sì, perché l’insistere su una sorta di ‘giorno del giudizio’ a proposito del referendum confermativo contiene un pericolo evidente e chiaro a tutti, ma pure un vizio logico ben più grave e pericoloso.
C’è un fronte di oppositori alla riforma a cui si uniranno inevitabilmente quanti vedono nella vittoria del No un’occasione unica per ‘mandare a casa’ Matteo Renzi, assestare un colpo formidabile al ‘suo’ Partito Democratico, e colpire l’attuale maggioranza di governo nell’ottica di un ricambio a palazzo Chigi e/o di un ricorso anticipato alle urne.

Questo fronte è destinato ogni giorno che passa ad ampliarsi e irrobustirsi per una molteplicità di ragioni nella somma di rancori personali, visioni diverse della politica, obbiettivi incoffessabili.
A questo punto però l’insistere come fa il nostro Presidente del Consiglio nella doppia veste di segretario del Partito Democratico, sull’idea che il voto referendario sarà anche l’occasione per far scattare il redde rationem contro i suoi oppositori interni ed esterni, non solo rafforza la convinzione in questi del No come unica via di salvezza a morte politica certa, ma svuota di valore la stessa riforma costituzionale e contraddice nella sostanza il suo primo sostenitore. Se questa riforma serve davvero al Paese e non piuttosto al segretario del PD, allora essa deve essere approvata a prescindere dalla sorti politiche di Matteo Renzi.
Questi, insomma, dovrebbe dire esattamente il contrario di quello che va dicendo e fa dire ai suoi sostenitori: il No sarebbe una battuta d’arresto per la maggioranza che l’ha votata che dovrebbe ripensarla, correggerla, ma non rinunciarvi. La maggioranza, con Renzi, non va a casa perché ha vinto il No, ma si rimette a lavoro per fare una riforma migliore, che raccolga maggiori consensi.
Se invece continua a dire come va dicendo un giorno sì e l’altro pure, che o passa la riforma oppure lui va via con tutta la sua maggioranza e il suo governo, rischia non solo di irridere al ruolo del Quirinale, ma soprattutto di apparire come colui che in realtà sinceramente non crede davvero nell’utilità di questa riforma.

Se dice, come scrive anche oggi qualche giornalista-portavoce, “dopo il voto non ce ne sarà per nessuno” rivolto ai parlamentari dissidenti del Pd, fa capire che pensa a un voto per plebiscitare la sua linea politica e cancellare – ‘asfaltare’ direbbe il nostro – ogni opposizione interna, col rischio che alla fine gli elettori finiranno loro malgrado per buttare via il ‘bambino con l’acqua sporca’.

È questa la scommessa su cui davvero ci chiede di puntare?

Carlo Correr

2016 crisi economica - viviamo in una economia sociale in cui le multinazionali vogliono solo i profitti distruggendo comunità e impoverendo popoli

Venerdì 08 Aprile 2016
Usa, Bernie Sanders in Vaticano il 15 aprile
Invitato in occasione di una conferenza su questioni economiche ed ambientali


Bernie Sanders ha accettato l'invito di visitare il Vaticano venerdì 15 aprile in occasione di una conferenza su questioni economiche ed ambientali. Lo ha annunciato il suo staff. "Papa Francesco ha dichiarato che dobbiamo superare la 'globalizzazione dell'indifferenza' per ridurre le disuguaglianze economiche, fermare la corruzione finanziaria e proteggere l'ambiente. Questa è anche la nostra sfida degli Stati Uniti e del mondo", ha dichiarato in una nota il candidato alla nomination democratica per la presidenza Usa.

2016 crisi economica - Mosler economia - Teoria Monetaria Moderna - ME MMT - fuori dall'Euro possiamo pensare alla Piena Occupazione

L'APPROFONDIMENTO

Torna a Vibo il festival dell'Economia 
per discutere assieme a Mosler


L'economista Warren Mosler sarà tra i presenti al secondo festival dell'economia che si terrà a Vibo per approfondire i temi economici contemporanei

di GIUSY D’ANGELO
Uno scatto dell'edizione dello scorso anno

VIBO VALENTIA – Disoccupazione, politica dell’austerity, valorizzazione del “Made in Italy”, limiti dell’eurozona, tagli alla sanità. Sono solo alcuni dei temi che si affronteranno nel corso della seconda edizione del Festival per l’Economia.

