Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 16 aprile 2016

Pressenza: intervista a Diego Fusaro

Referendum - Si all'energia pulita l'unica che ci rende autonomi ed indipendenti

Italia indipendente solo con rinnovabili ed efficienza energetica, altro che il petrolio

energie-rinnovabili
Sono l’efficienza e il risparmio energetici insieme alle energie rinnovabili la vera ricchezza dell’Italia, il vero oro sono le fonti rinnovabili, altro che il petrolio. Lo afferma il WWF Italia che ricorda come tra il 2006 e il 2014, grazie alle misure per l’efficienza e le rinnovabili, le importazioni energetiche nel nostro Paese si sono abbassate di ben 10 punti (dall’85,9% al 75,9%), il minimo registrato negli ultimi 50 anni, dimostrando che il Paese si può emancipare dalle fonti fossili (gas e petrolio).
Ma invece di puntare decisamente sulle rinnovabili, il risparmio e l’efficienza energetica le politiche istituzionali sono andate in questi ultimi due anni in direzione ostinata e contraria: con tagli arbitrari e retroattivi sul fotovoltaico, barriere che vengono frapposte alle nuove istallazioni e all’autoproduzione e forzature procedurali che favoriscono il settore estrattivo degli idrocarburi. In Italia, mentre le istituzioni navigano ancora a svista, – osserva il WWF – è il mercato che va già nella giusta direzione.
Il mercato – In uno scenario globale in cui si registrano investimenti record nelle rinnovabili (nel 2015 l’ammontare complessivo è stato di 367 miliardi di dollari) e le emissioni atmosferiche globali nei settori energetici non sono aumentate nonostante la crescita del PIL mondiale, come documentato dalla IEA, l’agenzia ONU per l’Ambiente – ricorda il WWF -, l’Italia in pochi anni è diventata leader mondiale per contributo del fotovoltaico nel mix elettrico (7.9%), ed il primo, tra i grandi Paesi dell’Unione Europea, a pari merito con la Spagna, per quota di energia rinnovabile nella produzione elettrica (fonte: Solar Foundation, 2015)”.
Le istituzioni – il Governo non dice più una parola sul Green Act, che doveva contenere misure all’avanguardia in campo energetico e climatico, preannunciato dal premier Renzi nel gennaio 2015, ben prima del vertice di Parigi – osserva il WWF – ma nel frattempo ha dapprima classificato come strategiche (decreto legge Sblocca Italia, dl 133/2014, convertito nella legge 164/2014) tutte le attività di prospezione ricerca e coltivazione degli idrocarburi, tranne poi, con un goffo dietrofront, ridimensionare la forzatura; con il decreto legge Spalma incentivi (decreto legge 145/2013, convertito nelle legge 9/2014) ha addirittura colpito retroattivamente gli incentivi al fotovoltaico e il TAR del Lazio ha deciso con propria Sentenza di rimettere la questione di fronte alla Corte Costituzionale. Mentre i sussidi alle fonti fossili in Italia ammontano a 2,7 miliardi di euro, per effetto del decreto Spalma Incentivi è stata valutata la perdita di almeno 10mila posti di lavoro, nel settore delle fonti rinnovabili, secondo Assorinnovabili,”.
Se si prendono poi in esame i dati sulla dipendenza energetica dell’Italia, il WWF rileva come, sulla base dei dati Eurostat elaborati dal professor Gianluca Ruggieri, dell’Università dell’Insubria, in Italia il picco di produzione nazionale di idrocarburi sia stato tra il ’93 e il ’99. In quegli anni la dipendenza energetica dalle importazioni estere era tra l’80 e l’83%, qualche punto inferiore a quella precedente. Dal 1997 la produzione nazionale di idrocarburi è scesa, e si è ricominciato a importare più di prima Nel 2006 le importazioni di fonti energetiche erano all’85,9%. Fu allora che cominciarono a essere introdotte le misure a favore di efficienza e rinnovabili e tra il 2006 e il 2014 la dipendenza si abbassa al 75,9%, il minimo registrato negli ultimi 50 anni almeno.
E’ facile dedurre che anche negli anni di boom della produzione di risorse fossili nazionali, non siamo riusciti ad abbattere la dipendenza energetica sotto l’80%. Dal 1997 la produzione di risorse fossili nazionali è comunque calata stabilmente. Da quando l’Italia ha iniziato a investire in rinnovabili ed efficienza energetica, però, il Paese ha abbattuto del 10% la dipendenza energetica in soli 8 anni. Cosa si aspetta ad andare nella giusta direzione rendendo anche in Italia la strada verso le energie rinnovabili obbligata? Dalle rinnovabili, dall’uso più efficiente e dal risparmio energetico abbiamo tutto da guadagnare, basta che l’Italia si doti al più presto di un Piano nazionale per l’energia e il Clima che indichi una strategia per la de-carbonizzazione, coerente con l’Accordo di Parigi, che superi un gap istituzionale ormai trentennale (l’ultimo Piano Energetico Nazionale è del 1988).

Renzi&Napolitano in galera dai sei mesi a tre anni per propaganda sull'astensione

Michele Ainis: "Per chi predica l'astensione c'è il carcere. Una vecchia norma ma è meglio andare a votare"

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REFERENDUM



Non è un editoriale fumantino come quello scritto nel 2005 in occasione del referendum sulla legge 40, ma è comunque una autorevole chiamata al voto.
Il costituzionalista Michele Ainis sulle pagine del Corriere della Sera venerdì spiega perché non soltanto è giusto e doveroso andare alle urne domenica 17 aprile per la consultazione popolare sulle trivelle, ma ricorda altresì che esiste una norma secondo la quale chi predica l'astensione potrebbe essere condannato alla galera.
Ainis definisce "deriva ingannevole e sleale" la battaglia sul quorum che vede il governo da una parte fare campagna per l'astensione ("il referendum è una bufala, astenersi è costituzionalmente legittimo" ha detto giovedì Matteo Renzi) e dall'altra i promotori del "sì".
Approfitta della quota d’astensionismo fisiologico per sabotare il referendum, sommando agli indifferenti i contrari, mentre i favorevoli non hanno modo di moltiplicare il "sì", mica possono votare per due volte. Dunque l’appello all’astensione è un espediente, se non proprio un trucco, come affermò Norberto Bobbio nel 1990.
Il giurista bacchetta poi i rappresentanti delle istituzioni, e dunque implicitamente anche il premier e Napolitano, che in queste ore hanno chiesto agli italiani di non andare a votare:
Poi, certo, il voto è anche un diritto. E ciascuno resta libero d’esercitare o meno i diritti che ha ricevuto in sorte. Tanto più quando s’annunzia un referendum, la cui validità è legata al quorum. Ma questo vale per i cittadini, non per quanti abbiano responsabilità istituzionali. Loro sono come i professori durante una lezione: non possono dire tutto ciò che gli passa per la testa, perché hanno un ascendente sugli allievi, e non devono mai usarlo per condizionarne le opinioni.
Infine Ainis ricorda che una norma condanna al carcere chi induce all'astensione:
Anche perché i profeti dell’astensionismo, nel nostro ordinamento, rischiano perfino la galera, secondo l’articolo 98 del testo unico delle leggi elettorali per la Camera, cui rinvia la legge che disciplina i referendum. Norme eccessive, di cui faremmo meglio a sbarazzarci. Ma c’è anche un equivoco da cui dobbiamo liberarci: sul piano dell’etica costituzionale, se non anche sul piano del diritto, l’astensione ai referendum è lecita soltanto quando l’elettore giudichi il quesito inconsistente, irrilevante. Altrimenti è un sotterfugio.
L'art.98 del testo unico delle legge elettorali per la Camera era stato anche alla base diun commento al vetriolo dello stesso Ainis nel 2005, in occasione della consultazione popolare sulla legge per la procreazione assistita.
In quell'occasione il costituzionalista si scagliava contro i prelati (Ruini in primis) che predicavano l'astensione per far fallire il referendum e cioè per mantenere in vigore quella legge 40. Andò così, ma la norma fu poi silurata in numerose occasioni dalla Corte costituzionale.

