Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 giugno 2016

Roma elezioni - Raggi in piazza e il corrotto Pd chiuso e asserragliato in sala

Raggi a piazza del Popolo: "Li asfaltiamo". Grillo 'cammina sull'acqua'

ADNKRONOS
ADNKRONOS
VENERDÌ 3 GIUGNO 2016 19:16 GMT
Roma, 3 giu. (Adnkronos) - "Alle 7,30 la piazza è piena e non abbiamo ancora iniziato". Così la candidata sindaco del Movimento cinque stelle Virginia Raggi dal palco di piazza del Popolo a Roma per la chiusura della campagna elettorale. "Gli insegneremo come si riempie una piazza, come si fa politica a Roma. Ci accusano di essere inesperti eppure - ha detto Raggi - gli 'esperti' Roma l'hanno distrutta, se la sono mangiata, con gli amici, con le lobby. Noi questa esperienza non la vogliamo". "Li asfaltiamo, mi suggeriscono - ha detto Raggi parlando alla piazza - sì li asfaltiamo. Questo è il nostro momento". "La grande rivoluzione che stiamo facendo - ha sottolineato la candidata del Movimento Cinque Stelle - è portare i cittadini all'interno delle istituzioni. E' il vostro nome che deve risuonare in questa piazza".
Grillo 'cammina sull'acqua': "Governare è possibile" - Beppe Grillo cammina sull'acqua, metaforicamente racconta che conquistare e governare Roma è un sogno possibile. Nel video proiettato in piazza del Popolo nel corso della manifestazione di chiusura della campagna elettorale della candidata M5S Virginia Raggi, tra gli applausi e le risate della folla sempre più numerosa, il leader del Movimento cammina sull'acqua. "Governare Roma - dice - è una missione impossibile? Sarebbe possibile camminare sull'acqua?", chiede mentre si muove lentamente, quasi fosse un visionario. "Possiamo fare cose straordinarie in questa città - va avanti - Le cose impossibili diventano possibili. Non abbiamo l'esperienza, ma serve il cuore e la volontà e con queste di possono fare cose impossibili. Come sto facendo io: mi elevo sull'acqua. Potete cambiare la più grande città del mondo! E' il movimento che nasce dall'impossibile".

Diego Fusaro%Marcello Foa - le regole e le responsabilità non valgono per chi ha i soldi, per chi detiene il potere

Globalizzazione, meglio andarci piano

Il filosofo Diego Fusaro dialoga con Marcello Foa e ritira il premio Poestate -

 
04 giugno 2016


LUGANO - Ieri sera, al patio di Palazzo civico a Lugano, nell'ambito della 20. edizione del festival Poestate, Diego Fusaro, filosofo, e Marcello Foa, giornalista, scrittore ed amministratore delegato del gruppo MediaTI, hanno dialogato sulla libertà: è ancora da considerarsi un valore, oggi? Moderava Carlo Silini, giornalista del Corriere del Ticino. A fine serata, Fusaro ha ritirato il premio Poestate 2016, una scultura di Fosco Valentini. Presenti anche Manuele Bertoli, direttore del Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport, e Marco Borradori, sindaco della città.

L'umidità era quella dell'Atene di Socrate, ma pure il dialogo non scherzava, almeno nella sua analisi di tipo radicale dello stato della libertà sotto quello che potremmo chiamare il totalitarismo del «ce lo chiede il mercato», quando a chiederlo è un mercato che per profitto ipotecherebbe, rubiamo la frase a Keynes, il Sole e la Luna, ma prima ancora, essendo più a portata di mano, la libertà del singolo. Ne hanno discusso da una parte Fusaro, allievo di Marx e Gramsci, dall'altra il liberale Foa. La differenza tra i due non è certo inquadrabile, con tutta l'acqua che è passata sotto i ponti della Storia, nelle categorie sinistra/destra, ormai infeconde. Meglio cercarla nella visione del mercato. Il filosofo torinese ha iniziato contestando «l'attuale dicotomia individuo/collettività. Non si tratta di scegliere uno o l'altra, ma di armonizzare queste che sono due forme di libertà. Come? Mostrando la falsa libertà del nostro tempo. La libertà non è licenza di fare quello che si vuole a seconda dei soldi che si hanno a disposizione, come crede la visione neoliberista che viene fatta passare come l'unica possibile. È invece una relazione tra individui». Un Fusaro al 100%.
«È innanzitutto un bene straordinario – ha risposto Foa. Il liberalismo cui mi ispiro è di stampo einaudiano e in esso la libertà è responsabilità. Significa potere e sapere cogliere i frutti ma anche le conseguenze negative del proprio operato. Oggi, purtroppo, vediamo che le regole non valgono per tutti nella stessa misura: pensiamo al too big too fail o al fatto che chi ha provocato guerre e destabilizzazioni, in Iraq ad esempio, non sia mai chiamato a risponderne. La logica della responsabilità è una premessa della convivenza civile».
Sul banco delle critiche, ad ogni modo, dall'inizio alla fine della serata, questa globalizzazione: «Fase estrema dell'imperialismo occidentale» per Fusaro, che ha lanciato la parola d'ordine «deglobalizzazione! E non importa se verrà derisa dal pensiero unico come a suo tempo "decolonizzazione"». «Ma tu mischi alcuni livelli, Diego» gli ha replicato Foa. «L'altro giorno ho visto delle foto del Ticino di qualche decennio fa, non potevo credere riguardassero la nostra realtà. Il mercato ha tante virtù, è un fiume. Quando l'acqua non scorre e stagna, dopo un po' puzza: il mercato permette di smuovere le acque. Certo, mi preoccupa che questo fluire armonioso, con i suoi alti e bassi, non sia più tale. Io sono un cultore della diversità, della peculiarità. Non dobbiamo schiacciare decenni di cultura e impacchettarli nella propaganda di un benessere esteriore che diventa omologante. Questa globalizzazione favorisce chi ha i mezzi per cavalcarla in modo appropriato: non i piccoli e medi imprenditori, dunque, ma solo i grandi gruppi». Fusaro ha avuto pronta risposta: «Libero mercato secondo misura? E chi dovrebbe stabilirla? Se si autoregola, diventa anarchia commerciale, il più potente che sbrana il debole. Occorre uno Stato etico». Visioni diverse, ma il problema è davvero comune.

