Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 16 luglio 2016

change nino galloni

Nino Galloni - Ci fanno credere che ci sia una crisi! (Alternativa per l... sono le piccole medie imprese che tengono su l'Italia a dispetto degli euroimbecilli

Nino Galloni: "Questo capitalismo ha bisogno di debitori insolventi, che... Galloni nel 2015 disse le banche prima andranno su e poi crolleranno, profezia puntualmente avverata

'Ndrangheta - sicuramente anche nel Consiglio di Stato, nel Consiglio Superiore della Magistratura ci sono uomini di questa organizzazione criminale

‘Ndrangheta, il comandante del Ros: “non è la politica che si mette a disposizione, tutto parte dalle cosche”

15 luglio 2016 16:21 | Ilaria Calabrò


“Per la prima volta noi diamo contezza che non è la politica che si mette a disposizione, qui siamo in presenza di un’altra cosa, la struttura che managerialmente direi istruisce gli uomini per infiltrare ai vari livelli il mondo istituzionale e lo fa al Comune di Reggio Calabria, alla Provincia, alla Regione Calabria, tenta di farlo al Parlamento nazionale e addirittura al Parlamento europeo. E’ una strategia programmatica che vuole condurre ad alterare l’equilibrio e il ruolo del concetto democratico degli organi costituzionali cercando di orientare le scelte verso linee di riferimento armoniche e positive per quanto riguarda i loro interessi“. Così il comandante del Ros, Giuseppe Governale, ha commentato l’operazione Mamma Santissima che ha portato a scoprire cinque componenti di una presunta cupola segreta con capacità di infiltrazioni nella politica e nelle istituzioni per agevolare interessi ‘ndranghetistici. Sono stati approfonditi 52 procedimenti e 540 mila intercettazioni telefoniche per arrivare a delineare il metodo utilizzato dagli arrestati, in particolare gli avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano, il senatore Antonio Caridi, l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra e il funzionario Francesco Chirico. Governale ha citato il discorso dell’allora Ministro Mario Scelba nel 1949 quando diceva “se passa una ragazza formosa un siciliano vi dirà che è mafiosa, se un ragazzo è precoce vi dirà che è mafioso. Si parla della mafia condita in tutte le salse ma, onorevoli colleghi, mi pare che si esageri”, e ricordato un’intervista al boss Luciano Leggio a Enzo Biagi un trentennio più tardi. “Sono passati tantissimi anni -ha ripreso il comandante del Ros- e il concetto della mafia e di cosa la mafia rappresenti per il nostro paese, e di cosa oggi rappresenti la ‘Ndrangheta, cioè una cozza capace di attentare all’ordine democratico e costituzionale della Repubblica, non è stato posto probabilmente al centro“.

Per approfondire http://www.strettoweb.com/2016/07/ndrangheta-il-comandante-del-ros-non-e-la-politica-che-si-mette-a-disposizione-tutto-parte-dalle-cosche/435808/#FgJ0tvaHCFclCvHI.99

'Ndrangheta - e la Massoneria impicciata come non mai, in giri mafiosi, occulti, per soldi&potere

‘Ndrangheta, gli inquirenti: “ha evoluto il proprio modello”
15 luglio 2016 13:05 | Ilaria Calabrò


Con una struttura direttiva occulta al vertice la ‘Ndrangheta “ha evoluto il proprio modello fondato non piu’ solo sull’utilizzo di soggetti che si mettono a disposizione, ma anche su soggetti di propria estrazione che meglio di tutti possono garantire gli interessi dell’organizzazione“. E’ quanto evidenziano gli inquirenti della Dda reggina. La struttura direttiva occulta che opera in sinergia con l’organo collegiale denominato provincia fornisce alla stessa indicazioni e scelte strategiche. I suoi componenti sono definiti “segreti” da alcune intercettazioni e infiltrano, sempre secondo l’accusa, gli ambiti di maggior rilievo in cui si articola la societa’.

Per approfondire http://www.strettoweb.com/2016/07/ndrangheta-gli-inquirenti-ha-evoluto-il-proprio-modello/435711/#YZV5T36W1uqx7SQD.99

Diego Fusaro: "Brexit. La Gran Bretagna contro l'Unione Europea"

Il Politicamente Corretto - 14 - Costanzo Preve

14. La genesi teorica del Politicamente Corretto sta in una delle ennesime prognosi errate cui ci ha abituato la tradizione del pensiero marxista, e più in generale di “sinistra”. Esso si basa sul presupposto che si dice in lingua inglese wishful thinking, e cioè pensiero che scambia i propri desideri per realtà storiche vincenti. Tutti cadiamo ovviamente in questo errore, ma soltanto il pensiero di sinistra ha elevato l’Illusione ad Arte e Scienza. Le diagnosi illusorie sono moltissime, ma qui ci limiteremo ad analizzarne soltanto due, di cui la seconda in particolare è quella che ci interessa maggiormente in questa sede. La prima illusione, intrattenuta purtroppo dal Grande Fondatore della Ditta, e cioè Karl Marx, sta in una diagnosi e prognosi del capitalismo basata sulla sciagurata previsione del suo crollo, dovuto ad un insieme di ragioni, che qui sintetizzo in tre, scusandomi per non poter avere ovviamente lo spazio per esporle in modo più decente. Primo, il carattere rivoluzionario anticapitalista della classe operaia, salariata e proletaria, vista come l’avanguardia politicamente organizzabile del lavoro collettivo cooperativo associato, dal direttore di fabbrica all’ultimo manovale, alleata con le potenze intellettuali sprigionate dalla grande produzione industriale, definita da Marx con l’espressione inglese General Intellect. Secondo, la considerazione delle crisi capitalistiche (variamente classificate) non come un fisiologico momento ciclico di ricostituzione delle condizioni di una nuova fase di accumulazione, ma come segnale di incrinamento irreversibile del sistema. Terzo, la presunta incapacità del capitalismo di sviluppare le forze produttive sociali, da cui stagnazione, ristagno e necessità del “cambio di manovratore” della locomotiva, dalla borghesia al proletariato ed ai suoi alleati. Per farla corta, tutti e tre queste previsioni sono completamente e totalmente errate. Questo non cambia di un grammo e di una virgola il giudizio negativo globale sul capitalismo, almeno a mio giudizio, il che fa sì che io continui a rivendicarmi allievo e seguace della “scuola di Marx” intesa in senso lato. Ma nello stesso tempo ogni minuto sprecato nel congedo da questo insieme di (spiegabili e perdonabili) errori è tutto tempo perduto per elaborare una strategia ed una tattica anticapitalistica di oggi. La seconda illusione, più grave della prima, permane persino in caso di totale abbandono della prima, in quanto è più radicata e quindi più pericolosa e dura a morire. Si tratta dell’ideologia del progresso, di origine illuministica integralmente e soltanto borghese, già da allora del tutto estranea alle classi subalterne, per cui l’avanti è sempre per principio migliore dell’indietro, e per cui il semplice scorrimento del tempo era sempre e comunque inteso come un progresso. Luxuria è sempre avanti a Ratzinger, per cui non può che avere ragione. Nonostante alcuni rarissimi pensatori critici (Benjamin, eccetera), la religione del progresso è rimasta, ed ancora rimane, l’unica religione popolare della sinistra europea, all’interno di un popolo rimbecillito dai media che non va più in chiesa ed è invitato ad odiare la cultura letteraria e filosofica degli “antichi”, che essendo antichi devono per forza anche essere “sorpassati”. Da questa penosa religione per deficienti si è sviluppata l’idea per cui il capitalismo può soltanto svilupparsi sulla base del paternalismo maschilista, razzista, omofobo ed antisemita. Rimosso questo bestione conservatore si sarebbe fatto un passo avanti anche verso una società più giusta ed egualitaria. L’esperienza degli ultimi quaranta anni (1968-2008), un periodo storico abbastanza lungo per permettere già un bilancio di fondo, dimostra esattamente il contrario. In quarant’anni il capitalismo ha liberalizzato il costume, ha contrastato razzismo, omofobia, maschilismo ed antisemitismo (trasferendo però il ruolo dell’antisemitismo all’islamofobia ed ergendo anzi il popolo ebraico a sacerdozio levitico della nuova religione olocaustica globale, “pezzo forte” del Politicamente Corretto), e nello stesso tempo ha creato una società oligarchica in cui le diseguaglianze sociali sono molto maggiori, provocatorie e schifose di quaranta anni fa. È terribile affidarsi ad un medico idiota che scambia l’artrite reumatoide per dolore ai calli.