La norma – anzi la doppia norma – stava sotto gli occhi di tutti, come la Lettera rubata di Allan Poe. Si tratta di due leggi che puniscono la propaganda astensionista se fatta da persone che ricoprono un incarico pubblico o da ministri di culto. Qualcosa che in questi giorni sta avvenendo con frequenza sempre maggiore nell’approssimarsi della scadenza del voto referendario, ma che finora è stata rivendicata come un diritto. Invece, secondo la legge, andrebbe sanzionata. Tutti possono consultare il testo di queste leggi, visitando rispettivamente il sito della Camera (www.camera.it) e quello dei costituzionalisti (www.associazionedeicostituzionalisti.it). Vediamo dunque insieme di che cosa si tratta.
L’articolo 98 del testo unico delle leggi elettorali per la Camera afferma che chiunque sia investito di un potere, di un servizio o di una funzione pubblica, nonché «il ministro di qualsiasi culto», è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni se induce gli elettori all’astensione. A sua volta, l’articolo 51 della legge che disciplina i referendum (la n. 352 del 1970) estende la sanzione prevista dal precedente articolo alla propaganda astensionistica nelle consultazioni referendarie. Un problema – e che problema! – per i giuristi che avevano liquidato un po’ frettolosamente la questione. Un problema doppio per chi lancia appelli all’astensione dall’alto d’una cattedra, o in qualità di sindaco, ministro, presidente di un’istituzione pubblica, specie se elevata. Un problema triplo per le gerarchie ecclesiastiche, per i vescovi, per le migliaia di parroci. E, naturalmente, ignorantia iuris non excusat.
Inutile dire che l'editoriale di Ainis viene fatto circolare ampiamente tra coloro che invece vogliono raggiungere il quorum e affondare le trivelle. Sui social inoltre è ormai virale un pezzo di giornale risalente al 1985, nel quale si riporta la sentenza della Cassazione che ricorda come sia condannabile chi fa propaganda per l'astensione, così come ricordato da Ainis in queste ore. Si tratta di un articolo del quotidiano La Stampa, dove il giornalista ricorda come Mario Capanna, ex leader del '68, denunciò Bettino Craxi per aver esortato gli elettori a ignorare le urne. Altri tempi, stesse questioni.

Italia del Futuro - l'agricoltura con l'energia pulita e la manifattura sono i pilastri del domani e il mezzogiorno può fare molto sull'agricoltura

"Il rilancio del Mezzogiorno legato a cultura e turismo"

Gian Maria Fara, presidente Eurispes, questa mattina all'Università di Salerno a Fisciano

il rilancio del mezzogiorno legato a cultura e turismo
Fisciano.  
“L'idea che il Mezzogiorno per ripartire debba ripercorrere le stesse strade del Nord è un'idea che ha fatto il suo tempo”. Così Gian Maria Fara, presidente Eurispes, intervenuto questa mattina presso la Sala Conferenze del Consorzio Osservatorio dell’Appennino Meridionale all'Università degli studi di Salerno a Fisciano. Il Convegno “Rapporto Italia 2016. Il Mezzogiorno per il rilancio del Paese” ha sancito la chiusura del Corso di Formazione in “Esperto in legalità agro-ambientale”, organizzato dal Consorzio e finanziato dalla Regione Campania. Il Corso è stata un’esperienza altamente formativa, che con un approccio multidisciplinare ha dato l’opportunità ai 51 professionisti partecipanti (avvocati, ingegneri, agronomi) di ricevere un’approfondita conoscenza nel settore della tutela agro-ambientale. “Per il Mezzogiorno l'agricoltura è un elemento strategico e determinante per lo sviluppo. Il nostro Paese però negli anni è stato trainato da una cultura industriale che ha prodotto delle pesanti ricadute ad esempio in materia di impatto ambientale”. Ed ancora. “Il futuro del mezzogiorno deve essere legato alle vere vocazioni del territorio: arte, cultura, turismo, agricoltura”.


G.A.

Siria&Parigi&Bruxelles - la Turchia non accetterà MAI uno stato Curdo ai suoi confini

SIRIA: ”PROVERANNO A SPARTIRSI IL PAESE CON LA SCUSA DEL FEDERALISMO”