Roma elezioni - Raggi a Trento per rafforzare la squadra di gestione

Virginia Raggi al Festival dell'Economia di Trento per rafforzare la squadra

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VIRGINIA RAGGI


Virginia Raggi oggi arriva a Trento con un obiettivo un po’ diverso da quello ufficiale. La candidata a sindaco di M5S per Roma cercherà di fare scouting fra gli economisti e gli esperti presenti al Festival dell’Economia di Tito Boeri per rafforzare la sua squadra di governo, in caso di vittoria elettorale. Dal suo entourage fanno sapere che avrà almeno un paio di incontri in cui selezionare professionalità esperte nel governo delle città, soprattutto sul piano economico. Incontri, quindi, da cui potranno essere scelti assessori o anche semplicemente dei consulenti su singoli progetti. Del resto, come già detto dal membro del Direttorio Luigi Di Maio domenica scorsa, i nuovi assessori romani nell’idea dei pentastellati dovranno essere una specie di super-esperti a tempo, la cui carica corrisponderà al tempo necessario per centrare l’obiettivo. In quest’ottica va inquadrato il lavorio della Raggi per crearsi una rete di contatti ad alto livello.
La candidata sarà al Festival nel pomeriggio, dove ufficialmente parteciperà a un panel sul governo delle città, in particolare sul rapporto fra centro e periferia. Con lei ci saranno altri sindaci, da quello di Torino (e attualmente in corsa per la riconferma), Piero Fassino, a quello di Ascoli Guido Castelli, passando per il primo cittadino veronese Flavio Tosi.
L’attenzione è molto alta perché da ieri è partita una aspra polemica sull’opportunità di fare iniziative pubbliche nel giorno del silenzio elettorale. A scendere in campo sono stati diversi esponenti del Pd, a partire dai pezzi grossi. Il presidente del partito Matteo Orfini: "La Raggi ha fatto un'affermazione rivelatrice di quel che pensa. Ha detto io non parlerò di campagna elettorale o Roma ma di periferie. Evidentemente non considera il tema delle periferie qualcosa di cui il sindaco si deve occupare. Ci sono opzioni: o è in malafede e va a fare campagna nel giorno del silenzio elettorale, o non pensa alla riqualificazione delle periferie". Ma anche quelli di Sinistra italiana non sono stati teneri, nella persona del deputato Arturo Scotto, ricordando però che anche Fassino si trova nella stessa situazione.
Del resto, proprio il Partito democratico non ha la coscienza completamente pulita. L’anno scorso, e per una incredibile coincidenza propria qui a Trento, Matteo Renzi violò palesemente il silenzio elettorale il giorno prima delle Regionali. Davanti a Lilli Gruber, esortò ad andare a votare mettendo le mani avanti perché “il test elettorale riguarda le Regioni e non il governo”. Lo stesso spartito peraltro che il premier ha usato ieri, circoscrivendo il voto di domenica esclusivamente a un livello locale. Se il Pd al Festival quest’anno non farà campagna elettorale per le comunali, di certo non perderà neanche un giorno per la battaglia referendaria. Domani è previsto l’arrivo di Maria Elena Boschi per un doppio appuntamento: In mattinata il ministro per le Riforme farà un dibattito pubblico con due super-esperti di riforme e legge elettorale nonché editorialisti come Michele Ainis e Roberto D’Alimonte; nel pomeriggio poi supporterà un’iniziativa dei comitati del sì al referendum, organizzata dal Pd locale. Due eventi che purtroppo per lei non scorreranno tranquilli perché il sindacato di base Smb ha annunciato contestazioni, facendo campagna per il no.

Conflitto d'interesse - anche Ainis c'è cascato, l'ingordigia del potere

Conflitto d’interessi, Ainis all’angolo. Dopo la rivelazione de La Notizia il costituzionalista cerca di trovare una toppa. Che è peggiore del buco

di Stefano Sansonetti

Michele Ainis

La toppa è arrivata, ma rischia di essere peggiore del buco. Il costituzionalista Michele Ainis è uscito allo scoperto dopo che La Notizia del primo giugno scorso aveva sollevato il caso del conflitto d’interessi generato dai sui ruoli di componente dell’Antitrust e contemporaneamente editorialista del Gruppo L’Espresso-la Repubblica. Situazione come minimo imbarazzante, visto che l’Antitrust dovrà giudicare l’integrazione tra Itedi, società editrice della Stampa e del Secolo XIX, e lo stesso gruppo che fa capo a Carlo De Benedetti. La soluzione trovata, però, non sembra essere per nulla “a prova di bomba”. Ainis, infatti, ieri ha provato a chiarire che “non parteciperà al voto quando il collegio dell’Agcm sarà chiamato a pronunciarsi sul progetto di fusione”.

