Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 20 agosto 2016

Disoccupazione, crisi economica, esclusione umana, guerra economica internazionale, aumento degli armamenti: la domanda di oggi è come costruiremo l’avvenire?

La mia rivoluzione per la terra e l’umanesimo. L’intervista a Pierre Rabhi

TIZIANA BARILLÀ19 AGOSTO 2016

Narra la leggenda che un giorno, davanti a un enorme incendio nella foresta, gli animali, terrorizzati, osservavano inermi il disastro. Solo il piccolo colibrì prendeva nel fiume delle gocce d’acqua, col becco, per gettarle sul fuoco. Quando l’armadillo lo derise – “Non è con queste gocce d’acqua che spegnerai il fuoco!” – il colibrì rispose: “Lo so, ma faccio la mia parte”. Left ha incontrato il padre dei Colibrì, Pierre Rabhi, il pioniere dell’agroecologia. Che nel 2017, sarà candidato alle presidenziali francesi per rimettere l’Uomo e la natura al centro. Franco-algerino, 77 anni, filosofo, scrittore, poeta e contadino. Da 45 anni è a capo della protesta contro l’agricoltura industriale. Con le mani callose di chi lavora duro, gli occhi di chi riflette a fondo sul futuro e la premurosa gentilezza di un leader, Rabhi ci ha parlato di autoproduzione e rifiuto della logica mercantile, di abbandono della chimica per la concimazione naturale, di varietà biologica invece di monocoltura, di valorizzazione del locale, autosuf cienza e autonomia come alternativa al mercato mondiale. Pierre e i suoi sono “ritornati alla terra”, in Ardèche, nel sud della Francia, per «resistere al sistema rendendosi autonomi nella sopravvivenza» e cercare modelli di crescita alternativi. Oggi il suo movimento – Terre & Humanisme – raccoglie consensi e adesioni. Mentre a Milano sta per calare il sipario su Expo, abbiamo chiesto a Rabhi come si fa a “nutrire il pianeta”.

A 20 anni è emigrato dall’Algeria in Francia. Pochi anni di vita operaia e poi la scelta di ritornare alla terra. 

Ricorda il perché?
È stato un cambiamento avvenuto tramite un approccio loso co alla vita. Avevo l’impressione che rimanendo in città avrei impiegato tutta la mia vita in un sistema arti ciale, non trovavo più un senso. Quindi mi è sembrato in- dispensabile lasciare la città e tornare a vivere nella natura. Gli esseri umani dovrebbero mettersi in armonia con il resto degli esseri viventi. Siamo parte della natura ma ce lo dimentichiamo, pensiamo di essere importanti e insieme riteniamo che la natura non lo sia.

Come “nutrire il pianeta” ed evitare la “deserticazione” è il tema centrale di Expo 2015. A Milano molte multinazionali hanno messo in vetrina il loro “bio”, la loro versione “ecologi- ca” di cibo. Che ne pensa?
È molto disonesto, quello che conta per loro è fare profitto. L’ecologia deve essere accompagnata da un’etica: il rispetto della vita, delle generazioni future. Le multinazionali cercano il loro interesse, il pro tto, la loro intenzione non è né loso ca né etica, è unicamente commerciale. L’essere umano deve capire che è parte di questo percorso: siamo acqua, materia terrestre, materia minerale, siamo gli della natura stessa.

A proposito, l’Ue ha escluso l’acqua dal Trattato di liberalizzazione con gli Usa (il Ttip), ma non le sementi e l’agroalimentare. Non sono beni comuni per l’Unione. Una prateria per le mutinazionali…
Sul pianeta esistono persone potenti perché noi le abbiamo rese tali. I semi, le terre, si sono
accaparrati tutto. È una rapina. Una rapina, in qualche modo, legalizzata. Dovrebbe esistere una regola internazionale per impedire che una minoranza confischi dei beni che appartengono all’umanità. Ma, come sappiamo, la politica, il commercio e gli affari sono uniti: l’uomo d’affari saccheggia e il politico convalida.

E la cultura dominante sembra approvare o, quantomeno, subire.
Sì. Il fatto è che quando una mamma alleva suo figlio, spesso, lo prepara alla società. Lo cresce per farlo diventare un consumatore o un produttore, questa madre offre suo figlio al sistema. Dovremmo insegnare ai bambini come funziona la vita e, invece, impartiamo loro le competenze utili al sistema.

Come spiegarlo a un ragazzino che, nato e cresciuto in città, crede che il tonno cresca nelle scatolette?
Spiegandogli che la terra è l’elemento fondamentale senza il quale non saremmo nemmeno qui. Al principio, il grano era semplicemente un seme che cadeva per terra, e l’uomo l’ha mangiato. Dopo ha pensato che avrebbe potuto prendere quel seme e metterlo lui stesso nella terra, e si è reso conto che cresceva. Così è nata l’agricoltura: l’essere umano ha collaborato con la natura, per nutrirsi. Ed è per questo che la rivoluzione agricola ha un valore culturale importante e dovrebbe appartenere a tutti i sistemi pedagogici del pianeta.

In La sobrietà felice, 300mila copie, teorizza una rivoluzione della sobrietà. Cosa significa?
Che attraverso la sobrietà eviteremo di arricchire le multinazionali. Ci lamentiamo delle multinazionali ma diamo loro ogni giorno il nostro denaro. È importante capire che nel comportamento individuale di ognuno c’è una responsabilità morale. Quello che poi bisogna chiedersi è se esiste un altro modo di riorganizzare le cose.

Ed esiste?
Sì, ma non nel registro della crescita economica, dove si cerca il “sempre più” per una minoranza e il “sempre meno” per la maggioranza. Incoraggio le persone a fare il loro proprio orto, se possono. Anche piccolo. La soluzione è fare resistenza, perché ogni volta che fate qualcosa che vi dà dell’autonomia fate resistenza ad un sistema che fa hold up (saccheggio, ndr) del bene comune.

A chi dice che siete degli hippy e che la vostra è una moda marginale e minoritaria, che risponde?
All’inizio la nostra scelta non è stata accolta bene, per molto tempo siamo stati considerati dei pazzi, ma oggi aumentano il consenso e le adesioni. Gli hippy, i giovani del 1968, rivendicavano il diritto di sognare in una società razionale, ma all’epoca eravamo in piena prosperità, la macchina economica funzionava bene, e loro si ribellavano al sistema consumistico. Oggi i giovani non scenderanno in strada a protestare contro il sistema consumistico, perché c’è sempre meno da consumare. Disoccupazione, crisi economica, esclusione umana, guerra economica internazionale, aumento degli armamenti: la domanda di oggi è come costruiremo l’avvenire? Possiamo restare nel sistema dicendo che non possiamo fare nulla oppure immaginare la vita in un altro modo. Ecco perché oggi il ritorno alla natura è una forma di resistenza.

Che lei pratica da 40 anni. Ci racconti come.
Con quello che ho imparato da piccolo: utilizzare gli strumenti. Riscoprendo la manualità ho potuto fare il muratore, il fabbro e l’agricoltore. Oggi non insegniamo più ai bambini adesso il nostro impegno è diventato una testimonianza. Una protesta contro un modello che trasforma l’essere umano in schiavo: dare la vita in cambio di un salario, aspettando la pensione. Noi lo rifiutiamo.

Per salutarci, ci racconta una delle sue storie?
(sorride) Certo. Un pescatore con la sua piccola barca sta facendo asciugare le reti, sta lì tranquillo dopo aver finito il suo lavoro. Un uomo serio passa, lo guarda, indica la sua barca ed esclama: “Uh, ma è piccola questa barca, potrebbe averne una più grande!”. E il pescatore: “Per farne cosa?”. L’uomo: “Per pescare più pesce”. E il pescatore: “E poi?”. L’uomo: “Poi prenderete una barca ancora più grande, poi molte barche, assumerete dei pescatori, e farete affari. E dopo vi riposerete”. E il pescatore risponde: “È quello che sto facendo”.