(di Giampiero Venturi)
15/04/16 
La guerra in Siria non durerà in eterno. Probabile che questo sia l’ultimo anno di combattimenti convenzionali, poi la parola passerà alla resa dei conti, alla conta dei danni e alla ricostruzione.
I colloqui di pace sono stati la prova che al di là delle convinzioni e degli obiettivi delle parti, tutti i soggetti coinvolti da tempo stanno valutando l’idea concreta di una exit strategy.
Il modello che verrà proposto con l’appoggio degli Stati Uniti sarà quello di una riforma federale del Paese, cercando di ripercorrere dal punto di vista istituzionale quanto già sperimentato in Iraq nel 2003. Gli obiettivi concreti sono tre: soddisfare le parti in campo nella misura sufficiente a far finire le ostilità; salvare la faccia; avvicinarsi quanto più possibile all’idea iniziale di smantellare lo Stato nazionale siriano.
Il quadro siriano ha però una differenza strutturale con l’Iraq: l’esito della guerra. Nell’Iraq del 2003 il plenipotenziario americano Paul Bremer, capo dell’Autorità Provvisoria della Coalizione, fu investito di un potere assoluto, paragonabile solo a MacArthur nel Giappone del ‘45. I diritti sulla ricostruzione e sul futuro ordinamento istituzionale del Paese nascevano dalla vittoria militare, che almeno nel breve periodo era incontestabile.
La nascita dell’insorgenza e la successiva sconfitta politica e militare subita in Iraq dalla Coalizione nel corso del decennio successivo diventano per assurdo secondarie. Quel che conta è che un Paese organizzato secondo la struttura monolitica del partito Baath e governato  da un presidenzialismo assoluto con amministrazione centralizzata, è stato trasformato in un insieme di parti distinte, dove sciiti, sunniti e curdi, hanno finito per spartirsi il territorio. Come questo sia avvenuto e quello che ha comportato lo abbiamo visto in questi anni, parlandone più volte su questa rubrica. La nascita dello Stato Islamico è stata possibile dal punto di vista tecnico, politico e militare anche per questo.
La crisi siriana è diversa nella sostanza. In Siria la presunta coalizione anti terrorismo è stata per lo più un messa in scena, utile a implementare prima e a coprire poi, il caos politico programmato e generato con la rivolta anti Assad, branca siriana della cosiddetta primavera araba.
Quando Raqqa sarà caduta e il grosso dei terroristi islamisti sarà transumato in altri teatri, gli unici a poter dire di aver vinto la guerra saranno innanzitutto i siriani. Con loro vanteranno crediti anche gli alleati sul campo: i russi, Hezbollah, gli iraniani e i volontari sciiti iracheni che hanno combattuto dalla parte di Assad.
Sulla scorta degli esiti del conflitto non sarà possibile imporre un nuovo assetto geopolitico alla regione, almeno finché Assad sarà protetto da Mosca. Ciò che verrà proposto su pressione USA attraverso lo strumento della mediazione ONU sarà allora un nuovo assetto istituzionale che proprio come in Iraq prenderà la via della riforma federale.
Il nodo è tutto qui.
Contestualmente a fondamenti di Diritto pubblico le forme di Stato federale che conosciamo in Occidente non sono applicabili in Medio Oriente e più in generale ai Paesi Arabi. Nella fascia che va dal Maghreb al Golfo Persico non esiste un solo Paese a base federale. La tipologia di ordinamento amministrativo più diffusa è la suddivisione in Governatorati, dove il reggente è nominato direttamente dal potere centrale. Ciò dipende da un lato da una minore maturità democratica e giuridica, dall’altra dall’esperienza politica dell’ultimo mezzo secolo. La scarsa omogeneità etnica, religiosa e sociale che caratterizza quasi tutti i Paesi arabi ha di fatto imposto modelli istituzionali rigidi dove gli equilibri si raggiungono con bilanciamenti di potere delicati o con la forza. Spesso con entrambi i sistemi. 
È uno dei motivi per cui nei Paesi arabi e in Medio Oriente non è agevole capire dove finisca il dirigismo illuminato (reale o presidenziale che sia) e dove inizi la dittatura. La differenza più evidente è quasi sempre il grado di rappresentanza che le minoranze o le varie componenti etniche e religiose riescono ad avere e il livello della temperatura sociale e delle conseguenti misure repressive.
Applicare un sistema federale in un paese arabo multiconfessionale o a base tribale è il prodromo al suo sfaldamento. La Libia di Gheddafi è l’esempio più calzante in questo senso.
Per esteso è impossibile applicare cornici costituzionali e giuridiche esogene a sistemi che affondano la loro esistenza su principi magari discutibili, ma assolutamente diversi.
In Siria con ogni probabilità verrà proposto di lasciare a Damasco il controllo formale del territorio ma di dividere il Paese per aree a base etnica. Essenzialmente i Curdi a nord est, i sunniti nel centro sud e gli alawiti lungo la costa a nord ovest.
Di fatto sarebbe una spartizione soft, sorta di percorso a mezza strada fra le intenzioni di chi ha fomentato la rivolta anti Assad, e una vittoria piena dello stesso Assad.
A questo progetto potrebbe opporsi per assurdo proprio la Turchia, finora nei panni dell’orco cattivo. L’idea di una regione autonoma governata dai curdi a ridosso dei propri turbolenti confini sudorientali non è mai piaciuta ad Ankara al punto da spingerla all’intervento diretto nella crisi siriana proprio contro le milizie curde YPG.
Viceversa il progetto piacerà agli oppositori di Assad, eredi di quei “ribelli moderati” armati dagli USA e sconfitti sul campo.
Assad sarà abbastanza forte per opporsi ad un piano di compromesso? Russia e Iran difficilmente si lasceranno sfuggire un ritorno politico ed economico dopo il coinvolgimento diretto. Accetteranno ingerenze esterne significative in un piano di pace reale?
Sulla base delle risposte sapremo quanto grande sarà stata la sconfitta della politica mediorientale di Washington degli ultimi 15 anni.
(Foto: SAA/web)

Implosione europea - Cade Schenzen tra l'Italia e l'Austria ma siamo noi i responsabili. Questo porterà alla non circolazione delle merci e dei capitali

IL FINTO PROBLEMA DEL BRENNERO: IL TABÙ DELLA FRONTIERA

(di Giampiero Venturi)
15/04/16 
La Convenzione di Schengen del 1990 prevede la libera circolazione di cittadini dell’Unione Europea e di Paesi terzi all’interno dello spazio dei 26 membri firmatari. In sostanza altro non è che l’abolizione delle frontiere fra gli Stati aderenti.
L’accordo sottintende due grandi assiomi: in uno spazio geografico predefinito c’è libera circolazione di persone; per osmosi, tutto ciò che circola in un Paese aderente, circola automaticamente anche negli altri.
Questa secondo passaggio implica un’enorme assunzione di responsabilità. Come in poche altre occasioni nella storia dell’Unione Europea, il concetto di unione tra popoli ha avuto la possibilità di prendere forma sotto il profilo politico, economico e sociale: ciò che riguarda l’umanità di uno Stato membro ha riflessi sul vicino, con cui condivide non solo un’idea ma anche uno spazio fisico definito.
A differenza di altre fusioni derivate dal processo d’integrazione europea, il superamento delle frontiere è stata la prova di maturità più alta nella gestione comune, perché ha avuto immediati riflessi nelle nostre abitudini. Poter andare e tornare da un Paese senza essere controllati ha cambiato l’approccio psicologico agli spostamenti dei cittadini europei nel giro di pochissimi anni. Considerati i trascorsi storici del Continente, almeno sulla carta non sarebbe roba da poco.
I casi di sospensione temporanea (prevista dalla Convenzione per cause eccezionali) sono stati molteplici e quasi sempre per ragioni di sicurezza legati ad eventi importanti (summit politici, manifestazioni sportive, ecc…).
A partire dal 2005 però (il primo caso è la Francia) e con un’accelerazione negli ultimi due anni fino al caso dell’Austria, si sono moltiplicati gli “strappi” alla Convenzione dovuti ad altri tre fattori: criminalità, terrorismo e immigrazione clandestina. Le sospensioni, seppure previste come temporanee, non sono più messe in atto sul principio dell’eccezionalità di un evento, ma su quello dell’eccezionalità di una minaccia. Nel primo caso è facile prevedere la durata del provvedimento, nel secondo no.
Da qui la decisione di Vienna di provvedere al riposizionamento di infrastrutture (barriere, segnaletica e spazi per i controlli) lungo il confine con l’Italia. L’Austria in altri termini ha deciso di mettere un filtro col Bel Paese e la cosa ha scatenato polemiche.
In realtà il dibattito sulla “fortificazione” del Brennero sembra per lo più pretestuoso e ideologico. Vienna tiene a precisare che fatto salvo il sacrosanto diritto di salvaguardare il suo territorio, si difende dalla cattiva applicazione degli altri (noi...) della Convenzione di Schengen, nata sulla fiducia tra Stati firmatari.
I Paesi europei sono come stanze di un appartamento. A prescindere dal prestigio, ciascuna è posizionata secondo la planimetria. Solo alcune stanze però sono dotate di porta verso l’esterno. L’Italia è una di queste.
La responsabilità legata a Schengen è tutta qui: gli oneri maggiori ricadono su quelli che come nel nostro caso hanno una forte esposizione verso nazioni esterne alla Convenzione, all’Unione e addirittura al continente.
Fra tutti gli Stati aderenti l‘Italia è tra quelli con la porta d’accesso più grande vista la vastità delle coste e automaticamente tra i più impegnati non solo con se stessi, ma con tutto il sistema verso cui non ci sono più filtri.
L’Austria in sostanza non rinnega Schengen, ma pone il filtro che Roma ha tolto verso l’esterno nell’unico punto in cui geograficamente può metterlo: il confine con l’Italia.
Tutta la retorica dai titoli melensi sul tipo “il Brennero torna a dividere…” è pastura per finti coscienziosi.
Ammesso che quello attuale sia il modello di Europa su cui costruire un futuro, è evidente che per averne uno ci siano delle regole da rispettare. Se Schengen dovesse saltare, la colpa non sarebbe dell’Austria quindi, ma dell’Italia che ha tenuto fede solo al primo dei due impegni: aprire i confini con i Paesi aderenti alla Convenzione; chiuderli meglio con tutti gli altri.
Il carico ideologico posto nella polemica contro il “muro” austriaco appare non solo ipocrita, ma anche difficile da comprendere soprattutto se a farsene portavoce sono i detrattori della globalizzazione economica.
Il processo di globalizzazione culturale è presumibilmente un supporto non indifferente all’unificazione dei mercati su scala globale. Se ha un senso l’equazione stessa cultura=stessi bisogni, non è difficile capire che uno stesso modello socio-economico diffuso su larga scala, faccia comodo proprio ai grandi gruppi d’interesse globali.
Non sarà la dogana del Brennero a impedire l’omologazione delle future generazioni verso il semplice rapporto tra domanda e offerta, questo è evidente; la rimozione di ogni filtro tra Stato e Stato però ne aumenta con ogni certezza la velocità.
Nasce quindi un dubbio: il rifiuto ideologico della frontiera è davvero la soluzione migliore ad un mondo appiattito alle logiche delle multinazionali o ne è uno dei portoni d’accesso?
La riflessione è d’uopo.
In ogni caso rimane il rammarico per un’occasione persa. Se i sogni di una famiglia di popoli unita in un solo blocco si sono via via sviliti nei corridoi grigi dei palazzi di Bruxelles, le liti di condominio dovute a incompetenze e cattive gestioni sono la loro continuazione più triste. L’Italia in questo senso ha colpe gravissime.
(Foto:DO)