http://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2016/01/Costanzo-Preve-Elementi-di-Politicamente-Corretto-.pdf

PTV news 14 luglio 2016 - CUBA: IL CONGRESSO SCONFESSA OBAMA

Webster Tarpley: "Strategia della tensione e cecchini"

Turchia - è farsa vera

Il caso. Rivedere Monicelli per capire le conseguenze del (fallito) golpe in Turchia
Pubblicato il 16 luglio 2016 da Giovanni Vasso


Non sarebbe tempo perso impiegare un paio d’ore di questo fine settimana alla visione di uno dei film più azzeccati di Mario Monicelli interpretato da (al solito straordinario) Ugo Tognazzi. “Vogliamo i colonnelli” è un film del 1973 che oggi si trova a essere estremamente citato, specie sui social, a causa del fallito golpe in Turchia.

È la storia dell’onorevole Beppe Tritoni, deputato dell’estrema destra magistralmente interpretato da Ugo Tognazzi, che allaccia relazioni, riunisce vecchi militari, cuce e scuce il progetto di rivoltare come un calzino l’Italia repubblicana. L’obiettivo è quello di affidare ai suoi camerati “le briglie al Paese, e dico briglie perché questo Paese ha bisogno della briglia, del morso e della frusta!”. Tutto il progetto, dall’inizio alla fine, si rivela una farsa irrimediabile. I militari coinvolti da Tritoni sono dei cialtroni, nella migliore delle ipotesi dei vecchi rimbambiti come il generalePariglia, proclamatore a ogni funerali dello stesso spento e zoppicante elogio funebre, a cui la cricca dei congiurati affida il compito di annunciare alla televisione l’avvenuto cambio di regime. Gli industriali che dovrebbero finanziare l’assalto al potere, grazie all’interessamento del clero arrabbiato rappresentato da un giovane sacerdote esperto d’arti marziali e culto della forza virile, rappresentano un mondo opportunista, approfittatore che si regge su luoghi comuni spiazzanti nella loro doppiezza ignorante, come l’invitata al ricevimento in casa di Ernerio Steiner: “Repubblica presidenziale? Sì, ma con il re”. Ah, alla fine Steiner sarà ministro del governo. Ma non certo di quello golpista, bensì di quello “restauratore”.

La lezione di Monicelli rimane così attuale perché, alla fine della sgangheratissima Operazione Volpe Nera, la democrazia, imbeccata da un fotografo fallito che passa la notizia dell’imminente attacco a un parlamentare comunista, reagisce “grazie” all’onorevole Di Masi, baffuto e solido che, con un colppo al cerchio e uno alla botte, aspetta l’evolversi degli eventi per piazzare il suo colpo. Sgominati i congiurati, liquidata l’opposizione che pure aveva denunciato gli imminenti eventi, istituisce un governo di estremo rigore che ripropone – in nome della riacquistata libertà dopo il golpe sventato – tutto il lato peggiore dell’autoritarismo.

Il regime (precedente) esce rafforzato da ogni attacco subito e legittimato a fare (quasi) tutto ciò che vuole, compreso mettere uno dei più accaniti palazzinari romani, che diventa “benemerito del litorale laziale” a capo di associazioni ambientaliste.

Pari pari a quanto succede, in queste ore, in Turchia. Erdogan, spodestato per una notte come Di Masi e compagnia, ha avuto la forza di sgominare i militari che volevano prendere il potere. E adesso, rimpicciolito com’era sul piano internazionale dagli incidenti tra Russia e Vicino Oriente, torna ad ottenere legittimazione che gli servirà per tirare di nuovo a lucido il suo di potere.

NoMuos - le istituzioni succube del volere degli Stati Uniti

Muos, Riesame rinvia decisione sul dissequestro
Chiesto di acquisire la relazione dei periti del Cga



SALVO CATALANO 14 LUGLIO 2016

CRONACA – Per sapere se le parabole della base Usa di Niscemi resteranno o meno sotto sequestro bisognerà aspettare il 21 luglio. Il giudice ha richiesto di inserire nel fascicolo il documento redatto dai verificatori a gennaio

Tappa interlocutoria per il futuro del Muos di Niscemi. Oggi il tribunale del Riesame di Catania era chiamato ad esprimersi sul sequestro delle parabole della base statunitense. Il giudice non si è, tuttavia, ancora espresso, rinviando la decisione al 21 luglio. Nel frattempo ha chiesto l'acquisizione di un documento: la relazione del collegio dei periti nominati dal Consiglio di giustizia amministrativa, chiamati a valutare il rischio legato alle emissioni elettromagnetiche. 