L’appuntamento, nel coinvolgere Comune di Vibo Valentia, Palazzo Santa Chiara, sede del Sistema bibliotecario vibonese ed il 501 Hotel, è in programma dal 14 al 16 aprile. L’idea, sviluppata dagli organizzatori Alessandro De Salvo, referente nazionale della scuola economica Mmt, Gilberto Floriani, direttore del Sistema bibliotecario vibonese, Vincenzo Greco dei Consulenti del lavoro e Lionella Maria Morano della fondazione “Liotti”, è quella di parlare di problematiche economiche in un territorio che sperimenta quotidianamente gli effetti dannosi della crisi economica. Si tenterà, tramite la tre giorni, di fornire una chiave di lettura sia delle questioni che attanagliano la Calabria, sia delle grandi manovre a livello nazionale e sovranazionale che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini.

Gli incontri-dibattiti, nell’interfacciarsi con il mondo scuola, vedranno la partecipazione di 50 ospiti, tra illustri economisti, accademici, giornalisti, saggisti, professionisti, imprenditori. Il Festival, sostenuto da sponsor e patrocinatori, ospiterà personaggi del calibro di Warren Mosler, economista; Antonio Buccarelli, vice procuratore generale della Corte dei conti; Luciano Barra Caracciolo, attualmente presidente della VI Sezione del Consiglio di Stato e Marina Calderone, presidente nazionale dell’ordine dei Consulenti del lavoro.

Venerdì 08 Aprile 2016

Implosione europea - gli euroimbecilli italiani trattati come delle cameriere del Guatemela

di Redazione Tvzap

Secondo appuntamento con la nuova edizione del programma di Milena Gabanelli domenica 10 aprile alle 21.45 su Rai3

Report è tornato con una nuova serie di inchieste elaborate dalla squadra di Milena Gabanelli: nel secondo appuntamento, in onda domenica 10 aprile alle 21.45 su Rai3, si parla di banche.

Crisi del sistema bancario: da Banca Etruria alla Popolare di Vicenza, cosa è successo? Ogni volta che il governo interviene, si mette di traverso l’Europa che dice: “Sono aiuti di Stato”. E così sono saltate Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara. Ma allora come hanno fatto i tedeschi a salvare la loro HSH Nordbank? In quel caso l’Europa aveva avallato l’operazione, e il copione si ripete anche quando cerchiamo di salvare le aziende come l’Ilva. Bruxelles ci dice: “No, vendete”. Però poi fa passare il salvataggio della Peugeot da parte dei cugini francesi. Dove stiamo sbagliando e chi ci rappresenta in Europa.

Acqua Pubblica - Alto Calore - un governo che disattende il risultato eclatante sul referendum deve andare via


Scritto da Redazione Venerdì, 08 Aprile 2016 

Acqua pubblica, Padre Zanotelli: "La gente si svegli, entri nelle strutture pubbliche e le faccia funzionare"

All’assemblea organizzata dal Coordinamento Irpino per l’Acqua Pubblica interviene anche sull’Alto Calore: "La gente ha dormito. So che ci sono 120mln di debito, ma do l’esempio di Berlino dove la gente si è ribellata per l’acqua privatizzata ed è stata capace di pagare 500mln di multa pur di riaverla pubblica"

«L’Irpinia che è uno dei depositi d’acqua più notevoli d’acqua che esistono in Italia, perciò guai a voi se questo tesoro va in mano privata e per favore, visto che il 17 aprile è vicino, non permettere le trivellazioni. Guardate il disastro in Basilicata dove tra poco l’acqua non si potrà più bere. Se vogliamo salvarci è meglio che carbone e petrolio restino sotto terra».

L’invito di padre Alex Zanotelli che mette sullo stesso piano la vicenda della privatizzazione della risorsa idrica e il referendum sulle trivellazioni in mare è di quelli perentori. Perché la sua convinzione è che «è finita l’era del petrolio, è il tempo dell’acqua».
«Questo accade perché la politica è prigioniera delle banche e dei poteri forti economici finanziari – sostiene -, ma non è più il petrolio il problema, è l’acqua e noi dobbiamo contrastarne in tutti i modi la privatizzazione. Se le grandi multinazionali hanno fatto grandi profitti sul petrolio, immaginate cosa potranno fare con l’acqua, ora che il pianeta va verso la desertificazione e l’acqua scarseggerà».
Ancora rispetto alle vicende irpine Padre Zanotelli sottolinea che le condizioni economiche e finanziarie dell’Alto Calore si devono anche al fatto che «la gente ha anche dormito, ma è fondamentale che entri in una azienda pubblica. A Napoli con il nuovo statuto dell’Abc i comitati popolari possono essere presenti nel Cda e abbiamo scoperto cose incredibili perché il direttore generale prendeva 400mila euro. È importante che la gente si svegli, entri nelle strutture pubbliche e le faccia funzionare – insiste -. Dobbiamo assolutamente muoverci perché se l’acqua viene privatizzata, è finita».
«E so che ci sono 120mln di debito all’Alto Calore – prosegue -, ma do l’esempio di Berlino dove la gente si è ribellata per l’acqua privatizzata ed è stata capace di pagare 500mln di multa pur di riaverla pubblica, ma ci sono 320 grandi città al mondo che hanno già pubblicizzato l’acqua perché il futuro è tutto qui».