La Fratellanza Musulmana è il nostro nemico e l'Ucoi deve non solo dissimulare ma prendere nettamente le distanze, euroimecilli cercasi



Sono simboli di sottomissione violenta che favoriscono l'islam intollerante

E in Germania il partito della Merkel ne chiederà il divieto parziale
Gian Micalessin - Sab, 20/08/2016 - 08:15

Angela Merkel e i principali esponenti del suo partito non hanno più dubbi, «burqa» e «niqab» ostacolano l'integrazione, discriminano le donne e non garantiscono la sicurezza.



Quindi bisogna limitarne l'uso anche se la Costituzione ne impedisce la messa al bando. La svolta di Berlino, a cui sta per accodarsi Vienna, era stata preceduta nell'aprile 2011 dai divieti ben più rigorosi introdotti da Parigi prima e da Bruxelles poi. Proibizioni più blande sono state introdotte l'anno scorso dall'Olanda e dal Canton Ticino in Svizzera. In Italia i tentativi di vietare a livello nazionale l'uso di burqa e niqab sono stati boicottati da Pd e sinistra. Non paghi delle drammatiche sviste inanellate inneggiando alle Primavere Arabe dei Fratelli Musulmani, ad una rivolta siriana manovrata dai jihadisti e all'accoglienza senza regole dei rifugiati il Pd, la nostra sinistra e, nel caso «burkini», persino il ministro Angelino Alfano si riducono a fare il gioco dell'Islam più intollerante. Eppure, come hanno ben compreso il premier francese Manuel Valls e la Cancelliera tedesca Angela Merkel vi sono almeno 5 ottime ragioni per limitare l'uso di burqa, niqab e burkini.

Il Grand Imam della moschea di Al Azhar fu il primo a proibirli. Nell'ottobre 2009 Mohammad Sayyed Tantawi, Grande Imam della Moschea e dell'Università Al Azhar del Cairo, autentici fari della dottrina e della conoscenza sunnita, lanciò una campagna contro l'uso del niqab. Durante un'udienza l'imam scoprì personalmente il volto di una studentessa iscritta alle scuole superiori di Al Azhar. «Il niqab sentenziò - è un'usanza che non ha nessun legame con la religione». Subito dopo s'impegno a far passare una fatwa per farlo proibire in tutte le scuole e far mettere al bando chi continuava ad usarlo.

Non sono capi d'abbigliamento, ma bandiere dell'Islam radicale. La tradizione del burqa e del niqab diventa regola religiosa grazie ai gruppi sunniti più intransigenti legati alla dottrina wahabita, a quella salafita e al movimento dei Fratelli Musulmani. Le tre dottrine, oltre a considerare impura e inferiore la donna, predicano un'adesione formale all'abbigliamento dei tempi di Maometto e considerano eretiche le successive innovazione. Fratellanza Musulmana, wahabiti e salafiti rappresentano anche l'humus dottrinale di Al Qaida, Stato Islamico e gruppi jihadisti. Chi impone quell'abbigliamento, o l'accetta, aderisce a principi non diversi da quelli perseguiti dai gruppi terroristi ed in assoluta antitesi con i valori europei. Simboleggiano la sottomissione femminile. Niqab, burqa e burkini sono l'esemplificazione di una coltura dell'intolleranza che considera legittimo abusare di una donna non adeguatamente vestita. In questa sotto-cultura la donna non ha possibilità di scelta e si deve coprire perché altrimenti l'uomo può considerarla oggetto di desiderio sessuale. I rischi derivanti da questo modello culturale sono emersi in tutta evidenza a Colonia dove gruppi di immigrati medio orientali e Nord africani hanno ritenuto lecito molestare le passanti tedesche non adeguatamente coperte nella notte di Capodanno.

Rappresentano società islamiche separate dentro l' Europa. Nel 2011 il professor Gilles Kepel, vera autorità in materia d'islamismo, realizzò per conto dell'Istituto Montaigne uno studio sulle «enclavi islamiste» in Francia. Lo studio di oltre 2200 pagine spiegava come i gruppi islamisti radicali tendano a realizzare vere e proprie società separate introducendo gradualmente simboli, modelli d'abbigliamenti e valori in contrasto con quelli dello stato francese trasformando le banlieu in autentiche zone autonome dove vigono le leggi e l'educazione islamica. Burqa e niqab sono perfettamente funzionali alla realizzazione di società non integrate e in conflitto con la nazione che le ospita.

Legittimandoli isoliamo l'Islam moderato. La maggior parte delle donne islamiche rifiuta burqa e niqab senza per questo violare alcun principio religioso. Legittimandone l'uso ne giustifichiamo indirettamente l'imposizione all'interno delle famiglie e delle comunità islamiche. E favoriamo l'egemonia dell'Islam radicale ai danni di quello moderato pronto ad integrarsi nelle nostre società.

Siria&Parigi&Bruxelles&Nizza - l'opposizione dei gruppi moderati è composta dai mercenari della Rivoluzione a Pagamento voluti dagli Stati Uniti e Arabia Saudita

Putin nella Incirlik del Golfo
Di Redazione il 19 agosto 2016

La strategia russa in Medio Oriente tramite le alleanze con Turchia e Iran si innesta nello scenario di cambiamento dell’ordine mondiale



Di Zouheir Kseibati. Al-Hayat (17/08/2016). Traduzione e sintesi di Emanuele Uboldi.

La differenza è “semplice” tra la lotta con armi semplici dei gruppi armati moderati, senza copertura aerea, e la lotta dei russi contro le “bande terroriste” (come le definisce Mosca), che non fa distinzione tra gli oppositori del regime di Bashar al-Assad e chi era, o è ancora, tra le file di Jabhat al-Nusra o Daesh (ISIS).

La differenza è “minima” tra le bombe dei mortai nelle mani dei gruppi armati e le bombe strategiche russe dirette ai “terroristi apostati”, d’accordo con l’Iran e dopo che tutte le istituzioni si sono aperte ai russi per metter fine alla lotta ad Aleppo.

In questo modo lo Zar rimane nel Golfo e mostra i muscoli dal Mar Caspio al Mediterraneo, come raramente si è visto dai tempi della Guerra Fredda, mentre gli USA sono occupati nella battaglia per la presidenza. E se è corretto dire che Obama ha optato per evitare un coinvolgimento nella palude siriana, “appaltando” la guerra e la sua soluzione allo Zar, allora è coerente lo schiaffo dato dal Cremlino all’amministrazione Obama e la sua politica soft, quando il primo ha dato inizio ai bombardamenti in Siria con dei Tupolev 22 partiti da una base aerea iraniana (Hamadan, n.d.T.).

A prima vista, Mosca emula Washington, che usa la base turca di Incirlik per bombardare Daesh. E se l’Iran rimane per ora nell’ombra dell’aviazione russa, con il pretesto di una riduzione dei tempi di volo, quello che non è necessario sottolineare è che l’asse Mosca-Teheran mira a schiacciare l’opposizione al regime siriano.

Dopo il fallito golpe in Turchia, Ankara ha dato vita a un approccio turco-russo che ha portato Erdoğan ad accettare un “governo di unità nazionale” in Siria. Questa è diventata una priorità, paragonabile a quella unità nazionale che gli USA difendono in Turchia contro l’infiltrazione di “timori di una guerra civile” e la “paura” circa il destino delle armi nucleari stoccate a Incirlik.

Tra la cabina di comando e il coordinamento russo-turco-iraniano e la base di Hamadan, lo Zar accelera verso una conclusione del conflitto. Proprio la nuova mappa delle influenze del Cremlino corregge le linee nella penisola di Crimea, prima di fare terra bruciata per riempire il vuoto “americano” in Medio Oriente, come in Cecenia.

L’Iran continua a considerare la Siria come proprio protettorato e conferma la propensione a “esportare la rivoluzione” iraniana, mentre allarga l’influenza russa nella “mezzaluna sciita” per riaprire la partita contro la “marcia dell’Alleanza Atlantica” in Europa orientale.