In aula oggi erano presenti il procuratore capo di Caltagirone, Giuseppe Verzera, cioè colui che ha chiesto e ottenuto di apporre i sigilli al Muos, ormai sotto sequestro dall'aprile del 2015; e l'Avvocatura dello Stato in rappresentanza del ministero della Difesa. Era stata proprio l'Avvocatura a impugnare il decreto del tribunale di Caltagirone che aveva rigettato l'istanza di dissequestro. 

Oggi la richiesta del Tribunale del Riesame è arrivata in parte inaspettata e lascia aperti molteplici scenari. Il Riesame, in particolare, ha chiesto di acquisire la prima relazione del collegio dei verificatori, prodotta a gennaio. Poco dopo il Cga ordinò ai periti una nuova verifica, ma accendendo per la prima volta le parabole del Muos. I tecnici conclusero che le emissioni non superano i limiti disposti dalla normativa italiana.

Siria&Parigi&Bruxelles&Nizza - la paura deve essere inoculata in quel corpaccione euroimbecille

TERRORISMO. PERCHÉ LA FRANCIA?

(di Giampiero Venturi)
15/07/16 
La rapida sequenza di morte che ha colpito la Francia nell’ultimo biennio lascia di sasso. Perché tanta rabbia e perché concentrata nello stesso Paese?
La prima parte del quesito è legata ai tanti motivi che hanno spinto radicalismi isolati, sempre esistiti nella galassia islamica, ad assumere un ruolo rilevante nella condotta del proselitismo religioso e culturale antioccidentale. Senza addentrarci nel tema, occorrerebbe forse riflettere sull’effetto detonante che l’ignavia ipocrita dell’Occidente comporta sul potenziale stragista del terrorismo.
Ammettiamolo: esiste un germe autolesionista nella nostra società e non di rado appare legato a ideologie impolverate dalla Storia ma pronte a riemergere facendo dello “straniero” il nuovo strumento di lotta. Per dirla facile, portiamo con noi un “in fondo ce lo siamo meritato” prodotto da decenni di sensi di colpa di cui non conosciamo nemmeno più l’origine. Se questa non è la causa del terrorismo è sicuramente uno dei motivi per cui non viene sconfitto.
Tornando alla seconda parte della domanda: perché tanto odio e tutto in Francia? Le ragioni sono essenzialmente tre. La Francia è il Paese che più di ogni altro testimonia il fallimento della società multiculturale. La fine dell’Impero con il ripiegamento dall’Indocina e dall’Algeria negli anni ’60 ha lasciato solo un’eredità scomoda: milioni di cittadini che di francese hanno solo il domicilio e che nel nome del politicamente corretto fingiamo di non considerare alienati. Sulle cause della non integrazione potremmo discutere anni. Un fatto però rimane oggettivo: tutti i Paesi a sfondo sociale multietnico sono dilaniati dalla violenza. La Francia per numeri e dimensione paga il conto più salato.
Altro fattore strettamente legato al “pourquoi la France” è la collocazione geoculturale del Paese. Parigi paga in un solo colpo l’essere il cuore di un continente che ha deciso di svilire il senso della “cittadinanza”, l’appartenere cioè ad una civitas dove oltre ai diritti vigono regole e doveri. Che sia proprio la patria dei citoyens a pagare il fio, è una beffa della Storia; è indiscutibile tuttavia che parlare di sicurezza in un’area geografica dove chiunque può entrare ed uscire senza controllo lascia il tempo che trova. La Francia è la sintesi del suicidio della società europea dove la salvaguardia della proprio futuro è un passo indietro al fantasmagorico rispetto dell’altro.
Terzo fattore è probabilmente il peso politico di Parigi. La Francia è un Paese declassato rispetto ad un secolo fa, ma comunque ancora molto presente nei teatri in cui un tempo era padrona. Soprattutto nelle aree interessate dalla recrudescenza islamista antioccidentale, “il francese” è ancora il simbolo del colonialismo che il proselitismo demagogico nelle periferie del mondo vuole responsabile di ogni cosa passata, presente, e futura. In altre parole, la Francia viene colpita perché è ancora un simbolo e perché pur nelle sue sozzerie geopolitiche assume ancora un ruolo chiaro e distinto: che sia in Medio Oriente, nel Sahel e nell’Africa Equatoriale, Parigi tutela i suoi interessi senza mezzi termini. Questo ovviamente comporta la moltiplicazione dei nemici.
Con una frase potremmo quindi dire: “la Francia è colpita, perché la Francia è in guerra”. Al contrario lo stesso non si può dire per altri Paesi, Italia su tutti. Se il Belpaese finora si è salvato dal terrore, non è certo dovuto allo zelo delle istituzioni e al controllo del territorio. Più facile pensare che la nostra migliore difesa sia lo scarso peso internazionale e che le evidenti collusioni fra politica e mafie facciano buon gioco per tutti: criminalità, politica e jihadTutti hanno interesse affinché questo Paese rimanga un colabrodo, terroristi compresi.
Con una lacrima rivolta al lungomare di Nizza, sarà forse proprio la nostra pochezza a salvarci la vita.
(immagine: carovana francese attaccata da ribelli marocchini in un’illustrazione del “Petit Journal” del 1903)

Infrastrutture digitali - la Telecom, azienda strategica, deve essere italiana

Recchi: "Piano Telecom funziona, parleranno i conti"

di F.MeIl presidente: "Il turnaround dell'azienda marcia a pieno ritmo. Saremo leader tecnologici". Su Metroweb: "Non averla acquisita non cambia lo scenario"


"Il mercato ha i suoi meccanismi. Chiedeva il cambio di passo, che abbiamo realizzato con l'arrivo del nuovo amministratore delegato, Flavio Cattaneo. In soli dieci giorni. Il turnaround dell'azienda marcia a pieno ritmo. Stiamo lavorando su molti fronti. La discontinuità è un fatto e i dati del 26 luglio parleranno". E' quanto afferma il presidente di Telecom, Giuseppe Recchi, in una intervista al Corriere della Sera nella quale sottolinea che "quando si parla di Telecom bisognerebbe distinguere la fiction finanziaria dalle cose che facciamo. Che sono molto più interessanti".

"Una cosa è parlare della rete, una cosa è gestirla, come facciamo noi. Sembra una cosa facile, ma non lo è. Sa cosa vuol dire effettuare 60 milioni di interventi l'anno sulla rete? Anche questo è Telecom. Delle volte ho la sensazione che manchi questa percezione".