«Quello che sta avvenendo è di una gravità straordinaria – commenta ancora padre Zanotelli -, partendo dal governo nazionale che non rispetta l’esito di un referendum in cui nel 2011 26mln di persone hanno detto che l’acqua deve uscire dal mercato e non si può farne profitto. Ma siamo al punto che Renzi toglie l’articolo 6 dalla legge di iniziativa popolare che stabilisce che i comuni devono cedere l’acqua a enti di diritto pubblico e ci dona la legge Madia che obbliga i comuni a privatizzare. È assurdo. E in Campania assistiamo a una legge che privatizza l’acqua per la quale ho occupato la sala del Consiglio Regionale e mi sono scontrato con la presidente Rosetta D’Amelio a cui ho detto che i nipoti malediranno chi oggi prede decisioni del genere».
Padre Zanotelli afferma: «I partiti facciano i partiti», poi accusa il Pd di dire «solo bugie. Sono solo grandi mosse per privatizzare, perché Renzi vuole dare l’acqua d’Italia a quattro multiutility: Iren fra Torino e Genova; A2A che si prenderà la Lombardia; Hera che ora ha la Romagna e parte di Toscana e Marche e si prenderà il nordest; Acea che si prenderà l’acqua del sud. Ma questo – insiste - non possiamo accettarlo perché per noi non solo è il tradimento del referendum, ma è il più grosso tradimento che il governo Renzi e il Pd stanno facendo».


Chi cerca di fare altro sono appunto i comitati, il Coordinamento Irpino per l’Acqua Pubblica che ha organizzato l’incontro di stasera sull’acqua pubblica invitando oltre a padre Zanotelli anche il geologo Sabino Aquino che ha sottolineato l’esigenza sì di una aggregazione, ma con Acquedotto Pugliese e sulla base non di una semplicistica contiguità delle aree servite, quanto piuttosto dell’analisi del territorio.
Un territorio le cui caratteristiche orografiche da un lato determinano la leggerezza dell’acqua che nasce nel sottosuolo irpino da un punto di vista organolettico a cui si deve la bontà del caffè quanto della pizza a Napoli, dall’altro fanno sì che le due aree messe insieme possono gestire al meglio la risorsa, anche tenendo conto del deflusso minimo vitale dei fiumi e dell’uso dei pozzi.
Da un punto di vista della gestione, inoltre, Aquino ricorda che «se il gestore non sarà l’Alto Calore, che ha una concessione che scade dopo 30 anni, il Ministero prevede che la concessione non può essere trasferita, quindi l’acqua verrebbe venduta».

Canone Tv - la Rai inginocchiata a Cosa Nostra e Maggioni se voleva poteva fermare la trasmissione

Rai, monsignor Galantino: "Riina? Io mai a Porta a porta. No a giornalisti inginocchiati"

Monsignor Nunzio Galantino (ansa)

Roberto Fico (M5s), presidente della commissione di Vigilanza della Rai: "Bestemmia pensare a una puntata riparatoria". Bindi: "Inaccettabili minacce mafiose da servizio pubblico"
di ALBERTO CUSTODERO

08 aprile 2016

ROMA - "Mi sono rifiutato assolutamente di vedere la trasmissione" con ospite il figlio di Totò Riina e "qualora venissi invitato a 'Porta a Porta' non andrò, per non sedere sulla stessa poltrona. Non ci andrò mai lì dentro. Non sono stato chiamato e spero che non mi chiamino mai. Non si possono fare queste cose per dare spettacolo". Lo ha detto il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, ai microfoni del Tg2000, il telegiornale di Tv2000.