LEGGI LA NOSTRA INCHIESTA: Costituzionalista-editorialista in conflitto d’interessi. Michele Ainis tra Antitrust e Gruppo L’Espresso – di Stefano Sansonetti


IL DETTAGLIO – Del resto il costituzionalista, è stato fatto notare, non aveva partecipato al voto del collegio Antitrust anche “il 13 aprile scorso in occasione della decisione dell’Autorità sul procedimento Rti-Gruppo Finelco in cui il Gruppo L’Espresso era parte”. Il punto, però, è che probabilmente non basta astenersi dal voto su un’operazione del genere. Ainis potrebbe mantenere, infatti, un “potere” di informazione di non poco conto. Insomma, in una circostanza del genere bisognerebbe essere super partes sempre, in ogni momento, non solo all’atto del voto. La partita editoriale è di grande importanza. Nel dettaglio il Gruppo Editoriale l’Espresso, come comunicato a inizio marzo, è impegnato nell’incorporazione della Itedi, la società controllata da Fiat Chrysler che pubblica La Stampa e Il Secolo XIX. Aggregazione che ha fatto molto discutere e che in termini di tiratura delle testate controllate oggi arriverebbe a coprire il 23% del mercato (con il limite di legge fissato al 20%). Insomma, va da sé che un’operazione del genere, che dovrebbe essere condotta in porto entro l’inizio del 2017, potrà essere perfezionata solo dopo il placet dell’Antitrust. Lo stesso presidente dell’Authority, Giovanni Pitruzzella, non più di qualche settimana fa, interpellato sul punto aveva fatto capire che l’Antitrust avrebbe avuto voce in capitolo sulla vicenda.

IL NODO – Ed è qui che spicca una posizione non proprio da manuale occupata da Ainis: come componente dell’Antitrust avrà accesso “privilegiato” a tutte le fasi della procedura che coinvolgerà un gruppo editoriale, L’Espresso, per il quale scrive assiduamente. Tra l’altro, come emerge dalla raccolta pubblicata sul sito del settimanale di casa De Benedetti, i contributi di Ainis vengono pubblicati da diversi anni. Insomma, un rapporto tra il costituzionalista e la casa editrice che si è consolidato nel tempo. Adesso, poi, ci si è messo anche lo sbarco a la Repubblica come editorialista. Insomma, un po’ troppo. Anche perché, qualcuno fa notare con un po’ di malizia, il posto di componente dell’Antitrust frutta il massimo di stipendio per un ruolo nella Pubblica amministrazione, ovvero i famosi 240 mila euro. Ma non sarebbe stato meglio per Ainis concentrarsi solo sul nuovo lavoro all’Antitrust?

http://www.lanotiziagiornale.it/conflitto-dinteressi-michele-ainis-allangolo-dopo-la-rivelazione-de-la-notizia-il-costituzionalista-cerca-di-trovare-una-toppa-che-pero-e-peggiore-del-buco/ 

2016 crisi economica - pagliacci la Piena Occupazione è l'obiettivo cosa che non vuole il Progetto Criminale dell'Euro

l’intervista
El-Erian: Troppa incertezza. La Fed deciderà dopo il referendum Brexit
 

Il rialzo dei tassi? Se non a giugno sarà altamente probabile a luglio, e certamente a settembre, spiega il chief economic advizor di Allianz. L’azione della Bce? Senza il supporto di altre politiche la sua influenza resterà modesta; e non è senza rischi
«Se non fosse per l’incertezza legata al referendum sulla Brexit del 23 giugno, un rialzo dei tassi a giugno da parte della Federal Reserve sarebbe appropriato», sostiene Mohamed El-Erian, 57 anni, chief economic advisor di Allianz. E spiega: «Il mercato del lavoro ha continuato a migliorare, creando nuovi posti e riducendo la sacca dei disoccupati; l’inflazione e i salari stanno finalmente andando su; e la Banca centrale è sempre più consapevole dei danni collaterali e delle conseguenze non volute di tassi di interesse artificialmente bassi. Se la Fed non fa un rialzo a giugno, è altamente probabile che lo farà a luglio, o certamente nella riunione di settembre».

E la prova che l’economia Usa va bene?

«L’America si sta riprendendo, ma lo fa in modo graduale che non le permette di raggiungere la velocità di fuga. Sebbene cresca più delle altre economie avanzate, deve ancora recuperare il reddito perduto dalla Grande Recessione. È una situazione che mette sotto pressione la futura crescita potenziale».

L’Europa migliora, anche se di poco, grazie alla politica espansionistica della Bce, ha detto giovedì il presidente Mario Draghi, rialzando le stime sul Pil nella zona euro all’1,6% per quest’anno dall’1,4% previsto a marzo.
«Sono d’accordo con il presidente Draghi, quando sostiene che le misure annunciate dalla Bce a marzo hanno giocato un ruolo importante nel minimizzare il rischio di una preoccupante crescita deflazionistica dopo l’instabilità sui mercati finanziari globali di gennaio-febbraio. Ma senza il supporto di altre politiche la sua influenza resterà modesta; e non è senza rischi visto quanto la Bce si è avventurata nel territorio della politica non convenzionale. Alla fine a pagare il prezzo più alto di tassi bassi o negativi saranno risparmiatori, pensionati e consumatori di servizi finanziari di lungo periodo come le assicurazioni sulla vita».

A giugno la Bce aumenterà gli acquisti di titoli da 60 a 80 miliardi al mese e lancerà nuove aste di prestiti a tassi super agevolati per stimolare l’economia. Basterà per dare un’ulteriore spinta al Pil?

«È improbabile che ci sarà un aumento significativo nella crescita della zona euro a meno che le nuove misure della Bce siano parte di una risposta politica più esauriente. Come ha detto Draghi, la crescita richiede riforme strutturali, più investimenti pubblici in infrastrutture, e più politiche fiscali favorevoli alla crescita. Senza, la crescita non solo resterà tiepida, ma sarà vulnerabile a choc non economici, che siano le sempre più fluide condizioni di politica interna in alcuni Paesi, o la Brexit».