Sulla debolezza del titolo in Borsa, Recchi rileva che "Telecom è una blue chip e risente dell'effetto Paese, ma l'importante è restare disciplinati sui fondamentali, i risultati e il lavoro che stiamo portando avanti. Vogliamo restare il punto di riferimento tecnologico dell'Italia. La porta d'accesso degli italiani alla vita digitale. E lo stiamo facendo su tutti i fronti. Il lavoro con Cattaneo va avanti molto bene".
"Qualcuno ogni tanto lo dimentica, ma siamo il primo investitore del Paese con un piano di 12 miliardi in tre anni – dice il presidente - Quattro miliardi all'anno di fondi propri. Dentro c'è il futuro, la connessione veloce, lo sviluppo delle città. In questi giorni sto avviando una serie di incontri con i sindaci, con cui condividere come far crescere insieme le loro città".

Recchi inoltre sottolinea di non essere preoccupato per la concorrenza di Metroweb e per l'annunciato ingresso dei francesi di Free sul mercato italiano. "Tim ha 11,5 milioni di chilometri di fibra e ne posiamo 305 chilometri ogni ora, 7 giorni su 7. Metroweb ha circa 100 dipendenti ed è presente a Milano. Noi siamo 66 mila. Solo adesso si sta espandendo in città come Torino, Roma e Genova. Non averla acquisita non cambia lo scenario".
Sula presunta posizione dominante di cui è “accusata” Telecom, Recchi non ha dubbi. "Il nostro è da tempo un mercato regolato e la situazione attuale è frutto di scelte strategiche fatte dalla politica in passato - dice ancora il presidente di Telecom - come la decisione di non portare in Italia la tv via cavo per la quale venne interrotto nel 1998 un investimento di 12000 miliardi di lire. Oggi noi stiamo lavorando per rendere il Paese e le aziende sempre più competitive. Entro il 2018 copriremo l'84%. E stiamo sperimentando i mille mega in cinque città. Enel non ha ancora iniziato, quando verrà ne parleremo...".
"Noi vogliamo essere protagonisti del cambiamento del Paese. Abbiamo questa ambizione - prosegue -. E' nella nostra natura e
lavoriamo ogni giorno con questo obiettivo. Certo, veniamo da un periodo complicato. Ma adesso la situazione è stabile. In fondo le aziende sono come i Paesi, funzionano meglio se sono stabili".

Su Niel, il presidente Telecom indica che "se guardiamo al mercato mobile, siamo tra i Paesi più avanzati d'Europa con un tasso di copertura che arriverà al 98% nel 2018. In Francia, il Paese nel quale opera Iliad, sono ben al di sotto dell'80%. E ci stiamo preparando per il 5G, che servirà ai semafori intelligenti, all'auto che si guida da sola, all'internet delle cose. Il telefonino diventerà la porta d'accesso per tutto. Anche di cose che ora non immaginiamo neppure. Telecom non è il problema, ma la soluzione della sfida tecnologica che abbiamo davanti".
 15 Luglio 2016

Infrastrutture digitali - l'Enel dorme come il suo pigmalione il governo del giglio magico

Fibra ottica: Enel parla, Telecom agisce

    Fibra ottica: Enel parla, Telecom agisce
 
Mentre Enel in questo periodo ha un gran da fare tra contatori 2.0 e fibra ottica, gli operai di Telecom stanno mappando, per far passare la fibra, tutti i loro pali nelle strade di Provincia attraverso la geolocalizzazione.
 
Enel parla, Telecom agisce posando la fibra e noi non intendiamo destinare un solo centesimo, attraverso le tariffe degli italiani, ai piani industriali di Enel. Ci opporremo strenuamente, per di più abbiamo inoltrato richiesta al Collegio dell’Autorità per l’energia, affinchè riapra il Protocollo sui contatori. Noi vogliamo poter disporre di tecnologie avanzate che loro non sono in grado di fornire.

Dato che sono i cittadini a pagare, chiediamo che gli sia offerto il meglio in termini di tecnologie, ma senza strafare. Infatti ci chiediamo se è stata fatta una preventiva analisi della domanda, perché non vorremmo che sia superflua una connessione superveloce e una banda ultralarga.
 
Ovvero sono necessarie ed essenziali al fine di consentire una connessione efficiente oppure si potrebbe spendere meno perché al consumatore occorre minor connessione nella sua abitazione. Se deve essere speso del denaro pubblico per poter giocare alla playstation senza interruzioni, pensiamo che non abbia alcun senso. Perché arrivare all’FTTH? Noi consumatori vogliamo che a casa ci arrivi l’internet che ci serve.

Vorremmo evitare il rischio di ritrovarci con delle cattedrali nel deserto 2.0 che non si riuscirà a completare perché finiranno prima le risorse, soprattutto a causa dell’assenza di un progetto tecnico da parte di Enel che sia contestualizzato in un’analisi economica e finanziaria complessiva e di lungo periodo.
 
Ci risulta che in Germania il costo per la copertura universale sia arrivato a 70 miliardi di euro ed infatti vi hanno rinunciato. Il quesito vien da sè: perché utilizzare soldi dei contribuenti per un progetto che non esiste, di cui manca una visione olistica ed un piano industriale.

Qual è il vantaggio per i consumatori italiani se Enel utilizza la rete elettrica e si fa dare i soldi dal Governo per fare questa operazione? Una volta partita, il Regolatore non potrà più fare niente se non riconoscere i costi di Enel in bolletta, oltre a ciò, l’errore che verrà commesso sulla redditività di quest’operazione la pagheremo noi consumatori.

Si sostiene che nei cluster C e D (aree bianche a fallimento di mercato) se non intervenisse il Governo mettendo sul piatto 2,2 miliardi del Fondo Sviluppo e Coesione più 1,6 miliardi provenienti dai Fondi Europei gestiti dalle Regioni, nessuno si farebbe carico di portare le risorse di connettività a banda larga dove gli imprenditori privati difficilmente sarebbero interessati ad investire.

Ebbene noi abbiamo la prova provata che nei cluster C e D già esistono piccoli e piccolissimi operatori che forniscono la banda ultralarga a casa del cittadino attraverso il wifi. Si rivolgono ad un service provider, pagano ciò che devono a quest’ultimo e poi attraverso modelli di diffusione diversificata arrivano a casa dei cittadini.
 
Non giova a nessuno che si dica che non si può investire nei cluster C e D, se dessimo voce e spazio a questi piccoli operatori che vivono in quei territori, sapremmo come sanno loro, che tipo di mercato si può fare e quale fornitura sia più adatta in queste aree.

