Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 2 luglio 2016

euroimbecilli, come farsi male da soli, si puniscono per ubbidire agli Stati Uniti

Putin dopo le sanzioni punta il dito contro la Nato

putinSi ritorna al punto di partenza nei rapporti tra Europa e Russia. La questione ucraina non è stata risolta, l’Europa ha rinnovato le sanzioni a Mosca per altri sei mesi e Putin di contro ha prorogato l’embargo nei confronti dei prodotti alimentari europei e occidentali fino al 2017.
Oggi infatti il Consiglio europeo ha dato il via libera definitivo alle sanzioni economiche riguardanti settori specifici dell’economia russa fino al 31 gennaio 2017. Introdotte inizialmente per un anno il 31 luglio 2014, in risposta alle azioni della Russia in Ucraina, tali misure sono state poi rafforzate nel settembre 2014. Riguardano il settore finanziario, dell’energia, della difesa e dei beni a duplice uso. Il 19 marzo 2015 il Consiglio europeo ha convenuto di far dipendere la durata delle sanzioni dalla piena attuazione degli accordi di Minsk, che doveva avvenire entro il 31 dicembre 2015. Dal momento che a tale data gli accordi non erano stati pienamente attuati, il Consiglio ha prorogato le sanzioni fino al 31 luglio 2016. Dopo averne valutato l’attuazione, il Consiglio ha deciso di rinnovare le sanzioni per un ulteriore periodo di sei mesi, fino al 31 gennaio 2017.
Una decisione contro la quale si stanno alzando le voci di confederazioni italiane, come la Coldiretti, preoccupata per le ritorsioni economiche e le conseguenze sull’export e il made in Italy. Lo scorso anno infatti le esportazioni italiane verso Mosca sono letteralmente crollate (-34%), passando dai 10,7 miliardi del 2013 ai 7,1 del 2015. Anche per questo, il Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, ha chiesto più volte il superamento delle sanzioni, abolendo il sistema dell’automatismo e introducendo quello dell’allegerimento progressivo in proporzione ai passi avanti fatti da Mosca sulla questione ucraina.
Da parte del Cremlino, dopo vari tentativi di disgelo sul fronte europeo, Putin non solo ha risposto con la stessa carta ponendo l’embargo verso i prodotti occidentali, ma inizia anche a puntare il dito contro la Nato.
“Non ci faremo sopraffare dalla furia militaristica, sembra che vogliano provocare la nostra corsa alle armi, per farci spendere energie che dobbiamo invece investire in questioni di carattere socioeconomico”, ha affermato il presidente russo parlando delle troppe azioni militari Nato vicino ai confini russi, durante la riunione biennale degli ambasciatori e degli inviati speciali a Mosca.
Vladimir Putin sa bene però che non può mettersi di traverso all’Alleanza Atlantica senza scoprire almeno uno dei suoi nervi scoperti, la Turchia. Non è un caso infatti che da Mosca è stato deciso di ristabilire la cooperazione con la Turchia con un decreto scritto, in cui Putin chiede di prendere misure per cancellare il divieto ai voli charter di operare sulle rotte Russia-Turchia e anche il ritiro delle limitazioni legate alla vendita di pacchetti turistici. La decisione è stata presa dopo una lettera di scuse formali da parte di Erdogan per l’abbattimento del volo jet Su-24.

DIEGO FUSARO: L'estetica in Arthur Schopenhauer

I privati riescono a fare soldi solo addomesticando lo stato, le istituzioni a fare i loro interessi

La voce del consumatore

Banche: i profitti ai privati, le perdite al pubblico

(AdusbefFederconsumatori)  - Ennesima iattura coinvolgere il risparmio previdenziale, da gestione scellerata, nei fondi di salvataggio a misura di amici e compari. Lo schema di garanzia per la liquidità delle banche, con un ombrello di sicurezza da 150 miliardi nel rispetto delle regole Ue per gli aiuti di Stato, ossia le garanzie di liquidità delle banche solventi che non hanno problemi di capitale, uno scudo col buco intorno analogo al decreto Salva Italia del Governo  Monti di fine 2011, spacciato come la soluzione alla gravissima crisi del sistema bancario, narrato e spacciato per decenni come solido dai corifei di Bankitalia e del Governo, non inganna i mercati.  Questo ennesimo ‘pannicello caldo’, contrabbandato dal governo come una soluzione per garantire i risparmiatori, analogamente agli espropriati da Bankitalia e dallo Stato che aspettano ancora i risarcimenti dopo le forche caudine del decreto ‘salva banche’, le cui vite di lavoro e di sacrifici  per accumulare piccoli risparmi per garantire il loro futuro e dei propri cari, è stato volatilizzato dal decreto del 22 novembre 2015, assoggettate ad arbitrati, non avrà alcuna ricaduta positiva sulle famiglie.  Il governo, andato col cappello in mano in Europa per chiedere la possibilità di sostenere direttamente gli aumenti di capitale, chiedendo la sospensione del bail-in, sciagurata norma  europea di esproprio criminale del risparmio approvata con il diretto consenso di Bankitalia, non all’insaputa del governatore Visco e del ministro dell’Economia Padoan, è tornato sconfitto ancora una volta, ottenendo poco o nulla.   Adesso bisogna evitare che dopo l’esproprio di 130.000 famiglie di CariChieti, CariFerrara, Banca Marche e Banca Etruria, il cui risarcimento dell’80% passando sotto le forche caudine di obblighi e redditi potrebbe essere concesso al 6% dei truffati; a seguito di 210 mila famiglie rapinate del Veneto da crac e dissesti  evitabile con l’ordinaria diligenza e vigilanza pari a 18,9 miliardi di euro della BpVi e Veneto Banca, non si attinga al risparmio previdenziale.  Sarebbe una sciagura attingere dalle casse di previdenza, già non in buona salute per i cattivi investimenti nella finanza derivata, imponendo a fondi pensione, casse previdenziali, Cassa depositi e Prestiti che gestisce il risparmio postale, l’obbligo di investire nel nuovo fondo Atlante1, gestito dai privati dopo che il Tesoro ha confiscato 600 milioni di euro della Sga, la vecchia bad bank nata ai tempi del crac del Banco di Napoli, per tappare i buchi scavati dai banchieri e da una omessa vigilanza di Bankitalia e Consob.  Adusbef e Federconsumatori ritengono che per uscire dalla gravissima crisi bancaria, occorra nazionalizzare Bankitalia (che offre 400 milioni di euro di dividendi annui in maggioranza,340 milioni alle banche socie), e dotarsi di una banca pubblica, per prevenire crisi, crac e dissesti bancari addossati ai risparmiatori ed alla fiscalità generale.                                                         
Elio Lannutti – Rosario Trefiletti 

Cialtroni, non esiste il libero mercato ma solo i privileggi che il Capitalismo riesce a succhiare dallo stato che dimentica il Bene Comune

 
finanza
 

Il ritorno dello Stato banchiere

01/07/2016  Dopo una lunga stagione di liberalizzazioni e privatizzazioni le aziende del credito italiane tornano sotto l'ombrello pubblico. Complice una crisi da cui non riescono a trascinarsi fuori