Luca Regeni - la sua morte è intervenuta per spezzare il legame che si stava creando con l'Egitto mentre Francia e Gran Bretagna continuano imperterrite a tessere la loro tela

 Egitto, Arabia, Francia e Uk: il "gioco di specchi" che isola l'Italia
Giulio Sapelli
sabato 16 aprile 2016


Quando pensiamo all’Egitto e alle sue relazioni con le potenze europee, il riferimento mentale va immediatamente ai legami storici che quella grande nazione ha avuto e ha con il Regno Unito. Recentemente il Primo ministro David Cameron ha definito le relazioni tra Egitto e Uk “vitali” per il suo Paese. E l’ha affermato dopo la recente visita del Presidente egiziano al-Sisi a Londra nel marzo 2016. Del resto, il Regno Unito rimane ciò che è sempre stato nel complesso del commercio mondiale: ossia, di gran lunga il più importante interlocutore economico dell’Egitto, con un ventaglio di attività che vanno dall’education, dove personalità del calibro di Sir Michael Barber collaborano con il ministro dell’Educazione per rifornire metodi e contenuti dell’insegnamento, alle energie integrative come il solare, come dimostra il successo della recentissima missione guidata da Jeffrey Donaldson, inviato speciale con competenze sul commercio estero britannico con l’Egitto nominato direttamente da Cameron e che ha recentemente concluso con il ministro dell’Elettricità Mohamed Shaker, e per conto dell’impresa inglese Actis, un importante Memorandum of Understanding per il valore di 350 milioni di sterline.

Ma il baricentro dell’intreccio tra geopolitica ed economia tra Egitto e Regno Unito rimane nelle ricerche e concessioni in merito ai combustibili fossili, dove spicca il ritrovamento di grandi depositi di gas nel delta del Nilo che BP si appresta a sviluppare, disvelandosi con il più importante, con l’Eni, investitore in campo energetico in Egitto. Ma sono i traffici merci a vedere un grande attivismo delle compagnie britanniche, come ha dimostrato la presenza del ministro della Difesa britannico Michael Fallon alla recente cerimonia tenutasi in pompa magna in occasione del raddoppio del Canale di Suez, opera cui noi italiani abbiamo prestato una deprecabile disattenzione.

Anche la Francia intensifica le sue relazioni con la grande nazione egiziana: recentemente Formiche.net ha documentato le dichiarazioni dell’ambasciatore francese in Egitto, Andre Parant, il quale ha annunciato nel corso della visita che durante gli incontri collegati alla visita di Stato di Hollande sono stati firmati oltre 30 accordi, tra cui “contratti commerciali” e “progetti finanziari” che aumenteranno la mole di scambi commerciali (per ora pari a 2,5 miliardi l’anno), e altri “dieci protocolli di intesa” su vari ambiti economici: energia, formazione professionale, turismo… e naturalmente armamenti, a cominciare dai caccia Rafale della Dassault.

Il confronto si fa duro. L’Egitto, infatti, mira alla guida della cosiddetta Nato Islamica che l’Arabia Saudita intende creare per sottrarsi quanto più possibile al ruolo di alleato subalterno degli Usa, soprattutto dopo il non negoziato avvicinamento americano all’Iran che ha sconvolto il mondo saudita per la sua rapidità e la mancanza di mediazione. Non a caso la prima potenza ad avvantaggiarsi di questa rottura o freddezza delle relazioni è stata la Russia dell’abilissimo Lavrov, grande ministro degli Esteri vero erede di Primakov e di Gromiko e fortemente sostenuto da un Putin alla disperata ricerca di una nuova posizione di potenza su scala globale.

L’Egitto ora mira a sviluppare una sorta di politica del triplo binario: in primo luogo mantenere gli storici legami con gli Usa, in secondo luogo rafforzare quelli con le potenze medio grandi (Uk e Francia che hanno la bomba atomica e sono stati grandi imperi) e medie (Italia), in terzo luogo allacciare stretti rapporti con l’Arabia Saudita dopo secoli di divisioni e incomprensioni di cui qui non vi è spazio per discutere. Il terzo lato del triangolo si concreta in grandi opere pubbliche come l’annunciata costruzione del ponte che unirà Egitto e Arabia Saudita e in concessioni strategico militari ai sauditi, come le isole Sanafir e Tiran del Mar Rosso, su cui, del resto, dovrà passare il grande ponte dal valore strategico e culturale insieme.

In tutto questo gioco la Francia tesse la tela delle relazioni economiche e militari con l’Arabia Saudita, di cui è da qualche anno l’interlocutore militare privilegiato. Anche qui ora sono ancora i sauditi a volersi liberare dai troppo stretti abbracci degli Usa.

L’Italia in questo gioco di specchi si sforza ammirevolmente di svolgere il ruolo che gli è proprio di media potenza e grazie anche alle sue imprese grandi (poche) e piccole e medie (molte e coraggiose) cerca di contenere l’offensiva dei suoi storici avversari mediterranei. Ma a essa manca la potenza di fuoco della grande impresa su scala britannica e francese e una forza militare che invece sta ancor più di un tempo indebolendosi.