Draghi sostiene che la Bce è pronta a qualsiasi risultato del referendum. Quali sarebbero le conseguenze di un’uscita della Gran Bretagna dalla Ue?

«Il sì alla Brexit probabilmente causerebbe volatilità finanziaria globale. La portata e la durata dipenderebbe dalla rapidità di un’intesa alternativa, ad esempio un accordo di associazione. Per ironia della sorte, nel lungo periodo, la Brexit potrebbe risolvere un problema ricorrente che ha infastidito l’Europa per un bel po’. Il Regno Unito pensa che la Ue sia una super area di libero scambio. Una destinazione. Non è quello che pensano gli altri grandi Paesi Ue, incluse Francia e Germania, per i quali la Ue è parte di un’unione ancora più stretta, che ha dimensioni economiche, sociali e politiche. Questa divergenza di visione non è mai stata risolta a dispetto dei decenni di appartenenza del Regno Unito alla Ue». 

NoMuos - il ministero della difesa continua a difendere gli interessi degli Stati Uniti e non quelli della comunità di Niscemi

Muos: Tribunale, resta sotto sequestro

Giudice a Caltagirone rigetta richiesta ministero Difesa

    Lo ha stabilito il Tribunale di Caltagirone che ha rigettato una richiesta di dissequestro presentata dall'avvocatura dello Stato su richiesta del ministero della Difesa. Il giudice Cristina Lo Bue ha accolto le richieste di mantenimento dei sigilli chieste invece dal procuratore di Caltagirone, Giuseppe Verzera, e dell'avvocato Goffredo D'Antona in rappresentanza dall' associazione antimafie Rita Atria. La richiesta del ministero della Difesa era stata depositata dopo che il Consiglio di giustizia amministrativa di Palermo il 6 maggio scorso ha di fatto chiuso la vicenda sulle autorizzazioni rilasciate dalla Regione, ritenendole legittime. Il Tribunale di Caltagirone ha ritenuto ininfluente la decisione del Cga sul piano penale e invece ancora valide le motivazioni per il sequestro disposto perché il Muos è in un'area ambientale a inedificabilità assoluta.
 

zibordi ITFORUM 2016

Diego Fusaro: "Terrorizzare i dipendenti": il padronato all'assalto

Milano elezioni - il bugiardo Sala non ha titolo per candidarsi, è fautore di licenziamenti e fallimenti

Lega contro Sala: 65 licenziati perché Expo non paga fornitori

Si tratta di impresa bergamasca che ha lavoroto per cavalcavia A4

Lega contro Sala: 65 licenziati perché Expo non paga fornitori
Milano, 3 giu. (askanews) - "Grazie ai successi manageriali dell'Expo di Giuseppe Sala in Lombardia ci sono 65 dipendenti di una ditta in provincia di Bergamo che si sono ritrovati senza lavoro, dopo che la società Expo non ha saldato i due milioni dovuti a questa ditta per i lavori per la realizzazione del cavalcavia sulla A4". Lo hanno scritto in una nota Paolo Grimoldi e Davide Boni, segretari della Lega Lombarda e della Lega Nord a Milano.
"La ditta in questione ha atteso quei due milioni dovuti per quasi un anno e alla fine hanno dovuto abbassare la serranda e lasciare a casa 65 persone. Giuseppe Sala non ha nulla da commentare come suo solito? Come quando non ha denunciato di avere una casa in Engandina? O quando non ha denunciato le sue partecipazioni in una società immobiliare in Romania e in una del fotovoltaico in Puglia?" hanno aggiunto i due esponenti leghisti.

'Ndrangheta - è nella logica delle cose che si aprono squarci e condivisioni

Boss calabrese per 5 mesi in ostaggio dei narcos

 L’incredibile storia di Domenico Trimboli (oggi pentito) coinvolto in un colossale traffico di droga.














Il procuratore Gratteri l’ha scovato e fatto arrestare a Medellin nel 2013 di Arcangelo Badolati | 03/06/2016 Il “boss dei due mondi” pentito. E una lunga teoria di navi cariche di droga che attraversa gli oceani. La direzione? Olanda, Spagna e Italia. La diabolica triangolazione dei battelli ha consentito, nell’ultimo decennio, alla ’ndrangheta d’importare quintali di cocaina da riversare sui mercati del vecchio continente.I guadagni sono stati colossali: con i calabresi hanno gonfiato le loro tasche pure colombiani, boliviani e venezuelani. Mai prima d’ora, però, un “narcos” nostrano di alto livello aveva deciso di vuotare il sacco. E di raccontare tutto dall'interno. Ci aveva provato Bruno Fuduli, un imprenditore finito sotto strozzo che, nel 2002, accettò di svolgere il ruolo di “inltrato” tra i trafficanti sudamericani per conto della Dda di Catanzaro. Fece arrestare un sacco di gente, sotto protezione, ma non perse il “vizio” di fare soldi con la “polvere bianca”. E venne arrestato e poi processato. Oggi è di nuovo imputato davanti al Gup distrettuale del capoluogo di regione per commercio internazionale di sostanze stupefacenti. E comparirà a giudizio lunedì prossimo. Con lui e altre 42 persone affronterà le forche caudine dell’udienza preliminari pure Domenico Trimboli, 61 anni, nato a Buenos Aires ma originario (come ceppo familiare) di Natile di Careri. Indicato come il “boss dei due mondi”, il sessantunenne dallo scorso anno collabora con la magistratura inquirente italiana, colombiana, olandese e venezuelana. Di “coca” e “motonavi” lui sa davvero tutto.Il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, lo conosce



Ucraina e i giornalisti servi sciocchi dell'occidente

L’Ucraina diventa “antidemocratica” solo ora che attacca i giornalisti occidentali



di Eugenio Cipolla
Quando giusto una decina di giorni fa Petro Poroshenko ha firmato un decreto contenente una lista di sanzioni nei confronti di giornalisti russi, nessuno ha mosso un dito nel “lontano” occidente. Non una voce, non un articolo, non un tweet. Coloro che difendono con fervore la libertà di stampa hanno continuano a tacere, chiusi in un silenzio che oggi appare ancora più imbarazzante. Che i giornalisti russi in Ucraina siano stati e continuino a essere discriminati, sanzionati e puniti, non è certo un mistero. 