I missili russi nei cieli di Iraq e Iran per colpire Daesh non sono un confronto tra i grandi della Guerra Fredda, e ciò a cui aspira Putin è diventato molto lontano dall’eradicazione del sedicente Stato Islamico tra il Tigri e l’Eufrate. I missili, le corazzate e le bombe dello Zar che squarciano i cieli e le acque della regione araba sono il frutto dei fallimenti di Obama. Ma non sarà una sorpresa che questo aiuti il ruolo iraniano in Yemen.

L’inizio della fine? Lo scontro per il nuovo ordine mondiale vede gli albori di una nuova era.

Zouheir Kseibati è uno scrittore e giornalista libanese.


Banca Etruria - quei buffoni al governo dopo che hanno volutamente aiutato a truffare i risparmiatori, dopo 10 mesi ancora cincischiano

Banca Etruria, Cantone: «Aspettiamo il decreto arbitrati»
Ultimo aggiornamento: 19 agosto 2016


Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità Anticorruzion

Arezzo, 19 agosto 2016 - «Ancora non c’è il decreto attuattivo. Oggi il sistema che è stato messo in campo prevede che sarà prima una fase in cui saranno valutati i rimborsi automatici ammessi nel limite dell’80 per cento. Io mi auguro che subito dopo l’estate ci sia il decreto che individua anche i meccanismi per fare gli arbitrati».

Lo ha detto il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone parlando della vicenda Banca Etruria e del ruolo dell’autorità durante l'inaugurazione di Cortonantiquaria. «Mi auguro ci sia - ha aggiunto - in modo da avere il tempo materiale per organizzarsi perché i numeri saranno comunque significativi ma certamente inferiori a quelli in un primo momento verificati perché l’ambito dei soggetti che possono accedere ai rimborsi diretti è comunque numeroso».

Emancipazione dell'uomo su questa terra, possibilità che bisogna offrire anche agli ultimi



Papa nero, padre Dumortier in poleposition per guidare i gesuiti
19 Ago 2016
by redazione

Chi entra Papa in conclave ne esce cardinale. Mai detto fu più vero di questo. Ne sa qualcosa l’arcivescovo di Milano, Angelo Scola, accreditato, dopo le dimissioni di Joseph Ratzinger, come il probabile successore di Benedetto XVI, anche da una impressionante campagna mediatica in suo favore, e poi uscito sconfitto da Jorge Mario Bergoglio sotto le volte della Cappella Sistina. Chissà se sarà così anche per il Papa nero che la prossima congregazione generale dei gesuiti, la 36esima della storia dell’ordine fondato da sant’Ignazio di Loyola, dovrà eleggere dal prossimo 2 ottobre dopo le dimissioni all’attuale preposito generale, lo spagnolo padre Adolfo Nicolas, che ha deciso si lasciare la carica, che di per sé è a vita, al compimento dei suoi 80 anni.

In pole position c’è padre François-Xavier Dumortier, rettore uscente della Pontificia Università Gregoriana, a cui dal prossimo 1° settembre subentrerà padre Nuno da Silva Gonçalves. Una cosa è certa: il 30esimo successore di san’Ignazio di Loyola sarà eletto mentre per la prima volta nella storia sul trono di Pietro siede un Papa gesuita. E sicuramente Francesco non farà mancare il suo intervento alla prossima congregazione generale. “Lo speriamo – ha affermato padre Nicolas – ma il Papa è libero, e posso assicurare che userà questa libertà. Noi speriamo tutti che si rivolgerà alla congregazione facendo presenti i suoi sentimenti e le sue preoccupazioni”.

Padre Dumortier è nato a Levroux, un piccolo paesino di poco meno di 3mila abitanti nel centro della Francia, nel 1948. La sua famiglia è originaria del Nord del Paese: suo padre di Comines e sua madre di Hazebrouck nelle Fiandre francesi. Nel 1967 inizia gli studi superiori all’Istituto di studi politici di Parigi approfondendo in particolare il diritto. Si impiega quindi in una banca parigina e termina gli studi in amministrazione finanziaria, impegnandosi nello stesso tempo in vari movimenti politici, ma si ritrova velocemente deluso da quest’esperienza. In maniera graduale entra a far parte della Compagnia di Gesù realizzando il noviziato dal 1973 al 1975 e il primo ciclo di studi sacri nel Centre Sèvres dal 1975 al 1979. Inizia poi il secondo ciclo prima in Francia e poi alla Weston School of Theology di Cambridge nel Massachusetts e, infine, in Filosofia del diritto all’Università Panthéon-Assas. È ordinato sacerdote nel 1982, ciò che non gli impedirà peraltro d’avere altre attività, studiando per esempio in modo approfondito l’opera di Hannah Arendt. Nel 1990 pronuncia gli ultimi voti. Per quasi vent’anni è stato professore di Filosofia al Centre Sèvres del quale fu poi rettore dal 1997 al 2003 divenendo superiore della Provincia francese della Compagnia di Gesù. Nel 2010 Benedetto XVI lo nomina rettore della Pontificia Università Gregoriana.

“La nave della Compagnia – sottolineò Bergoglio il 27 settembre 2014 ricordando i 200 anni dalla ricostituzione della sua congregazione religiosa soppressa da Clemente XIV nel 1773 – è stata sballottata dalle onde e non c’è da meravigliarsi di questo. Anche la barca di Pietro lo può essere oggi. La notte e il potere delle tenebre sono sempre vicini. Costa fatica remare. I gesuiti devono essere ‘rematori esperti e valorosi’ (Pio VII, Sollecitudo omnium ecclesiarum): remate dunque! Remate, siate forti, anche col vento contrario! Remiamo a servizio della Chiesa. Remiamo insieme! Ma mentre remiamo, tutti remiamo, anche il Papa rema nella barca di Pietro, dobbiamo pregare tanto: ‘Signore, salvaci!’, ‘Signore salva il tuo popolo!’. Il Signore, anche se siamo uomini di poca fede e peccatori ci salverà. Speriamo nel Signore! Speriamo sempre nel Signore!”.

In quell’occasione Francesco ricordò, inoltre, che “la Compagnia ricostituita dal mio predecessore Pio VII era fatta di uomini coraggiosi e umili nella loro testimonianza di speranza, di amore e di creatività apostolica, quella dello Spirito. Pio VII scrisse di voler ricostituire la Compagnia per ‘sovvenire in maniera adeguata alle necessità spirituali del mondo cristiano senza differenza di popoli e di nazioni’. Per questo egli diede l’autorizzazione ai gesuiti che ancora qua e là esistevano grazie a un sovrano luterano e a una sovrana ortodossa, a ‘restare uniti in un solo corpo’. Che la Compagnia resti unita in un solo corpo!”. “Oggi – aggiunse il Papa – la Compagnia affronta con intelligenza e operosità anche il tragico problema dei rifugiati e dei profughi; e si sforza con discernimento di integrare il servizio della fede e la promozione della giustizia, in conformità al Vangelo. Confermo oggi quanto ci disse Paolo VI alla nostra 32esima congregazione generale e che io stesso ho ascoltato con le mie orecchie: ‘Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i gesuiti'”. Una missione che per Bergoglio è sempre attuale.

Francesco Antonio Grana

il mondo mette dazi gli euroimbecilli no

Australia contro Italia, la guerra dei pomodori
Dazi sui nostri prodotti in scatola, l’Ue vuol far saltare gli accordi



20/08/2016
LUIGI GRASSIA

L’Italia è invasa dai pomodori in scatola in arrivo dalla Cina a basso prezzo, ma nel mondo c’è anche chi si lamenta, a sua volta, dei pomodori in scatola italiani esportati a prezzi troppo bassi e (secondo l’accusa) sussidiati con soldi pubblici europei. Nel caso specifico a lamentarsi è l’Australia, che ha già imposto dazi e adesso minaccia pure di aumentarli. L’Europa avverte che questo mette a rischio l’accordo di libero scambio che si sta negoziando fra l’Ue e il governo di Canberra. Si profila anche un ricorso al Wto (l’organizzazione mondiale del commercio). 