Galantino: "No a giornalisti inginocchiati". Si può anche far andare il figlio di Riina in televisione - ha argomentato il segretario della Cei - ma non devono guidare le danze e fare loro lo show per spiegarci cosa non è la mafia. Bisogna avere giornalisti intelligenti, non inginocchiati, che sappiano fare le domande che la gente vuole fare a queste persone. Non i perbenisti ma la gente che ha avuto danni gravi e parenti ammazzati. Abbiamo avuto tutti dei danni da questa gente".

Non si placano le polemiche sulla partecipazione del figlio di Totò Riina, Salvo, alla trasmissione di Bruno Vespa su Rai1 in occasione dell'uscita del suo libro.

Rep-FbLive, Macaluso: "Vespa e Riina jr? Strategia mafiosa, umanizzato il boss"

La puntata è stata criticata dalla stessa presidente Monica Maggioni e definita "indegno del servizio pubblico" da Maria Falcone. Ora si pensa a una puntata riparatoria. Ma anche questa ipotesi scatena le polemiche, in particolare dei grillini. Change.org aveva addirittura lanciato una petizione online per chiudere Porta a porta ottenendo in poche ore diecimila firme.

M5s: "Bestemmia puntata riparatoria". "La puntata riparatoria? Chi l'ha pensato, ha pensato a una bestemmia", ha tagliato corto il presidente della commissione di Vigilanza della Rai, e deputato del M5s, Roberto Fico.

Verdi: "Esposto in procura". La Federazione nazionale dei Verdi annuncia un esposto che sarà presentato nelle prossime ore alla procura di Roma ipotizzando i reati di istigazione a delinquere e istigazione a disobbedire alla legge.

Bindi: "Messaggi pericolosissimi". Torna sulla vicenda la presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi, (Pd). "Sono messaggi pericolosissimi - ha detto commentando le parole di Salvo Riina - perché contenevano minacce a chi vuole collaborare con la giustizia. Che questo avvenga all'interno del servizio pubblico è inaccettabile. Ci auguriamo che non accada più".

Canone Tv - la Rai non fa servizio pubblico ma esalta Cosa Nostra

Rai Tv, un canone a servizio di Cosa Nostra?

Questo sembra, forse, o meglio le accuse giunte contro il servizio pubblico nazionale appaiono  precise, ma la direzione della Rai non si arrende, mentre il sangue dei centinaia di persone morte direttamente per colpa dei mafiosi, le orrende sofferenze  imposte a vite innocenti, per sfruttamento della prostituzione e lo spaccio delle sostanze stupefacenti sono sotto gli occhi di tutti.
Presentare un capo mafioso, il capo dei capi, come un… tenero papà che accarezza suo figlio appare una grande offesa per tutto questo mare di sangue e di dolore versato.

Che schifo!

Energia Pulita - il governo francese Si all'eolico offshore, rifiuta la trivellazione del mediterraneo al contrario di Renzi che vuole l'energia sporca

EUROPA
Svolta francese: stop subito alle trivelle
Francia. La ministra dell’ambiente dell’Ambiente e dell’Energia, Ségolène Royal, annuncia una moratoria immediata sulla ricerca di idrocarburi in mare. Troppo alti i rischi ambientali, Parigi chiederà che il bando alle perforazioni sia esteso a tutto il Mediterraneo. Meglio puntare su «strade solari», eolico off-shore e dimezzamento dei consumi entro il 2050



Protesta alla conferenza dei petrolieri sui giacimenti off-shore «Mce Deepwater Development 2016»
© LaPresse
Francesco Ditaranto

EDIZIONE DEL 09.04.2016

La ministra dell’Ambiente e dell’Energia, Ségolène Royal, ha comunicato ieri la decisione di mettere immediatamente in atto una moratoria sulle ricerche d’idrocarburi nel Mediterraneo. Il provvedimento è stato reso noto nel corso della seconda Conferenza Nazionale sulla Transizione Ecologica del Mare e dell’Oceano, tenutasi a Parigi. Il comunicato della ministra non lascia spazio ai dubbi. «In considerazione delle drammatiche conseguenze che potrebbero colpire tutto il Mediterraneo in caso d’incidente dovuto alle perforazioni petrolifere – si legge nel testo diffuso dal dicastero dell’ambiente – Ségolène Royal decide di applicare una moratoria immediata sulle ricerche di idrocarburi nel Mediterraneo, sia nelle acque territoriali francesi, sia nella zona economica esclusiva». Inoltre, la ministra Royal «chiederà che questa moratoria sia estesa all’insieme del Mediterraneo, nel quadro della Convenzione di Barcellona sulla Protezione dell’Ambiente Marino e del Litorale Mediterraneo».