Il Fondo Atlante bis. Il paracadute pubblico di 150 miliardi appena "sdoganato" da Bruxelles a favore del Governo italiano per garantire le obbligazioni delle aziende delle banche in crisi. Insomma, in una parola: aiuti di Stato. Fino a poco tempo fa nel mondo bancario il termine era considerato un tabù. E invece la soluzione è tornata prepotentemente nei piani del Governo per reagire alla crisi delle aziende del credito, soprattutto dopo Brexit.
In questi giorni le Borse di tutto il mondo sembrano accanirsi particolarmente con i titoli bancari, bruciando miliardi su miliardi. La fragilità del sistema si deve anche al fatto che il costo del denaro non è mai stato così basso e dunque diventa difficile guadagnarci per chi lo vende alle imprese e ai clienti, come fanno in definitiva le banche. Il resto lo fanno i duecento miliardi di debiti “incagliati”, ovvero non recuperabili, oltre ai titoli di stato nella pancia degli istituti di credito. Il governatore della Bce Draghi sta facendo molto acquistando sul mercato secondario i titoli di stato e immettendo denaro nel sistema bancario, con lo scopo di prestarlo alle aziende. Ma il cavallo, come si dice in economia, “non beve”, le imprese non accedono al credito. Forse qualcosa potrà fare anche il già citato Atlante, che immette altro denaro pubblico per permettere alle banche di "disincagliare" molti dei loro crediti.  
Ma la novità più ecltante è un'altra: il Governo - tra conferme e smentite -  sarebbe pronto a entrare direttamente nel capitale degli istituti di credito, divenendo azionista. Così facendo l’orologio della storia della finanza farebbe un salto di ottant’anni. Fu un’altra recessione a portare a questo genere di soluzione, quella successiva la crollo di Wall Street del ‘29. Di fronte alle file di disoccupati i Governi di allora si resero conto che la “mano invisibile” dei mercati non era in grado di gestire qualunque tempesta finanziaria: occorrevano pubblici poteri e un intervento diretto dello Stato. La legge bancaria italiana del 1936 si basa proprio sulla nazionalizzazione delle banche attraverso l’Iri e una visione dirigistica del credito.
Lo Stato banchiere doveva avere carattere temporaneo, e invece venne mantenuto anche in tutta la Prima Repubblica (la nostra Costituzione contempla tranquillamente il sistema misto pubblico-privato), fino al 1992, quando anche le tre banche di interesse nazionale (Banco di Roma, Credito italiano e la Banca Commerciale di Cuccia e Mattioli) divennero private e la “foresta pietrificata” del credito, come la chiamava l’allora primo ministro Giuliano Amato, cominciò una serie di fusioni che portarono all’attuale assetto. Le banche dovevano continuare a non fallire mai, a parte qualche eccezione (la Banca Privata di Sindona, il banco Ambrosiano di Calvi). Ma doveva proseguire anche il processo di liberalizzazione del sistema bancario, parallelamente a quello di integrazione europea.
Dopo un abbondante uso di fondi di Stato da parte della Germania nei confronti delle sue banche, cariche di titoli spazzatura per la crisi dei “subprime”, dalla fine del 2014 è arrivata la direttiva Brrd, recepita dall’Italia a novembre 2015, che vieta agli Stati di risolvere le crisi bancarie. L’Europa chiudeva le stalle dopo che erano scappati i buoi tedeschi. La direttiva ha introdotto il famoso “bail in”: il salvataggio interno, scaricato sugli azionisti, poi sugli obbligazionisti e se necessario anche sui depositanti sopra la soglia dei 100.000 euro. E’ il metodo che il Governo italiano ha dovuto adoperare per Banca Etruria e le altre banche finite in dissesto.
Tutto questo per evitare che il salvataggio delle banche finisse per pesare sulle spalle dei contribuenti, danneggiando per concorrenza sleale le banche “sane”. Ma la situazione continua a essere gravissima e il Governo italiano ha deciso di intervenire ritornando a essere Stato banchiere, forte anche del nuovo ruolo in sede europea dopo il “distacco” del Regno Unito. La direttiva del 2014 offre qualche scappatoia in caso di “stress sistemici”  e dopo una “franchigia” di circa il dieci per cento di perdite pagate da azionisti e creditori. Dunque torna lo Stato banchiere per cercare di risolvere una crisi che non si riesce a risolvere. Si torna alla “vecchia moda” della finanza pubblica per osservare un comandamento intramontabile, di ieri e di oggi: le banche non devono fallire mai. E a pagare il conto è tornato pantalone: il contribuente. 

Banca Etruria - il piano del Giglio magico massonico mafioso va avanti la finanziarizzazione della Toscana continua

Chiantibanca: fusione operativa con Pistoia e Area Pratese



MONTERIGGIONI. Il percorso, iniziato con il piano industriale definito dai rispettivi consigli di amministrazione alla fine del 2015, è passato per l’approvazione delle tre assemblee dei soci il 10 aprile scorso. Il 20 maggio è avvenuta la firma ufficiale dell’atto di fusione.
Oggi (1 luglio) si è tenuta la prima riunione del nuovo Consiglio di Amministrazione di ChiantiBanca che comprende anche i rappresentanti di Pistoia e Prato: è composto dal presidente Lorenzo Bini Smaghi, dai vicepresidenti Claudio Corsi e Stefano Mecocci, dagli amministratori Mauro Fusi (indipendente), Aldemaro Becattini, Leonardo Viciani, Niccolò Calamai, Alberto Marini, Massimo Brogi. Da Pierpaolo Pantanelli e Emilio Bertini (espressione della Banca di Pistoia), Marco Giusti e Fabrizio Pagliai (espressione della Bcc Area Pratese). Sindaci revisori: Enzo Barbucci, Marco Galletti, Fabrizio Fusi. Direttore Generale è Andrea Bianchi.
“In Toscana – ha dichiarato il presidente Lorenzo Bini Smaghi – ci sono grandi opportunità di sviluppo per ChiantiBanca. Siamo già forti e ben radicati nel territorio regionale, ma possiamo crescere e consolidarci ancora. La condizione è mantenere la “testa” in Toscana, seguire un progetto industriale valido e coerente, attento nel preservare la nostra missione e i nostri valori. Rigoroso nel rispetto dei parametri di solidità e degli obbiettivi di efficienza e redditività. La scelta di autonomia che stiamo compiendo va proprio in questa direzione”.

F-35 una aereo costoso ed inutile

F-35: il ruolo del caccia tattico di quinta generazione nella guerra del futuro

(di Franco Iacch)
01/07/16
Sono giorni particolari per la promozione dell’F-35 all’estero. Il caccia tattico di quinta generazione è da poche ore in Inghilterra per partecipare al Farnborough Air Royal International (foto apertura).
Il debutto internazionale dell’F-35 è stato accompagnato dalla pubblicazione di uno studio a firma dell'Istituto Mitchell con oggetto le capacità delle piattaforme di quinta generazione contro un paese X (Cina o Russia). Sarebbero le linee guida dell’Air Force su come intendono utilizzare l’F-35 in caso di conflitto. I militari, qualora scoppiasse un conflitto su larga scala contro un paese militarmente moderno, escludono da ogni pianificazione tattica di prima linea tutte le piattaforme aeree di quarta generazione. F-15 ed F-16 quindi, anche nelle loro versioni più performanti, non parteciperebbero alle prime fasi del conflitto e non prima di aver annullato la rete di difesa nemica S300/S400.
Lo scenario immaginato è quello del 2026. Le capacità di disturbo elettronico del nemico sono evidenti e tali da annullare le piattaforme antecedenti la quinta generazione. Il Pentagono si affida a quattro sistemi: F-22 per la superiorità aerea, F-35 per l’aspetto tattico ed i bombardieri B-2 e B-21. Secondo i militari, soltanto queste quattro piattaforme potrebbero sopravvivere in un ambiente ad alta densità e sfuggire ai missili terra-aria nemici di ultima generazione.
Sebbene nel rapporto non sia mai nominata la Cina, è evidente che il nemico sia proprio Pechino. Si parla di una "regione chiave all'estero", dove sarebbe presenta soltanto una super-base regionale, identificata in Australia. Tuttavia, gli stessi concetti possono essere applicati anche ad una guerra con la Russia.
Il Pentagono schiererebbe la sua componente aerea, in piccole unità, in tutto il Pacifico. In una guerra con la Cina, l’Air Force stima la perdita degli hub regionali già nelle primissime fasi del conflitto. Le capacità dell’F-35 sono nuovamente riprese per sottolineare il vantaggio tattico delle piattaforme, in grado di operare anche da strutture improvvisate. I caccia di quinta generazione, grazie alla tecnologia integrata, saranno in grado di operare impunemente senza alcun tipo di supporto a terra.