La questione era stata sollevata già un paio d’anni fa. Nel 2014 la commissione australiana che contrasta il «dumping» (cioè la vendita a prezzi inferiori a quelli dei mercati di origine) aveva imposto dazi al 4% ad alcune imprese italiane del settore - e quelle accusate di non cooperare si sono viste affibbiare un balzello addirittura del 24%. Ma erano rimaste fuori Feger e La Doria, due aziende campane che da sole vendono il 40% dei pomodori in scatola commercializzati in Australia. I due gruppi italiani hanno un solo concorrente locale, la Ardmona (che imbottiglia anche la Coca-Cola australiana ed è controllata al 29% dalla Coca-Cola di Atlanta). Ardmona si è rivolta nuovamente alla commissione australiana anti-dumping e nel febbraio 2016 ha ottenuto dazi del 4,5% sui prodotti di La Doria e dell’8,4% su quelli di Feger.

Inoltre, il 25 maggio è stata avviata in Australia un’altra indagine che mette nel mirino, per presunta alterazione della concorrenza, i sussidi da 183 milioni di euro al settore italiano del pomodoro (che peraltro non vanno alle aziende alimentari ma ai produttori agricoli). Perciò i limiti all’esportazione in Australia rischiano di diventare ancora più rigidi. 

A Bruxelles l’hanno presa male. Cecilia Malmström, commissaria per il commercio dell’Unione europea, si dice «molto preoccupata per le indagini antidumping che l’Australia ha intrapreso contro i pomodori in scatola italiani»; la Malmström contesta in particolare «la metodologia utilizzata per calcolare i margini di dumping». Paolo De Castro, ex ministro italiano e adesso europarlamentare in commissione agricoltura (da cui deve passare ogni ipotesi di accordo commerciale) ammonisce che «l’Australia dovrà ripensare le sue politiche protezionistiche sui pomodori in scatola se non vuole mettere a rischio l’accordo di libero scambio che sta negoziando con l’Ue». Lo stesso De Castro dice che «conteggiando ai fini anti-dumping gli aiuti agli agricoltori europei l’Australia va contro le regole del Wto. Se l’Ue si rivolge al tribunale delle controversie dell’organizzazione mondiale del commercio, l’Australia non sarà in grado di sostenere le sue pretese». 

Quello che fa infuriare la Malmström, De Castro e tutti i responsabili di Bruxelles è che la politica agricola comune europea è stata riformata proprio per fare in modo che i sussidi non vadano più alla produzione ma agli agricoltori, nella loro funzione di tutela del territorio; se questa riforma viene ignorata all’estero, e gli aiuti ai coltivatori vengono interpretati dai nostri partner commerciali come sussidi indiretti alla produzione, salta tutto il sistema dei rapporti, e diventa impossibile stabilire accordi di libero scambio fra l’Unione europea e i Paesi terzi. Per questo a Bruxelles tutti si trincerano in una difesa di principio, non vogliono accettare un precedente pericolosissimo. Gli esportatori italiani di pomodori in scatola non rischiano di essere abbandonati a se stessi senza tutela. 

Da La Doria dicono che «è ridicolo accusare i produttori di pomodori italiani in scatola di praticare prezzi da dumping, visto che quelli della materia prima in Italia sono fra i più alti del mondo». Questo anche perché, spiega Annibale Pancrazio, presidente del Polo distrettuale del pomodoro da industria del Centro Sud, «il nostro prodotto è della migliore qualità, e proprio l’Australia è uno dei mercati che apprezza di più la qualità italiana».

LO SMACCO DI ALEPPO: GLI USA IN DIFFICOLTA’ I MEDIA OCCIDENTALI RINGHIAN...

venerdì 19 agosto 2016

Aleppo - continuano i filmati hollywoodiani per depistare l'opinione pubblica, il Circo Mediatico servo fa da cassa di risonanza

LOSCA FALSIFICAZIONE DEI COMPLICI DEI TERRORISTI
Maurizio Blondet 19 agosto 2016

(Posto questa ottima inchiesta di Moon of Alabama, tradotta da AuroraSito. Esssenziale per capire le collusioni fra i talkfiri e certi enti occidentali, che si fanno loro agenti di propagand. MB)



Questa foto fa il giro sui media “occidentali” insieme alla storia strappalacrime degli “attivisti” di un quartiere di Aleppo occupato da al-Qaida. Un bambino apparentemente ferito, si siede tranquillamente in una nuovissima ambulanza molto ben attrezzata. A un certo punto tocca ciò che apparirebbe una ferita, sulla tempia sinistra, ma non mostra alcuna reazione. 2 minuti di video, da cui è tratta la foto, mostrano il bambino tratto dal buio da una tizio con giaccone da soccorso e portato in un’ambulanza. Si siede tranquillamente, senza essere sorvegliato, mentre diverse persone riprendono video e foto. Un’altra bambina, chiaramente senza ferite, viene poi messa nell’ambulanza. Ecco come la storia viene raccontata: “Mahmud Raslan, un fotoreporter che ha preso la foto, ha detto all’Associated Press che soccorritori e giornalisti hanno cercato di aiutare il bambino, identificato come Umran Daqanish, insieme ai genitori e tre fratelli di 1, 6 e 11 anni. Li abbiamo passati da un balcone all’altro“, ha detto Raslan, aggiungendo: “Abbiamo inviato subito i bambini più piccoli nell’ambulanza, ma la ragazza di 11 anni aspettava che la madre venisse salvata, aveva la caviglia appuntata dalle macerie“. Una ricerca su internet di “Mahmud Raslan“, il preteso “fotoreporter”, non porta ad alcuna foto o video. Vi sono circa 15 uomini intorno alla scena e non fanno nulla. (Accanto a un sito “appena bombardato” in una zona di guerra? Nessuna paura di un secondo attacco?) Almeno altri due uomini, oltre al cameraman, riprendono foto e video. Un altro bambino viene trasportato nell’ambulanza. Sullo sfondo c’è qualcuno con un casco bianco che indossa una camicia dei “Caschi bianchi”, il gruppo di propaganda finanziato dagli anglo-statunitensi. Un ferito si dirige verso l’ambulanza. Come il bambino, l’uomo sembra avere una ferita alla testa. Ma come il bambino, non sanguina. Vi è una sostanza di colore rosso sul suo viso, ma senza che scorra. È sorprendente. Quando guidavo le ambulanze di pronto soccorso, i feriti alla testa sanguinavano sempre come maiali al macello (spesso sporcando l’ambulanza che dovevo pulire). ComeWebMD nota: “Piccoli tagli sulla testa spesso sanguinano pesantemente perché faccia e cuoio capelluto hanno molti vasi sanguigni sotto la superficie della pelle. Anche se tale quantità di sangue può allarmare, molte volte l’infortunio non è grave…







La quantità di sostanza di colore rosso sul bambino e l’uomo non corrispondono alla quantità che ci si aspetta da una ferita anche minore alla testa. Non vengono inoltre applicate bende o qualsiasi altra cosa serva a fermare una vera ferita sanguinante alla testa. Si confronti ciò con la foto di un ragazzo nella zona ovest di Aleppo. (Alcun media “occidentali” ha mostrato questo ragazzo e la sua sofferenza. Non è della “nostra parte”).