La conferenza nazionale di ieri costituiva la seconda edizione di quella già tenutasi, sempre sul tema della transizione ecologica del mare, nell’agosto scorso. Come allora, anche ieri erano invitate Ong, accademici e vari operatori ed esperti. In quell’occasione erano state stabilite le cosiddette «dieci azioni per una crescita blu».

Ségolène Royal non è nuova a prese di posizione contro le energie non rinnovabili. Basti ricordare il suo intervento all’Assemblea Nazionale del 12 gennaio scorso, al suo rientro da New York, dove aveva incontrato il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, per dare corpo alle decisioni prese alla Cop 21 di dicembre. In quell’occasione, la ministra del governo Hollande aveva affermatoche nessun ulteriore permesso di ricerca d’idrocarburi sarebbe stato accordato dall’esecutivo. «Se bisogna ridurre la quota di energie fossili, perché continuare ad autorizzare ricerche d’idrocarburi convenzionali?» si domandava allora la responsabile dell’ambiente. Secondo i dati del ministero, il 1° luglio 2015 si contavano 54 permessi di ricerca attivi e 130 domande di permesso in corso di valutazione.

Le sue parole non erano rivoluzionarie, ma davano semplicemente seguito agli obiettivi previsti dalla legge sulla transizione energetica dell’agosto 2015. Il provvedimento punta a dimezzare entro il 2050 il consumo totale d’energia della Francia, oltre a diminuire sino alla soglia del 30% entro il 2030 la percentuale di energia prodotta da fonti fossili non rinnovabili. Sempre per il 2030, al contrario, dovrà essere del 32% sul totale nazionale l’energia prodotta da fonti rinnovabili. In questa prospettiva, la ministra sta lavorando per una grande campagna di sostegno al fotovoltaico e all’eolico. Per quel che riguarda l’energia solare, meno di tre settimane fa, Ségolène Royal ha lanciato a Marsiglia il progetto delle «strade solari», cui saranno consacrati, per il momento, 5 milioni di euro, con l’ambizione di arrivare in cinque anni ad avere 1000 chilometri di pannelli fotovoltaici, su tutto il territorio nazionale.

Rispetto all’energia eolica, invece, il documento finale della conferenza di ieri, mostra una determinazione nell’implementare parchi eolici off-shore. Dieci progetti hanno vinto una gara d’appalto in questo settore specifico nel 2015. Un’altra gara d’appalto è stata lanciata per l’anno in corso. La zona individuata per l’installazione degli impianti fissi è a largo di Dunkerque, sul canale della Manica. L’Atlantico davanti alle coste bretoni e il Mediterraneo, ospiteranno, invece. delle fattorie eoliche sperimentali galleggianti, si legge ancora nel documento conclusivo della conferenza.

Al di là della questione strettamente ambientale, quello che sembra, almeno sulla carta, un cambio di passo nell’approccio alla questione della protezione del mare, potrebbe avere ripercussioni interessanti per il settore della pesca. La moratoria, infatti, disinnescherebbe de facto una recente tesi, frutto della bizzarra convergenza tra petrolieri e alcune Ong ambientaliste, in base alla quale la pesca, senza distinzioni, sarebbe dannosa per l’ambiente marino.

Referendum - Matteo Renzi vuole l'energia sporca

Trivellazioni

Referendum trivelle: Renzi protagonista della nuova azione Greenpeace


Matteo Renzi a sostegno del referendum anti-trivelle nei manifesti di Greenpeace. L’invito a rottamare le trivelle del Presidente del Consiglio non è tuttavia un drastico quanto sorprendente cambio di rotta, ma una provocazione da parte dell’associazione quando mancano ormai pochi giorni al voto del 17 aprile 2016.

I volontari di Greenpeace distribuiranno da oggi in 30 città italiane finti volantini elettorali con l’immagine di Renzi e il relativo invito a rottamare le trivelle. L’obiettivo è di ricordare i molti impegni presi dal Presidente del Consiglio sul fronte energie rinnovabili e i numerosi provvedimenti che secondo l’associazione finirebbero al contrario per penalizzarle.