F-15 e F-16 (foto) resteranno sempre nelle retrovie come moltiplicatori di forze (Il pacchetto, soprannominato "F-15 2040C", consentirebbe all’Eagle di raddoppiare il numero dei missili trasportati). Nello studio non si fa riferimento al loro impiego come arsenali volanti, ma tale mutazione tattica è già in atto, sebbene al momento riservata ai bombardieri. La soluzione prospettata dell’Air Force è “l’arsenale volante” che si basa su una piattaforma, verosimilmente sarà il B-52, in grado di trasportare dalle retrovie decine di missili e bombe di precisione. Un’idea che l’Air Force ha preso in prestito dalla Marina, che ha convertito quattro sottomarini balistici classe Ohio per il trasporto di154 missili da crociera Tomahawk al posto dei 24 Trident. Appare evidente quanto l’Air Force faccia affidamento sulle piattaforme di quinta generazione, ma sembra più un esercizio dialettico che un reale piano operativo. Numeri alla mano, il Pentagono non può di certo sperare di presidiare le aree sensibili del pianeta e riuscire allo stesso tempo a vincere una guerra con la Cina o la Russia con soli 60/70 Raptor (123 convertiti al combattimento, ma bisogna considerare gli altri teatri ed i caccia in manutenzione).
Lo studio supporta a 360 gradi la nuova dottrina dell’Air Force, che si discosta nettamente da quella russa. Per i militari statunitensi il combattimento ravvicinato è ormai fuori moda, mentre sarà la migliore tecnologia implementata nelle piattaforme a decretare la vittoria nei contesti del futuro. Nella nuova dottrina, al caccia di quinta generazione spetterebbe l’avanscoperta oltre il raggio visivo grazie all’avionica di ultima generazione. Una volta identificata la minaccia, il caccia collegato in rete con “l’arsenale volante”, trasferirebbe le informazioni di puntamento.

L’Air Force spinge per avere in linea delle “forze da combattimento integrate”, in grado di svolgere svariati compiti in una sola missione. Gli aerei stealth, che non avrebbero più la necessità di “macchiare” il profilo, continuerebbero a coordinare molteplici attacchi dagli arsenali volanti operativi nelle retrovie.
Non la pensano così russi e cinesi che considerano il dogfight come prerogativa essenziale del caccia di quinta generazione. A più riprese, nello studio si rilevano le caratteristiche della bassa osservabilità, ma questo dovrebbe essere un dato reale in presenza di un profilo pulito. Uno dei principali limiti della configurazione a bassa osservabilità, è determinato dal carico interno delle piattaforme di ultima generazione. La capacità di trasportare internamente i sistemi d’arma è prerogativa essenziale per un profilo stealth pulito. La capacità interna di un F-35, con tutte la buone intenzioni che si possano avere e provare per lo JSF, non è da caccia da superiorità aerea. Ed in effetti non lo è, in quanto piattaforma esclusivamente tattica. Il problema è che l’F-22 (foto a dx), ad esempio, trasporta soltanto sei missili BVR, l’F-35 soltanto quattro.
L’F-35 visto proprio come un Next Generation JammerL'obiettivo dello studio è proprio quello di stimolare una discussione sull’ottimizzazione delle piattaforme di quinta generazione sul campo di battaglia di concerto con tutti gli altri asset americani ed alleati.
(foto: Lockheed Martin / U.S. DoD)

http://www.difesaonline.it/mondo-militare/f-35-il-ruolo-del-caccia-tattico-di-quinta-generazione-nella-guerra-del-futuro 

Siria&Parigi&Bruxelles - la Turchia continua ad usare gli attentati per alimentare la strategia della tensione, gli Stati Uniti per acclararsi liberatori delle terre siriane

A Istanbul è vero terrorismo? Luci e ombre dietro gli attacchi alla Turchia

(di Giampiero Venturi)
01/07/16
L'attacco all'aeroporto Ataturk di Istanbul non è estemporaneo, né casuale. S'inserisce nel pieno degli attuali scenari di crisi in Medio Oriente e in modo specifico segue il filo e le evoluzioni del quadro siriano.
Quando si verifica un attacco in grande stile contro simboli istituzionali turchi, soprattutto se la modalità è stragista, allo stato attuale due soli possono essere i mandanti: attentatori legati alla causa curda e in particolare al PKK; miliziani o esecutori su commissione per conto ISIS.
L'origine ideologica e politica dei due ceppi è diametralmente opposta: la mano curda fa riferimenti alla politica interna di Ankara e a questioni sospese da decenni; la matrice fondamentalista legata al Califfato agisce viceversa in relazione alla politica estera turca e agli equilibri generati negli ultimi 10-12 mesi. 
Più volte su questa rubrica abbiamo fatto rilievi sulla condotta di Ankara in relazione alla questione siriana, in particolare al comprovato sostegno ai miliziani islamisti di Al Nusra, branca siriana di Al Qaeda (v.articolo). Abbiamo parlato a più riprese sia di un allontanamento dai dogmi di laicità imposti dalla rivoluzione di Ataturk, sia di un revanscismo ottomano, volano della nuova Turchia di Erdogan per un protagonismo politico in tutta l'area compresa tra il Maghreb libico e l'Asia centrale.
Congetture di pura logica geopolitica lasciano immaginare che Ankara abbia più di un interesse a recitare il ruolo di vittima del fondamentalismo islamico. Da una parte per rafforzare l'immagine di nazione sulla carta in prima linea contro il terrorismo integralista; dall'altra per giustificare lo stato di emergenza perenne e la repressione interna, nonché  la forte militarizzazione  ai confini sudorientali e gli interventi diretti oltre la frontiera siriana.
Gli intrecci tra Ankara e islamismo, messi a nudo senza equivoci da molti analisti, non possono tuttavia prescindere dalla rapida evoluzione della guerra in Siria e in particolare dallo scenario maturato nei primi mesi del 2016.

Il ribaltamento sostanziale dell'andamento del conflitto ha posto le condizioni per la sopravvivenza del governo di Assad, con un indebolimento critico delle "istituzioni" dello Stato Islamico e delle sue capacità militari. All'offensiva generale delle Forze Armate siriane la coalizione antiterrorismo a guida USA, dopo l'iniziale momento d'imbarazzo, ha risposto a partire da aprile 2016 con un dinamismo finora inedito: i curdi dell'SDF appoggiati dai reparti speciali americani (entrati in Siria senza approvazione ufficiale di Damasco) sono in progresso sul fronte nord e sud, ben oltre gli obiettivi ufficiali coperti dalla causa indipendentista curda; in Iraq, dopo la clamorosa caduta di Falluja, le forze governative filoamericane avanzano in queste ore verso Mosul, "capitale irachena" del Califfato.
In altri termini, il conto alla rovescia per l'ISIS sembra iniziato.