Queste piccole realtà locali, in Italia 1500 (piccoli operatori WISP Wifi/Wireless Internet Service Provider che offrono connettività ad internet realizzando l'ultimo miglio con tecnologie che sfruttano la trasmissione via radio dei dati, denominate anche Broadband Wireless Access), che nessuno ha interesse a tutelare, non possono nemmeno partecipare alle gare di Infratel, perché molto probabilmente si troverebbero davanti a dei costi che non sono in grado di sostenere, e così spariranno dal mercato.

Infrastrutture digitali - Lte - 5G - dobbiamo puntare sulla qualità, capacità e velocità adeguate per le esigenze future e tener conto del'esplosione del Wi-Fi

La guerra sulle frequenze

Il Direttore relazioni istituzionali della società del gruppo Mediaset in un'intervista a 

Mezzetti (E.I.): "Banda 700 Mhz, chi dice che serva alle Tlc?"

CorCom interviene a 360 gradi nel dibattito sulle frequenze in vista delle grandi manovre per lo sviluppo della banda ultralarga mobile: "Sopravvalutato il potenziale di questa porzione di spettro a supporto del 5G: scelta dell'Europa dettata dal risparmio e non dalla qualità". Il ruolo della Tv tradizionale, digitale terrestre VS satellite, standard di trasmissione, la richiesta di variazione dei diritti d'uso delle frequenze