È un Renzi sorridente quello che campeggia nel volantino distribuito da Greenpeace, racchiuso tra le scritt “Al referendum del 17 aprile vota Sì” e “Rottamiamo le trivelle”. Presente inoltre una lettera in “stile renziano” a sostegno del referendum anti-trivelle:

Abbiamo una sfida dinanzi a noi: dare spazio al cambiamento, non alla rassegnazione. Questa sfida passa per il referendum del 17 aprile sulle trivelle.

Il 17 aprile la rottamazione continua. Liberiamo i nostri mari, rottamiamo le trivelle.

Sul retro del volantino Greenpeace torna però a sottolineare le mancanze di cui accusa Renzi, con un messaggio tutt’altro che lusinghiero:

Solo due anni fa Matteo Renzi voleva far crescere le fonti rinnovabili fino al 50% per rivoluzionare il sistema energetico italiano. Se le promesse non fossero solo parole, oggi Renzi ti avrebbe certamente invitato a votare Sì al referendum contro le trivelle del 17 aprile. Invece sta boicottando il voto per difendere gli interessi dei petrolieri.

A supporto di tali tesi l’associazione ricorda come nel 2012 siano entrati in esercizio poco meno di 150 mila nuovi impianti fotovoltaici, mentre nel primo anno di Governo Renzi appena 722. Anche sul fronte incentivi le cose restano sconcertanti, secondo Greenpeace, in quanto ben 13,2 miliardi di dollari vengono destinati dell’Esecutivo alle fonti fossili.

Appena 11 miliardi sono stati destinati agli incentivi per le rinnovabili, ben lontani dai 23 mld stanziati dalla Germania. Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace:

Con questa iniziativa abbiamo voluto ricordare la promessa che Renzi aveva fatto appena due anni fa. Pensiamo che anche chi ha sostenuto la sua ascesa politica possa convintamente votare Sì al referendum sulle trivelle.

È solo questione di riconoscersi ancora, senza alcuna “crisi di identità”, in ciò che Renzi annunciava di voler promuovere: un sistema energetico sostenibile, moderno e innovativo. Se il Presidente del Consiglio avesse a cuore la coerenza, oggi avrebbe certamente inviato agli italiani una lettera molto simile a quella di Greenpeace.

Energia Pulita - Sistema di accumulo per essere utilizzato nelle ore notturne

Sistemi accumulo fotovoltaico: E.ON lancia Aura


Il colosso tedesco E.ON ha avviato la commercializzazione di un pacchetto tutto compreso ribattezzato Aura, che include un sistema di stoccaggio domestico e un’applicazione per il monitoraggio dei consumi energetici. I clienti possono aggiungere all’offerta anche un impianto fotovoltaico residenziale e una tariffa elettrica della E.ON particolarmente vantaggiosa, riservata all’elettricità prodotta al 100% da fonti rinnovabili.

La batteria domestica Aura è stata sviluppata dalla compagnia energetica grazie alla partnership siglata con la Solarwatt, azienda di Dresda specializzata in soluzioni fotovoltaiche e sistemi di accumulo. L’impianto è dotato di una capacità di stoccaggio di 4,4 kWh, sufficienti a soddisfare il fabbisogno medio di una famiglia di 3-4 persone nelle ore serali e notturne. Per soddisfare un fabbisogno maggiore la capacità di stoccaggio della batteria domestica può essere estesa fino a 11 kWh, semplicemente aggiungendo ulteriori moduli.

La E.ON sottolinea che l’efficienza di carica di ben il 93% rende il dispositivo uno dei più efficienti sul mercato tedesco. Il sistema è compatto, può essere installato al muro e non produce rumori quando entra in funzione. Il montaggio e la configurazione sono semplici e intuitivi. La durata della vita del dispositivo, stimata dalla compagnia in 20 anni, assicura inoltre agli utenti un rientro rapido nell’investimento iniziale.

L’applicazione che accompagna la batteria domestica permette ai consumatori di tenere sotto controllo i consumi anche da remoto. La tecnologia in aggiunta permette di ottimizzare i consumi di dispositivi energivori, come le pompe di calore. La memorizzazione delle abitudini dei residenti permette al sistema di configurare automaticamente le opzioni più convenienti.