A tutto sia aggiungono eventi funesti come il caso del povero studente martire delle sue passioni e dei suoi studi. Ma la politica interna fatta di emozioni e di cuori disperati non deve mai oscurare la ragion di Stato che deve essere l’essenza, sola e durissima, della politica estera.

Siria&Parigi&Bruxelles - Suleimani a Mosca per ritarare la strategia

Suleimani a Mosca: che progettano Russia e Iran?
Emanuele Ross



La Reuters ha tre fonti che confermano la presenza di Qassem Suleimani, capo delle Quds Force iraniane e generale plenipotenziario sulla politica estera di Tehrean, a Mosca. Durante il viaggio, che secondo quanto riporta l’agenzia britannica è avvenuto giovedì sera, il generale avrebbe incontrato la leadership militare russa, il ministro della DifesaSergei Shoigu e addirittura il presidente Vladimir Putin in persona (tra i temi probabilmente la Siria e la situazione nella regione, e anche la fornitura degli S-300, i sistemi antiaerei russi che proteggeranno l’Iran).

L’ASSE

La visita dell’eminenza grigia della forza militare degli aytollah è importante perché può essere il preludio a nuove dinamiche. Quando volò a luglio in Russia, violando le sanzioni internazionali che gli impedivano di spostarsi dall’Iran (ora tolte a seguito della firma del Nuclear Deal), si portò dietro, due mesi dopo, la decisione russa di intervenire pesantemente in Siria. Per questo si pensa che probabilmente il compito di Suleimani a Mosca è stato (ed è ancora) quello di super consulente, di cui Putin si fida, sulla situazione del conflitto e del regime, con compiti organizzativi per le operazioni congiunte; Russia, Iran, Siria, Iraq e Hezbollah, fanno parte di uno stesso asse operativo che lavora al fianco di Damasco contro i ribelli, e più raramente anche contro lo Stato islamico.

LE SMENTITE

Sergei Ryabkov, il vice ministro degli esteri russo, che era il delegato nei negoziati per il nucleare iraniano, ha negato la presenza del generale a Mosca, e ha sottolineato che anche gli incontri precedenti non ci sono mai stati (uno a luglio, si diceva, e l’altro a dicembre del 2015, pare). La situazione in Siria in questo momento s’è nuovamente complicata, al punto che la visita di Suleimani è talmente possibile che le smentite russe quasi perdono peso. Tuttavia vanno registrate come dichiarazioni ufficiali, tenendo comunque conto che il Cremlino non è nuovo nel negare fatti che poi nel corso del tempo si sono dimostrati veri.

SVILUPPI IN SIRIA

La guerra ad Aleppo, seconda città siriana quasi accerchiata completamente dall’offensiva dei governativi prima della tregua dichiarata il 27 febbraio, è ripresa con forza più o meno da una settimana. Un tutti contro tutti disorientante, scoppiato mentre il regime annunciava, pochi giorni fa, l’imminenza di una campagna militare congiunta per riprendere la metà della città controllata dai ribelli – notare che ufficialmente la Russia ha negato la partecipazione all’operazione, stonata pubblica con Damasco. Proprio ad Aleppo l’Iran ha inviato un contingente dei paracadutisti Nohed per puntellare le posizioni lealiste nuovamente in difficoltà (in accordo con la strategia attuale russa, che prevede sostegno più ravvicinato alla forze di terra). I governativi sono impegnati a contenere un’offensiva lanciata dalla qaedista al Nusra assistita da fazioni più moderate del Free Syrian Army, mentre anche lo Stato islamico è tornato combattivo nella zona. Si sono rivisti anche diversi lanci di missili anticarro Tow, forniti da un programma congiunto tra Stati Uniti e alleati regionali ai ribelli, segno evidente che il passaggio dei dispositivi è ripreso (forse anche durante la tregua) e il cessate il fuoco ormai regge solo sulle carte. S’è tornati a parlare anche di un “piano B” pensato da diverso tempo dalla Cia, riattivato negli ultimi due mesi, e rivelato tre giorni fa dal Wall Street Journal, da mettere in moto se la Russia dovesse decidere di aumentare di nuovo l’impegno al fianco del regime: fornire altre armi ai ribelli, tra cui anche missili antiaerei per sopperire al gap con i governativi (siriani e russi) che dispongono di un’aviazione.

LA RUSSIA USA L’IRAN PER SPOSTARE LE PEDINE DEL REGIME

Quando si muove Suleimani, qualcosa succede. È possibile che il generale sia arrivato a Mosca anche per consultazioni dal carattere più politico: si dice da tempo che russi e iraniani siano a corto di feeling per l’interpretazione ideologica del regime, ma tutto sommato Putin reputa gli ayatollah alleati potabili (e ha stima del generale), soprattutto perché possono tenere a bada Bashar el Assad, tornato baldanzoso oltremodo dopo i successi ottenuti grazie al sostegno russo (“riconquisteremo tutta la Siria”, la convocazione delle elezioni parlamentari, gli annunci su nuove imminenti offensive, sono uscite poco felici del presidente siriano, che imbarazzono Mosca, costretta a smentite, in argomento su cui i russi avevano già annunciato un “no”).

Un esempio di questo giro di influenze e pressioni: il fratello del presidente, Maher el Assad, feudatario onnipotentee comandante militare della Guardia repubblicana (e della 4° Divisione meccanizzata) – il corpo militare del presidente che facilmente si svincola dalle linee di operazione congiunta per seguire agende personali legate al potere degli Assad e per questo non amato dai russi – pare sia stato rimosso dall’incarico su pressioni degli iraniani, arrivate via Mosca.

16/04/2016

Isis/al Qaeda - armi e abiti dall'Arabia Saudita via Turchia

I sarti di Daesh

Di Roberta Papaleo il 12 aprile 2016

Chi rifornisce Daesh di armi e indumenti?

Di Miguel González e Patricia Ortega Dolz. El País (11/04/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Daesh (ISIS) non è solo un gruppo terrorista, è un protostato, come lo ha definito il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuer García-Margallo. Quindi, oltre a reclutarli, i suoi combattenti hanno bisogno di armi e indumenti che li facciano sembrare membri di un vero esercito. Ma come e chi li rifornisce di queste merci?

Lo scorso 15 marzo la polizia spagnola ha sequestrato un container nel porto di Algeciras (Cadice) e altri due in quello di Valencia. Mentre il primo conteneva abiti usati, come dichiarato alla dogana, negli altri due c’erano un’imballatrice e 5 tonnellate di grano in balle, oltre a circa 20 mila uniformi militari nuove di zecca. Il container era arrivato dall’Arabia Saudita ed era pronto a essere imbarcato per la Turchia per poi giungere in Siria.

L’operazione della polizia completava quella realizzata il 7 febbraio scorso, quando sette immigrati sono stati arrestati per presunta appartenenza a una rete di appoggio a Daesh in diverse località della Spagna, tra cui Ceuta e Alicante. Si presume che il capo dell’organizzazione fosse Ammar Termanini, siriano di Aleppo arrivato nella penisola iberica nel 2012 dopo aver vissuto in diversi paesi europei. In Spagna, ha creato l’azienda Tigre Negro S.L., specializzata nell’import/export di prodotti tessili. Sotto la copertura dell’invio di aiuti umanitari, Termanini ha realizzato diverse spedizioni in Siria, dove si recava spesso.