Il ragazzo ha avuto una ferita alla testa dopo che un razzo di al-Qaida e affiliati colpiva il suo quartiere. Viene curato e l’emorragia arrestata. La quantità di sangue sul corpo e nel vestito è diverse volte ciò che appare immagini precedenti. Il sangue è anche mescolato con la polvere sul volto, non dipinto. Così appaiono i pazienti nella mia ambulanza. Sembra reale. Tutti gli elementi del video del “bambino sul sedile arancione” sono gli stessi che si vedono in decine di video dei “Caschi bianchi”. La stessa scena ripetuta più e più volte nell’album “Drammatici salvataggi! Uomini con bambini che corrono verso la telecamera”! Ritengo che il video sia la stessa sceneggiata di altri video e foto dei “Caschi bianchi”. L’aspetto della ferita del bambino è un po’ più realistico del solito, ma mancanza di sanguinamento, nessuno che se ne occupi, assenza di reazione alla “ferita” e l’impostazione generale del video, permettono di ritenerla una messa in scena.
Tale nuova propaganda, ampiamente diffusa, compare ancora in un momento in cui al-Qaida e affiliati in Siria sono in difficoltà. L’Aeronautica russa bombarda le retrovie dell’aggressione ad Aleppo ovest, devastandole. Un “cessate il fuoco umanitario”, che verrà utilizzato per riorganizzarsi e rifornirsi, è urgente. La propaganda serve a fare pressione per tale richiesta. Alcuni sponsor vogliono che i “Caschi bianchi” abbiano il Premio Nobel per la Pace. L’organizzazione si autopromuove sul suo sito. Qualcun altro ha mai fatto una cosa del genere? Non si vergognano a chiedere il Nobel? Proprio con un’altra versione del loro marchio aziendale preferito, la foto di un “Drammatico salvataggio! Uomo con bambino corre verso la macchina fotografica!“. Chiedono il Nobel proprio con un’altra foto inscenata? Ma perché no? Obama non era altro che un prodotto commerciale quando ebbe il Nobel per la pace, per poi bombardare 7 Paesi musulmani. Non vi è alcuna ragione quindi di non dare tale premio a un altro strumento della propaganda bellica. Poi avrà una nomination per gli Academy Awards, forse nella categoria “Miglior falso venduto”, più appropriata.

Anche Rita Katz (SITE) paga gli Elmetti Bianchi

Una strage di al-Qaida spacciata per salvataggio dei “caschi bianchi”
La famiglia Quraytam fu rapita da al-Nusra intorno il 29 luglio. I tre uomini furono uccisi immediatamente. Le quattro donne e gli otto bambini furono uccisi il 10 agosto e i loro corpi gettati e sbranati dai cani. Due giorni dopo, gli stessi 12 corpi furono utilizzati dai caschi bianchi, il ramo propagandistico di Jabhat al-Nusra, finanziato dalla NATO, come oggetti di scena nella loro ultima produzione pornografica. I corpi disfatti vennero “trovati” sul ciglio della strada, nei pressi del preteso cratere di una bomba, e gli attori di Jabhat al-Nusra, con caschi bianchi e relativa uniforme della Protezione Civile Siriana, correvano freneticamente davanti alle telecamere, girando a vuoto con un bambino morto e uno vivo. Il materiale video viene utilizzato per la propaganda #SaveAleppo di al-Qaida. Libyan Civil War

Chi è James Le Mesurier, fondatore dei “Caschi Bianchi”?
James Le Mesurier viene dipinto come anticonformista eroe umanitario, che miracolosamente si trovava al posto giusto (Istanbul) nel momento giusto; quando nacque l’esigenza di creare la squadra della Protezione Civile Siriana, forse per caso, pochi mesi prima della storia dell’attacco con ‘armi chimiche’ nel Ghuta dell’agosto del 2013 – evento già dimostratosi oltre ogni dubbio un attentato false flag, come le successive accuse al governo siriano che avevano lo scopo di imporre la ‘No Fly Zone’ desiderata dalla NATO.

Tuttavia, ad approfondire vita e opere di Le Mesurier, si capisce che non fu un caso felice che fosse ad Istanbul in quel frangente. Laureato all’Accademia Militare di Sandhurst (UK) e decorato con la medaglia della regina, la sua carriera lo vede nell’Ufficio dell’Alto rappresentante in Bosnia e premiato coordinatore dell’intelligence della NATO in Kosovo. Nella biografia si dice che Le Mesurier lasciò l’esercito inglese nel 2000, e ha poi prestato servizio alle Nazioni Unite come vicecapo dell’Unità consultiva su ‘sicurezza e giustizia’, e come rappresentante speciale del corpo della sicurezza politica del Segretario Generale nella missione delle Nazioni Unite in Kosovo. La sua carriera poi lo portava a Gerusalemme, dove operava all’attuazione dell’accordo di Ramallah, poi a Baghdad come consulente speciale del ministro degli Interni iracheno, negli Emirati Arabi Uniti ad addestrarne la forza di protezione dei giacimenti di gas, e poi in Libano durante la guerra del 2006. Nel 2005 fu nominato Vicepresidente di Special Projects della società di mercenari Olive Group, e nel gennaio 2008 fu nominato direttore del Good Harbour International, entrambi a Dubai. Le Mesurier fondò anche Mayday Rescue, una società “non profit” per l’addestramento in ricerca e salvataggio nei conflitti civili. Secondo la sua biografia, Mayday Rescue fu fondata nel 2014, dopo aver creato i “caschi bianchi”. The Wall Will Fall

http://www.maurizioblondet.it/la-losca-falsificazione-dei-complici-dei-terroristi/

George Soros, il complottista

Attacco hacker a George Soros: ecco tutti i documenti !

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(di Rodolfo de Mattei su Osservatoriogender.itIn questi giorni, il finanziare e magnate statunitense di origini ungherese George Soros è finito, suo malgrado, su tutti i principali quotidiani internazionali in seguito ad un attacco hackerche ha sottratto dai suoi serveroltre 2.500 documenti privati.

DC LEAKS

I riservatissimi documenti trafugati sono stati prontamente diffusi su Internet, attraverso “Dc Leaks”, un portale interamente dedicato al materiale trafugato, innescando un’immediata e prevedibile bufera mediatica.
Nella homepage del sito gli hacker hanno pubblicato un post che chiarisce il motivo dell’attacco e della diffusione dei files:
“George Soros – scrivono gli hacker –  è un magnate ungherese- americano, investitore , filantropo, attivista politico e autore che, di origine ebraica. Guida più di 50 fondazioni sia globali che regionali. È considerato l’architetto di ogni rivoluzione e colpo di Stato di tutto il mondo negli ultimi 25 anni . A causa sua e dei suoi burattini gli Stati Uniti sono considerati come una sanguisuga e non un faro di libertà e democrazia. I suoi servi hanno succhiato sangue a milioni e milioni di persone solo per farlo arricchire sempre di più. Soros è un oligarca che sponsorizza il partito Democratico, Hillary Clinton, centinaia di uomini politici di tutto il mondo. Questo sito è stato progettato per permettere a chiunque di visionare dall’interno l’Open Society Foundation di George Soros  e le organizzazioni correlate. Vi presentiamo i piani di lavoro , le strategie , le priorità e le altre attività di Soros. Questi documenti fanno luce su uno dei network più influenti che opera in tutto il mondo”.
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UNA STRATEGIA GLOBALE

Il materiale saccheggiato, appartenente a diverse organizzazioni, tutte riconducibili a Soros, evidenzia infatti quanto sia ramificata ed estesa la rete organizzativa, alimentata da veri e propri fiumi di denaro, del magnate statunitense. Un vastissimo network operativo, chiaramente rappresentato nei 2.576 files “rubati”, dove figurano attività collegabili a tutte le aree geografiche del mondo: Stati UnitiEuropaEurasiaAsiaLatino America ed Africa.
Tra queste organizzazioni, per documenti sottratti e attività correlate, spicca la già nota “Open Society Foundation”, le cui attività spaziano in tutti settori, dalla libertà di informazione su Internet ai diritti dei migranti, dalla non discriminazione e il diritto all’inclusione sociale per tutte le minoranze, fino alla politiche di liberalizzazione delle droghe.
L’azione di George Soros, come abbiamo visto, non è dunque limitata alla realtà americana, ma, in un’ottica rivoluzionaria mondialista, ha una portata globale, con lo scopo di andare ad influire nelle principali aree strategiche del mondo.