Nel febbraio 2015, ad esempio, all’indomani dell’attentato alla redazione del settimanale Charlie Hebdo, che costò la vita a diversi giornalisti francesi e che vide la mobilitazione del mondo intero attraverso l’hashtag #jesuischarlie, la Verkhovna Rada votò un provvedimento che sospendeva fino alla fine della guerra in Donbass (praticamente a tempo indeterminato) gli accrediti dei media di Mosca presso le strutture governative. Tass, Ria Novosti, Komsomolskaya Pravada e altre centinaia tra testate ed emittenti televisive russe furono bandite dalle istituzioni dell’ex repubblica sovietica. 

Una cosa simile successe anche a settembre dello stesso anno, quando il presidente Poroshenko annunciò una nuova ondata di sanzioni contro 400 persone e 90 entità legali ritenute responsabili di “azioni criminali” contro Kiev e di aver contribuito all’escalation del conflitto in Donbass attraverso il proprio lavoro e le proprie opinioni. Tra queste quasi una quarantina tra giornalisti e blogger, alcuni della Tass, molti di Russia Today ed Ntv. Ovviamente le liste del governo ucraino contro i media russi sono state aggiornate continuamente con nomi nuovi e nuove testate, tutti sospettati di complicità con il nemico e di minacciare la sicurezza e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Sul fatto che sia vero o meno, nessuno ha mai realmente approfondito, sopratutto in occidente, dove istituzioni e giornalisti si sono chiusi a riccio, snobbando la complessa questione che riguardava i colleghi russi. 

Insomma, c’è stata una sorta di tolleranza silenziosa che ha incoraggiato Kiev ad andare avanti nel proprio lavoro di “pulizia” (e si è visto quando il Consiglio Nazionale di Sicurezza e difesa ucraino ha bandito alcuni canali televisivi e tutti i film russi prodotti dopo il 
2014). Almeno fino a quando l’Ucraina non ha deciso di toccare anche gli intoccabili, ossia quei giornalisti occidentali rimasti in silenzio fino a qualche giorno fa, quando il NYT, per mano di Ian Bateson, ha rotto il muro del silenzio, scrivendo che l’Ucraina “ha dichiarato guerra al giornalismo”. 

La storia è pressapoco questa: il 7 maggio il sito web ucraino Mirotvorest (traduzione di Peacemaker), gestito da hacker anonimi filogovernativi, ha pubblicato una lista dei 4.000 giornalisti (con numeri di telefono, mail e indirizzi di casa) che almeno una volta, in questi ultimi due anni, sono stati accreditati in Donbass, per seguire gli sviluppi di un conflitto che, nel bene e nel male, ha influenzato gli equilibri politici mondiali. La pubblicazione aveva un titolo incontrovertibile:”Canaglie”. Dentro ci sono i nomi di tutti. Reuters, Bbc, Sky news, ma anche Repubblica (Nicola Lombardozzi) e Corriere della Sera (Fabrizio Dragosei). E forse è proprio per questo che il quotidiano di Via Solferino si è improvvisamente svegliato, domandandosi, in un articolo a firma di Francesco Battistini, come farà “d’ora in poi a raccontare la guerra ucraina, se basterà essere andati nelle zone di guerra per passare da spie” e accusandò Poroshenko di trattare i giornalisti allo stesso modo di Putin. 

Ian Bateson del NYT, ad esempio, nel Donbass controllato dai filorussi ci è stato una volta sola, nel luglio 2014, subito dopo l’abbattimento del Boeing malese MH17. “Fu davvero un’esperienza pericolosa - ha scritto - come molti colleghi stranieri ero lì per capire cosa fosse successo ai resti dei 298 passeggeri e membri dell’equipaggio. Prima andai sul sito dello schianto, ma per farlo ebbi bisogno dell’accredito dei separatisti. Questo non mi garantiva la salvezza, ma solo di poter passare attraverso i vari checkpoints. Ora il governo ucraino mi ha etichettato come complice in terrorismo”. Che è praticamente la stessa sorta toccata a numerosi colleghi russi, fino ad oggi snobbati e ritenuti servi del Cremlino. Ora che la cieca follia è arrivata anche nel loro giardino, anche i giornalisti occidentali si sono svegliati. Meglio tardi che mai. 

Notizia del: 03/06/2016

Solo luoghi comuni, la domanda apre la possibilità a produrre, ma se si punta ad aumentare i profitti a scapito dei salari questi serviranno a malapena per le strette necessità del vivere buona pace per un'economia che si imballa da sola, altro che produttività

Il presidente di Confindustria Boccia: "Avanti sul salario legato alla produttività"

Il numero uno degli industriali in video collegamento in uno degli incontri più attesi del Festival dell'Economia di Trento

03 giugno 2016


TRENTO. «In Germania sul legame tra salario e produttività sono andati avanti. Noi abbiamo perso questa partita: dobbiamo recuperare, ci giochiamo un pezzo rilevante della sfida del nostro Paese». Lo ha detto il presidente di Confindustria,Vincenzo Boccia, in un intervento video nell’ambito del Festival dell’Economia.