Perché proprio ora? Perché dopo anni di inerzia e sospetti di collusione la coalizione internazionale anti terrorismo ha deciso di sbarazzarsi dello Stato Islamico?
L'improvvisa fretta degli Stati Uniti si lega all'imprevisto successo di "marketing" della Russia di Putin e dei suoi alleati sul campo e alla necessità di ridurre il ruolo futuro di Damasco, finita nella lavagna dei cattivi dal 2011. Per Washington giocare un ruolo decisivo nel rush finale contro il Califfato è un must politico e mediatico che spiega il dispiegamento dell'Eisenhower e i massicci e decisivi bombardamenti in Iraq, prontamente esaltati dalle TV dei Paesi NATO.
A conferma della decisione di farla finita col "giocattolo impazzito ISIS" arrivano le notizie dal fronte nord siriano, dove lo scontro tra miliziani dello Stato Islamico (v.articolo) e altre fazioni islamiste è un dato ormai acquisito da inizi 2016.
Nella confusione, oltre a gruppi apparentemente laici creati ad hoc dagli USA (l'ultimo è il New Syrian Army, frangia dell'FSA alleata ai curdi dell'SDF), un ruolo preponderante nello scontro lo recitano le milizie terroriste di Al Nusra appoggiate dalla Turchia, spesso impegnata direttamente con le proprie forze regolari.
L'attentato all'aeroporto di Istanbul può essere interpretato quindi in due modi:
- vendetta ISIS per le operazioni turche in territorio siriano;
- ufficializzazione del ruolo turco contro il Califfato, che al tempo stesso non impedirebbe ad Ankara di continuare a muoversi nell'area appoggiando i propri vassalli islamisti di matrice turcomanna.
Quest'ultimo aspetto lascerebbe intendere una sorta di strategia della tensione, dove il soggetto apparentemente vittima sarebbe in realtà quello che trae maggior beneficio dagli attentati stessi.

Le bombe contro obiettivi turchi sono dunque una conseguenza militare di una scelta politica o un evento più o meno benedetto che fa comodo ad Ankara?
Capire la dose con cui si mischiano le due interpretazioni non è facile. Dati oggettivi rimangono comunque la parabola discendente dello Stato Islamico e la funzione strumentale della sua aperta ostilità ad Ankara.   
Ne avremo conferma prima della fine dell'anno, quanto Turchia e Stati Uniti saranno con ogni probabilità incensati come paladini della vittoria contro il Califfato.
(foto: web / Türk Silahlı Kuvvetleri / U.S. Navy)

http://www.difesaonline.it/geopolitica/tempi-venturi/istanbul-%C3%A8-vero-terrorismo-luci-e-ombre-dietro-gli-attacchi-alla-turchia 

venerdì 1 luglio 2016

Siria&Parigi&Bruxelles - gli Stati Uniti continuano a sovvenzionare la Rivoluzione a Pagamento

Siria, gli Stati Uniti non vogliono la fine della guerra
 
Washington continua ad avere come obiettivo la divisione del territorio del paese, frenando i raid russi con la giustificazione delle difficoltà a distinguere le opposizioni considerate legittime dai gruppi jihadisti

Aiuti dell'Onu per Madaya (Foto: International Committee of the Red Cross)
 Aiuti dell’Onu per Madaya (Foto: International Committee of the Red Cross)

di Stefano Mauro – Contropiano

Roma, 1 luglio 2016, Nena News – “Quest’anno l’estate sarà particolarmente ‘rovente’ in tutto il territorio siriano”. Con questo titolo è uscito un editoriale del quotidiano libanese Al Akhbar legato ai numerosi fronti di combattimento in tutto il territorio siriano. Sicuramente lo scontro principale è nella parte settentrionale del paese vicino alle città di Aleppo, principale centro logistico del Fronte Al Nusra (Al Qaida), ed a quella di Raqqa, capitale dell’autoproclamato Stato Islamico.

Altrettanto cruciali per importanza strategica sono però gli altri due fronti di combattimento: nella parte centro orientale del paese in prossimità della città di Deir Ezzor, ultima roccaforte di Daesh (ISIS) e fondamentale crocevia per i collegamenti con il territorio iracheno, e quello nel suo meridione nei pressi della città di Deraa.

Dopo l’intervento russo nel settembre 2015 le sorti della guerra sembravano notevolmente tendere in favore delle forze lealiste. Bisogna anche dire che la scelta di Putin di sospendere le operazioni militari russe in Siria, dal febbraio 2016, per favorire una tregua, aveva lasciato perplessi i suoi principali alleati nel paese: Iran ed Hezbollah per primi. Il governo russo aveva, però, da subito chiarito quale era il suo principale obiettivo: ristabilire un equilibrio sul campo per favorire il regime di Al Assad negli accordi di pace e mantenere le proprie basi, strategiche per la zona del mediterraneo, visto il continuo accerchiamento dell’alleanza NATO verso oriente. Lo stesso si può dire per quanto riguarda la volontà di non opporsi militarmente agli USA, ad Israele ed alla stessa Turchia, nonostante l’incidente del velivolo russo abbattuto dalle forze turche.

Dalla sua entrata in vigore, però, le cose non sono andate come il governo russo aveva previsto. Dopo appena un mese l’amministrazione statunitense non ha rispettato gli accordi legati ad una separazione nel supportare i gruppi “moderati” ribelli, (principalmente quelli legati all’Esercito Siriano Libero – ESL) da tutte quelle milizie legate ad Al Qaida. In aprile le forze sostenute dagli americani, i jihadisti come Ahram al Sham e Al Nusra (Al Qaida) si sono alleate per sferrare un nuovo attacco per conquistare tutta la regione di Aleppo.

Nonostante due risoluzioni delle Nazioni Unite per “combattere Al Qaida in Siria come lo Stato Islamico”, il governo statunitense ha sempre richiesto ai russi di non bombardare il fronte Al Nusra. La motivazione era legata al fatto che “non è possibile separare gli alleati moderati dai jihadisti” e che un attacco avrebbe inevitabilmente colpito gli “amici” del governo americano, come denunciato più volte dal governo russo. In una sua intervista, durante il recente Forum Economico di San Pietroburgo, il ministro degli esteri russo, M. Lavrov, ha ufficialmente dichiarato che “gli americani dicono che hanno bisogno di alcuni mesi perché non riescono a separare i loro alleati “moderati” dai gruppi jihadisti, anche se penso che sia una tattica per mantenere ancora un legame con Al Nusra e usarlo poi in seguito per rovesciare il regime di Assad”.

La stessa stampa occidentale, come il giornalista tedesco Jurgen Todenhofer primo inviato occidentale ad essere accolto a Raqqa dall’ISIS, ha più volte evidenziato come gli USA giochino su “più tavoli” ed appoggino “diversi gruppi, anche jihadisti, pur di rovesciare il regime siriano”, senza tener conto che una numerosa parte delle milizie armate dalla CIA ha poi raggiunto i diversi gruppi islamici come Al Nusra o Daesh.