Termanini non aveva problemi a mostrare da parte fosse: sul suo profilo Facebook aveva postato delle sue foto con delle armi automatiche in diversi punti della Siria, come a Idlib, che è sotto il controllo del Fronte al-Nusra. Le intercettazioni telefoniche hanno rivelato come era passato dal prediligere la filiale siriana di Al-Qaeda a servire il Califfato.

La parte finanziaria delle operazioni era presumibilmente affidata a Mohamed Abu El Rub Karima, nativo giordano. Per reperire i fondi, si serviva della hawala, il tradizionale sistema islamico basato sulla fiducia che permette di far girare denaro in diversi paesi senza lasciare traccia di transizioni bancarie. Quanto alla mente del gruppo, si presume si trattasse di Nourdine Chikar Allal, imprenditore marocchino residente in Spagna e presidente della Moschea di Cocentaina. Grazie ai suoi contatti in Turchia, si occupava di rimuovere gli eventuali ostacoli.

Tra i presunti complici dell’organizzazione figuro anche lo spagnolo Simón Richart Lucas: né convertito, né jihadista, Lucas è un imprenditore senza scrupoli disposto a non disprezzare alcun tipo di affare, secondo quanto riferito da chi lo conosce.

La rete non solo inviava uniformi al sedicente Stato Islamico, ma gestiva qualsiasi tipo di richiesta. Ad esempio, Trmanini reperiva un tipo di fertilizzante non commercializzato in Spagna e che serviva per fabbricare esplosivi.

Il bandolo della matassa del sostegno a Daesh è molto complessa ed è ramificata in molti paesi. Gli investigatori stanno iniziando solo ora a sbrogliarla, ma sono sicuri per vincerlo non basta arrestarne i combattenti: bisogna tagliare i finanziamenti e bloccare le rotte di approvvigionamento.

Miguel González è corrispondete in materia di diplomazia e difesa per El País.

Patricia Ortega Dolz è una giornalista specializzata in terrorismo e sicurezza per El País.

Importante è avere chiaro il contesto in cui ci si muove

Come distinguere la falsa opposizione da quella vera di Eugenio Orso
Posted on 15 aprile 2016


Premetto che la distinzione fra un’opposizione posticcia e una autentica non è troppo difficoltosa, tenendo presente che l’opposizione genuina si sposa sempre con un’alternativa complessiva di sistema, di linee di politica strategica e, in casi estremi, addirittura di civiltà.

Premetto, altresì, che oggi le vere opposizioni latitano, che c’è un vuoto sempre più incolmabile sul fronte della critica al sistema, anche se le false opposizioni, che anelano tutte ad affermarsi esclusivamente per via elettorale occupando i seggi in parlamento, cercano truffaldinamente di riempirlo, senza, però, arrecare troppo fastidio ai grandi poteri dell’epoca.

Preciso, inoltre, che il discorso sulle false opposizioni non riguarda soltanto il nostro paese, ma buona parte dell’Europa e del cosiddetto occidente.

In generale, notiamo che tutti i partiti e le entità presenti in parlamento, nonché i loro capi, per rimanervi non subendo attacchi delegittimanti e devastanti dai media e/o dalla magistratura, devono fare professione di fede liberale, non essendo più ammessi altri ismi all’infuori del liberalismo (con o senza il suffisso neo), come il comunismo, il fascismo, lo stesso socialismo da cui i primi due sono nati, a meno che non sia completamente edulcorato, ossia liberale e democratico.

In certi casi, non basta neppure la “professione di fede” liberale per legittimarsi pienamente agli occhi dei manovratori. Pensiamo a Berlusconi e al suo pdl di governo, che pur dichiarandosi pubblicamente liberali, nel 2011 sono stati messi da parte dalla troika, in favore di Mario Monti e di un esecutivo di “tecnici”. Questo perché, l’allora presidente del consiglio e il suo partito del predellino non davano sufficienti garanzie ai veri decisori, cioè alle élite del denaro e della finanza, che premevano per il rapido varo delle riforme anti-sociali.

Le tre teste del Cerbero neocapitalista, che omologano le forze politiche presenti nel sistema liberaldemocratico e nei suoi parlamenti, sono il (neo)liberalismo, il (neo)liberismo e il (neo)libertarismo e non possono sopravvivere da sole, cioè l’una indipendentemente dalle altre, ma esistono e prosperano congiuntamente. Perciò, se qualcuno si dichiara liberale ma non liberista, o è uno sprovveduto che travisa la realtà sociopolitica, oppure vi sta sfacciatamente mentendo, in quanto liberalismo e liberismo non sono che facce della stessa medaglia, così come democrazia e mercato vanno sempre a braccetto, nel senso che la democrazia liberale la fa il libero mercato, orientando le decisioni politiche che contano secondo gli interessi delle élite neocapitaliste (indipendentemente dagli esiti elettorali e dalla volontà popolare, come prova molto bene il caso italiano, almeno dal 2011 in poi).

Il pensiero unico e l’unico programma di governo che ne discendono, sono elementi strutturali del modo di produzione neocapitalista a vocazione finanziaria, in termini, rispettivamente, d’ideologia di legittimazione con “diffusione del politicamente corretto” e di creazione del valore finanziaria, azionaria e borsistica a scapito del lavoro (e della sua remunerazione) e delle risorse da dedicare al sociale.

Persino ovvio che le false opposizioni, desiderose di mangiare alla greppia liberaldemocratica, timorose dei “poteri forti” esterni ai quali segretamente s’inchinano, non usciranno mai dal solco del politicamente corretto, ad esempio mandando in soffitta antifascismo e anticomunismo, oppure assumendo posizioni apertamente “antisemite”, cioè anti-israeliane e, di conseguenza, anti-americane. Né si permetteranno, costoro, di lavorare seriamente per l’uscita dall’alleanza atlantica e dall’euro(lager), nonché per nazionalizzare l’intero sistema bancario a partire dalla banca centrale. Potrebbero farlo credere inizialmente agli elettori, con adeguati slogan elettorali (Basta euro! No debito!) o promesse di referendum (come quello sulla moneta unica paventato, in passato, da Grillo), ma poi, alla prova dei fatti, appoggiando governi o addirittura partecipandovi con ministri e sottosegretari, applicherebbero anche loro l’unico programma politico possibile in liberaldemocrazia, cioè quello dettato dalle élite neocapitaliste.

Fuori dall’Italia, la parabola della syriza greca (coalizione della sinistra radicale!) e di Alexis Tsipras è particolarmente istruttiva, per comprendere in tutta la sua gravità la situazione in cui ci troviamo. Originata dallo “spazio” 2001 (non è un film di fantascienza!), questa formazione ha estorto voti a un popolo disperato, messo sotto torchio dalla troika e dalle grandi banche, tedesche e francesi, agitando la carota della lotta all’austerità, per una nuova unione europea, ma poi, arrivata al governo, ha accettato condizioni ancora peggiori di quelle del passato, che hanno prostrato definitivamente la Grecia e stanno uccidendo (fisicamente!) la popolazione. Questo è un “fulgido” esempio, riuscitissimo, di falsa opposizione, nella cui costruzione i sinistroidi del vecchio continente sono maestri.