Secondo Boccia, la questione è «interna alle fabbriche» ed è «cavalcare la cultura della complessità». Occorre, dice il numero uno di viale dell’Astronomia, «ridurre questo gap tra la produttività italiana e quella tedesca, perché altrimenti corriamo dei rischi anche all’interno della realtà europea». Boccia sottolinea ancora la necessità di «dare una dimensione moderna alle relazioni industriali, stimolando contratti di secondo livello aziendale e salari legati alla produttività».

Vincenzo Boccia, neopresidente di Confindustria è intervenuto in un incontro assieme a Paolo Collini, rettore dell'Università di Trento, Gregorio De Felice, capo economista del gruppo Intesa San Paolo, Daniela Vinci, ad di Masmec: un confronto a quattro voci, introdotto da Francesco Daveri e moderato da Pino Donghi, sul tema dell'innovazione, promosso da lavoce.info nell'ambito dei suoi Forum. Innovazione e produttività vengono considerati strumenti indispensabili per uscire dal declino. Ma i loro effetti non sono così scontati.

In questi campi il successo di alcuni comporta il fallimento di altri. Il risultato a volte non è una crescita complessiva dell'economia ma solo di alcuni attori al suo interno. Un esempio: il successo del treno Freccia Rossa sulla tratta Milano-Roma ha determinato una crisi della corrispettiva tratta di Alitalia, considerata la "gallina dalle uova d'oro" della compagnia di bandiera italiana. Tuttavia, rimane il fatto che dell'innovazione non si può fare a meno. A partire dalle tecnologie digitali e dal settore delle scienze della vita. E l'Italia ha qualche gap importante da superare, per allinearsi ai paesi più evoluti, come la Germania. Serve un "ecosistema innovativo", fatto di politiche adeguate, di rapporto università-impresa, di una cultura dell'innovazione diffusa.

Tra il '95 e il 2015 il costo del lavoro italiano è salito del 46% mentre solo del 5% nell'Eurozona. Abbiamo quindi in italia una ventennale perdita di competitività. Dunque, o riduciamo i salari o aumentiamo la produttività. Nel primo caso, ci confrontiamo con alcune serie controindicazioni (anche se la riduzione è determinata da un calo dei contributi, deve essere però finanziata da spesa pubblica). Rimane quindi la strada della produttività, che spesso viene associata all'innovazione, specie quella digitale, una sorta di "moderna cornucopia".

In parte ciò è vero, in particolare nel mondo delle Ict. Anche fuori dall'ambito hi tech, come nel commercio al dettaglio, la digitalizzazione può generare guadagni di produttività. Tuttavia, ha spiegato Daveri, l'innovazione è davvero un pranzo di gala? In realtà il suo effetto sul pil non è così lineare, perché l'innovazione, e quindi la crescita della produttività di alcuni, corrisponde ad una perdita di produttività di altri. Questa è la lezione dell'esperienza di Walmart negli Usa.

L'innovazione, insomma, genera vincitori e perdenti. Ed ancora: non c'è un rapporto certo fra la spesa in ricerca e sviluppo (in Italia, 1,3% sul pil), l'innovazione, e l'indice di produttività (in Italia invariato da molti anni nonostante una moderata crescita della spesa in innovazione). De Felice nelle sue controdeduzioni ha sottolineato come, comunque, in un sistema aperto, se l'innovazione non la fa qualcuno la fa qualcun altro. L'innovazione, insomma, genera competizione. Nel caso Alitalia-Freccia rossa, il successo del treno ad alta velocità ha spinto la compagnia aerea a migliorare a sua volta il servizio.

Ma l'Italia è adeguata al confronto internazionale? Non troppo. C'è un problema di competenze. Le imprese italiane assumono ad esempio pochi esperti informatici (17% contro una media europea del 30%). Siamo anche sotto la media europea per investimento in Ict. L'evidenza empirica mostra dunque ciò che peraltro già si sa, ovvero che l'innovazione fa bene alle imprese. In generale, le imprese con brevetti hanno circa 7 punti percentuali in più rispetto a quelle senza brevetti, esportano di più, hanno più certificazioni, sono più propense ad assumere. Boccia, intervenendo in teleconferenza, ha ripreso il concetto di "distruzione innovatrice del capitalismo", caro a Schumpeter, per sottolineare come l'innovazione sia indispensabile all'impresa ma non possa essere circoscritta alla sola ricerca e sviluppo.

Anche il sistema delle relazioni industriali deve entrare nel "computo", e così il governo dell'impresa. Vinci ha portato l'esperienza della sua impresa, partita nel campo dell'automotive, con basi in Puglia e in Cina. Un'esperienza basata sull'innovazione fin dalle origini, che ha consentito poi di traghettare conoscenze e competenze anche in altri ambiti, come quello del biomedicale. Innovazione come sinonimo di flessibilità, quindi, e di capacità di occupare rapidamente nuove nicchie di mercato, quando le si individuano.