L’EUROPA

Fra queste, l’Europa riveste evidentemente un ruolo particolare e tale interesse è attestato dall’esistenza di diversi lavori e ricerche, condotte dalla “Open Society”, riguardanti le politiche comunitarie, con titoli come “Crisi europea: Sviluppi chiave delle ultime 48 ore”, “Il dibattito Ucraina in Germania” ed altri studi dedicati all’impatto sociale derivante dalle crisi dei profughi e l’accoglienza dei migranti richiedenti asilo politico.

L’ELENCO DEI SICURI E POTENZIALI ALLEATI EUROPEI

Tra i vari documenti violati alle organizzazioni di Soros ve ne è uno di particolare interesse dal titolo “Mapping. Reliable allies in the European Parliament (2014 – 2019)” in cui il “Kumquat Consult”, l’agenzia di consulenza con sede a Bruxelles, incaricata dal magnate americano di redigere tale rapporto, delinea un’attenta e dettagliata mappatura degli alleati “affidabili” presenti nel Parlamento Europeo, persone sulle quali poter “contare” al fine di costruire relazioni “durature e di fiducia”, volte a promuovere il programma politico della “Open Society”.
Tale corposo documento di 177 pagine, come scrivono gli stessi autori nell’introduzione, si propone di “fornire all’Open Society European Policy Institute e all’ Open Society network intelligence una dettagliata mappatura  riguardo tutte i membri dell’ottavo Europarlamento propensi e disponibili a sostenere gli obiettivi programmatici dell’Open Society durante il quinquennio di legislatura 2014-2019”.
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A tal fine, scopo degli estensori dello speciale dossier è stato quello di passare in rassegna, in maniera minuziosa, tutte le cariche delParlamento, le 11 commissioni e le 26 delegazioni, così come gli organi decisionali più alti del Parlamento Europeo, per arrivare a definire la lista di coloro che possono essere considerati “idonei” a supportare le linee programmatiche della “Open Society”. La conclusione è che di questi, ben 226, possono essere considerati, per il loro profilo e background politico, alleati o potenziali alleati dell’ “Open Society”.
Gli italiani, sui quali poter fare affidamento, presenti in questa particolarissima lista sono in ordine alfabetico: Brando Maria BenifeiSergio Gaetano CofferatiAndrea Cozzolino,Isabella De MonteElena GentileRoberto GualtieriKashetu Kyenge, Luigi Morgano,Alessia Maria MoscaPier Antonio PanzeriGianni PittellaElly SchleinBarbara Spinelli e Daniele Viotti.

UN FIUME DI DENARO

Oltre a tale testo, altrettanto importanti documenti hanno portato alla luce la strabiliante quantità di denaro versato da Soros nelle casse dei principali soggetti impegnati in tutta Europa nella promozione dell’immigrazione, dei “diritti” LGBT e di tutte le maggiori istanze rivoluzionarie.
Tra questi, per quanto riguarda l’Italia, l’ “Associazione 21 luglio”, un’organizzazione non profitimpegnata nella promozione dei diritti umani di rom e sinti su tutto il territorio nazionale, si è vista assegnare la cifra di 49.782 $ per il progetto “Per i diritti, contro la xenofobia”, svoltosi dal 1 gennaio al 1 luglio 2014.
2Per quanto riguarda le attività per l’agenda gender, la principale organizzazione italiana, l’Arcigay ha ricevuto ben 99.690 $ per un progetto, dal 1/12/2013 al 31/12/2014, dal titolo “LGBT Mob-Watch Italy-Europe 2014”, che si poneva l’obiettivo di “smuovere, canalizzare ed ampliare la voce e la domanda del popolo LGBT italiano ed i loro alleati per le elezioni europee del 2014, costruendo uno strumento permanente di monitoraggio, campagna, mobilitazione e lobbying per queste e le prossime elezioni”.
Assieme all’ “Arcigay”, la “Open Society” ha elargito altri sostanziosi fondi a progetti volti a promuovere campagne di “normalizzazione” LGBT.
ilga-europe_0Tra questi, la famosa ed onnipresente “ILGA-Europe” si è vista donare 68.000 $ per il progetto “European elections 2014: Cross-communities mobilization project for a universal and indivisible EU equality agenda”, mentre, in Grecia, l’organizzazione omosessualista “Athens Pride” ha ottenuto 26.000 dollari per il progetto “Vote for your rights” volto a promuovere la comunità LGBTQ greca attraverso l’organizzazione di eventi ed attività.

UN PIANO STRATEGICO LAUTAMENTE FINANZIATO

Tali documenti mostrano, da un lato, quanto le istituzioni europee siano profondamenteinfiltrate da personaggi messi appositamente nei posti di potere per portare avanti l’agenda rivoluzionaria internazionale e, dall’altro, evidenziano l’esorbitante quantità di denaro che alimenta e rende possibile l’attività delle principali organizzazioni impegnate nello distruzione dell’ordine naturale e cristiano.
I 2.576 files divenuti di dominio pubblico, riconducibili alle tantissime attività della “Open Society” del filantropo George Soros, attestano empiricamente, con i fatti e con i numeri, come il progressivo processo di decostruzione e dissoluzione dell’Europa cristiana non sia un avvenimento naturale e spontaneo, quanto il frutto di un agguerrito, organizzatissimo e lautamente finanziato piano strategico di sovvertimento rivoluzionario. (di Rodolfo de Mattei su Osservatoriogender.it

Implosione europea - noi abbiamo costruito degli euroimbecilli e non europei

MATTEO RENZI, ANGELA MERKEL ED ALTIERO SPINELLI – Ma l’Europa è un’altra cosa. Di Luigi Copertino