Un caso ormai palese, macroscopico di falsa opposizione, mascherata addirittura da movimento di popolo, è quello del partito a cinque stelle (il cui nome ricorda un hotel nel booking di Trivago). Le differenze con l’infame e vile syriza greca sono molteplici, fin dalla genesi dei grillini. Va detto che i grillini, un tempo semplici lettori e commentatori del blog di Beppe Grillo e della Casaleggio Associati, non si definiscono né di destra né di sinistra, a differenza di syriza, ma questo poco importa, perché in tal caso il superamento della dicotomia politica destra/sinistra si usa per “confondere le idee” agli elettori, suscitando ad arte una sensazione di novità, di “inedito” in politica. Su questa formazione politica, lievitata in termini di consensi da soli tre annetti, è il caso di spendere qualche parola in più, vista la sua “singolarità”.

Anzitutto la “sola” del movimento di popolo che non è un partito, per porre l’accento sulla cosiddetta antipolitica a scopo di consenso. Siamo davanti a un partito politico che ha accettato, chinando nei fatti il capo, tutte le regole della liberaldemocrazia, e questo pur di accomodarsi in parlamento (grazie a una legge elettorale incostituzionale) e partecipare al banchetto, sotto l’egida dei poteri esterni. Secondo alcuni il cinque stelle è addirittura una creazione della Cia e, di conseguenza, non può che essere “geneticamente” filo-atlantista, nonché sottomesso al grande capitale finanziario … Per quel che mi riguarda, la sua stessa origine, nel virtuale, in rete, la genesi che lo ha visto nascere da un blog fra i più frequentati d’Europa (grazie all’opera della Casaleggio Associati, unitamente alla maestria e all’opportunismo di Grillo) negano l’origine popolare dei grillini. La bravura di Grillo e Casaleggio è stata quella di partire dal virtuale, per poi sconfinare nel mondo reale andando oltre i V-Day di piazza, lanciando in tempi brevi un partito di successo, con robusti quozienti elettorali … Ma si tratta, appunto, di un partito, non di un movimento popolare, come millantano i grillini, e per di più un partito squisitamente liberaldemocratico, cioè interno al sistema e che, in verità, a parte le sparate propagandistiche sulla democrazia diretta (in rete), non aspira ad uscire dai suoi steccati. Un partito i cui esponenti, cresciuti in fretta nei consigli comunali e sui banchi del parlamento, si adattano ben bene al sistema di potere e d’affari vigente, come testimonia la vicenda del comune campano di Quarto da loro governato, significativa e rivelatrice anche se circoscritta.

In secondo luogo, la questione della democrazia diretta, specchietto per le allodole ampiamente usato da Beppe Grillo e dal defunto Casaleggio. La rete non può in alcun modo garantire questo risultato, in base alle potenzialità e alle tecnologie attuali, per diverse ragioni. Anzitutto, chi controlla il software (finora Casaleggio, a partire dal celeberrimo blog, dai meetup e al relativo sw di gestione …) controlla fatalmente il voto e orienta l’esito delle consultazioni. Questo è un motivo rilevante per cui il voto elettronico, pur essendo praticabile, non ha sostituto quello “fisico”, esercitabile presentandosi ai seggi, in occasione delle elezioni politiche e amministrative. La considerazione degli aspetti tecnologici e della potenza “democratizzante” del mezzo informatico non basta, perché la questione è di ordine culturale e, addirittura, di civiltà. Andando oltre il problema della democrazia diretta grillina in rete, ritengo che oggi forme di democrazia diretta afferenti ai sistemi di governo (lasciamo perdere i referendum, come quello sulle trivelle) non possano semplicemente esistere, in quanto si rivelerebbero inapplicabili su vasta scala o, comunque, bloccherebbero i necessari processi decisionali e di governo. L’unica democrazia che conosciamo e di cui abbiamo purtroppo esperienza, è quella di matrice liberale, che rappresenta sempre più chiaramente uno strumento di dominazione delle élite neocapitaliste del denaro e della finanza, come lo è, sul versante del liberismo economico, il libero mercato (più o meno) globale.

In ultimo, il fatto che il programma a cinque stelle sia piuttosto raffazzonato, contraddittorio, coesistendo al suo interno elementi liberisti (scomparsa del sindacato e contrattazione diretta fra lavoratori e aziende) e anti-liberisti di matrice assistenziale (il mitico reddito di cittadinanza), è una spia non solo della confusione programmatica del presunto movimento, ma anche e soprattutto di un’oggettiva disponibilità ad accettare, in futuro e in posizione di governo, “spunti programmatici” esterni, magari come quelli contenuti nella lettera della bce del 5 agosto 2011 (i consigli della regia!), che ha portato alla caduta di Berlusconi e all’insediamento di Monti.

Ci sono altri esempi di false opposizioni, restando in Italia. Pensiamo a sinistra italiana + sel, raggruppamento che è nato da poco, in parlamento, da transfughi del piddì, come Fassina e D’Attorre, e parlamentari del sel vendoliano, come Fratoianni e Boldrini . Costoro, pur di non prendere di petto la questione della disoccupazione in Italia, quella della diffusione a tappeto del precariato con l’esplosione dei buoni-lavoro in tutti i settori, l’insufficienza delle pensioni di anzianità e vecchiaia, qualche mese fa hanno indicato come uno dei più gravi problemi che affliggono il paese … quello dei cappellani militari (in servizio meno di duecento, se non erro), che lo stato italiano deve pagare “ben” 6,3 milioni di euro l’anno, mentre invece dovrebbe pagarseli il Vaticano! Con ogni probabilità, questi furbastri hanno cercato di far leva su un certo anticlericalismo del passato, duro a morire, per acquisire qualche consenso senza dar fastidio alle élite, poiché se i cappellani militari costano circa 6,3 milioni allo stato, ogni anno, l’ammontare annuo delle pensioni complessivamente erogate dovrebbe andare dai 250 ai 300 miliardi di euro! Allo stesso modo, il ridicolo transfuga del piddì Giuseppe Civati, fondatore del movimento “possibile” (copia italiana mai decollata del podemos spagnolo), si è concentrato sulla questione della Cannabis da liberalizzare totalmente, magnificandone i riflessi salvifici sul prodotto interno lordo. Meglio così che “sollevare puzze” pericolose, trattando apertamente di drammatiche questioni sociali.

Il vero problema, in questo momento, è che se vi sono parecchie false opposizioni come il cinque stelle e sinistra italiana-sel in parlamento, opposizioni un po’ meno posticce ma deboli, come la Lega e FdI (forza Italia non la consideriamo neppure), fuori dal parlamento c’è il vuoto più totale, in assenza di gravità. Spariti per sempre gli extraparlamentari, negli anni settanta e ottanta a un passo dalla lotta armata, nascono e muoiono gruppi, movimenti, coalizioni, comitati di falsa opposizione sociale e politica, come ad esempio la fumosa e indeterminata coalizione sociale di Maurizio Landini e il comitato no debito. Si tratta di ascari a supporto della sinistra neoliberale, neoliberista e neolibertaria, che svolgono la loro funzione nella società. Talvolta sono buoni come serbatoi di consensi per la falsa opposizione parlamentare, se pensiamo al caso degli indignados spagnoli, passati, in seguito, a podemos e al parlamentarismo liberaldemocratico.