La compagnia in una nota ha confermato il suo crescente interesse verso il mercato delle energie pulite e dei sistemi di accumulo domestici:

Il pacchetto Aura testimonia il percorso avviato dalla E.ON verso il mercato energetico del futuro, che sarà dominato dalle energie rinnovabili, dalla generazione distribuita, dall’efficienza energetica, dalle micro reti e dall’autoproduzione.

venerdì 8 aprile 2016

Infrastrutture digitali - fibra ottica - Per finanziarlo, Enel sta ancora cercando il giusto partner per la sua newco Enel Open Fiber, siamo ancora alla fase dell'annuncio

Telecom, 15 mila a rischio col piano Enel

07 Aprile, 2016,  | Autore: Delia Grant



Si parte dunque con Enel, Vodafone e Wind in un progetto che per ora non vede partecipare Telecom Italia ma domani chissà e che nasce "aperto a tutti gli operatori". Per finanziarlo, Enel sta ancora cercando il giusto partner per la sua newco Enel Open Fiber. Si chiede Stefano Feltri: "Per mesi Renzi ha cercato di usare Metroweb, come ariete per riportare lo Stato dentro la Telecom, in nome della banda larga".

Entro il 2020 tutte le città d'Italia avranno la banda larga. Sul fronte della governance, oggetto di particolare interesse dopo che al termine di uno scontro con i fondi negli ultimi mesi il socio (ormai di riferimento Vivendi con il 24,9% circa del capitale) ha prima inserito quattro suoi uomini di peso nel board e poi in pratica cambiato l'amministratore delegato Marco Patuano con Flavio Cattaneo, già consigliere indipendente di Telecom e attuale ad di NTV (quella dei treni Italia che sembra sia pronto a lasciare) dopo una carriera che lo ha visto per anni ad di terna e quindi direttore generale della RAI. Enel sarà al centro dell'iniziativa governativa per l'ultrabroadband, con il piano Open Fiber che prevede la distribuzione di connessioni FTTH (la fibra ottica fino all'abitazione dei clienti) in 224 città: alla presentazione del nuovo piano c'erano i sindaci di Perugia, Bari, Venezia, Catania e Cagliari, ovverosia i municipi che per primi saranno interessati dalle operazioni di posa di Open Fiber. L'associazione ha sottolineato infatti che l'accordo ha creato di fatto il presupposto per cui un unico gestore si troverà presto ad avere in mano il 90% delle reti.

"La rete elettrica come quella italiana si contraddistingue per la capillarità della struttura e la vicinanza, di gran lunga superiore a quella della rete telefonica", ha dichiarato Starace. "Quindi Enel non svolge una funzione sociale, ma compete con gli altri per fare da gestore e realizzatore della rete", ha commentato Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano giudicando "strano" l'atteggiamento del premier "che sponsorizza i progetti di un'azienda che è sì a controllo pubblico ma privata nella gestione e quotata in Borsa contro un'altra azienda privata, la Telecom": "Renzi la sponsorizza così, come se l'ad Francesco Starace (da lui nominato) fosse un suo dipendente?", chiede Feltri. Gestiremo e faremo la manutenzione di questa infrastruttura e metteremo questa capacità a disposizione degli operatori. "L'infrastruttura è aperta a qualsiasi operatore ne faccia richiesta e non è esclusiva". Le ipotesi che circolano tra gli addetti ai lavori sono diverse. Il Bando per questo tipo di interventi verrà pubblicato il 29 aprile.

Per altro il modello parrebbe esportabile in tutto il mondo ed ENEL sta pensando di replicare l'esperienza italiana in città come Bogotà, Rio de Janeiro e Lima dove è presente con una rete elettrica metropolitana.

2016 crisi economica - si prendono in considerazione solo elementi probabilistici MA esiste anche l'imponderabile ... gli olandesi hanno detto no all'Euro

Ora incombe la tempesta britannica

08/04/2016
ANDREA MONTANINO
Nella presentazione del Rapporto Annuale della Banca Centrale Europea, il Presidente Draghi ha messo in luce i progressi raggiunti in Europa, grazie in particolare all’azione della politica monetaria espansiva e all’assistenza data alla Grecia con le linee di credito di emergenza durante la scorsa estate. 

Draghi ha però reso evidente che non si possono escludere nuovi shock all’economia mondiale, e che la tenuta dell’Europa nel caso questi avvenissero è incerta. Fuori dall’Europa, la preoccupazione è principalmente per la Cina, il Brasile e gli effetti del basso prezzo delle materie prime, soprattutto sui Paesi produttori di petrolio. 

L’altro ieri l’Angola, proprio come conseguenza del basso prezzo del petrolio, ha richiesto formalmente al Fondo Monetario Internazionale un programma di aiuti. Per Paesi come il Qatar, Bahrein, e Arabia Saudita, più dell’80 per cento delle entrate fiscali derivano dal petrolio e i bassi prezzi non fanno che determinare enormi deficit pubblici, che richiederanno un ripensamento dei modelli di business. Come e quanto in fretta questi Paesi sapranno adattarsi alla nuova realtà è incerto, e questa incertezza può avere conseguenze economiche e geopolitiche destabilizzanti. 