MATTEO RENZI, ANGELA MERKEL ED ALTIERO SPINELLI
Ma l’Europa è un’altra cosa

Sembra che lunedì prossimo, 22 agosto, il nostro capo del governo, Matteo Renzi, approfitterà dell’incontro in programma con Angela Merkel e Francois Hollande sulla nave Garibaldi per portare in visita i suoi ospiti nell’isola di Ventotene, dove Altiero Spinelli fu confinato dal regime fascista.
Altiero Spinelli, un socialista liberale, è considerato tra i padri nobili dell’idea di Europa. Egli fu mandato al confino da Mussolini e quindi la sua memoria si presta anche per dare sostanza all’antinazionalismo propagandisticamente utile nell’attuale scenario che vede l’Unione Europea – la quale però non vuol ammettere i suoi errori – insidiata dai risorgenti populismi.
Su Il Messaggero del 18 agosto scorso, lo stimato storico “cristiano sociale” dell’economia Giulio Sapelli ha ricordato, con enfasi, il confino di Altiero Spinelli, deportato sull’isola di Ventotene e sottoposto ad un’occhiuta vigilanza carceraria. Tuttavia – e lo diciamo solo per amore di verità storica – non si può esagerare con l’enfasi della retorica, dato che proprio su quell’isola Spinelli, insieme ad Ernesto Rossi, trovò modo, quindi ebbe la libertà necessaria, per scrivere tra il 1941 ed il 1944 il famoso “Manifesto di Ventotene” considerato, per l’appunto, l’atto di nascita del federalismo europeo.
Il Manifesto fu scritto da Altiero Spinelli con la collaborazione non solo di Ernesto Rossi ma anche di Ursula Hirschmann ed esso seguì la discussione liberamente – si noti: “liberamente” – instauratasi tra i molti confinati antifascisti presenti sull’isola. Fu poi pubblicato nel 1944 da Eugenio Colorni, che ne curò anche la prefazione.
Viene da chiedersi, e da chiedere agli enfatizzatori della retorica euro-federalista, se Spinelli, Rossi e la Hirschmann avrebbero mai potuto elaborare, mediante libere discussioni, il loro Manifesto anche in un lager hitleriano o in un gulag staliniano.
Pur riconoscendo la imperdonabile privazione della libertà per gli oppositori politici e la pressione psicologica cui erano certamente sottoposti i confinati a causa della stretta vigilanza sulle loro vite, pensiamo, senza affatto volerlo giustificare, che in fondo Mussolini non è stato verso di essi un satrapo e che non abbia affatto usato metodi assassini. Perfino Spinelli avrebbe preferito il confino fascista se gli si fosse prospettata, in alternativa, la realtà concentrazionaria nazista o sovietica.
Nel suo articolo Giulio Sapelli ricorda che il Manifesto di Ventotene delineava una Unione Europea molto differente del suo esito attuale a guida tecnocratica. Quel Manifesto, ci ricorda Giulio Sapelli, è stato il primo documento politico a prefigurare la necessità di una Federazione europea – sul modello statunitense – dotata di un parlamento europeo eletto, democraticamente, a suffragio universale e non su basi nazionali, e quindi di un governo democratico transnazionale con poteri reali in alcuni settori fondamentali come l’economia e la politica estera.
Quel che, però, Sapelli non dice è che esso, a dispetto delle pur nobili intenzioni, è innegabilmente uno dei documenti preparatori dell’attuale europeismo globalista, perché propugnava l’unificazione dell’Europa in senso federale su una base filosofica kantiana e su una base teorica istituzionale hamiltoniana. Spinelli e gli altri estensori del Manifesto affermavano la necessità di creare una forza politica esterna ai partiti tradizionali, inevitabilmente legati alla lotta politica nazionale, e quindi incapaci di rispondere efficacemente alle sfide della crescente internazionalizzazione. Il Movimento Federalista Europeo, che sarà anche il modello per il Partito Radicale Transnazionale di Marco Pannella, sarebbe, infatti, nato ispirandosi al Manifesto, nel quale era chiaramente affermato che
«la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido Stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale».
Giulio Sapelli, nel suo caloroso ricordo di Spinelli, lamenta che l’Unione Europea non ha affatto seguito la linea tracciata dal Manifesto di Ventotene ma è rimasta incagliata ed irretita da un assetto tecnocratico alleato, alla bisogna, con il persistente nazionalismo tedesco ossia della Nazione più forte nell’ambito dell’Unione. Sembra quasi che Sapelli voglia, implicitamente, constatare una segreta rivincita della Germania “nazista” sulla resistenza antifascista di Spinelli e, forse, per certi profili, non avrebbe neanche torto.
Il problema che però né Sapelli né, a suo tempo, Spinelli si sono posti sta nella domanda se le nazioni sono un residuo arcaico ed un nemico della Pace Universale di matrice kantiana oppure se esse corrispondono ad una reale e legittima esigenza politica e naturale dell’essere umano. Abbiamo detto “nazioni” e non “Stati nazionali” per quanto dicendo nazioni, a partire da Vestfalia (1648), non possiamo non dire anche Stati nazionali.
E qui cade un primo punto critico. La Pace di Vestfalia – che sancì il definitivo assetto statual-nazionale dell’Europa fuoriuscita dallo sconquasso della Riforma ed avviata verso l’abbandono del vecchio modello universalista della Cristianità medioevale ancora nel XVI secolo incarnato, in forme adeguate ai tempi, dalla “Monarchia” plurinazionale asburgica – ha generato quel che Carl Schmitt chiama “jus publicum europaeum”. Si trattava di un sistema di diritto internazionale inter-statuale ed eurocentrico che, bandita ogni giustificazione teologica – la “justa causa” – della guerra, riconosceva come legittimo il solo “justus hostis” ovvero il nemico formalmente tale sul piano gius-internazionalista, indipendentemente dalle motivazioni vere o presunte della guerra, e che tale poteva essere solo uno Stato territorialmente definito e quindi dotato di un esercito statuale non mercenario.
L’intento era quello di limitare il conflitto, di incanalarlo verso esiti istituzionalizzati in termini e forme diplomatiche, di regolarlo geometricamente sui campi di battaglia onde salvare quante più vite umane possibili, di configurare un diritto bellico che tutelasse i prigionieri e le popolazioni civili. Alla base di tutto questo stava l’esigenza, dopo le cruentissime guerre di religione scatenate dall’offensiva luterano-germanica, di togliere alla guerra ogni giustificazione “militante”, “missionaria”, “ideologica” e quindi ogni giustificazione che, come sarebbe successivamente avvenuto a partire dal XIX secolo, potesse discriminar tra l’“umanità” – ossia il complesso indistinto della collettività mondiale – ed i “nemici dell’umanità” – ossia quegli Stati che ponendosi “al di fuori dell’umanità” attentano, in detta prospettiva mondialista, alla Pace perpetua.
Per circa due secoli, dopo Vestfalia, lo jus publicum europaeum funzionò e riuscì, su base inter-statuale e non anti-statuale, a limitare e contenere la violenza e la guerra. Ma a partire dalle guerre napoleoniche la giustificazione ideologica del conflitto, riapparsa in forma inedita con la Rivoluzione Francese, e quindi il carattere discriminatorio, dello scontro bellico, tra amici e nemici dell’umanità, rientrarono dalla finestra dopo essere stati cacciati dalla porta.
La giustificazione ideologica, però, questa volta si presentò in forma secolarizzata, moderna. Non più, pertanto, nella cornice di  un orizzonte spirituale che, ad iniziare da Aurelio Agostino, nell’età della Cristianità, chiedeva per la legittimità morale della guerra una “justa causa”, sempre difficile da stabilire in mancanza di un’Autorità super partes che giudicasse e pacificasse i contendenti. Anche, infatti, nel caso del diritto internazionale pre-statuale della Cristianità medioevale l’intento era  quello di stabilire i casi, pochi, nei quali fosse lecito ai cristiani combattere. Quindi anche in tal caso  si trattava di cercare le vie per limitare e contenere il conflitto. Benché, poi, all’atto pratico non sempre vi si riusciva, perché il concetto di “giusta causa” era perennemente esposto alla strumentalizzazione ritenendosi ciascuno dei contendenti, senza una forte Autorità che si imponesse quale arbitro terzo, giudice “in causa sui”. Nel XVI secolo ci si sarebbe, infine, accorti che, fratturata irrimediabilmente l’unità della Cristianità e messo in discussione il principio universalista del Papato e dell’Impero, non esisteva più alcuna Autorità che potesse garantire un giudizio equo tra i belligeranti.
Quindi quando Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, nel loro Manifesto, individuano la causa dei mali e delle guerre intra-europee negli Stati nazionali essi prendono una sonora cantonata storica. Non gli Stati nazionali, diventati con Vestfalia i legittimi soggetti del diritto internazionale e dimostratisi capaci di contenere le guerre per tre secoli, ma casomai le ideologie moderne, non escluso il nazionalismo, sono state alla radice dello sconquasso bellico che per due volte nel XX secolo ha travolto l’Europa ed il mondo.
Arriviamo ora al secondo punto critico. L’appartenenza nazionale di ciascun uomo è di diritto naturale, pertanto innegabile sul piano immanente. L’Unicità di Dio e l’Universalità della Chiesa appartengono all’ordine trascendente che non nega, anzi pretende il pluralismo ed il particolarismo dei popoli e delle nazioni sul piano immanente, quindi naturale e politico. Voler astrarre da questo pluralismo non è realizzare l’universalismo cristiano ma al contrario è imitarlo in termini luciferini.
La storia dell’Europa, oltretutto, è una storia al plurale e non è affatto possibile ipotizzare un unico parlamento europeo a base democratica ma a-nazionale, perché non esiste affatto un “unico popolo europeo” ma solo diversi popoli europei uniti da vincoli comuni di cultura e storia. La gollista “Europa della Patrie” corrisponde molto meglio alla storia del Vecchio Continente che non il Federalismo transnazionale di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi.
Ed ecco, dunque, il terzo punto. L’Europa un suo modello storico di unità lo ha ed in passato lo ha sperimentato. Lo abbiamo già incontrato quando abbiamo fatto cenno alla “Monarchia” ispano-asburgica, quella di Carlo V sulla quale “non tramontava mai il sole”. Questo modello era l’esito della rielaborazione rinascimentale dell’antica Cristianità medioevale. Una rielaborazione che tentò di tener conto dell’intervenuta frattura luterana mediante l’applicazione del principio del “cuius regio eius religio”, definito dall’imperatore nella Pace di Augusta del 1555 per determinare la religione dell’Impero nei termini della coesistenza tra luteranesimo e Cattolicesimo. Quel principio sanciva per i prìncipi e le città libere la facoltà di introdurre la fede luterana (lo jus reformandi) nel loro territorio, pur godendo degli stessi diritti degli Stati cattolici all’interno dell’Impero. La popolazione di confessione diversa da quella del principe, sia cattolica sia protestante, doveva adeguarsi alla confessione del principe oppure emigrare.
Come sostengono Franco Cardini e Sergio Valzania, nella loro opera “Le radici perdute dell’Europa – da Carlo V ai conflitti mondiali” (Mondadori, 2006), la rielaborazione ispano-asburgica dell’ideale universalista della Cristianità medioevale non era un utopico tentativo fuori del tempo, contro la modernità nascente e rappresentata dalle monarchie assolute nazionali. Quella rielaborazione corrispondeva ad una reale possibilità storica rimasta allo stato potenziale ma che, anzi, avrebbe potuto avere, in circostanze più favorevoli che purtroppo non si diedero, una sua continuità contendendo il primato alla forma politica dello Stato nazionale o perlomeno affiancandosi ad essa integrandola.
La continuazione storica di quel modello fu l’Impero Austriaco ottocentesco. Il quale sembrò adempiere a quella originaria vocazione soprattutto nella seconda metà di quel secolo quando avvio un processo interno di riforma che trasformò l’Impero ad egemonia tedesca nell’Impero dualista austro-ungherese. La Duplice Monarchia aveva dato avvio alla prospettiva della successiva a progressiva parificazione giuridica tra tutte le sue componenti nazionali. Già, infatti, si parlava a fine ottocento, nonostante le resistenze opposte proprio dagli ungheresi, di “trialismo” con la concessione dell’eguaglianza anche all’elemento slavo (come avrebbe voluto l’erede al trono Francesco Ferdinando, quello assassinato nel 1914 a Sarajevo dagli irredentisti serbi che guardavano al trialismo come ad un pericolo per il nazionalismo slavo).
Si trattava senza dubbio di una compagine sovranazionale ma non transnazionale – che pertanto si fondava sul tendenziale riconoscimento delle nazioni componenti, secondo l’antico e cristiano modello dell’“unità nella diversità”, e non sull’eliminazione delle appartenenze nazionali – il cui delicato equilibrio era assicurato dalla “santità” della Monarchia imperiale che quale Auctoritas super partes riunisse, senza negarli, i popoli dell’Orbe. In tal senso l’imperatore, come faceva il Beato Carlo d’Asbugo, da Madera, luogo portoghese del suo esilio, ben poteva dichiararsi “padre comune dei suoi popoli”.
La Duplice Monarchia danubiana costituiva già un libero mercato al suo interno che avrebbe potuto sviluppare una economia socialmente equa ed equilibrata, all’occorrenza anche applicando, nonostante i fasti dell’austro-marginalismo di Carl Menger, politiche “keynesiane”, dato che l’Autorità imperiale per quanto in alto ben poteva intervenire, direttamente e sussidiariamente, laddove se ne ravvisasse la necessità. Ed anche sotto questo profilo essa rappresenta un modello per l’oggi.
Nell’ultimo parlamento della Monarchia Austro-Ungherese, non a caso, la rappresentanza non era solo a base partitica ma eminentemente a base nazionale. In quel parlamento, nel quale erano rappresentate tutte le nazionalità dell’Impero, fece le sue prime esperienze politiche anche il trentino, e pertanto fino al 1918 suddito imperiale, Alcide De Gasperi, tanto che il suo europeismo, per quanto lo si voglia criticare, è senza dubbio debitore dell’ideale asburgico.
Se, ora, volessimo trasporre quanto finora siamo andati spiegando in termini di attualità, dovremmo dire che il modello storico imperiale al quale abbiamo fatto cenno sarebbe traducibile non nei termini di una Federazione transnazionale, come nell’ipotesi del Manifesto di Spinelli, né in quelli di un unico Super-Stato Centrale Europeo, ma in quelli di una Confederazione che assicuri e garantisca la parificazione giuridica sostanziale tra gli Stati nazionali che la comporrebbero.
Ed assicurare la parificazione giuridica sostanziale tra gli Stati europei significherebbe in concreto, per esempio, stabilire, insieme ad una stanza di compensazione tra monete nazionali legate ad un cambio fisso ma flessibile con l’euro, un meccanismo perequativo delle bilance dei pagamenti, sul modello di Bretton Woods secondo la visione di Keynes e non quella di White, in modo che gli Stati in surplus finanziario e commerciale, come la Germania, siano costretti ad attuare politiche di sostegno alla domanda interna che costituiscano uno sbocco di mercato per le esportazioni dei partner europei. Non, come accade attualmente, con l’egemonia tedesca che impone, per il proprio tornaconto egoistico, la penalizzazione eurocratica dei soli deficit finanziari e commerciali dei più deboli Stati, euro-mediterranei, in difficoltà, a forza di tagli di bilancio, deflazione ed austerità.