di Andrea Frollà

Liberazione della banda 700 Mhz, politica europea, scontro fra piattaforme di trasmissione. Nella guerra sotterranea che si sta consumando in Italia in vista delle grandi manovre volute dall'Europa per spingere sul 5G interviene una voce fuori dal coro: chi dice che le 700 Mhz servano davvero alle reti Lte? E' la voce di Marco Mezzetti, direttore delle Relazioni istituzionali di Elettronica Industriale, la società del gruppo Mediaset, secondo cui la decisione della Commissione Ue (assegnare entro il 2020-2022 quelle frequenze alle Tlc mobili) è quanto meno "prematura". Ecco perché.
Lei porta avanti una posizione in controtendenza sulla banda 700 Mhz: cosa la spinge a ritenerla non indispensabile per il mobile Lte?
Il Vicepresidente della Commissione Europea Andrus Ansip, il 14 luglio scorso, davanti alle Commissioni riunite Trasporti, Attività produttive e Politiche dell’Unione europea di Camera e Senato, ha dichiarato che: “la questione del passaggio dei 700 Mhz dalla Tv digitale al wireless è molto complicata e so che sta molto a cuore all’Italia”. Si tratta però, ha aggiunto, di una questione “estremamente importante, da cui dipende il 5G e l’Internet delle Cose” e a cui “è legata la competitività dell’Unione europea e dell’intero scenario globale”. In Corea, ha ricordato Ansip, useranno il 5G già durante le Olimpiadi nel 2018.
E’ certamente vero che la Corea del Sud è il Paese da prendere come riferimento essendo il Paese capofila nel mondo per il 4G con il 99% di copertura, oltre l’80% di abbonati e ricavi da 4G pari al 90% del totale dei ricavi da mobile. E’ altresì vero che la stessa Corea del Sud è capofila anche per il 5G per il quale inizierà la  commercializzazione già a partire dal 2020 con un anticipo nel 2018 in occasione dei Giochi olimpici invernali che si terranno in Corea. La banda 700 Mhz, tuttavia, non ha influito su questi risultati: in Corea del Sud non solo non è ancora utilizzata dalle telco, ma l’asta che si è tenuta nel maggio scorso per la 700 Mhz è andata addirittura deserta. La sua base d’asta non era nemmeno così alta da spaventare i contendenti: tanto per dare l’idea, il prezzo era il 28% di quanto fu pagato dagli operatori italiani per la banda 800 Mhz, tecnicamente molto simile alla 700 Mhz. La banda 1800 Mhz è stata invece aggiudicata ad un prezzo poco più alto mentre la 2100 Mhz è stata aggiudicata allo stesso prezzo chiesto per la 700 Mhz. Quindi gli operatori hanno deliberatamente scelto di puntare su bande più alte non ritenendo indispensabile o addirittura utile la banda 700 per effettuare un buon servizio, certamente perché essa non consente capacità e velocità adeguate alle esigenze future. 
Le bande basse non escludono però necessariamente quelle alte. Non andrebbero considerate complementari per qualità ed efficienza delle reti?
La scelta fatta dall’Europa di puntare su bande di frequenza basse come la 700 è dovuta unicamente al fatto che essa comporta costi inferiori per il dispiegamento delle reti, in quanto le frequenze più basse necessitano di meno siti per coprire il territorio. Queste bande saranno per lo più utilizzate nelle aree con minor concentrazione di abitanti ciò tuttavia comporterà di mantenere il “digital divide” in quanto gli abitanti al di fuori delle aree urbane disporranno di reti meno veloci.  Quindi la scelta della banda 700 è una scelta di risparmio, non di qualità. È pur vero che le bande basse consentono di penetrare meglio all’interno degli edifici, ma questa è una caratteristica quasi inutile perché generalmente indoor si utilizza una rete fissa attraverso il wi-fi. La scelta della banda 700 è quindi una scelta di politica economica che impedirà di avere reti qualitativamente paragonabili a quelle della Corea del Sud.
Se torniamo inoltre ad esaminare la strategia della Corea, spesso presa ad esempio dai politici UE e recentemente dal Vicepresidente Ainsip, troviamo un altro indizio del fatto che la banda 700 non sia indispensabile per le reti LTE infatti il primo Paese al mondo nello sviluppo dell’LTE, ha destinato a questa tecnologia solo i 40 MHz non aggiudicati nella recente asta, avendo riservato, nella stessa banda, 30 MHz al broadcast per trasmissioni in 4K. 
In merito poi all’urgenza per le telco di disporre della banda 700, che sarebbe determinata dalla incontenibile espansione del traffico dati, fatto salvo che il traffico è certamente in forte espansione, va considerato che le previsioni fatte da CISCO nel 2011, per gli anni futuri, sono state largamente disattese infatti sono risultate sovrastimate rispettivamente del 67% e dell’87% rispetto ai dati reali registrati nel 2014 e nel 2015. La questione quindi è: quanta banda sotto il GHz serve alle Telco tenuto conto che dispongono già delle bande 800 e 900?
Un fattore che può aver generato un minor traffico dati attraverso il mobile, rispetto alle aspettative, è probabilmente l’espansione delle reti wi-fi sia indoor che outdoor. New York sta realizzando una rete gratuita, con 10mila access point, in grado di consentire velocità di 1 Gbit/s fino a 250 utenti collegati contemporaneamente al singolo access point. Ciò significa 2 milioni e mezzo di persone collegate ad una rete gratuita ad altissima velocità. Berlino e Parigi stanno portando avanti progetti simili. Google sta pensando di coprire tutto il mondo con droni alimentati ad energia solare. Tutte queste iniziative avranno ulteriori effetti da valutare, ma è probabile che sottrarranno al mobile ulteriori quote di traffico dati in favore del WiFi che, secondo gli analisti nel 2020 assorbirà il 90% di tale traffico lasciandone al mobile meno del 10%.  Per questi motivi credo che la decisione sul trasferimento della banda 700 dal Broadcast alla Banda Larga Mobile sia stata prematura in considerazione del fatto che l’operazione è irreversibile  e mette a rischio una intera piattaforma, ossia quella televisiva.
Il passaggio al Dvb-T2 non basterà per sopperire alla perdita di banda?
Il Dvb-T2 consentirà di trasmettere gli stessi contenuti utilizzando meno banda, tuttavia questo vantaggio verrà assorbito dalla necessità di trasmettere in HD tutti i programmi che oggi sono trasmessi in SD affinchè la piattaforma terrestre possa essere competitiva con le altre piattaforme.
Oggi ognuno dei 20 multiplex nazionali può trasmettere 6/7 programmi in SD o 3/4 in HD, quindi complessivamente 120/140 SD (Standard definition, quella utilizzata da quasi tutti i canali in chiaro, ndr) o 60/80 HD (high definition, l’alta definizione utilizzata per alcuni canali da operatori come Rai e Mediaset). Il guadagno per i broadcaster, da tecnologie come il Dvb-T2 unitamente a codifiche come l’Hevc, è la possibilità di trasformare una trasmissione da SD ad HD mantenendo la stessa quantità di banda utilizzata. Cioè trasformare un SD in un HD secondo un rapporto 1:1.
Ciò significa che se il broadcast mantenesse lo stesso numero di canali potrebbe trasmettere fino a 120 programmi in HD, migrando verso l’alta definizione tutte quelle trasmissioni che oggi viaggiano in definizione standard. Ma se invece, come accadrà, si ridurranno i canali e quindi i multiplex a disposizione da 20 a 14 non ci sarà spazio sufficiente per migrare tutte le trasmissioni verso l’HD perchè se ne potranno trasmettere solo 84 e non 120.
Non si potrebbero utilizzare in modo più efficiente i multiplex per avere più spazio?
Non con le attuali tecnologie infatti tutti i multiplex sono utilizzati in modo intensivo.
Gli 84 canali HD che potrete trasmettere domani sono comunque più dei 60 che potete trasmettere oggi…
Oggi le emittenti nazionali offrono almeno 120/140 programmi sia pure in SD. È vero che in DVB-T2 si potranno trasmettere più canali HD di quanto si potrebbe fare oggi, ma comunque meno di quanti se ne trasmettono effettivamente in SD. Quindi o si rinuncia ad 1/3 dei programmi o si rinuncia alla qualità. La piattaforma Digitale Terrestre, tuttavia, verrà messa a serio rischio se non le si concederanno risorse frequenziali sufficienti a competere con le altre piattaforme sul piano della qualità.
Se la piattaforma digitale terrestre cesserà di esistere, inoltre, difficilmente il suo posto potrà essere preso dal mobile anche considerando l’LTE Broadcast o eMBMS (evolved Multimedia Broadcast Multicast Service), ad oggi di là da venire,  che è comunque meno efficiente del broadcast per trasmettere la TV lineare. Restando all’attualità per vedere attraverso il mobile, la finale di Champions, trasmessa recentemente da Mediaset Premium in Ultra HD sarebbero occorsi 20GB. Ben più cioè della disponibilità mensile offerta attualmente dagli operatori di telefonia mobile per un abbonamento tipo. Ma non si può nemmeno pensare ad un futuro della TV esclusivamente sul satellite, che sconta un problema di sicurezza: il segnale può soffrire interferenze o addirittura essere distrutto in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo, all’interno della sua area di servizio. Si contano ormai decine di “incidenti” di questo tipo che hanno visto protagonisti attivi Iran, Siria, Indonesia, Libia, Turchia, Egitto e Cina che hanno cancellato le voci indesiderate.
Non esistono oggi sistemi di difesa contro queste minacce?
Non  c’è difesa. Se viene inviato un segnale interferente sulla stessa frequenza in uplink del segnale utile, da una parabola situata in un Paese Terzo è difficile individuare la sorgente dell’interferenza ed intervenire in loco soprattutto se si trova in un Paese ostile. Le sorgenti dell’interferenza possono anche essere multiple: in passato l’Egitto ha interferito Al Jazeera con segnali provenienti da quattro ubicazioni diverse.  La possibilità di subire interferenze riguarda anche la trasmissione via  web, gli hacker sono sempre più evoluti e i loro attacchi difficili da prevenire.
Il digitale terrestre è immune da questi rischi?
Anche la rete terrestre può essere attaccata, ma solo dall’interno ossia dalla regia dove si genera il segnale. Una situazione relativamente più facile da contrastare in quanto consente al Paese attaccato di sapere immediatamente dove avviene l’attacco e di intervenire sul proprio territorio. E’ anche possibile che venga interferito uno delle migliaia di trasmettitori che compongono un multiplex, come accaduto tempo fa in Veneto quando un gruppo di separatisti riuscì ad interferire un trasmettitore della rete Rai. Essi però dovettero agire sul territorio italiano, e furono individuati e neutralizzati in un paio di giorni, dopo che avevano  provocato un danno limitato ad una sola provincia per un’ora al giorno.
La rete terrestre perciò è importante per il sistema Paese che, soprattutto in caso di disastri o di conflitti, ha la necessità di disporre di una rete di comunicazione sicura.  Se anche si migrasse sul satellite mantenendo un multiplex terrestre (per esempio RAI), da utilizzare nel caso di emergenze, non si raggiungerebbe l’obbiettivo perché gli utenti, nel tempo, toglierebbero dai tetti le antenne atte a ricevere quel multiplex, in quanto non giustificate dall’esiguità dell’offerta ricevibile che non sarebbe nemmeno in esclusiva.
La banda 700 Mhz viene generalmente considerata utile non solo per la connettività Lte, ma anche per il futuro 5G. Nemmeno questa visione la convince?
Non credo che la banda 700 servirà per il 5G che nasce per gestire grandi capacità a grandi velocità, quindi necessita di un grande numero di celle e ciò non è compatibile con le frequenze basse. Le sperimentazioni, infatti, ad oggi sono state avviate sulle frequenze dagli 11 agli 86 Ghz. Inoltre le bande allo studio dell’ITU per essere candidate per il 5G nel 2019 alla WRC (World Radiocommunications Conference, la conferenza internazionale organizzata dall’Unione internazionale delle telecomunicazioni che regola l’uso internazionale dello spettro) vanno da 24,5 GHz a 86 GHz. Dunque è su queste frequenze che si sta indirizzando il 5G.
La sua è una voce fuori dal coro…
Io mi baso sui dati che ho riportato quali l’esperienza della Corea, la sovrastima negli anni passati dei dati di traffico mobile, l’indicazione da parte dell’ITU di frequenze alte per il 5G. Non nego che le 700 Mhz possano servire, ma se fosse così necessario per le telco disporre a breve per l’LTE di altre frequenze sotto il GHz, oltre la banda 800 già nella loro disponibilità, si sarebbero mosse per drenare quella parte di banda a 900 riservata al 2G e sotto utilizzata.
Perché avete chiesto il cambio della destinazione d’uso sfruttando il principio di tech neutrality sancito da Bruxelles?
Abbiamo chiesto, entro i termini di legge tassativamente previsti dal codice delle comunicazioni elettroniche, l’applicazione del principio di neutralità tecnologica per rimuovere le limitazioni attualmente previste  nei nostri diritti d’ uso.
Così facendo potreste iniziare a fare anche voi Lte. Oppure più verosimilmente vendere banda alle telco. Fantamercato?
Al di là di eventuali scelte politiche sulla questione si tratta comunque di un’ipotesi da approfondire tecnicamente perché potrebbero esserci problemi di compatibilità a causa della diversa canalizzazione di Broadcast e LTE.
15 Luglio 2016
http://www.corrierecomunicazioni.it/tlc/42578_mezzetti-ei-banda-700-mhz-chi-dice-che-serva-alle-tlc.htm