Il Brasile ha un mix di alta inflazione, bassa crescita, alto deficit pubblico e crisi politica e non si può escludere che, dopo i Giochi Olimpici di questa estate a Rio, questo insieme di elementi non si trasformi in una crisi economica profonda. Il Brasile ha a disposizione molte riserve valutarie, che gli potrebbero permettere di gestire una crisi finanziaria, ma potrebbe avere invece bisogno di un programma di assistenza da parte della comunità internazionale per portare avanti profonde riforme economiche. 

Il rallentamento dell’economia cinese rispetto ai ritmi di crescita degli anni precedenti potrebbe causare i primi fallimenti del sistema bancario locale, a causa dell’alto livello di indebitamento del settore privato. Data la dimensione dell’economia cinese, non possono escludersi ripercussioni sistemiche sul resto del mondo. 

Ma anche in casa nostra abbiamo potenziali shock da gestire. Un’eventuale vittoria per l’uscita dall’Unione Europea nel referendum inglese del 23 giugno aprirebbe una lunga fase di incertezza: secondo l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, dopo il referendum il Consiglio Europeo avrà a disposizione due anni per definire le modalità di uscita e se non venisse raggiunto nessun accordo si potrebbe estendere questo periodo se ci fosse l’accordo di tutti gli Stati. Come ciò verrà gestito non è noto. 

L’inflazione della zona dell’euro rimane ancora troppo bassa malgrado la politica monetaria non convenzionale della Banca Centrale Europea e non si può escludere a priori una spirale deflazionistica, specialmente se la fiducia sulle capacità del continente di gestire eventuali shock venisse meno. 

E poi c’è la Grecia. Malgrado la conclusione della prima valutazione intermedia del programma di assistenza fosse prevista a ottobre dello scorso anno, c’è ancora una serrata discussione tra il governo greco e le istituzioni creditrici su alcuni punti fondamentali relativi alla riforma pensionistica e fiscale. Una brusca interruzione dei rapporti, o la decisione del Fondo Monetario Internazionale di non partecipare più alle negoziazioni, potrebbero farci rivivere la crisi della scorsa estate. 

In questo contesto la fragilità dell’Europa è evidente. Ma è evidente anche la sua forza, se saprà ben orientare le sue politiche. Primo, va scongiurato il rischio Brexit: è necessario far comprendere all’opinione pubblica inglese che l’uscita dall’Unione avrebbe conseguenze economiche importanti, un recente studio di alcuni ricercatori della London School of Economics mostra ad esempio che il reddito pro capite degli inglesi potrebbe ridursi fino a quasi il 10 per cento rispetto agli attuali valori. 

Secondo, bisogna dare una direzione chiara alla politica fiscale. Il debito pubblico è troppo alto, ma anche le tasse sono troppo alte e la spesa pubblica in alcuni campi è invece troppo bassa. Tale complessità non può essere risolta attraverso qualche decimale di flessibilità sui bilanci nazionali ma solo con un ripensamento generale delle regole europee, e in particolare del trattamento da dare agli investimenti in infrastrutture, ricerca e capitale umano. Dato il livello alto del debito nazionale in molti Paesi europei, è il momento di immaginare una europeizzazione del debito, con una agenzia europea che emetta debito fino al 5-10 per cento del Pil europeo, con lo scopo specifico di finanziare le tre aree menzionate: infrastrutture, ricerca, capitale umano. Sarebbe una spinta alla crescita e un segnale di ulteriore integrazione. 

Terzo, non ci si può rilassare sul piano delle riforme. Completare rapidamente e bene alcuni dei grandi progetti europei come il mercato energetico unico o il mercato dei capitali unico, e allo stesso tempo continuare con le riforme nazionali – sulle quali, sia detto per inciso, l’Italia sta dando un esempio positivo al resto dell’Europa – è fondamentale per mantenere un clima positivo di fiducia. 

Insomma, un ritorno a un sentiero di crescita economica più sostenuto e stabile nel tempo è l’unico antidoto al clima di antieuropeismo e alla sfiducia che sta montando presso le opinioni pubbliche di molti Paesi. 

*Direttore Global Business and Economics, Atlantic Council