                                                                                                  Luigi Copertino

Roma - l'opposizione e i loro servi del Circo Mediatico schiumano rabbia per la serietà con cui si affrontano il problema dei rifiuti

Roma, Campidoglio, Stefano Bina nominato nuovo dg Ama: "Ringrazio tutti"

La sindaca di Roma Virginia Raggi alla riunione di giunta del 18 agosto con la capa di gabinetto Carla Romana Raineri

La riunione iniziata intorno alle 19. In un'ora è arrivata la fiducia sulla nuova nomina, dopo quella di Au di Alessandro Solidoro. Assente l'assessore all'ambiente Paola Muraro

18 agosto 2016

La giunta straordinaria del 18 agosto è iniziata con circa un'ora di ritardo e con l'arrivo, intorno alle 19, anche della sindaca Virginia Raggi. L'ordine del giorno riguardava la nuova governance dell'Ama e appunto la nomina del suo dg Stefano Bina.

E nel giro di un'ora la decisione è stata presa: la giunta di Roma Capitale ha completato il nuovo modello di governance di Roma, "avviato con la nomina ad Au di Alessandro Solidoro, con la fiducia di tutta la giunta al nuovo direttore generale, Stefano Bina, la cui nomina, in attesa di gara pubblica, costituisce tassello fondamentale per il raggiungimento dell'obiettivo 'rifiuti zero' dell'amministrazione Raggi", come ha comunicato il Campidoglio stesso.

"Ringrazio l'amministrazione per la fiducia accordatami" ha detto subito dopo la nomina il nuovo dg Ama. "C'è molto lavoro da fare e mi impegnerò costantemente. Il mio obiettivo è rilanciare un'azienda che ha grandi potenzialità. Mi aspetto la collaborazione di tutti, per il bene di Roma e del Paese".

Presenti alla riunione, oltre al sindaco di Roma Virginia Raggi e il vice sindaco Daniele Frongia, gli assessori Linda Meleo, Luca Bergamo, Marcello Minenna e Flavia Marzano. Assente l'assessore all'ambiente Paola Muraro.

Nato nel 1963, laureato in Ingegneria idraulica sanitaria ambientale presso l'Universita' degli Studi di Pavia, Stefano Bina è un progettista di impiantistiche per la gestione dei rifiuti su base nazionale e un profondo conoscitore del ciclo industriale relativo alla gestione
dei rifiuti. Proveniente dall'Asm, municipalizzata dei rifiuti di Voghera, il nuovo dg di Ama avrà un incarico ad interim, di tre o quattro mesi, fino a quando l'azienda a inizio 2017 selezionerà con un bando ad hoc il suo direttore generale. Probabile che alla selezione concorrerà lo stesso Bina.

Le delibere sulla composizione dello staff della comunicazione verranno invece affrontate nella prossima giunta, che si terrà forse il 24 agosto.