Siria&Parigi&Bruxelles&Nizza - la Strategia della Paura avanza e già qualche intellettualoide francese ha introdotto la limitazione delle libertà x combattere il terrorismo

Nizza, Cardini: “Francesi faranno ritorsioni inconsulte e cretine. Verso una spirale di disordine e di violenza"
15 luglio 2016 ore 15:33, Lucia Bigozzi
“I francesi reagiranno chiedendo più durezza, in qualche caso anche facendo ritorsioni inconsulte e cretine, come chiedere di chiudere le moschee, prendendosela coi migranti. I musulmani che in qualche caso sono ignoranti, disinformati, reagiranno (ribadendo il forte sospetto che abbiano ragione i predicatori fondamentalisti quando dicono che gli occidentali ce l’hanno con loro. Quindi, ci avvieremo sempre più verso una spirale di disordine e di violenza”. La "profezia" di Franco Cardini, storico, ha risvolto inquietanti, ma deriva da una conoscenza approfondita della Francia e dell’Islam. ConIntelligonews spiega cosa serve e non risparmia stoccate a Hollande e Renzi. 

Guardando al dopo-Nizza, secondo lei che conosce bene la realtà francese e quella dell’Islam, come devono reagire i francesi e come devono reagire i musulmani?

"Come reagiranno i francesi non lo so e penso che in alcuni casi reagiranno chiedendo più durezza, in qualche caso anche facendo ritorsioni inconsulte, prendendosela con dei disgraziati che non c’entrano niente, chiedendo cose cretine del tipo di chiudere le moschee, prendendosela coi migranti; insomma facendo ciò che non dovrebbero fare. I musulmani che nella maggiorparte dei casi sono ignoranti, disinformati, reagiranno ribadendo il forte sospetto che abbiano ragione i predicatori fondamentalisti quando dicono che gli occidentali ce l’hanno con loro. Quindi, ci avvieremo sempre più verso una spirale di disordine e di violenza". 

E invece, come dovrebbero reagire gli uni e gli altri?

"Esattamente al contrario. Chiedere più informazione, più lavoro di intelligence corretto ai loro governi e nello stesso tempo, intensificando tutte le occasioni di dialogo, incontro, di maggiore conoscenza reciproca. Se si pensa che questi attentati hanno in qualche modo una radice concettuale nell’estremismo islamista, bisogna tagliare l’erba sotto i piedi all’estremismo islamista. Come? Dal un lato, cercando di distruggere le cellule terroristiche ed è un lavoro di infiltrazione e di intelligence, dall’altro tagliare ai fondamentalisti i mezzi di rifornimento: i fondamentalisti sono sostenuti da centri che hanno rapporti anche stretti con Paesi principali alleati dell’Occidente. Sappiamo che il principale importatore mondiale di armi è l’Arabia Saudita. Questo lo sanno i politici, i governi, le banche; non mi sembra che agiscano granchè, evidentemente perché si ha interesse ad alzare il tono della pressione. Cosa possono fare i disgraziati come noi? Dando prova concreta che noi siamo esattamente come i musulmani perbene e non abbiamo alcun interesse a fare la guerra. In altri termini bisognerebbe conoscerci di più e meglio". 

Nizza, Cardini: “Francesi faranno ritorsioni inconsulte e cretine. Verso una spirale di disordine e di violenza'
Come legge il tweet di Hollande secondo cui “noi siamo più forti dei fondamentalisti”, rilanciato dal premier Renzi? 

"Il presidente Hollande dice stupidaggini, questo mi pare confortato dagli anni del suo mandato all’Eliseo…".

E Renzi che rilancia il tweet di Hollande cosa è? 

"Renzi che rilancia queste cose su Twitter è uno che spesso si comporta con superficialità. Cosa vuol dire che ‘noi siamo più forti dei fondamentalisti’? Che abbiamo più soldi di loro? Di loro chi? Dei musulmani che costituiscono la massa di manovra a loro volta ingannata e strumentalizzata dai terroristi? Certo che siamo più forti noi, e lo siamo perché abbiamo convinzioni più forti dei terroristi? Qui si sbagliano Hollande e Renzi. Noi siamo più deboli perchè abbiamo ormai un sistema di cultura e di convinzioni radicate fondato essenzialmente sul nostro benessere e sulla nostra volontà egoistica e miope di mantenerlo. I terroristi sono più forti nel senso che hanno il coraggio di mettere la loro e purtroppo la nostra vita in gioco. Quando si dice siamo più forti bisognerebbe specificare bene. Siamo più forti economicamente? Senza dubbio-. Più forti militarmente? Senza dubbio. Politicamente? Non lo so. Moralmente? No, per niente non siamo affatto più forti. Quelli hanno convinzioni sbagliate, criminali, fanatiche ma forti; noi siamo dei disorientati, tesi a mantenere i nostri privilegi in maniera miope". 