Con gli accordi di pace inter-siriani sempre più impantanati ed il mancato impegno Usa nel combattere la galassia jihadista presente in territorio siriano, il governo russo ha preso sempre più coscienza della volontà statunitense di non rispettare la tregua. Le stesse rilevazioni aeree russe hanno documentato l’ingresso indisturbato di centinaia di miliziani di Al Qaida, attraverso il confine turco, diretti verso Aleppo. Lo stesso sostegno Usa nei confronti dei combattenti curdi dell’YPG o la creazione delle Forze Democratiche Siriane (insieme ad arabi e turcomanni) ha lo scopo di indebolire non solamente lo Stato Islamico, ma anche le forze lealiste: siriani, iraniani ed Hezbollah.

L’obiettivo di conquistare parte del territorio siriano, Raqqa compresa, e di costituire una zona indipendente curda, sotto tutela statunitense e francese, ha proprio la “finalità di smembrare lo stato siriano e di indebolire il regime di Assad” come ammesso dalle fonti CIA sul New York Times.

Anche da questo punto di vista le cose però non sono andate come gli americani avevano programmato. La Turchia, pur di contrastare le milizie curde, ha tentato di chiudere parte dei rifornimenti di armi ai gruppi ribelli ed ha tentato un riavvicinamento con il governo russo. Le stesse forze curde e arabe hanno da subito avuto diversi motivi di frizione ed hanno evidenziato una certa incompatibilità principalmente per due motivi. Il primo è legato alla diffidenza degli arabi e dei turcomanni, sostenuti dal governo turco, nei confronti delle aspirazioni curde visto che coinvolgerebbero anche una parte di territorio non propriamente appartenente al Kurdistan siriano. C’è, inoltre, una differenza sostanziale tra i due fronti: i gruppi arabi delle FDS vogliono la caduta del regime, mentre quelle curde intendono consolidare la loro zona di controllo nel nord del paese per poi ottenere una maggiore autonomia anche, eventualmente, con Bashar Al Assad. Il secondo, invece, è legato ai rapporti di curdi e arabi con Damasco e la Russia. In diverse occasioni, infatti, i gruppi ribelli arabi hanno accusato le forze curde dell’YPG di aver combattuto insieme alle truppe lealiste e russe nella regione di Aleppo.

Come nel settembre del 2015 e nel febbraio 2016, il governo russo ha nuovamente sorpreso sia i suoi alleati sia il governo Usa. Lo stesso Lavrov ha dichiarato che “la pazienza russa è finita… la strada per una tregua ed una pacificazione del conflitto attraverso la diplomazia è ormai difficile vista la continua azione di disturbo del governo americano che mira con qualsiasi mezzo a far cadere il regime siriano”.

Il cambio di strategia e l’approvazione di un nuovo intervento è stato sancito il 9 giugno a Teheran nella riunione a tre con la partecipazione dei ministri della difesa di Russia, Iran e Siria. Subito dopo il summit il governo russo ha “annunciato la ripresa delle azioni militari di terra ed aeree su tutto il territorio siriano e su qualsiasi gruppo ribelle al regime”. Dopo poche ore, infatti, l’aviazione russa ha sferrato numerosi attacchi su Aleppo, Raqqa, Deir Ezzor e Deraa.

La scorsa settimana è stato confermato, invece, l’attacco nella zona di confine con la Giordania (città di Tanf) che aveva come obiettivo un campo di addestramento di milizie ribelli sostenute dagli USA. Il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov, ha dichiarato ironicamente che “è difficile distinguere tra i diversi gruppi ribelli quelli moderati dagli altri”. Il messaggio, sintetizzato dall’agenzia stampa russa Sputnik, è stato: “Dovete finire con gli inganni e dividere subito le milizie che appoggiate da quelle jihadiste, perché altrimenti tutti i vostri effettivi ed i vostri alleati diventeranno un obiettivo per i caccia russi”.

Da quanto riportato dal giornale Al Akhbar, l’obiettivo statunitense era utilizzare le milizie del campo di Tanf per conquistare parte del territorio meridionale, fino a Deir Ezzor, e insediare una zona di influenza arabo-sunnita ribelle per indebolire ulteriormente il regime.

Appare, infine, nuovamente rinvigorita l’alleanza tra lealisti siriani, iraniani, Hezbollah e russi. Le truppe della coalizione sembrano, infatti, aver resistito ai nuovi attacchi sia ad Aleppo che a Deraa portati avanti dal fronte Al Nusra e dai suoi numerosi alleati. Lo stesso si può dire per la battaglia di Raqqa, dove sia le forze lealiste che quelle curdo-arabe hanno rallentato la loro avanzata verso la capitale dello Stato Islamico. Anche in questo caso l’obiettivo di dividere il territorio siriano è stato in parte ostacolato con l’avanzata lealista da ovest e la conquista di territori strategici per il controllo dell’area. Le sorti della guerra sono ancora incerte e di difficile previsione. L’unica certezza è che sarà un’estate “rovente” in Siria, come purtroppo avviene da più di cinque anni a questa parte. Nena News

Diego Fusaro - implosione europea - mentre gli euroimbecilli girono intorno a se stessi, la Consorteria Mondiale non ha dubbi la Strategia della Paura verrà accelerata per fermare i processi in atto

Scudo banche, Fusaro: "Salvate con i soldi pubblici, la prova della tirannia"
 
01 luglio 2016 ore 11:47, Andrea De Angelis
 
Ieri è arrivata per Matteo Renzi e per l'Italia la "vittoria" sulle banche. La commissione europea ha annunciato di aver concesso all'Italia la possibilità di attivare una garanzia pubblica sui debiti delle banche per sostenerle, qualora ce ne fosse la necessità. Un super scudo che potrà arrivare fino a 150 miliardi di euro, da attivare all'evenienza. Ma qualcuno la definisce una vittoria agrodolce, con possibili ripercussioni anche negative nel lungo periodo. IntelligoNews ne ha parlato con il filosofo Diego Fusaro...

Sì dall'Ue al salvataggio pubblico delle banche, ma è giusto legare i salvataggi ai profitti? Siamo alle solite o è un'Europa che cambia?
"A mio giudizio quanto sta accadendo rende evidenti le tendenze già in atto da tempo nell'Unione Europea. I veri protagonisti, i veri soggetti e padroni sono le banche e il sistema bancario. Gli Stati diventano semplicemente i maggiordomi del sistema bancario e devono sacrificare se stessi e i cittadini pur di mantenere in vita il sistema. Dinanzi alla crisi del sistema bancario la soluzione percorribile dovrebbe essere quella della nazionalizzazione delle banche, non invece il salvarle con i soldi dei cittadini". 

La notizia divide gli osservatori, per lei è negativa o positiva?
"Per me è totalmente negativa. Siamo allo strapotere delle banche salvate con i soldi pubblici, esercitando sempre più la loro tirannia. Viene distrutta completamente la classe media e lavoratrice". 

Scudo banche, Fusaro: 'Salvate con i soldi pubblici, la prova della tirannia'
 
Con simili provvedimenti i risparmiatori vedono i loro depositi al sicuro?"Si usano i soldi dei cittadini a beneficio del sistema bancario. Il metodo del profitto privato e della perdita resa pubblica. Un metodo che in Italia già da tempo usiamo con grandi aziende". 

Non sta dunque cambiando l'Europa dopo l'uscita di Londra?"No, niente affatto. Anzi io non sono nemmeno così sicuro che si realizzerà. Ha vinto il Leave, ma finché non vedo con i miei occhi l'uscita della Gran Bretagna dubito che si realizzerà il Brexit". 