Veniamo, ora, a ciò che ci consente di distinguere un’opposizione posticcia da un’opposizione autentica, che potrebbe riuscire a entrare miracolosamente in parlamento. Di seguito le principali e più evidenti discriminanti.

1) L’aspetto ideologico (e il pensiero filosofico che sta alla base). Mai fidarsi di coloro che si dichiarano “pragmatici”, come ad esempio i piddini-renziani – “una sinistra moderna e pragmatica” – e di coloro che interpretano il superamento della dicotomia destra/sinistra come superamento degli aspetti ideologici, come fanno i grillini. Dove non vi è alcun elemento ideologico, o ancor peggio ideale e dove non si distingue fra destra e sinistra semplicemente perché c’è stata la “morte delle ideologie”, falcidiate dall’ideologia nuovo-capitalista e dall’affermazione del neoliberismo, significa che dominano il pensiero unico neocapitalistico e il politicamente corretto, i quali inevitabilmente riempiono il vuoto. Ciò vale sia per il piddì, al governo, che per i grillini all’opposizione (sto parlando dei quadri e degli esponenti politici). Quale può essere la base filosofica, in simili casi? Solo quella coerente con l’ideologia di legittimazione del capitalismo a vocazione finanziaria, a dir poco il relativismo, la negazione delle verità assolute, che nella società si traduce in assenza di Etica e apre le porte al darwinismo sociale, alla competizione più sfrenata fra singoli individui, senza più coscienza classe e consapevolezza comunitaria. Se domina il pensiero unico, che ha scalzato via le ideologie novecentesche, allora vi saranno l’antifascismo in assenza di fascismo, l’anticomunismo in assenza di comunismo, la religione olocaustica volta a perpetuare i sensi di colpa dell’Europa per lo sterminio degli ebrei, limitandone l’autonomia in termini di scelta politica e tutta una serie di interdetti, di autentici tabù che orientano il pensiero verso l’accettazione della supremazia di democrazia e libero mercato, o più realisticamente della democrazia espressa dal mercato in posizione dominante (non c’è niente di più “relativo” di questo). Il superamento di destra e sinistra, invece, è nei fatti e non nella (presunta) “morte delle ideologie”, poiché se c’è un unico programma di governo non possono concretamente esistere due visioni contrapposte, come quelle che hanno caratterizzato e opposto, per decenni, la destra alla sinistra. Una vera opposizione, per contro, sarà portatrice di ideali, aderirà a una precisa corrente di pensiero filosofico e presenterà, inevitabilmente aspetti ideologici contrapposti a quelli dominanti.

2) Programma di governo unico e inviolabile, sul quale né la maggioranza parlamentare né tantomeno le (false) opposizioni hanno un vero controllo. La maggioranza di governo è così “sollevata” da quella che dovrebbe essere la sua funzione principale e più “nobilitante”, ossia decidere le linee programmatico-strategiche di politica economica, monetaria, sociale ed estera di un intero paese, mentre la falsa opposizione, consapevole che chi decide sta altrove, nelle maggiori City finanziarie e dietro le entità sopranazionali, imposta ipocritamente la sua (ridicola) “battaglia politica” su temi che non urtano la suscettibilità delle élite dominanti, come negli esempi fatti (estremi, financo grotteschi) del costo, per lo stato, dei cappellani militari e della piena legalizzazione della Cannabis. Quando e se la falsa opposizione arriverà al governo, applicherà anch’essa, pur con qualche variante (un po’ meno tagli alla sanità e un po’ più tagli alla scuola pubblica, ad esempio), l’unico programma di governo concesso. L’opposizione posticcia si guarderà bene dal portare avanti, con coerenza e determinazione, una battaglia contro la moneta unica e le soffocanti regole europee o, ancor peggio, contro la partecipazione del paese all’alleanza atlantica, perché sa fin dall’inizio che queste strade gli sono interdette da un potere superiore e spietato, che facilmente potrebbe annichilirla, troncando brutalmente le carriere dei suoi esponenti (processi, corruzione, peculato, scandali sessuali, eccetera). Potrà, però, promettere la carota di un futuro referendum senza valore, oppure fingere, davanti agli elettori, di voler ricontrattare le regole europee per riformarle (come ha fatto Tsipras), mentre governo e maggioranza si concentreranno sui singoli decimali di sfondamento del rapporto deficit/pil e sui risicatissimi margini di flessibilità concessi dai trattati europei (come ha fatto Renzi, con Padoan). Il copione, in linea di massima, è già scritto, non solo per i collaborazionisti al governo, ma anche per le false opposizioni.

3) Metodi di lotta per scalzare la maggioranza di governo e arrivare a governare il paese. Davanti a una situazione sociale gravissima e allo sprofondo rosso per molte imprese nazionali, una volta arrivati in parlamento i cinque stelle e Grillo, con Casaleggio in posizione più defilata, hanno letteralmente abbandonato la piazza che li aveva supportati al suo destino. Passata la festa, gabbato lo santo. Una vera opposizione avrebbe continuato a incendiare le piazze per mantenere la pressione esterna, mentre faceva entrare nelle camere la sua “quinta colonna” (pur inesperta) di deputati e senatori. Un piede dentro e un piede fuori al sistema, ma continuando la lotta. I parlamentari presentano proposte di legge irricevibili, per le élite, e, fuori, le piazze aumentano la loro pressione, a costo di gravi disordini e scontri con gli sbirri, fin tanto che le proposte dell’opposizione passano. Questo è ciò che avrebbe fatto un’opposizione genuina, che non gabba il popolo bue e vuole sinceramente salvare il paese. Inoltre, un simile modus operandi sarebbe più che giustificato, in Italia, dalla gravità della situazione sociale, dal numero spaventoso di poveri, dalla perdita continua di posti di lavoro, dalle pensioni da fame, dai rischi di guerra restando agganciati alla nato, eccetera eccetera. Ovviamente i cinque stelle sono un “movimento” pacifico, democratico, che condanna aprioristicamente l’uso della violenza, non disposto ad alleanze elettorali con i partiti (che hanno distrutto l’Italia), ma disposto – ed ecco la furbata! – a votare singoli provvedimenti positivi per il paese, chiunque li presenti, sia pure governo e maggioranza. Diffidate dei “movimenti” che si riempiono continuamente la bocca con parole come democrazia e partecipazione (anche il piddì lo fa!), che ostentano il loro pacifismo, da contrapporre candidamente alla crescente violenza del sistema, e che poi si dichiarano disponibili a votare anche i provvedimenti di un governo infame, che sta polverizzando il paese, se per caso li giudicano buoni … o almeno non troppo cattivi! In questo modo rinunciano di proposito a una vera lotta e, come ha fatto il cinque stelle, vi mollano come fessi sulle piazze, naturalmente dopo aver incassato i vostri voti!

Non vado oltre, perché, se uno è ancora moderatamente raziocinante, se ha un minimo di capacità analitica (non serve poi molto, basta essere al mio livello), ci arriva da solo a certe conclusioni e soprattutto riesce a individuare le opposizioni-truffa, non cadendo nella loro trappola. Eppure, forse per assenza di alternative mista a disperazione e sconforto, milioni di italiani ripeteranno ancora questo errore, con grande soddisfazione dei signori della finanza e del mercato.