Collini ha esaminato l'altro aspetto fondamentale dell'innovazione, ovvero la risorsa umana. Nella competizione territoriale, dimensione in cui siamo immersi tutti, l'università gioca un ruolo molto importante. Non solo perché garantisce alta formazione, ma perché costituisce un fattore di attrazione e di mobilità. Di talenti e di cervelli. Per Collini è necessaria anche una certa vicinanza fra mondo della formazione e mondo
dell'impresa. I distretti industriali sono stati in Italia luoghi di scambio diretto, fra persona a persona. Anche oggi, i territori devono immaginare come incentivare questo tipo di connessioni, "fisiche", se vogliono che la ricerca produca effetti certi e desiderabili,e in tempi rapidi

2016 crisi economica - in un mondo in deflazione dove si continua maniacalmente a puntare sui profitti e non sulla Piena Occupazione è normale che la produttività cali

Produttività, quella sconosciuta

La crisi della produttività sta viaggiando oggi più o meno parallelamente alla carenza di nuovi investimenti e allo stesso debole andamento del pil almeno dopo il 2008
Secondo i dati OCSE, il rapporto tra il pil e le ore lavorate, misura corrente della produttività del lavoro, è aumentato in media negli Stati Uniti nel periodo 2005-2014 solamente dell’1% all’anno, contro il 2,7% del 1997-2004. Le cose appaiono anche peggiori per gli altri paesi ricchi: si va da un incremento dello 0,8% (contro l’1,9% per il periodo precedente) per il Giappone, allo 0,7% per la Francia (contro il 2%), dallo 0,8% per la Germania (contro l’1,5%), al 0,4% per la Gran Bretagna (contro il 2,4%).
Ricordiamo infine che l’Italia mostra i dati peggiori tra tutti i paesi ricchi. Così tra il 2000 e il 2015 la produttività è aumentata da noi dell’1% in tutto, mentre in Francia, in Germania e in Spagna si è invece incrementata del 17% (fonte: Infodata).
Le cifre più recenti appaiono ancora più negative. Così la previsione per gli Stati Uniti, dopo un magro 0,3% per il 2015, parla per il 2016 di un -0,2%, la prima cifra con il segno meno da trent’anni a questa parte. Per la Gran Bretagna, sempre dopo uno 0,3% nel 2015, si prevede una crescita zero per il 2016. Per l’eurozona, ad uno 0,5% nel 2015 dovrebbe ora succedere uno 0,3% nel 2016, mentre, sempre per l’anno in corso, il Giappone dovrebbe registrare uno 0,4% (Fleming, Giles, 2016).
Il rallentamento nella dinamica della produttività può apparire molto preoccupante in relazione al fatto che, come è noto, un suo incremento debole significa di solito una minore crescita tendenziale dell’economia, nonché un minore livello dei profitti delle imprese, una scarsa dinamica dei salari, una minore sostenibilità del debito.
perché la produttività non aumenta più?
-l’influenza della crisi
Sembra esserci un sostanziale accordo tra gli studiosi sul fatto che il rallentamento nei livelli della produttività è solo in parte attribuibile agli effetti della crisi del 2008 e che esso fa anche riferimento a problemi economici più profondi.
Tra l’altro, il fenomeno ha cominciato a manifestarsi già nei primi anni del nuovo millennio, anche se esso si è poi aggravato.
La crisi ha comunque ridotto l’afflusso di credito per gli investimenti delle imprese da parte del sistema bancario, che ha dovuto mantenere bloccate le risorse nelle imprese in difficoltà, non riuscendo così a indirizzare i finanziamenti verso i nuovi settori, a produttività più elevata. Le imprese sono parallelamente diventate più prudenti, preferendo mantenere alte liquidità piuttosto che imbarcarsi in progetti rischiosi (Davies, 2015). Per altro verso, la crisi ha contribuito a mantenere bassi i salari, riducendo così gli stimoli delle imprese a sostituire il capitale al lavoro.
Intanto nel settore pubblico le politiche di austerità e altre difficoltà hanno portato nei vari paesi alla riduzione anche degli investimenti statali.
-i mutamenti nella struttura dell’economia e le nuove tecnologie
Una spiegazione diffusa del fenomeno fa riferimento ad alcuni mutamenti nella struttura delle economie.
Così si sostiene che i paesi ricchi, che hanno già registrato un forte livello di automazione nel settore industriale, vanno sviluppando le loro attività nel settore dei servizi, che presenta minori spazi per rapidi guadagni in termini di efficienza e che non è stato ancora investito in maniera massiccia dai processi di automazione.
Una nuova ipotesi è stata avanzata di recente da Simon Taylor (Taylor, 2016). Nell’ultimo periodo, afferma l’autore, sta aumentando in maniera rilevante il grado di concentrazione di molti settori, dalle telecomunicazioni, ai media sociali, dai motori di ricerca internet, ai farmaceutici, al commercio elettronico, ecc. D’altro canto, egli rileva che gli organi antitrust hanno rallentato la loro pressione sulle imprese.
Lo studioso ne conclude che questa tendenza può spiegare almeno in parte il rallentamento della produttività, perché in una situazione monopolistica le imprese, avendone meno bisogno per generare profitti adeguati, sono spinte ad investire di meno in innovazione.
Un’altra spiegazione che riguarda il settore delle alte tecnologie fa riferimento alla constatazione che le innovazioni non stanno più passando in maniera veloce dalle poche imprese all’avanguardia al resto dell’economia, come succedeva una volta; la macchina diffusiva si è inceppata (O’Connor, 2016), forse anche, di nuovo, per l’aumento del potere monopolistico di poche grandi imprese.
-lavoro, finanza, diseguaglianze
Un’altra possibile valutazione avrebbe a che fare con la qualità del lavoro. Mentre i dipendenti con elevate qualificazioni vanno in pensione, essi sono via via sostituiti da una forza lavoro che è meno competente ed efficiente, anche perché ha studiato di meno. Naturalmente la fascia della popolazione che è oggi meno educata è quella dei più poveri e deboli.