Quali altre mosse si aspetta dopo lo scudo?"Mi aspetto in futuro restringimenti ulteriori degli spazi democratici. L'Europa sta sempre più assumendo la forma di una tecnocrazia che funziona e proprio in forza del suo funzionare non ha bisogno di quelli che Mario Monti definì gli abusi di democrazia, ovvero ireferendum. Interpellare la volontà popolare diventa un abuso di democrazia...". 

Austria - Norbert Hofer ha vinto loro le chiamano irregolarità, noi brogli

Mondo \ Europa

Austria. Consulta annulla voto, presidenziali da ripetere

Van der Bellen e Hofer - EPA
Van der Bellen e Hofer - EPA

La Corte costituzionale austriaca ha annullato l'esito delle elezioni presidenziali, tenutesi il 22 maggio scorso, vinte dal candidato dei Verdi, Alexander van der Bellen – per soli 30 mila voti – contro il populista Norbert Hofer. A ricorrere era stato il Partito della Libertà, di estrema destra. Il servizio di Alessandro Gisotti:



Un evento senza precedenti nella storia della democrazia austriaca: la Corte Costituzionale ha invalidato oggi il secondo turno delle elezioni presidenziali del 22 maggio scorso, vinte per un soffio dal verde Van der Bellen. Secondo quanto riferisce il quotidiano 'Der Standard', la sentenza della Consulta austriaca non ha riferito di brogli o manipolazioni del voto, ma ha semplicemente evidenziato errori nel procedimento elettorale. Irregolarità sono state riscontrate in 14 dei 20 distretti presi in esame in seguito al ricorso. La ripetizione del ballottaggio tra i due candidati alla presidenza della Repubblica in Austria, Alexander Van der Bellen e Norbert Hofer, si terrà probabilmente a fine settembre o all'inizio del mese di ottobre. Ad annunciarlo il ministero dell'Interno austriaco. Non appena il presidente uscente Heinz Fischer lascerà l'incarico, il prossimo 8 luglio, la presidenza del Paese verrà dunque assunta ad interim collegialmente dai presidenti delle Camere.

Implosione europea - gli euroimbecilli sono ancora tramortiti, non riescono a riprendersi, ma i dati continuano a rimanere sul tavolo, disoccupazione, redditi tagliati, precariato a vita e nessuna soluzione

HSBC: Brexit, vera tempesta deve ancora arrivare

1 luglio 2016, di Laura Naka Antonelli
 
ROMA (WSI) – La Brexit è solo l’inizio, in quanto la vera tempesta deve ancora arrivare. E’ l’outlook di Karen Ward, responsabile economista dell’Europa presso HSBC, che ha rivisto al ribasso l’outlook dell’economia dell’Eurozona, relativo al 2017, da +1,5% a +1%.

Proprio l’indebolimento dei fondamentali economici non farà altro che peggiorare i problemi che hanno portato alla vittoria del Brexit nel Regno Unito: tra questi, l’acuirsi delle divergenze tra i poveri e i ricchi e soprattutto, tra i cittadini europei, un crescente senso alienazione rispetto all’elite economica.

La Brexit sarà dunque solo il primo di una serie di eventi in cui l’elemento comune sarà l’escalation della rabbia verso le elite: una rabbia che potrà soltanto peggiorare. Sulla base di questi presupposti, Ward ha affermato in un video diretto ai clienti di HSBC che la Brexit potrebbe confermarsi “una calma precaria” prima che qualcosa di peggio si verifichi.
“Si tratta nel complesso di notizie molto, molto brutte per l’outlook dell’Europa. Si ripresenterà di nuovo quello scenario in cui si tenterà di fare in modo che la ripresa si trascini, sulla scia di nuovi stimoli sia della Bce che dei governi. Assisteremo a una minore espansione del settore privato, a una maggiore crescita del settore pubblico, e nel frattempo continueremo ad arrancare. Non stiamo risolvendo alcuni problemi chiave – come la disuguaglianza nei redditi, l’elevata disoccupazione e giovani sempre più privi di diritti – che sono tutti elementi che stanno alimentando il sostegno a favore dei partiti populisti in Europa. E, come abbiamo visto con il Regno Unito la scorsa settimana, quei rischi possono materializzarsi, dunque siamo in presenza di una calma molto precaria”.
Alla nota di HSBC si aggiunge una mappa che mette in evidenza quelli che sono i paesi dell’Eurozona che rischiano maggiormente l’instabilità politica.
A tal proposito, l’Italia viene considerata tra quei paesi in cui il dibattito sull’Unione europea e sull’euro è ben presente nell’arena politica. Ma anche tra questi paesi in cui è difficile che venga indetto un referendum in stile Brexit. Mentre aree particolarmente a rischio contagio sono Francia, Slovacchia, Olanda, Danimarca e Svezia, in cui i rispettivi partiti di estrema destra e anti – immigrazione stanno spingendo per i referendum.

http://www.wallstreetitalia.com/hsbc-brexit-la-vera-tempesta-non-e-ancora-arrivata/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+WallStreetItalia&utm_content=01-07-2016+hsbc-brexit-vera-tempesta-deve-ancora-arrivare+primo-piano 

Unicredit - Jean-Pierre Mustier non è sufficente, è il rapporto con Fabrizio Palenzona che ci da il polso della situazione, aumenti del capitale sono subbordinati a ciò

Unicredit: l’AD c’è ma titolo va a fondo. Cosa succede?

1 luglio 2016, di Laura Naka Antonelli
 
ROMA (WSI) – Unicredit non è più orfana di AD, dopo la notizia della nomina di Jean-Pierre Mustier a nuovo numero uno della banca. Ma le vendite attaccano ancora il titolo, che a Piazza Affari viene sospeso anche per eccesso di ribasso, per poi rientrare nelle contrattazioni e cedere oltre -5%.

Per Unicredit, la sessione era iniziata bene. Il titolo, in linea con il trend dei titoli delle altre banche italiane, aveva aperto positivo. Poi, il dietrofront, la sospensione al ribasso – che è stata comunque breve – , il calo superiore a -2,3% e l’accelerazione ribassista.

Nessun entusiasmo per il successore di Federico Ghizzoni, che sarà operativo a partire dal prossimo 12 luglio. D’altronde, non c’è tempo da perdere per le urgenze, che sarebbero – in base a diversi analisti – principalmente due: l’aumento di capitale e la vendita degli asset.
Una stessa fonte vicina alla banca e riportata da Reuters ha confermato che Mustier avrebbe intenzione di mettersi subito al lavoro e di creare un nuovo team di banchieri italiani che studino bene il caso Unicredit e valutino soprattutto le manovre necessarie per far salire il core capital ratio dall’attuale 10,5% al 12,5%.

Oltre all’operazione di aumento di capitale, ci sarebbe appunto la vendita di alcuni asset. Si fanno i nomi della banca online Fineco, della divisione polacca Pekao, del gestore degli asset Pioneer. La fonte afferma invece che non dovrebbe essere in vendita la banca tedesca HVB, così come Unicredit dovrebbe mantenere il possesso delle sue attività in Turchia.

In ogni caso, l’imperativo è muoversi presto, per salvare una banca che ha visto il proprio titolo capitolare di oltre -60% quest’anno, zavorrato dalle preoccupazioni dei mercati circa la redditività dell’istituto, il livello dei crediti deteriorati – che nel complesso sono la spina nel fianco di tutto il sistema bancario italiano e che ammontano a ben 360 miliardi di euro, un terzo di tutti quelli dell’Eurozona – e un bilancio che si conferma più debole rispetto a quello delle principali banche europee.