Siria&Parigi&Bruxelles&Nizza - Ha ragione Caputo ma anche la Gran Bretagna&Francia hanno responsabilità enormi

caputo
Il commento sul suo Facebook di Sebastiano Caputo, giornalista, scrittore, esperto di Medio Oriente, direttore de L’Intellettuale Dissidente, sulla strage di Nizza:
#‎Nizza‬. Invece di reagire con la pancia consiglio ai miei amici di ragionare con la testa. Andiamo alla radice del problema. Il terrorismo come lo conosciamo oggi è nato negli anni Ottanta nel “pashtunistan” pakistano, a Peshawarcittà-incubatore della Jihad globale, culla di Al Qaeda, luogo di incontro tra “i venditori del paradiso in cambio del martirio”, tra cuiOsama Bin Laden e Ayman al Ẓawahiri. A fabbricare e addestrare queste cellule furonoamericani e sauditi. I primi fornivano in funzione anti-sovietica un supporto economico e militare – tramite i servizi segreti pachistani – ai profughi afghani, allora soprannominati “freedom fighters”, i secondi invece esportavano attraverso le madrase (scuole coraniche) il pensiero wahabita. Lo stesso identico scenario si è riproposto con l’‪#‎Iraq‬, poi la ‪#‎Libia‬, ed infine in ‪#‎Siria‬, con americani e sauditi che hanno favorito l’ascesa del cosiddetto Stato Islamico (tutto è documentato nel mio libro “Alle porte di Damasco”). Come si ferma questa orrenda scia di sangue? O si rompe il ponte che collega Washington e Riad oppure l’Europa deve prendere le distanze con questi due Paesi ricostruendo relazioni solide con quelle nazioni mediorientali, prevalentemente musulmane, che da decenni combattono il terrorismo.

Siria&Parigi&Bruxelles&Nizza - i nostri politici hanno fatto scelte e noi subiamo gli effetti, dovremmo mandarli via a calci nel sedere

attentato-nizza
La paura non deve sopraffare l’intelligenza, la razionalità, diceva l’ambasciatrice franceseCatherine Colonna poche ore prima dell’attentato di Nizza. Nel cortile di palazzo Farnese storica sede dell’ambasciata francese, la banda dei carabinieri suonava l’Inno di Mameli e la Marsigliese per la festa della Bastiglia. Fuori i controlli di sicurezza francesi con la polizia e i militari italiani schierati a protezione dell’ingresso. Che la Francia sia nel mirino è un’ossessione quotidiana, fuori e dentro il Paese. Chi sono gli attentatori di Nizza? Lupi solitari, esponenti di un terrorismo che si è radicalizzato in solitario sul web, oppure membri addestrati di cellule jihadiste legate all’Isis come quelli che hanno già colpito a Parigi con la strage del Bataclan?
E’ questa la polemica scoppiata da qualche tempo tra due eminenti studiosi ed esperti francesi, Gilles Kepel e Olivier Roy: il primo sostiene che siamo di fronte a una deriva generale dell’islamismo estremista, il secondo afferma che la religione non è determinante ma che conta assai di più la diffusione di una radicalizzazione individuale e sociale della violenza. Come si vede anche gli esperti sono disarmanti e forse disarmati nelle chiavi di interpretazione di questi tragici eventi. Una riposta affidabile davanti a questa strage spaventosa di Nizza non è ancora possibile ma la Francia non è l’America: il terrorismo di matrice islamista su questo territorio è radicato da anni, centinaia di cittadini francesi si sono arruolati nell’Isis per combattere contro il regime di Bashar Assad e proprio il ritorno dei jihadisti dalla Siria è uno dei fenomeni più temuti dai servizi di sicurezza di Parigi. La Francia è il Paese che produce più jihadisti in Europa. Un rapporto parlamentare afferma che nel 2015 erano già più di 1.500 i giovani legati al network islamista radicale.
Ricordiamoci che dopo le stragi di Parigi dell’anno scorso la Francia reagì con ibombardamenti su Raqqa, capitale del Califfato. Ma la stessa Francia non aveva visto con dispiacere l’arrivo dei jihadisti in Siria dalla Turchia per abbattere il regime di Assad e poi, dopo gli attentati in casa, non ha esitato a contattare Damasco per esercitare la sua rappresaglia. Quello che vivono i francesi e gli occidentali è anche il risultato di politiche assai contradditorie nei confronti del mondo musulmano, le stesse che hanno condotto prima all’intervento di Putin in Siria a fianco di Assad e ora alla trattativa tra Mosca e Washington per coordinare gli sforzi per combattere il Califfato. Le potenze occidentali cinque anni fa puntavano su una rapida caduta del regime di Damasco ora si rendono di conto insieme ai loro alleati mediorientali come la Turchia e l’Arabia Saudita di avere commesso un clamoroso errore di calcolo che ha aperto le porte al terrorismo in Europa, alle migrazioni incontrollate e alla destabilizzazione.
La Francia vive un allert continuo, dentro e fuori le frontiere dell’Esagono. Pochi giorni fa è stato chiuso il consolato francese di Istanbul, proprio di fronte a quello italiano, dove l’Isis ha appena colpito con un commando l’aereoporto internazionale Kemal Ataturk. La Francia ogni giorno di più percepisce una minaccia alla sua sicurezza. A cento anni di Sykes-Picot, l’accordo franco-britannico che spartì il Medio Oriente, a quasi 60 anni dalle avventure coloniali terminate nel sangue con la guerra d’Algeria, la Francia in realtà non è mai uscita dal Medio Oriente e dal Nordafrica come dimostrano anche le sue iniziative politiche e militari di cui quella più clamorosa, e che ci riguarda da vicino, è stata nel 2011 il bombardamento del raìs libico Muhammar Gheddafi.
Forse non stupisce neppure che sia stata colpita la Promenade des Anglais mentre esplodevano i fuochi di artificio del 14 luglio. I servizi francesi per la sicurezza interna, DGSI, si erano appena detti convinti che lo Stato Islamico sarebbe passato “alla fase delle autobomba” anche in Francia, come a Baghdad o Damasco. Ma qui, come sappiamo bene, nessuno è al sicuro: l’attentato di Dacca con i suoi morti italiani ha chiaramente indicato che il terrorismo può colpire ovunque e chiunque, americani, francesi, europei e musulmani, che vivono questa tragedia del terrore sulla loro pelle da qualche decennio. E’ fondamentale, come dice l’ambasciatrice francese, che l’intelligenza non sia sopraffatta dalla paura.
Alberto Negri
“La paura non deve sopraffare l’intelligenza”
Il Sole 24 Ore
15 luglio 2016