L’Ocse sottolinea a questo riguardo che la crescita del peso della finanza nell’economia mondiale potrebbe avere stornato gli investimenti dalle attività produttive e provocato una più forte concentrazione in cima alla piramide dei redditi e della ricchezza, ciò che sembrerebbe essere indicato proprio dal fatto che il 40% più povero della popolazione dei paesi ricchi investe sempre di meno nell’educazione, in particolare per mancanza di risorse; questo accentua ancora di più le diseguaglianze secondo un processo di causazione circolare, mentre pesa contemporaneamente sulla crescita della produttività.
Un’altra considerazione, più tecnica, ha a che fare con dei fattori istituzionali, quali la qualità dell’educazione e della formazione professionale, quella delle infrastrutture pubbliche, quella delle organizzazioni che favoriscono l’imprenditorialità, ecc., tutte attività che negli ultimi tempi stanno soffrendo parecchio per carenza di risorse.
-semplicemente degli errori o dei ritardi di misurazione?
Circola anche l’ipotesi che semplicemente gli incrementi di produttività non siano ben misurati. Il calcolo delle nuove tecnologie sul valore aggiunto si basa sulla considerazione di indici dei prezzi a qualità costante dei prodotti e servizi; ma, in tale settore, le loro prestazioni, come è noto, aumentano fortemente e continuamente e quindi è molto difficile misurare il cambiamento dei prezzi a qualità costante; si tende così a sovrastimarlo e a sottostimare invece quello dei volumi (Petit, 2016). D’altro canto, a contrariis, bisogna considerare che i nostri telefonini ci legano all’impresa e ci fanno lavorare anche quando siamo fuori orario, ciò che non risulta dalle statistiche delle ore lavorate.
Alla fine, anche se si volesse in qualche modo concordare sull’ipotesi che i guadagni di produttività legati allo sviluppo dell’economia numerica possano essere sottostimati, tali attività riguardano oggi ancora una parte ridotta dell’economia totale e quindi non possono certo spiegare da sole il declino del fenomeno.
Una ipotesi parallela, sostenuta in particolare da Joel Mokir (Mokyr, 2014) e da Brynjolfsson e McAfee (Brynjolfsson, McAfee, 2014), fa riferimento al fatto che i guadagni di produttività portati dalle nuove tecnologie sono potenzialmente molto forti, ma che essi devono essere ancora assorbiti dall’economia. Così l’ipotesi suggerisce che mentre l’automazione del settore dei servizi è appena iniziata, i suoi effetti sulla produttività si faranno sentire fra qualche tempo.
Per altro verso, Robert Gordon (Gordon, 2016) nega invece il carattere importante di tali innovazioni, che non dovrebbero riuscire per lui né a migliorare il quadro della produttività né, più in generale, a sostenere le sorti dell’economia statunitense.
Conclusioni
L’elenco delle possibili cause del fenomeno indica quanto sia anche difficile individuare le giuste misure per farvi fronte.
Sgombriamo comunque intanto il campo dalle ricette neoliberiste più convenzionali che, come si può immaginare, mettono l’accento sulla necessità di ridurre la pretesa troppo elevata protezione del fattore lavoro, situazione che manterrebbe le persone fisse nelle imprese vecchie, frenando l’innovazione (Petit, 2016), oppure anche sulla necessità di una riduzione della ipotizzata elevata pressione fiscale sui produttori, o sulla esistenza di una troppo forte regolamentazione dei vari business.
Di fatto, la crisi della produttività sta viaggiando oggi più o meno parallelamente alla carenza di nuovi investimenti e allo stesso debole andamento del pil almeno dopo il 2008, mentre da più parti si fa riferimento ad una possibile stagnazione secolare e mentre si levano alcune autorevoli voci per segnalare una prossima possibile nuova crisi.
Su questo sfondo una misura che appare persino tecnicamente ovvia sarebbe quella di incrementare gli investimenti sia pubblici che privati. I governi, abbandonando la pressione delle politiche di austerità o di un troppo spinto controllo di bilancio, dovrebbero investire di più e contemporaneamente dovrebbero incoraggiare con politiche adeguate gli investimenti privati. Inoltre si dovrebbe puntare di più sul capitale umano, su un sistema educativo più completo e di migliore qualità, su maggiori stanziamenti per la ricerca, su di un sistema finanziario in grado di indirizzare le risorse verso gli impieghi più produttivi.
A queste misure si dovrebbero aggiungere, sulla base dei suggerimenti sopra ricordati, delle adeguate politiche antimonopolistiche e di riduzione delle diseguaglianze.
Un lavoro certamente di lunga lena.
Testi citati nell’articolo
-Brynjolfsson E., McAfee A., The second machine age, Norton, 2014, trad. it. La nuova rivoluzione delle macchine, Feltrinelli, Milano, 2015
-Davies G., Lord Jim O’ Neill braces to tackle the UK productivity « puzzle »,www.ft.com, 4 giugno 2015
-Fleming S., Giles C., US productivity slips for the first time in three decades,www.ft.com, 25 maggio 2016
-Gordon R., The rise and fall of american growth, Princeton University Press, Princeton, 2016
-Mokyr J., What today’s gloomsayers are missing, www.wsj.com, 8 agosto 2014
-O’Connor S., A european « silicon valley » is no help on productivity woes,www.ft.com, 31 maggio 2016
OECD, Nouvelle approche face aux défis économiques (NAEC), articulation entre productivité et inclusivitè, version préliminaire, www.oecd.org/fr/économie/l, 31 maggio 2016
-Petit J. P., La vraie mauvais nouvelle, c’est la faiblesse de la productivité, Le Monde, 4 maggio 2016
-Taylor S., Rising monopoly power may partly explain US inequality and productivity slowdown, Simon Taylor blog, 16 maggio 2016