In uno stesso commento che è stato diramato da Unicredit, Mustier ha riferito che stilerà un nuovo piano strategico, per sostenere sia il capitale che gli utili di Unicredit.
Tutto ciò avviene mentre il governo Renzi sta lavorando a un piano per salvare le banche italiane: un piano che, secondo le indiscrezioni trapelate negli ultimi giorni, dovrebbe implicare un salvataggio – dunque un bail-out- di 40 miliardi di euro, e una sospensione delle regoli vigenti del bail-in. E un piano che per ora è stato accolto praticamente con un nein dalla Germania di Angela Merkel.
Certo, nelle ultime ore è arrivata la notizia relativa all’ok dell’Unione europea all’altro piano del governo italiano: quello di utilizzare garanzie governative per creare in via precauzionale un cuscinetto di liquidità a sostegno delle banche. Lo scudo ha una disponibilità che potrebbe arrivare fino a 150 miliardi. Ma basterà?

Il giudizio degli analisti sulla nomina di Mustier è cauto. Banca Akros, in particolare, ha affermato che in questo modo è stato rimosso un elemento di incertezza. Tuttavia ora rimane l’incertezza numero uno, legata all’operazione di aumento di capitale. “Resta da vedere se ci sarà o meno l’aumento di capitale, come i prezzi correnti di mercato stanno scontando”.
Parla anche Luca Comi, Head of Equity Research Icbpi:
“La scelta di Mustier si può considerare una buona soluzione di compromesso: stando a quanto circolava sulla stampa, i soci esteri chiedevano un profilo internazionale, quelli italiani (tranne Fondazione Cariverona) un manager locale, che conoscesse bene la banca, la sua rete commerciale e il contesto italiano. Mustier concilia le diverse aspettative egli azionisti”. Certo, le sfide “saranno complesse, considerando l’instabilità dello scenario esterno e la necessità di predisporre in tempi brevi un nuovo piano strategico, che dovrà affrontare anche il nodo cruciale del capitale”.
Gli analisti di Mediobanca Securities commentano inoltre la nomina di Mustier facendo riferimento a un punto di rottura.
“La successione non preparata a Ghizzoni e il lungo periodo per la nomina del nuovo ceo riflettono i punti di vista eterogenei all’interno del cda di Unicredit sul profilo del nuovo ad ed eventualmente sulla strategia del gruppo (…) è francese, non ha legami con gli azionisti storici, ha avuto una forte esperienza nella divisione CIB di Unicredit e ha un profilo internazionale, quindi rappresenta la discontinuità rispetto al team di gestione attuale ed è in grado di rappresentare tutti gli azionisti”.
Tale discontinuità rappresenta dunque un punto di “grande rottura” rispetto al passato. Tra l’altro, continua Mediobanca Securities, “Mustier ha già lavorato in Unicredit per oltre tre anni e quindi già conosce da dentro le dinamiche e i difetti della banca. Di conseguenza, avrà probabilmente bisogno di meno tempo per sistemarsi, disegnare la nuova strategia e per istituire un nuovo management per supportarlo nel gestire la complessità del gruppo”.
Mediobanca ribadisce:
Nessun altro candidato di cui si vociferava “poteva offrire tale discontinuità, riducendo al minimo i disagi, a nostro avviso”.

Porcellum bis è una porcata e il sistema elettorale è determinando per indicare chi deve vincere

Ainis: meglio ripensare l’Italicum, che frantuma le opposizioni

MontecitorioAttenzione, segnala Michele Ainis su Repubblica di oggi, l’Italicum rischia di dare all’Italia un sistema elettorale e istituzionale monopolare, cioè con un polo solo al comando e le opposizioni messe in un cantuccio anche se conquistano quasi gli stessi voti del partito di maggioranza. E si tratterebbe di due opposizioni dei tre poli che si contendono il potere oggi, due opposizioni che sommate sarebbero maggioranza. Se non vi contentate di questa mia libera interpretazione (forzatura?) del pensiero di Ainis, leggete il testo integrale su Repubblica, da cui traggo alcuni brani indicativi.
Per arrivare all’Italicum, Ainis parte dalla Brexit che impartisce una lezione: “L`Europa ha regole che l`allontanano dai popoli, sicché i popoli se ne allontanano. Come peraltro era già accaduto nel 2005,
quando un doppio referendum – in Francia e in Olanda – respinse una Costituzione europea vergata con la penna d`oca del burocrate. Perché le buone leggi, diceva Montesquieu, (…) dipendono dal carattere dei popoli, dalle loro tradizioni, dalla geografia del territorio che li ospita, perfino dal clima. Sono figlie d’un vissuto collettivo, devono perciò riflettere le continue evoluzioni della vita”.
Dalle regole europee che non piacciono a tutti gli europei, ecco le nuove regole dell’Italicum che non piaccio a tutti gli italiani. “Quali istituzioni – si chiede Ainis – stiamo progettando? E in che guisa s`adattano al nostro corpaccione? Dopo le ultime elezioni comunali, con il successo del Movimento
5 Stelle, abbiamo scoperto d`avere un corpo tutto nuovo. (…) I 5 stelle erano già il primo partito alle
politiche del 2013, benché il Pd in alleanza con Sel si fosse messo in tasca il premio di maggioranza
confezionato dal Porcellum. E al 2013 risale per l`appunto la nuova geografia politica italiana, sempre confermata nelle elezioni successive: tre grandi minoranze, armate l`una contro l`altra. Destra, sinistra, 5 Stelle, separate da pochi punti percentuali”.
Dunque, sottolinea Ainis, siamo in “un sistema tripolare, dove oltretutto ciascun polo inalbera concezioni opposte della democrazia. Monarchica (sia pure con un re in declino) la destra; presidenzialista la sinistra;
radicale quella dei grillini” (…). Dopo i 45 anni del proporzionale, tangentopoli e il maggioritario, adesso, scrive Ainis, “le asprezze del maggioritario diventano ancora più ruvide, più dure. La riforma costituzionale sottrae alle minoranze lo spazio di manovra del Senato. E l`Italicum consegna lo scettro del comando a un gigante contornato da una folla di nanetti. Perché frantuma le opposizioni, consentendo l`accesso in Parlamento a chiunque rastrelli il 3% dei consensi. Perché rende autosufficiente il vincitore, dato
che il premio di maggioranza va alla lista, non alla coalizione. E perché infine chi perde il ballottaggio non ottiene nessun premio di consolazione, col risultato che qualche voto in meno può costare la metà dei seggi. In breve, abbiamo inventato un maggioritario al cubo. In un`altra stagione, magari potrebbe funzionare. Qui e oggi, è meglio ripensarci, come chiede un fronte sempre più esteso di parlamentari,
anche all`interno del Pd”.

Torino&Firenze - dopo le amministrative gli inciuci tra le partecipate perdono slancio, il giglio magico massonico mafioso euroimbecille ci ripensa


Gestione delle partecipate del Comune

Noferi e Xekalos (M5S): “Banca Etruria, fusione Mukki, nuovo stadio e le strane coincidenze che li legano”

Immagine articolo - Il sito d'Italia
“La gestione delle partecipate del Comune lascia sempre più perplessi, per non dire peggio.
Dopo Publiacqua e le responsabilità tutte da accertare nel crollo di Lungarno Torrigiani, continua la saga sulla Centrale del Latte di Firenze che il Comune ha deciso di fondere con la Centrale del Latte di Torino dimenticandosi di considerare il valore del marchio MUKKI.
Operazione – commentano le consigliere del Movimento 5 Stelle Silvia Noferi e Arianna Xekalos – più volte contestata da noi del M5S fiorentino per diversi motivi, fra cui principalmente:
1) la mancanza di tutele per i lavoratori e allevatori data l’inesistenza di un piano industriale;
2) la mancanza attualizzazione del marchio Mukki considerato solo a costo storico;
3) dubbi sul calcolo del rapporto di concambio delle azioni;
4) gli incarichi del futuro cda dati ai precedenti amministratori che altrimenti si sarebbero ritrovati nullafacenti;
5) la svalutazione delle quote che sarebbe seguita all’emissione di 8 milioni di Euro di azioni prevista dall’accordo di fusione;
6) l’acquisto delle quote del Comune di Campiglia da parte di Parmalat come preludio alla scalata al futuro acquisto di azioni.
Ovviamente la Giunta e i consiglieri del PD ci sono saltati addosso dandoci di incompetenti e di visionarie complottiste, mentre i media tacevano noncuranti dei segnali di allarme che lanciavamo.
Il 27 giugno scorso improvvisamente si squarcia un velo e su diversi organi di informazione compaiono comunicati di segno opposto, asettici, senza una riga di commento e/o un barlume di collegamento fra il progetto di fusione così come magistralmente architettato dall’assessore Perra:
A) quotidiano La Nazione
B) Controradio
http://www.controradio.it/mukki-e-fondo-garanzia-affossano-conti-2015-fidi/
C) Sole 24 Ore
http://www.toscana24.ilsole24ore.com/art/oggi/2016-06-27/fidi-toscana-ro...
In sintesi, Fidi Toscana, socia della Centrale del Latte, che ha votato per il si alla fusione con Torino, improvvisamente si rende conto che l’operazione comporterà la svalutazione delle quote da lei possedute per ben 13,8 milioni di Euro, per cui adegua il suo bilancio portandolo in perdita.
Geni della finanza o geni della politica?
Dovrà fare la stessa cosa anche il Comune di Firenze? E come giustificherà ai cittadini questa perdita di valore della partecipata?
Ce ne sarebbe già abbastanza per far accendere i riflettori su questa vicenda da parte della Corte dei Conti e capire chi e perché ha voluto svendere la Centrale del Latte.
La vicinanza dello stabilimento Mukki alla Mercafir, dove guarda caso, grandi imprenditori hanno intravisto la possibilità di costruire un nuovo stadio con annessa cittadella dello sport è un particolare che diventa sempre meno insignificante.
Se non bastasse, ieri con la presentazione del libro di Davide Vecchi a Firenze “Matteo Renzi Il prezzo del potere” , abbiamo potuto consultare i documenti allegati fra cui il provvedimento con il quale Banca d’Italia riscontra gravi irregolarità da parte del cda di Banca Etruria e commina pesanti sanzioni non solo a Pier Luigi Boschi, padre del Ministro, ma anche ai componenti del cda in carica fino ai primi mesi del 2014.
Scorrendo fra i nomi degli ex-amministratori si legge anche il nome di Enrico Fazzini, partner dello Studio Fazzini che nel gennaio 2016 ha redatto per conto del consiglio di amministrazione di Mukki la relazione sull’operazione di fusione con Torino e sancito la congruità del rapporto di concambio così sfavorevole per la Centrale del Latte di Firenze.
Altra strana coincidenza che andrebbe evidenziata e spiegata, ma che mette in allarme circa l’opportunità di conferire tale incarico proprio allo Studio Fazzini.
Vedremo – concludono le consigliere del Movimento 5 Stelle Arianna Xekalos e Silvia Noferi – chi al di là delle generiche affermazioni sulla grandiosità del progetto di fusione saprà entrare nel merito e dipanare, al di là di ogni ragionevole dubbio, tutte le questioni che tornano adesso prepotentemente sul tavolo della politica”.

http://www.ilsitodifirenze.it/content/317-noferi-e-xekalos-m5s-%E2%80%9Cbanca-etruria-fusione-mukki-nuovo-stadio-e-le-strane-coincidenze-c 

giovedì 30 giugno 2016

Corrotto Pd - il Giglio Magico massonico mafioso seppelisce i risparmiatori italiani, il risparmio era una delle poche cose che il capitale finanziario straniero voleva e il governo gli lo serve su un piatto d'argento

Poste Italiane, tutti i dettagli sulla seconda tranche di privatizzazione

Poste Italiane, tutti i dettagli sulla seconda tranche di privatizzazione

Prendono il via i lavori per la cessione di una seconda tranche delle Poste Italiane, che il governo intende completare entro l’anno. Lo schema di decreto della presidenza del Consiglio dei ministri, che definisce i criteri e le modalità di vendita, è stato depositato ieri alla commissione Lavori Pubblici e Comunicazioni del Senato per riceverne il parere necessario.
Dopo la cessione del 35,3% del capitale dello scorso ottobre, che ha consentito al ministero dell’Economia di incassare 3.058 milioni, questa volta si replica con il collocamento di un altro 29,7% del capitale, unico pacchetto di azioni del gruppo rimasto in mano a Via XX Settembre.
Il mese scorso, infatti, il ministero dell’Economia, che dopo l’ipo di ottobre era rimasto azionista di Poste con il 64,7%, ha conferito un altro 35% a Cassa Depositi e Prestiti, tramite un’operazione di aumento di capitale riservato di Cdp, per un valore 2,93 miliardi. Iniezione che ha consentito di rafforzare il patrimonio di Cdp, impegnata nel sostegno all’economia italiana, con operazioni già programmante dell’ordine di 3 miliardi di euro, mentre per quanto riguarda la governance della quota di Poste conferita, che confluirà nella gestione separata di Cdp, è già stato chiarito che l’attività di indirizzo e di gestione continuerà a essere esercitata dal ministero dell’Economia.
Il nuovo decreto della presidenza del Consiglio dei ministri non prevede significative novità rispetto all’operazione già realizzata lo scorso ottobre. Anche questa volta è prevista la vendita mediante un’offerta rivolta al pubblico dei risparmiatori in Italia, inclusi i dipendenti del gruppo Poste e investitori istituzionali esteri e nazionali. Il comma 3 del decreto prevede, più in particolare, la possibilità di attivare forme di incentivazione per la partecipazione all’offerta all’offerta da parte di risparmiatori e dipendenti del gruppo, come quote di offerta riservate, ma anche agevolazioni di prezzo, come le bonus share utilizzate nell’operazione di ottobre.
Allora era stata prevista l’assegnazione di una azione gratis ogni 20 mantenute per almeno un anno, in pratica con un rendimento del 5% che sarà riconosciuto ad autunno. Nella prima operazione a prevalere erano stati però gli investitori istituzionali, che avevano sottoscritto il 72,7% dell’offerta, mentre al retail è andato il 27,3%.
Nel decreto, sempre con l’obiettivo di incentivare l’adesione all’offerta da parte du clienti e dipendenti, sono poi state previste «agevolazioni nelle modalità di finanziamento per l’acquisto di azioni della società», si legge nel documento, ma appare improbabile che questa leva sarà effettivamente utilizzata dalle Poste, visto che non era stata usata neppure nella prima edizione.
Resta però il nodo del valore di borsa del titolo. La volatilità dei mercati dei giorni scorsi, provocata dal voto britannico favorevole all’uscita dall’Unione Europea, ha portato le azioni di Poste Italiane a valori di circa 5,9 euro, decisamente meno dei 6,75 euro della ipo.

Pubblicato su Italia Oggi/ MF/Milano Finanza, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi