Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 17 settembre 2016

Grozny isola l'isis, al Qaeda, la Fratellanza Musulmana, l'Arabia Saudita, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti

ESTERI
SCENARI/ Al Sisi e Putin, la mossa che isola gli sponsor del califfo
Caleb J. Wulff
sabato 17 settembre 2016


La riunione tenutasi a Grozny alla fine di agosto, di cui ha parlato Renato Farina in un recente articolo sul sussidiario, meritava maggiore attenzione dai media.

La capitale cecena ha visto riunite per un paio di giorni quasi 200 personalità di spicco del mondo sunnita, provenienti da Egitto, Siria, Libano, Giordania, Turchia, India, Paesi africani, Russia e anche Europa. L'incontro aveva lo scopo di definire in modo chiaro quali posizioni possano lecitamente entrare nella definizione di sunnismo. L'esito sorprendente è che per la prima volta è stata esplicitamente esclusa l'appartenenza del salafismo/wahabismo al sunnismo, quanto meno al suo corpo centrale. Si è così andati oltre la condanna di atti esecrabili compiuti da Isis o altri gruppi estremisti per colpire direttamente, almeno così si può dedurre, le radici teologiche su cui questi gruppi fondano la propria azione e legittimazione.

Il fatto più rilevante, tuttavia, è che il wahabismo è la scuola teologica dominante in Arabia Saudita, nel Qatar e diffuso in altri Paesi musulmani, alla radice anche del movimento dei Fratelli musulmani. I quali hanno reagito con una nota in cui si accusa la conferenza di Grozny di spargere divisioni nel mondo musulmano proprio in concomitanza con il pellegrinaggio alla Mecca, che dovrebbe essere segno di unità per tutti i musulmani. Si accenna anche a complotti e tradimenti eterodiretti, ripresi nelle veementi reazioni dell'Arabia Saudita, che definiscono la riunione di Grozny un tentativo della Russia, sotto la copertura delle dichiarazioni teologiche, di formare una coalizione anti saudita guidata dall'Egitto.

Il ruolo giocato dalla Russia — la Cecenia fa parte della Federazione russa — e dall'Egitto, soprattutto con il grande imam della moschea Al Azhar del Cairo, Ahmed al-Tayeb, è innegabile. Come riporta Asianews, padre Samir Kalil Samir, ben noto anche ai lettori del sussidiario, ha definito la conferenza "un fatto davvero straordinario. L'Egitto sembra essere stato l'iniziatore" e rimanda alla richiesta fatta nel dicembre del 2014 dal presidente egiziano al-Sisi. In quell'occasione, proprio durante una visita ad Al Azhar, il generale aveva chiesto una "rivoluzione religiosa" all'interno del mondo musulmano, dicendo tra l'altro che "È inconcepibile che il pensiero che noi riteniamo più sacro faccia dell'intera umma (comunità musulmana mondiale, ndr) una causa di ansietà, pericolo, morte e distruzione per il resto del mondo".

Nelle reazioni saudite, come sempre nelle questioni islamiche, si intrecciano componenti religiose con fattori geopolitici. Sotto il primo profilo, se a Grozny sono stati i wahabiti ad essere estromessi dal cuore del sunnismo, a Riyadh considerano la conferenza una deviazione dal vero islam provocata da sufi e sciiti, entrambi considerati eretici da combattere. 

Sotto il secondo aspetto, lo Stato dove gli sciiti sono la stragrande maggioranza è l'Iran, il cui regime è altrettanto confessionale di quello saudita, ma un suo deciso avversario su diversi fronti, dalla Siria allo Yemen. Teheran ha ben accolto l'incontro di Grozny, anche per il già citato ruolo di al-Tayeb, che in passato ha già auspicato un riavvicinamento tra sunniti e sciiti. All'inizio di settembre si è aperta un'altra grave crisi nei rapporti tra Iran e Arabia Saudita con il divieto di partecipazione dei pellegrini iraniani al pellegrinaggio annuale alla Mecca. La motivazione è lo scambio di accuse tra i due governi sulle responsabilità per la tragica calca che l'anno scorso causò diverse centinaia di morti tra i pellegrini, di cui quasi 500 iraniani.

Questa polemica mette in rilievo un nuovo pericoloso fronte per i regnanti sauditi che, come noto, si fregiano del titolo di Custodi dei luoghi sacri dell'islam, un titolo e un ruolo difficili da mantenere se la maggioranza del mondo musulmano accettasse le conclusioni di Grozny. Comunque, è probabile una sempre più decisa azione di ostacolo all'espansione del wahabismo, sia nei Paesi musulmani che altrove, e ai finanziamenti che arrivano a questi gruppi soprattutto da Arabia Saudita e Qatar.

Queste azioni saranno rese più facili, come sottolineato da qualche commentatore, dalle difficoltà finanziarie che il regno saudita sta incontrando a causa del basso prezzo del petrolio, conseguenza di una guerra dei prezzi voluta dagli stessi sauditi. Forse non a caso si sono aperti contatti con Mosca per un possibile "raffreddamento" di questa guerra.

Ed ecco l'altro aspetto importante sotto il profilo geopolitico: in diversi di questi avvenimenti si ritrova la Russia di Putin. Mosca è alleata di Teheran, con l'Iran e le forze locali sciite è parte attiva, e per certi versi risolutiva, nella guerra in Siria, ha riallacciato i rapporti con la Turchia e, sotto traccia, anche con Israele. Negli ultimi tempi è apparso chiaro il suo impegno in Libia a sostegno del governo di Tobruk, in particolare del generale Haftar, sostenuto guarda caso dall'Egitto.

Data l'estrema volatilità della situazione mediorientale, difficile dire quanto questa strategia rimarrà stabile e quali ne saranno i risultati finali. Ciò che rimane confermata è la confusione nella strategia statunitense, che sembra rimanere costantemente spiazzata dagli avvenimenti sul terreno. Washington rischia di ritrovarsi isolata con Riyadh, cui sta inviando ancora armi da usare nella quasi dimenticata guerra nello Yemen. Nello stesso tempo, però, il Congresso ha votato una legge che consente alle famiglie delle vittime dell'11 settembre di citare in giudizio il governo saudita, ma Obama sembra deciso a porre il suo veto. Forse la confusione non è solo nella politica estera.


Venezuela - l'altra faccia del chavismo

Venezuela, chi è il militare che gestisce la crisi
L'articolo di Livio Zanotti, giornalista già all'Espresso, alla Stampa e alla Rai, per anni corrispondente dall'America Latina

Nel Venezuela in drammatica crisi sembra cominciata la transizione verso un diverso regime politico e i militari ne hanno assunto il massimo protagonismo. I 18 generali ai quali il presidente Nicolas Maduro ha conferito ufficialmente gestione e controllo delle vie di comunicazione, porti e aeroporti, dell’approvvigionamento e distribuzione di cibo, medicinali e carburante, di fatto ne surrogano il potere effettivo di governo. E’ una svolta destinata a influire anche nel dialogo riservato ma ormai non più segreto tra governo e opposizione.

I rapporti di gerarchia formale non cambiano, così come la costituzione bolivariana resta invariata. Le deleghe di autonomia affidate agli alti ufficiali delle forze armate rovesciano però quelli di autorità, competenze decisionali e responsabilità di fronte al paese. La formula “militari per il popolo” sostituisce quella de “il popolo con i militari”, che prima con Chavez e poi con Maduro ha espresso nella sintesi dello slogan il senso dei rapporti di forza all’interno dell’alleanza civico-militare degli ultimi 15 anni.

I 18 generali sono tutti di provata fede chavista. Il numero uno di questa sorta di comitato di salvezza nazionale,Vladimir Padrino Lopez, 54 anni, già comandante in capo delle forze armate e oggi ministro della Difesa, nel 2002 ebbe un ruolo determinante nel riportare in libertà l’allora presidente Hugo Chavez arrestato nel corso di un tentativo di colpo di stato poi fallito. E’ un uomo che rivendica apertamente per se stesso e per tutti i “cittadini-soldati” il diritto a esercitare la politica.

Fa riferimento a Platone e Aristotele per spiegare la sua idea della politica, al rapporto causa-effetto per testimoniare la modernità del principio con cui analizza le contraddizioni venezuelane e nel mondo, si dichiara partigiano della pace e cita Kant, socialista e Gramsci. Maliziosamente, i suoi avversari ricordano che Vladimir non è un nome nazionale, per insinuare che il padre ha inteso celebrare il nome di Lenin, ovvero era di simpatie comuniste. Lui non si scompone e si autodefinisce un patriota e un cristiano.

Non ignora certo il rischio di venire travolto dall’immane compito di risolvere o quanto meno attenuare notevolmente la crisi alimentare e sanitaria che da mesi scuote e debilita giorno dopo giorno il Venezuela. Ma fin dal primo momento sta mostrando di voler fare sul serio, ha già sequestrato magazzini stracolmi di alimenti destinati al mercato nero in un paio di porti tra i maggiori del paese. Gli speculatori hanno tentato di negoziare con alcuni suoi ufficiali e lui ne ha fatto ordinare immediatamente il trasferimento.

Sta mettendo le mani nella politica estera per assicurarsi le importazioni più urgenti. Ha fatto sondare direttamente un paio di mercati europei e vari fornitori canadesi. Ripercorre le vie dei contatti commerciali tradizionali delle esportazioni petrolifere per trovare possibilità di triangolazione, nella speranza che il prezzo internazionale del greggio continui intanto a risalire e renda meno soffocante il commercio estero di Caracas. Tanto dinamismo ad ampio raggio rivela qualcosa di più dell’orgoglio d’un soldato fedele alla patria. Se sconfigge il contrabbando, il generale Lopez non avrà risolto il grave sbandamento del chavismo, ma ne diventerebbe un popolare candidato leader.


Deutsche Bank una multa che non pagherà mai MA lo scontro è sulle multinazionali che non devono pagare le tasse

IL TITOLO DI DB CROLLA, UNA RAGIONE IN PIÙ PER SPECULARE

Subprime, Deutsche Bank paga la multa della Apple: come i governi difendono banche e multinazionali

Stati Uniti e Germania, i due pesi massimi dell’economia mondiale, si scontrano ormai in campo aperto, senza esclusione di colpi. Le multinazionali Usa hanno bisogno delle banche che vendono derivati

Deutsche Bank pagherà indirettamente la multa di Apple? (© )





BERLINO - Gli analisti fingono di non vedere o non raccontano lo scontro politico, ed economico, tra Stati Uniti e Germania. I due pesi massimi dell’economia mondiale si scontrano ormai in campo aperto, senza esclusione di colpi. Una riedizione delle battaglie di settant'anni fa, combattute questa volta sui mercati finanziari? Di questi giorni la notizia che il Dipartimento di Giustizia Usa ha chiesto un risarcimento danni a Deutsche Bank pari a 14 miliardi di dollari. La ragione ufficiale? La crisi dei subprime del 2008. La banca tedesca ha già risposto che gli statunitensi possono pure scordarselo, e questi ultimi hanno controrisposto che rimangono in attesa di una «controfferta»: che mai arriverà.
Una sorta di patteggiamento tra Usa e Germania
Attenzione, perché la cifra richiesta dagli Usa è una sorta di patteggiamento: in definitiva offrono ai banchieri teutonici di archiviare il caso di vendita di obbligazioni garantite, ma scoperte, in cambio di un bel mucchio di soldi. La prova, ennesima, che la legalità scaturisce dai rapporti di forza, cioè di classe. Deutsche Bank, e altre banche, tra cui Citigroup, Jp Morgan e Morgan Stanley, che hanno affossato l’economia mondiale, almeno quella della classe media occidentale, se la cavano se aprono il portafoglio. La querelle proseguirà per molto tempo ed è probabile che una reale transazione di denaro non si abbia mai. Difficoltà giurisdizionali, unite a quelle politiche, rendono queste operazioni prettamente simboliche.

Il titolo di DB crolla, una ragione in più per speculare
Il titolo di DB crolla quindi in borsa e trascina con sé buona parte delle borse europee. Una ragione per speculare sui titoli degli istituti di credito, soprattutto quelli derelitti italiani, si trova sempre. Ogni giorno ha la sua croce e non c’è possibilità di appello se si finisce nel mirino di chi vuole affossare un prezzo. Ora, che Deutsche Bank paghi 14 miliardi di euro al governo statunitense è probabile quanto la Apple dia più o meno la stessa cifra allo stato irlandese.

Cosa c'entra DB con Apple e l'Irlanda
Le due vicende, anche se gli analisti fanno finta di non vedere, o peggio non capiscono, sono strettamente intrecciate. Con l’ingiunzione di pagamento che la Ue ha inflitto, via Irlanda ovviamente, alla multinazionale della mela, sono stati toccati degli interessi strategici dell'elite progressista statunitense. Quella che non vuole pagare le tasse a casa propria, né a casa degli altri, e per produrre non tentenna di fronte all’utilizzo degli schiavi (in Cina). Non solo: vengono intaccati gli interesse di buona parte delle multinazionali che hanno sede (fittizia) in Irlanda, prettamente per furbizia fiscale.

Quel paradiso fiscale chiamato Irlanda, dove le società Usa fanno profitti
L’Irlanda è un paradiso fiscale che pratica con disinvoltura il dumping, rendendo di fatto fuori mercato buona parte degli altri sistemi fiscali Ue. I soldi che le multinazionali risparmiano possono quindi riportarli tranquillamente presso i propri paesi d’origine. E quale è il paese che più di tutti ha multinazionali con sede fiscale in Irlanda? Gli Stati Uniti. La risposta americana giunge con tempismo sorprendente. Certo la vicenda era nota, altre banche sono già state condannate da tempo, ma la coincidenza dei due dati risulta evidente. Si sta quindi instaurando una trattativa a suon di multe miliardarie comminate da governi nazionali? In controluce è possibile leggere quale ruolo hanno i governi democraticamente eletti, oggi. E, soprattutto, di chi fanno gli interessi.

Le multinazionali Usa hanno bisogno delle banche che vendono derivati
Inizierà quindi una sorta di mercato della fiscalità tra governi? Gli Usa a difesa delle loro multinazionali che non pagano tasse, l’Europa a difesa delle proprie banche, cioè quelle tedesche, che fanno affari sui derivati vendendo immondizia? Se questo è lo scenario in essere, come probabile, ci troviamo in ogni caso di fronte ad un bluff. I sistemi sono così intrecciati che le multinazionali statunitensi che non pagano tasse necessitano delle banche che vendono derivati immondizia. I capitali, immensi, che vengono accumulati da entità sovranazionali come Appleet similia necessitano di grandi banche che operano sui grandi mercati finanziari di New York, Londra e Francoforte. Una compenetrazione letale che dovrebbe essere scardinata dai governi, ma che al massimo si limitano a tifare per l’organizzazione economica di casa propria.

Intervista a Giulietto Chiesa: "Il New Policy Forum e la sicurezza milit...

PTV news 16 Settembre 2016 - La finanza Usa attacca l’Europa

MMT in pillole - Il Monopolista della Valuta

Ciampi - solo degli euroimbecilli potevano far schizzare gli interessi sul debito alle stelle facendo ingrassare la finanza internazionale, solo degli euroimbecilli ci hanno costretto nella gabbia dell'euro dandoci miseria e desolazione nonostante la lezione del del 1992

CONTRO LA BEATIFICAZIONE DI CIAMPI! 

di Luigi Copertino
Luigi Copertino 17 settembre 2016


CONTRO LA BEATIFICAZIONE DI CIAMPI!

E’ morto Carlo Azeglio Ciampi. Pace all’anima sua! Come al solito, però, il sistema politico-mediatico conformista, in queste ore sta operando per la canonizzazione laica di un personaggio che, se certo non era belzebù, si è assunto, storicamente, la responsabilità di una serie di marchiani errori di politica economica i quali, a detta di autorevoli economisti, solo un principiante poteva commettere. Infatti soltanto in un Paese allo sbando come il nostro poteva accadere che a rivestire la carica di governatore di Bankitalia, poi primo ministro e quindi ministro del Tesoro, potesse giungere uno come Ciampi laureatosi, nel 1940, in … Lettere! Azionista ed antifascista di vecchia data, non trovò di meglio durante il suo governo negli anni ’90 che riscoprire, a modo suo naturalmente, la ricetta “corporativista”. Perché tale fu la concertazione industriale-sindacale che il suo governo sollecitò dalle parti sociale ed ottenne allo scopo di rendere praticabile la sua “politica dei redditi”. In quegli anni la sinistra antifascista – per pura opposizione a Berlusconi (che certo non era meglio) di cui il duo Ciampi-Prodi in quegli anni rappresentava l’alternativa ulivista – aveva un orgasmo politico ogni volta che l’ex governatore di Bankitalia parlava. Però nessuno fece notare agli Occhetto, ai Fassino, ai Bersani, dell’epoca, che la concertazione di Ciampi era molto simile a quella appunto, benché in clima autoritario, altrettanto concertativa, ossia di collaborazione capitale-lavoro, di un certo regime prebellico.

Ma quando abbiamo citato i “marchiani errori di politica economica” di Ciampi non è alla concertazione che intendevamo richiamarci. Non è stata la concertazione l’errore storico di Ciampi ma il ruolo da lui svolto nella politica monetaria deflattiva che nessuno, oggi, ha il coraggio di rammentare apertamente, mentre la canonizzazione mediatico-politica è in corso. Ciampi, insieme a Beniamino Andreatta, è stato il responsabile del cosiddetto “divorzio” tra Bankitalia e Tesoro, nel 1981, ossia dell’inizio della sottrazione allo Stato della propria sovranità monetaria in favore dei mercati finanziari. L’intenzione del duo Ciampi-Andreatta – che realizzò il “divorzio” con un semplice scambio di lettere e senza alcuna deliberazione del Parlamento (pseudo)sovrano rappresentante, presunto, del Popolo italiano – era quella di fermare l’alta inflazione del precedente decennio ‘70. La loro analisi partiva dall’errata “teoria quantitativa della moneta” per la quale è l’eccesso di circolante monetario che provoca inflazione (se fosse vera una tale teoria, oggi che la Bce ha inondato il mercato di uno tsunami di liquidità dovremmo avere un’inflazione a tre cifre mentre non si riesce neanche a raggiungere l’obiettivo stimato da Draghi dell’inflazione all’1,8%, e la deflazione perdura e devasta l’economia mondiale). In realtà l’inflazione degli anni ‘70 fu una inflazione da costi ossia da aumento inusitato dei costi del greggio (causato dalla riduzione della sua offerta sul mercato internazionale, provocata dai contraccolpi delle guerre arabo-israeliane tornate a riacutizzarsi quella del 1967). L’aumento del costo del greggio si ripercosse sui costi dei prodotti finiti, ossia sui prezzi dei beni. Dando inoltre, come conseguenza ulteriore, una spinta, mai così forte fino a quel momento, alla rincorsa tra aumenti salariali ed inflazione, ovvero costo della vita, che a sua volta provocava un ulteriore aumento dei costi di produzione e quindi del prezzo dei beni finiti. Negli anni ’80, poi, mentre l’inflazione scendeva per cessazione della sua causa principale, non si trovò di meglio, ed anche in questo Ciampi ebbe un suo nefasto ruolo, che abrogare il meccanismo della “scala mobile salariale” facendo un favore ai soli industriali e senza che la disoccupazione diminuisse come promesso dagli abolizionisti.

L’inflazione era, infatti, in graduale diminuzione già prima del 1981, anno del “divorzio”, proprio perché l’offerta di greggio tornò a soddisfare la domanda alla fine degli anni ‘70 quando il clima vicino-orientale si fece più disteso in vista di quelli che poi furono gli accordi di Camp David. Ma il duo Ciampi-Andreatta credette di fermare l’inflazione costringendo lo Stato a finanziarsi sui mercati finanziari ossia pagando tassi di interesse reali, laddove, prima del “divorzio”, quando Bankitalia acquistava i titoli del Tesoro, lo Stato pagava interessi prossimi allo zero. Dietro il “divorzio” si celava l’idea per la quale se lo Stato, per finanziarsi, fosse stato costretto a pagare tassi reali ai mercati finanziari avrebbe dovuto ridurre la sua spesa, quindi il suo debito, e pertanto contrarre le prestazioni di welfare e gli investimenti pubblici lasciando spazio esclusivamente a quelli privati, ossia privatizzando i propri apparati produttivi (quelli dell’Iri) come poi, nel 1992, avvenne con l’affaire “Britannia” condotto in porto da Mario Draghi in veste di Direttore Generale del Tesoro. Il risultato, oltre a quello di arricchire gli hedge funds e gli speculatori vari, fu però l’impennata del debito pubblico la cui riduzione era invece, come si è visto, il secondo obiettivo da raggiungere per il duo Ciampi-Andreatta.

Questo accadde semplicemente perché la spesa pubblica per interessi ed il vincolo esterno imposto dal cambio semi-fisso dello Sme innalzò il debito invece che diminuirlo. Far aderire l’Italia allo Sme fu un’altra operazione “europeista” guidata da Ciampi, in vista della futura moneta unica europea, senza chiedere, in compenso del sacrificio della sovranità monetaria nazionale, meccanismi di riequilibrio delle bilance dei pagamenti tra gli Stati aderenti al progetto. Sicché quando George Soros attaccando speculativamente lira a sterlina fece crollare lo Sme le nostre eurocrazia nazionali avrebbero dovuto imparare la lezione, ma non fu così. Accortosi della insensatezza di un sistema di cambi semi-fissi privo di un attore politico di coordinamento che concertasse le politiche degli Stati europei – un sistema che, nel vuoto politico confederale, stava permettendo alla Germania, ed in misura minore alla Francia, di ergersi a Nazione-Guida nell’esclusivo suo interesse – lo speculatore ungherese, allievo di Popper il filosofo della “società aperta”, colpì nel punto più vulnerabile ovvero gli squilibri monetari reali che il cambio semi-fisso nascondeva senza appianare. Infatti lo Sme costringeva gli Stati più deboli ad inseguire il tasso di cambio del forte marco tedesco deprimendo la competitività delle proprie economie. In altre parole la politica monetaria e quelle dei cambi di tutti gli Stati dello Sme era decisa esclusivamente dalla Germania, tutt’al più dall’alleanza tedesco-francese (si parlava all’epoca di Europa “carolingia”), e non, come avrebbe dovuto essere, da un attore confederale che mantenesse in equilibrio, senza rigide costrizioni, i rapporti tra le monete facendo funzionare una qualche stanza di compensazione che imponesse non solo agli Stati in deficit, della bilancia commerciale e dei pagamenti, il risanamento di bilancio ma anche agli Stati in surplus politiche di aumento della domanda interna per favorire le esportazioni dei Paesi partner. Soros aveva compreso che in uno Sme così mal congegnato a lungo andare si sarebbe profilata all’orizzonte l’inevitabilità della svalutazione da parte degli Stati più deboli. Egli non fece altro che accelerare i tempi attaccando speculativamente prima la nostra lira e poi la sterlina inglese e costringendo l’Italia nel 1992 e l’Inghilterra nel 1993 ad uscire dallo Sme ed a svalutare (con immediato beneficio per le nostre esportazioni e la nostra bilancia commerciale).

Ma Ciampi, in quel momento governatore di Bankitalia, credette di poter resistere all’attacco del fondo speculativo di Soros dando fondo a tutte le riserve valutarie in marchi della Banca d’Italia. Il rapporto di forze era però assolutamente ineguale perché Soros – opportunamente finanziato dai suoi “amici” banchieri internazionali – vendeva lire contro marchi in quantità talmente enormi da sfuggire a qualsiasi possibilità di controllo da parte di Bankitalia. Per sostenere il valore della lira, e quindi il suo cambio rispetto al marco, e restare nello Sme, Ciampi diede, come detto, fondo alle riserve di marchi della nostra Banca Centrale nel tentativo di vendere marchi contro lire e riacquistare, ritirandola, l’ingente massa della nostra divisa dell’epoca, gettata sul mercato da Soros per svalutarla, onde sostenerne il valore di cambio nei limiti dei parametri stabiliti dallo Sme. Ma prima o poi le riserve di marchi a nostra disposizione dovevano esaurirsi e, nell’impossibilità di Bankitalia di stampare altri marchi, la lira dovette svalutare.

L’accanita resistenza di Ciampi all’attacco speculativo è spiegabile solo con l’accecamento di chi crede che si possa raggiungere l’unità monetaria senza una preventiva istanza politica, di chi all’epoca riteneva, contro i tanti ammonimenti da parte degli economisti e l’insegnamento stesso della storia, che la via monetaria fosse l’unica via per l’unione politica europea sicché un sistema di cambi fissi o una moneta unica avrebbe costretto gli Stati europei a federarsi. Una convinzione che non fu affatto abbandonata, neanche dopo la crisi del 1992 e che preparò la crisi del 2009 nella quale ancora ci dibattiamo. Senonché quella inutile ed insensata resistenza di Ciampi costò alla nostra economia perdite e danni in misura indicibile che invece si sarebbero potuti evitare se non avesse prevalso il “dogma eurocratico”, all’epoca in avanzata fase di gestazione.

Ora che Ciampi è morto tutto questo va ricordato non solo per uscire fuori dal coro melenso e disgustoso messo in scena dai soliti laudatores del solito tecnocrate di turno ma anche, soprattutto, per trarne la lezione che questa Unione Europea è tutta da rifare ma su ben altre basi, ponendo il Politico al primo posto e l’economia, come deve essere, al secondo.

Qui di seguito un articolo, tratto dal sito www.keynesblog, che spiega in termini di scienza economica quanto sopra detto. Buona lettura.

Luigi Copertino



Le vere cause del debito pubblico italiano


Dal 1981 la Banca d’Italia, per decisione di Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, ha smesso di monetizzare il debito pubblico che è schizzato alle stelle. Una storia che si è ripetuta, amplificata, con l’Euro e la BCE.

di Domenico Moro da Pubblico 

In questi giorni la stampa tedesca ha attaccato con forza Draghi. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, lo ha accusato di voler trasferire alla Bce i metodi della Banca d’Italia. Questa sarebbe al servizio dello Stato, di cui alimenterebbe le casse. Se ora la Bce finanziasse i debiti statali acquistandone i titoli, scatenerebbe l’inflazione e aggraverebbe la crisi dell’eurozona.

Come ha fatto notare anche il Sole 24ore, le critiche di Steltzner alla Banca d’Italia sono infondate. A partire dal 1981 la Banca d’Italia ha “divorziato” dal Tesoro e non è più intervenuta nell’acquisto di titoli di Stato. Ciò che non viene detto, però, è che quella lontana decisione contribuì a produrre non solo l’enorme debito pubblico ma anche il primo attacco ai salari. L’attuale debito pubblico italiano si formò tra gli anni ’80 e ’90, passando dal 57,7% sul Pil nel 1980 al 124,3% nel 1994. Tale crescita, molto più consistente di quella degli altri Paesi europei, non fu dovuta ad una impennata della spesa dello Stato, che rimase sempre al di sotto della media della Ue e dell’eurozona e, tra 1991 e 2005, sempre al di sotto di quella tedesca.

Nel 1984 l’Italia spendeva – al netto degli interessi sul debito – il 42,1% del Pil, che nel 1994 era aumentato appena al 42,9%. Nello stesso periodo la media Ue (esclusa l’Italia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%. Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano? Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall’8% del Pil nel 1984 all’11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto d’Europa. Sempre nello stesso periodo la media Ue passò dal 4,1% al 4,4% e quella dell’eurozona dal 3,5% al 4,4%.

Nel 1993 il divario tra i tassi d’interesse fu addirittura triplo, il 13% in Italia contro il 4,4% della zona euro e il 4,3% della Ue. La crescita dei debiti pubblici dipende da molte cause, soprattutto dalla necessità di sostenere le crisi e la caduta dei profitti privati che, dal ’74-75, caratterizzano ciclicamente i Paesi più avanzati. Tuttavia, è evidente che politiche sbagliate di finanza pubblica possono rendere ingestibile la situazione del debito, come è avvenuto in Italia. Visto che l’entità dei tassi d’interesse sui titoli di stato, ovvero quanto lo Stato paga per avere un prestito, dipende dalla domanda dei titoli stessi, l’eliminazione di una componente importante della domanda, quale è la Banca centrale, ha avuto l’effetto di far schizzare verso l’alto gli interessi e, quindi, di far esplodere il debito totale.

Inoltre, la mancanza del cordone protettivo della Banca d’Italia espose il nostro debito alle manovre speculative degli investitori internazionali. Fu quanto accadde nel 1992, quando gli attacchi speculativi alla lira costrinsero l’Italia ad uscire dal Sistema monetario europeo e a svalutare. Insomma, non solo Steltzner ha torto riguardo alla Banca d’Italia, ma è il principio stesso dell’“autonomia” della Banca centrale, da lui tanto tenacemente difeso, ad aver dato per trent’anni in Italia gli stessi risultati negativi che ora sta producendo nell’eurozona.

Ci si potrebbe chiedere a questo punto quale fu la ragione del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro. Ce lo spiega il suo autore, l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta. Uno degli obiettivi era quello di abbattere i salari, imponendo una deflazione che desse la possibilità di annullare “il demenziale rafforzamento della scala mobile, prodotto dall’accordo tra Confindustria e sindacati”. Infatti, nel 1984 con gli accordi di San Valentino la scala mobile fu indebolita e nel 1992 definitivamente eliminata. Anche oggi, come allora, le presunte “necessità” di bilancio pubblico sono la leva attraverso cui ridurre il salario, in Italia e in Europa. Con la differenza che oggi l’attacco si estende al salario indiretto, cioè al welfare.

Strategia della Paura - un dato è certo - “I terroristi stanno evolvendosi. Non dimenticano più carte d’identità nel momento in cui abbandonano la loro auto, adesso lasciano nella vettura soltanto un blocco notes scritto in arabo.”

Fallito attentato di Parigi: il testimone chiave contraddice la versione ufficiale dei fatti.

Maurizio Blondet 17 settembre 2016 


Fallito attentato di Parigi: il testimone chiave contraddice la versione ufficiale dei fatti.

INFO PANAMZA. La testimonianza del cameriere che ha visto il conducente dell’auto sulla quale erano state piazzate le bombole di gas non parla di nessuna presenza di donne al suo fianco.

09/09/2016 ore 17,44
Giovedì sera, Bernard Cazeneuve, Ministro dell’Interno francese, sempre particolarmente zelante nei confronti del CRIF (Conseil Représentatif des Institutions Juives de France) ha manifestato la sua soddisfazione per l’arresto di tre donne presentate come co-autrici del falso attentato sventato a Parigi, nella notte tra domenica e lunedì.

Lampeggiatore di emergenza acceso e assolutamente priva di targhe di riconoscimento, la macchina sospetta era stata ritrovata all’altezza del civico 43 di Rue de la Bûcherie, in una strada dove la sosta è proibita.

Il cameriere del Bar Ristorante Le Petit Pont (gestito da Chistofer Salabert), Stéphane ha raccontato la sua testimonianza BFM TV ed a Europe 1.

Ciò che bisogna notare di queste due interviste è questo: secondo il cameriere l’autovettura è stata parcheggiate intorno alle 2,30 e la polizia, avvertita per ben tre volte, è intervenuta soltanto verso le 7,30. Il cameriere racconta di aver visto soltanto un “uomo” abbandonare il veicolo mal parcheggiato, lampeggiatore di emergenza acceso ed una bombola di gas ben in vista sul sedile posteriore.

Problema: secondo France Info e Le Figaro, delle donne erano all’interno della vettura ed avrebbero anche tentato di accenderne i fari.

Da notare: Jean Christophe Dècugis giornalista di cronaca di polizia giudiziaria di Télé I, (di cui l’autore di queste note d’informazione ha personalmente scoperto delle discrepanze menzognere con la realtà dei fatti), questo pomeriggio ha dichiarato che la vetture era stata parcheggiata alle 3,20 e che le donne interrogate ieri, avrebbero tentato di accendere i fari.

Dettaglio da evidenziare: Florence Berthout, sindaco LR du Vème arrondissement, nel cui territorio il veicolo è stato ritrovato, ha fatto sapere che sarebbe stato scoperto un blocco notes scritto in arabo.

Dettaglio molto particolare da evidenziare: Florence Berthout è molto vicina al CRIF (Conseil Représentatif des Institutions Juives de France) e svolge parallelamente una collaborazione con RCJ radio della comunità ebraica assolutamente schierata a fianco d’Israele e presso la quale lavora anche un certo Frédéric Haziza[1].

HICHAM HAMZA

Info Panamza è un sito “controcorrente” che di certo non si perita di raccontare verità scomode. Anche nel caso del mancato o abortito attentato, o meglio della messa in scena del medesimo, al centro di Parigi, come vedete dallo scritto di Hamza, niente viene lasciato al caso o falsamente dimenticato. E’ in predicato di chiusura per mancanza di fondi economici e per una costante e pressante “attenzione” da parte di tutta la canea della stampa asservita ai poteri dominanti.

La mano dei servizi nella gestione dell’episodio è fin troppo evidente: la stampa mondialista si è naturalmente lanciata in una serie di riflessioni più o meno fantasiose: come mai la macchina è stata abbandonata a due passi da Notre-Dame carica di bombole di gas, ma senza detonatori od inneschi? Un avvertimento? Un segnale prodromo di ulteriori attentati sul suolo francese?

Una marea di balle!

Un lettore del sito argutamente scrive:

“I terroristi stanno evolvendosi. Non dimenticano più carte d’identità nel momento in cui abbandonano la loro auto, adesso lasciano nella vettura soltanto un blocco notes scritto in arabo.”

I documenti dei terroristi aggiungiamo noi si ritrovano sempre intatti sia che siano in mezzo al fuoco, sia che vengano dimenticati sul tetto delle auto, sia che, come a Bruxelles, l’attentatore si faccia saltare in aria. Ma che cose miracolose stanno avvenendo, davvero degne di un intervento della Provvidenza senz’altro straordinario. Pardon in Francia la parola Provvidenza, non si può mai pronunciare violerebbe “la laicità della Repubblica” così intensamente sempre riaffermata e rafforzata con leggi ferree, soprattutto a senso unico contro i cattolici. Allora di cosa dobbiamo parlare: di fortuna, di caso, di coincidenza fortunata e straordinaria, di terroristi in addestramento?

Non è dato a sapere.

Di seguito ci assale un’altra domanda generata da un dubbio banale: ma come mai gli ultimi attentai sono tutti stati compiuti in Francia o nella parte francofona del Belgio? In Germania soltanto episodi o di massa o a livelli di semi squilibrati.

Ci viene in soccorso ancora una volta la voce del blog.

“ I tedeschi sembrano non avere un’aria contenta riguardo ai piani preparati a Parigi per smantellare tutta la “loro” Europa. Né tanto meno dal ruolo svolto dai servizi francesi ed israeliani per eseguire degli attentati di una certa gravità in Germania (piano Franco-forte).
Ma c’è di più, al summit dei “poveri d’Europa” ad Atene è stato detto esplicitamente da parte dei francesi: Parigi vuole smantellare tutta l’artificiosa e spocchiosa Europa creata dalla Germania in questi anni. Essa effettivamente altro non è che la famosa e “forte comunità germanica al centro d’Europa” di cui parlava tanto sia Hitler che il suo Ministro della Propaganda del Reich il dottor Goebbels. Tutto sommato fin qui si potrebbe anche essere d’accordo: l’Europa “grande IV Reich” tedesco non piace a nessuno tranne che alla Merkel ed al suo scherano Wolfgang Schäuble ed ai burattinai d’oltre oceano.
Ma al posto di questa Europa Hollande, spalleggiato dietro le quinte da Netanyahu, cosa vorrebbe sostituire? Si propone ai “poveri d’Europa”:
“Un’unione del Mediterraneo già proposta dal mossadnik Sarkozy e “musicata” da Andre Azoulay[2] dopo Rabat. Un piano dove Francia ed Israele regnano sull’asse Maghreb Sahel e sul Mediterraneo rubando il gas ed il petrolio dei paesi mussulmani e della Palestina. Un piano grazie al quale Francia ed Israele si fanno carico di integrare lo stato sionista nell’economia dei paesi mussulmani anche con la forza se necessario, affinché Israele possa estendere le sue frontiere vivendo sulle ricchezze dei popoli mussulmani, continuando il saccheggio e la rapina coloniale come già a suo tempo la Francia fece, per esempio, in Algeria”.


Per raggiungere lo scopo. Si cavalca la protesta di movimenti “spontanei” come le varie rivolte nel nord Africa e si procede alla eliminazione anche fisica di uno scomodo personaggio, come Gheddafi, voluta ad ogni costo da Sarkozy, con l’intento di occupare la Libia cacciando americani, inglesi ed italiani. Ma si affiancano anche tutta una serie di iniziative collaterali preparative come Conferenze degli stati del Mediterraneo o di accordi commerciali tra questi stati e l’Europa.
Qualcuno comincia ad essere sempre più convinto che dietro gli attentati in Francia, Belgio e Germania si manifesti sempre più forte la mano dei servizi francesi ed israeliani.

[1] Haziza è un giornalista ebreo molto impegnato nella causa pro sionismo. Inizia la sua carriera nel 1986 a Radio J, Scrive anche per il settimanale satirico Canard Enchené dove tiene varie rubriche. Si dice riceva imbeccate interessanti da Brice Hoterfeux ministro del governo Fillon. Nel marzo 2011 sempre a Radio J invita Marine Le Pen. L’emittente dietro le pressioni della comunità ebraica cancella la trasmissione: lui dichiara: “ Volevo solo fare il mio lavoro di giornalista. Tutto qua. Questo invito stava assumendo proporzioni troppo importanti. ACRIMED osservatorio critico dei Media lo accusa di mancanza di deontologia professionale. Il 7 marzo di quest’anno durante una cena organizzata dal CRIF sfera un pugno ad un giornalista di una Web televisione Egalité e Réconciliation emittente di destra estrema, dopo aver minacciato di distruggere la sua telecamera. E’ stato querelato. Si dichiara anti mondialista ed antiliberale di sinistra.

[2] Nato da una famiglia di origini ebraiche marocchina, è diplomato al Centre de formation des journalistes de Paris. Cugino di un membro della influente B’nai B’rith. Ha ricoperto la carica di Vice Presidente esecutivo della Banca Paribas. E’ stato l’artefice della vendita della ONA (Omnium Nord Africain primo gruppo industriale e finanziario privato marocchino), da parte della BNP Paribas, alla famiglia Reale del Marocco. Nel 1991 lascia la BNP Paribas e diventa consigliere prima del re Hassan II del Marocco poi del suo successore Mohammed VI. E’ incaricato della liberalizzazione dell’economia marocchina, forma il “gruppo di riflessione” del G14 ed è molto legato ai finanzieri Adil Douiri, Amyn Alami che hanno fondato la banca d’affari CFG. E’ un uomo di Lobby: fa parte del club du Siècle, è presidente di tutta una serie di fondazioni ed organizzazioni fiorite lungo il bacino del Mediterraneo, fa parte del Consiglio dell’Università di Fez e dell’Alto Consiglio dell’Alleanza Israeliana Universale. Sua figlia Audrey è dal 2016 Ministro della Cultura del Governo francese. E’ lei che vuole abolire il latino per far posto all’insegnamento della cultura islamica nelle scuole francesi. 

(traduzione di Luciano Garofoli)

Implosione europea - con questi esperti non andiamo da nessuna parte. Gli italiani sono naturalmente corrotti. Se usciamo dall'euro ci sarà iperinflazione (oggi siamo in deflazione da quando siamo nell'euro), dicevano medesima cosa sulla Gran Bretagna. Una perla è che le monete devono fluttuare liberamente ma non dicono che l'euro è una gabbia dove economie diverse hanno medesima moneta impossibilitati a fluttuare tutti adeguati alla Germania. Non è vero che in 10 anni, dal 1981, abbiamo regalato alla finanza rapace internazionale 107 mila miliardi con rispettivi interessi aumentando il debito pubblico, con la separazione tra Banca d'Italia e Tesoro. Che non abbiamo deindustrializzato, da quando c'è l'euro a favore della Germania e che siamo diventati sua colonia come della Francia, basta vedere le macchine in circolazione. Capolavoro ultimo è la fuga in avanti, moneta unica, imposizione fiscale unica, questi vivono sulla luna e ragliano

Euro spacciato, Italia torna a lira. Disastro, “peggio che in Sud America”

16 settembre 2016, di Laura Naka Antonelli

Euro a due velocità, euro forte ed euro debole, uscire dall’euro oppure no. Ma anche: come l’Italia si pone nei confronti dell’euro, cosa accadrebbe se decidesse di uscire dall’Eurozona, e fino a che punto, nella situazione attuale, è in grado di alzare la voce contro la Germania. Prendendo spunto dalle ultime proposte del Premio Nobel Joseph Stiglitz che, con il suo ultimo libro ha fatto molto parlare di sé, proponendo una separazione separazione dell’area euro senza la Germania e la Grecia, Spazioeconomia intervista Mario Seminerio, economista autore del blog Phastidio.net, e Francesco Simoncelli, economista e blogger francescosimoncelli.blogspot.it

Tra le dichiarazioni che seguono, c’è quella di Simoncelli, che ricorda come il caos europeo sia una bomba orologeria innescata, che qualsiasi evento potrebbe far scoppiare, non ultimo il sistema bancario italiano, con tutti i suoi problemi.

E, anche, fanno riflettere le parole di Seminerio che, oltre a parlare di “impoverimento drammatico” dell’Italia nel caso di una sua eventuale uscita dall’euro e della minaccia di inflazione che non impiegherebbe molto a trasformarsi in iperinflazione, parla di quella “commedia di rane di fedro” che “è la politica italiana”, che non può proprio permettersi di minacciare la Germania. Anche perchè, anche di fronte alla minaccia “O fai questo, o mi faccio esplodere”, si sentirebbe dire dai tedeschi: ‘fatti eslodere, non c’è problema, penso di riuscire a farcela’. E “finirebbe con il farsi esplodere da sola in una stanza di cemento armato”.

Insomma, l’Italia ci rimetterebbe sia se decidesse di uscire dall’euro, sia se a uscire dal blocco fosse la Germania a uscire.

Così, nel commentare la proposta di euro a due velocità di Stiglitz, Seminerio risponde:

“L’euro così come è in questo momento non è esattamente un successo per vari motivi, che riepiloghiamo: il fatto che è una semplice Unione monetaria e non anche una Unione fiscale: questo rende assolutamente difficoltoso compensare eventuali shock asimmetrici o eventuali disequilibri, manca proprio tutto l’impianto di una struttura federalista fiscale.
E questo è il peccato originale, la maggiore vulnerabilità dell’euro per quanto, se vogliamo dirla anche provocatoriamente, l’Unione economica e monetaria europea (Uem) pur non essendo ancora una unione fiscale, con il caso Grecia ha realizzato un caso di embrione di unione di trasferimenti. Il debito greco è infatti quasi interamente detenuto da entità sovranazionali ma pubbliche: Bce,l’Fmi e il meccanismo europeo di stabilità”.

Su Stiglitz, l’autore del blog Phastidio.net ricorda che:

“Alcuni anni fa quando ci fu la fase più critica, nel 2010-2011 una proposta simile, quella dell’euro a due velocità, venne avanzata da Luigi Zingales, una proposta accattivante. Ricordo che scrissi a Luigi e gli chiesi di declinarla operativamente. ‘Come si fa una cosa di questo tipo?’ Lui mi promise che mi avrebbe risposto e io da quel giorno sto ancora attendendo. L’elaborazione è piuttosto laboriosa, ma al di là delle battute, con il massimo rispetto per Zingales, il problema sul piano operativo è talmente complesso da diventare infattibile, in quanto richiederebbe la totale riscrittura dei Trattati, l’istitutzione di una seconda banca centrale europea. Si tratterebbe di una impresa titanica e, anche, non ne vedo il motivo sul piano logico, quasi ontologico. La Francia che farebbe, rimarrebbe agganciata alla Germania per poi esserne travolta? L’Italia sarebbe annessa alla Grecia? La Spagna a chi si unirebbe? Io credo che se e quando l’euro collasserà si ritornerà a valute nazionali individuali.

Interviene l’economista Simoncelli:

“La cosa divertente è che Stiglitz ha finalmente capito che l’euro può essere cestinato. Ricordo lui e Paul Krugman, che erano molto più entusiasti all’inizio dell’esperimento europeo. Il punto è che un mercato senza una determinazione onesta dei prezzi a lungo andare è destinato a collassare. (..) ed è quanto stiamo vedendo, con una organizzazione top down che cerca di sfornare soluzioni palliative a breve termine, che non hanno né capo né coda. Quella di Stiglitz alla fine è una proposta per dare una scappatoia ai paesi del Club Med affinché possano trovare la prosperità attraverso la svalutazione monetaria, ma non so quanto questo possa essere fattibile, in quanto significherebbe semplicemente una fuga di capitali in massa verso i paesi con l’euro forte, la Germania in particolare. (…) La scelta della moneta unica avrebbe dovuto esplicarsi attraverso le azioni individuali degli attori di mercato e non con un costrutto calato dall’alto verso il basso. In questo contesto, “più gli interventi si faranno pesanti, più si avvererà quanto scritto in un articolo del Financial Times, intitolato Central banks are running blind, dove si parla dell’interventismo eccessivo delle banche centrali, ma anche del loro andare ormai alla cieca, con una politica di tassi negativi e QE a tutto spiano che prima non si era mai vista”.

Tornando all’ipotesi di doppia valuta, l’economista Mario Seminerio lancia un monito all’Italia, e ripercorre anche i problemi che il paese visse in quegli anni di cui ora ha nostalgia. Pone interrogativi su quello che è davvero il progetto dei movimenti anti euro, che propinano come soluzione l’uscita dall’Eurozona, e avverte su conseguenze che sarebbero terribili.

Ma davvero è tutta colpa dell’euro?

Seminerio affronta il problema delle svalutazioni competitive e risponde alla domanda su come dovrebbero funzionare due euro, nel caso in cui la proposta di Stiglitz si concretizzasse:

“Le valute non dovrebbero essere agganciate, dovrebbero fluttuare normalmente e anche un po’ astrattamente in funzione dei fondamentali sottostanti. I danni si producono quando si realizza un cambio fisso che non riflette i sottostanti, perchè questo determina alla lunga attacchi speculativi, perdita competitività”. Ed è qui che viene chiamata in causa l’Italia.

Infatti, quanto detto sopra “è il motivo per cui settembtre del ’92 la lira e la sterlina uscirono dal sistema monetario europeo. L’italia vi era entrata pensando di convergere, ma non ha avuto la disciplina necessaria per restare in quell’ambito di accordi di cambio che pur avevano una fascia di fluttuazione che per noi era lievemente più ampia di altri. Ma la convergenza non ha funzionato”.

E basta andare a leggere qualche libro di storia per capire le cose:

“Guardate cosa è successo negli ultimi 40-50 anni di economia: è tutta una storia di crac, anche quando c’era la famosa moneta sovrana (la lira), e di tentativi mediante vincolo esterno di disciplinare l’economia italiana; questi tentativi alla fine, – stanti le divergenze sottostanti apparentemente incoercibili e per certi aspetti anche a causa del carattere nazionale tipicamente italiano – fatalmente esplodono e finiamo travolti e devastati. Ci sono cosi e ricorsi. Ieri c’è stato lo Sme, ora c’è l’euro“.

Detto questo, aggiunge l’esperto:

“Siccome l’euro è una moneta e la moneta è un costrutto sociale, come tale è effimero: nasce, vive e muore. E io non sono un difensore a oltranza del sistema dell’euro, io vedo nel sistema dell’euro tutta la profonda disfunzionalità. Il punto però è che, anziché considerare l’euro una sorta di complotto dello straniero per asservire la patria, io lo vedo come l’ennesima conferma dell’incoercibilità eincapacità di questo paese di stare nei gruppi insieme ai paesi con i quali ci confrontiamo”.

Il problema, insomma, dell’Italia, è nella sua natura, nel suo atteggiamento, nella sua incapacità di stare nel team?

Una cosa è sicura. Una eventuale uscita dall’euro, tanto invocata ora, getterebbe nel disastro l’Italia, provocando un impoverimento in diversi strati sociali, secondo l’economista e autore di Phastidio.net.

La conseguenza sarebbe una crisi in stile Sud America. Con la differenza che i paesi sudamericani dispongono di materie prime, “noi invece non abbiamo neanche quello”.

“Quando l’euro deflagrerà – è possibile che avvenga – avremo la prova provata in termini di conseguenze, che saranno una resa dei conti, e le rese dei conti non sono mai indolori”.

Ma tornando alla lira, cosa accadrebbe all’Italia, con il suo debito pubblico?

“A causa di questa incoercibilità e mancanza di disciplina, ho il timore della deriva sudamericana, perchè alla fine se voi guardate la corrente contraria all’euro, che invoca l’uscita dell’euro, questa è tutta gente che vuole che i vincoli di bilancio diventino un extra, un optional di cui fare tranquillamente a meno. E’ tutta gente che recrimima sul divorzio tra il Tesoro e Bankitalia dell’81. La recriminazione di queste persone non è quella dell’ingresso nell’euro con l’Atto Unico dell’euro del ’92, che ci ha portati poi al ’99 nella moneta unica. La loro recriminazione è quel divorzio tra Tesoro e Bankitalia; loro ambisconono a tornare a quel l’età per loro aurea, in cui Bankitalia sottoscriveva e monetizzava i deficit del Tesoro. E se queste sono le premesse, io non vedo altro che la deriva del debito in stile sudamericano, con la differenza che in Sud america sono ricchi di materie prime e noi non abbiamo neanche quelle”.

Così anche Simoncelli:

“Ha ragione, è una strategia insita nell’indole nostrana quella di partire subito con la stampante monetaria, arroventarla e risolvere in questo modo tutti i problemi. E’ davvero folle, penso che il Club Med sia coalizzato insieme alla Francia perr convincere la Germania ad ammorbidire le sue posizioni. Ma se vincerà malauguratamente il Club Med la svalutazione monetaria sarà all’ordine del giorno, visto che secondo loro il debito e tutti i costi annessi a uno stato pachidermico vanno estirpati attraverso una moneta più allentata. Ma l’Italia sopravvive attraverso le importazioni, lì sarebbero dolori, e dolori amari.

Ancora Seminerio:

“Per iperinflazione ce ne vuole, ma anche se avessimo solo una inflazione a due cifre, le condizioni di vita dei pensionati subirebbero un impoverimento drammatico. Indicizzazione, torna la scala mobile, spirale prezzi-salari. Anche se i pensionati si trovassero con una inflazione al 7-8% – fattibilissima con una eventuale uscita dall’euro e, anzi, le stime sono molto conservative – assisteremmo a gente in piazza, a un impoverimento drammatico di amplissimi strati che spingerebbe la gente a furor di popolo a chiedere la monetizzazione del deficit. Da lì all’iperinflazione il passo è meno lungo di quanto si pensi”.

Simoncelli:

“Se solo qualcuno ci assicurasse che dopo un fenomeno del genere gli italiani “farebbero i bravi” , (una crisi in Italia) potrebbe essere anche auspicabile, visto che ci sono stati esempio nella storia, come quello della crisi Usa alla fine del 19esimo secolo provocata dal default bond sovrani, da cui il paese rinacque più forte di prima. Guardate alla Germania post Seconda Guerra Mondiale, con una economia ridotta a cumuli di macerie, rinata più forte di prime”.

Seminerio risponde poi alla domanda sullo scenario di una Germania fuori dall’euro. Sarebbe meglio per l’Italia e per l’Eurozona?

“Teoricamente potrebbe avvenire, con la Germania che si porterebbe dietro l’Olanda, l’Austria non penso. Ma bisognerebbe capire in modo un tale scenario sia fattibile. Le conseguenze sarebbero una rivalutazione del neo marco, l’esigenza di avviare una ristrutturazione del mercato del lavoro, che hanno dimostrato di saper gestire quando avevano il marco. Vista la filiera ad altissimo valore aggiunto delle espirtazioni, è chiaro non sarebbe anche lì una passeggiata di salute. Ma io credo che da una eventuale uscita Germania verrebbe meno la chiave di volta dell’edificio e l’euro restante si spappolerebbenel giro di poche settimane, mancando l’ancoraggio ci sarebbero violentissimi attacchi speculativi agli anelli deboli della catena, primo tra tutti l’Italia . Mgaro anche lì, ci sono correnti di pensiero a favore di abbandono euro, e decidere una opzione. ma se accadesse l’architrave, l’edificio collasserebbe nel giro di poche settimane, pochi giorni.

Con la Germania fuori, Francia e Grecia per esempio farebbero parte di due euro diversi? Sempre Seminerio:

“La Francia per motivi geopolitici è protetta dalla Germania, ma se la Germania uscisse da sola e la Francia le andasse dietro, Berlino dovrebbe alla fine sussidiare Parigi. Dal collasso dei partner commerciali maggiori Berlino sarebbe alle prese con un grave problema. Ma inutile ricattare la Germania: o fate così o mi faccio esplodere. I tedeschi infatti risponderebbero: “Fatevi esplodere, non c’è problema, noi ce la faremo”. Noto che in quella commedia di rane di fedro è la politica italiana si minaccia la Germania di sfracelli, dimenticando che la Germania ha una sua struttura economica, penso che l’Italia si farebbe esplodere da sola in una stanza di cemento armato.

Simoncelli:

“Con una eventuale uscita della Germania lo zio ricco toglierebbe le tende e tutti gli altri sarebbero lasciati al loro destino. La Germania è una garanzia collaterale dietro al progetto europeo: mancando essa, mancherebbero le basi sui cui l’euro può ancora viaggiare. Il problema della Germania sono i crediti che ha verso l’Eurozona, Francia, Italia, Grecia soprattutto. Il caos europeo è una bomba orologeria innescata e qualsiasi evento potrebbe farla scoppiare. Non ultimo l’insolvenza del maggior parte del sistema bancario italiano. Se uno pensa che l’intero comparto bancario commerciale detiene 4.000 miliardi di asset, più del doppio del Pil italiano, e che molti di questi asset non sono performanti, capisce quanto la situazione sia grave”.

Energia sporca - Gran Bretagna - non c'è logica nel costruire una centrale nucleare il cui costo energia sarebbe decisamente più alto dell'attuale

Perché la Gran Bretagna vuole la centrale nucleare di Hinkley Point

Via libera al progetto dal Governo guidato da Theresa May, dopo oltre dieci anni di discussioni e continui rinvii. Confermata l’entità dell’investimento (18 miliardi di sterline) e il super-prezzo pagato per 35 anni all’energia prodotta dai reattori EPR. I retroscena di una decisione così controversa.
Da una parte c’è la Gran Bretagna che negli ultimi anni ha compiuto grandi passi avanti nelle fonti rinnovabili, investendo nel fotovoltaico e nei parchi eolici offshore, mettendo sempre più nell’angolo le vecchie centrali a carbone (vedi anche QualEnergia.it).
Dall’altra, c’è un'altra Gran Bretagna che non ha mai smesso di pensare di costruire nuovi reattori nucleari, arrivando proprio nelle ultime ore ad approvare in via definitiva il progetto di Hinkley Point C.
Il semaforo verde è stato acceso dal Governo guidato da Theresa May. Nella nota ufficiale che annuncia la decisione (allegata in basso), si parla della "fondamentale importanza dell’atomo" nel futuro energetico low-carbon in Inghilterra.
Ricordiamo innanzittutto i dati principali dell'impianto nucleare che dovrebbe vedere la luce in Somerset: la tecnologia è quella francese EPR (European Pressurized Reactor) che ha già ampiamente dimostrato quanti problemi tecnici e finanziari possa comportare.
Nessuno dei progetti EPR nel mondo finora è stato completato: celebre il caso diOlkiluoto, in Finlandia, diventato il simbolo dei ritardi accumulati da EDF su questo fronte.
L’investimento complessivo per Hinkley Point sarà nell’ordine di 18 miliardi di sterline; due reattori da 1,6 GW di potenza installata dovranno coprire il 7% circa dei consumi elettrici inglesi, iniziando a funzionare nel 2025.
La costruzione di Hinkley Point C è in agenda da una decina d’anni. E secondo i piani originari l’impianto sarebbe dovuto costare al massimo 10 miliardi di sterline ed essere pronto nel 2017.
Il dato più sconcertante è il prezzo totale che sarà pagato per l’energia prodotta, ben 92,50 sterline/MWh per 35 anni (su 60 previsti di vita utile), che è circa il doppio dell’attuale prezzo dell’elettricità all’ingrosso in Gran Bretagna.
La differenza, ovviamente, ricadrà sulle bollette di tutti i consumatori, mostrando ancora una volta che il nucleare cosiddetto di “nuova generazione” non può reggersi senza essere fortemente sussidiato, cioè scaricando i suoi enormi costi sulla collettività.
Sui problemi del nucleare EPR e, in particolare, sulla crisi finanziaria di EDF abbiamo parlato recentemente (vedi QualEnergia.it). Qui conviene precisare che gli interessi in gioco vanno ben oltre la transizione energetica inglese verso impianti a basse emissioni di CO2, in cui Londra ha voluto inserire questi reattori, prospettando così una “nuova era” del nucleare.
L’investimento, per circa 6 miliardi di sterline, coinvolge il gruppo statale cinese CGN (China General Nuclear) e l’impressione è che proprio i cinesi abbiano spinto moltissimo per far approvare definitivamente il progetto.
In ballo ci sono le relazioni economiche tra i due Paesi e la volontà di Pechino di continuare a investire sulle nuove tecnologie nucleari, tanto da aver già puntato i riflettori sullo sviluppo di altri reattori a Sizewell C e Bradley, sempre in partnership con EDF.
Difatti, il Governo inglese ha preso tempo dopo l’uscita di scena di David Cameron, per reimpostare alcuni termini degli accordi con EDF e CGN.
Londra temeva che un’infrastruttura “critica” per la sicurezza nazionale potesse finire tutta in mano cinese, perciò ha proposto delle clausole per salvaguardare i suoi interessi e poter intervenire se, in futuro, EDF decidesse di vendere le sue quote dell’impianto.
Tra l’altro, sempre in tema di costi e ritardi, la centrale di Hinkley Point C rischierebbe davvero di finire come gli altri progetti EPR, continuamente posticipati a causa del lievitare del budget necessario per completare i reattori (vedi anche QualEnergia.it in generale sui rischi di progetto dei grandi impianti).

Non c'è un campo in cui la Russia non è proponente, anche nel campo degli armamenti nucleari, ma trova interlocutori silenti e presi a modernizzare le migliaia di atomiche che hanno a disposizione

Esteri
Russia, ministero Esteri: Pronti a discutere di disarmo nucleare, ma rispettare interessi Mosca

Per Vladimir Leontyev, vice direttore generale responsabile del dipartimento per la non proliferazione e il controllo degli armamenti dialogo possibile sole se “si basa sul rispetto reciproco degli interessi e delle preoccupazioni di tutte le parti”
di Velino International 0909 22 ore fa fonte ilVelino/AGV NEWS/Sputnik Washington


Washington, 09:09 - 22 ore fa (AGV NEWS)

La Russia accoglierebbe con favore l’inizio di discussioni con gli Stati Uniti su una ulteriore riduzione delle armi nucleari se i colloqui rispettassero gli interessi di Mosca e i problemi di sicurezza. Lo ha detto Vladimir Leontyev, vice direttore generale del ministero degli Esteri russo e responsabile del dipartimento per la non proliferazione e il controllo degli armamenti. “La Russia è aperta al dialogo costruttivo sul disarmo nucleare, ma questo dialogo può essere significativo solo se si basa sul rispetto reciproco degli interessi e delle preoccupazioni di tutte le parti”, ha detto Leontyev nel corso di una conferenza sul controllo degli armamenti alla Carnegie Endowment for International Peace. Gli Stati Uniti hanno spesso sostenuto che la Russia non è disposta a discutere di disarmo nucleare, ma Leontyev sostiene che è “molto difficile” avere una discussione seria nella condizione attuale in cui la Russia “è soggetta a fortissima pressione internazionale ... politica e militare”.

Russia would welcome discussions with the United States on further nuclear arms reductions if those talks respect Moscow’s interests and security concerns, Russian Foreign Ministry official Vladimir Leontyev said. "Russia is open to constructive dialogue on nuclear disarmament, but this dialogue may be meaningful only when it is based on… the mutual respect of interests and concerns of all sides," Leontyev said Thursday during a Carnegie Endowment for International Peace discussion on the future of arms control. Leontyev is the ministry’s deputy director general for nonproliferation and arms control. The United States has often argued that Russia is not open to discussing further nuclear disarmament, but Leontyev argued it is "very difficult" to have a serious discussion "under conditions when Russia is subject to very strong international... political and military pressure." The United States and NATO have increasingly increased their military presence along Russia’s borders and carried out large-scale exercises aimed at deterring Russia. Moscow and Washington are committed to substantially reduce their nuclear arsenals under terms of the New Strategic Arms Reduction Treaty, which is on schedule for full implementation by February 2018.

Implosione europea - Abbiamo l'obbligo morale, per i popoli, per i giovani, per le donne di lottare per il ritorno alla allo Stato Nazionale, abbiamo la necessità di riprenderci la Sovranità Monetaria, Politica e Territoriale, abbiamo la necessità di cominciare a discutere su come, quanto e cosa produrre

ESTERI
16/09/2016 09:32

Marine Le Pen attacca l'Unione Europea

La pasionaria del Front National: 'Liberate le nazioni'


Dopo il discorso – incentrato su diversi temi tra cui il patto di stabilità, il Brexit, la disoccupazione, l’economia, e il futuro dell’UE – sullo stato dell’Unione fatto dal presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker al Parlamento europeo, è intervenuta Marine Le Pen, leader del Front National. “Un discorso insipido signor Juncker – ha esordito la pasionaria candidata alle presidenziali francesi nel 2017 – sembrava di partecipare all’elogio funebre dell’Unione”.

La Le Pen ha duramente criticato la miopia dei vertici delle istituzioni europee, accusandoli di “non aver visto nulla e sentito nulla dell’immensa aspirazione dei popoli a ritrovare la loro indipendenza e libertà”, prima di fare riferimento al referendum britannico, tenutosi a giugno, che ha sancito la separazione tra il Regno Unito e l’Unione Europea. “Il Brexit ha sfatato un tabù – ha proseguito – è, infatti, possibile uscire dall’Unione. Le previsioni catastrofiche erano solo menzogne. Lo shock di sfiducia, da voi auspicato, si è trasformato in uno shock di fiducia”.

La Iron Lady francese ha continuato il suo intervento puntando il dito contro l’arroganza dell’UE nel proporre come soluzione a tutti i problemi, “più Europa, a prescindere dalle circostanze”. Poi l’attacco frontale: “Rifiutando le frontiere nazionali nel nome di Schengen lasciate prosperare i traffici e i crimini. Attaccando l’idea di nazione e impedendo la gestione dell’immigrazione ingigantite il comunitarismo, l’islamismo e il terrorismo. Da cosa ci protegge l’Europa? – ha chiesto la Le Pen – Imponendo una politica economica distruttiva ai paesi del sud, per salvare l’euro e non i popoli, avete ucciso la crescita economica, costretto al fallimento numerose aziende, e fatto esplodere la disoccupazione.” E ancora, “da cosa ci protegge l’Europa? Imponete più Unione Europea contro la volontà dei popoli aumentando le tensioni. Signor Juncker, il vostro disprezzo per i referendum è preoccupante. I diversi popoli europei – ha aggiunto la leader della destra francese – hanno bisogno di progetti, di un destino che solo le rispettive comunità nazionali possono offrire.” Infine, l’appello all’UE: “Lasciate le nazioni liberarsi e collaborare tra di loro come desiderano. Siate finalmente democratici. Lasciate il popolo determinare il loro destino”. 

Claudio Pasquini Peruzzi

Ciampi&Andreatta - vogliamo e dobbiamo dirlo nel 1981, i due misero l'Italia a disposizione della Finanza depredatrice internazionale questa non si è fatta pregare e nel giro di 10 anni il nostro debito è salito da 20 mila miliardi di lire a 127 mila miliardi grazie ai TRADITORI

Il “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro (1981)


Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi

di Luca Cancelliere (ARS Sardegna)

La Repubblica Italiana, orfana della leva monetaria ceduta alla BCE già alla fine degli anni ‘90 e totalmente vincolata, per quanto concerne la leva fiscale, agli impegni improvvidamente assunti con il “Patto di Stabilità e crescita” del 1997, con il “Trattato di Lisbona” del 2007 e con il “Patto di bilancio europeo” o “Fiscal Compact” del 2012, da molti anni ha rinunciato a qualsiasi forma di sostegno alla domanda aggregata, con effetti macroeconomici deleteri.

È noto che secondo la dottrina di Keynes, per ogni punto di spesa pubblica in più il c.d. “moltiplicatore” incrementa il PIL in modo più che proporzionale rispetto allo stock di debito, di modo che il rapporto debito/PIL migliora. Per ogni punto di spesa pubblica in meno, invece, il c.d. “moltiplicatore” riduce il PIL in modo più che proporzionale rispetto allo stock di debito, di modo che il rapporto debito/ PIL peggiora.

Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale a cura di Nicoletta Batini, Giovanni Callegari e Giovanni Melina conferma che un taglio della spesa pubblica dell’1% del PIL provoca un calo del PIL fino al 2,56% per l’Eurozona, del 2% per il Giappone e del 2,18% per gli Stati Uniti. Per l’Italia si va dall’1,4% all’1,8%. I dati storici della finanza pubblica italiana degli ultimi tre anni confermano decisamente questo assunto. Se il governo Berlusconi aveva lasciato un rapporto debito/PIL del 120,10%, le politiche di austerità dei governi Monti e Letta hanno sensibilmente peggiorato tale rapporto portandolo, secondo le stime OCSE per il 2014, al 134,2%.

Una politica economica espansiva, al contrario, non solo avrebbe prodotto effetti virtuosi sul rapporto debito/PIL, ma avrebbe anche cagionato un aumento del gettito tanto delle imposte erariali, quanto della contribuzione INPS, in conseguenza dell’accrescimento della base imponibile.

In tal modo, sarebbero stati superflui gli aumenti della pressione fiscale e i tagli alla spesa pubblica, in particolare le immancabili riforme della previdenza con relativo aumento dell’età pensionabile, nonostante un bilancio INPS la cui tenuta di lungo periodo è stata confermata anche nel febbraio 2014 dall’Istituto.

Le politiche di austerità, a livello teorico, su fondavano sul noto studio del 2010 di Rogoff e Reinhart sul rapporto tra crescita e debito pubblico, clamorosamente confutato dal successivo studio di Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin dell’Università di Amherst del Massachusetts.

In Italia, i sostenitori dell’austerità si sono basati anche sull’errato argomento secondo cui il debito pubblico dipende da un eccesso di spesa pubblica. Per quanto concerne, ad esempio, la spesa per il pubblico impiego, un recente studio ha dimostrato che la quota di dipendenti pubblici in Italia è solo del 5,8% sul totale della popolazione, contro il 9,2% del Regno Unito e il 9,4% della Francia. Ma l’argomento più forte è sempre fornito dai dati storici: dal 1991 al 2008, l’Italia ha costantemente registrato un “avanzo primario”, cioè una differenza tra entrate e spese dello Stato, al netto degli interessi, in attivo. L’attuale stock di debito pubblico si è formato negli anni ’80 esclusivamente in conseguenza di un evento storico ancora poco conosciuto, ma di fondamentale importanza nella storia economica e politica dell’Italia unitaria: il famigerato “divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro”.

Fino al 1981, l’Italia godeva di una piena sovranità monetaria garantita dalla proprietà pubblica dell’istituto di emissione, “ente di diritto pubblico” ai sensi della legge bancaria del 1936, controllato dallo Stato per il tramite delle “banche di interesse nazionale” e degli “istituti di credito di diritto pubblico”. Dal 1975 la Banca d’Italia si era impegnata ad acquistare tutti i titoli non collocati presso gli investitori privati. Tale sistema garantiva il finanziamento della spesa pubblica e la creazione della base monetaria, nonché la crescita dell’economia reale.

Lo Stato poteva attingere, fino al 1993, a un’anticipazione di tesoreria presso la Banca d’Italia per il 14% delle spese iscritte in bilancio e deteneva, fino al 1992, il potere formale di modificare il tasso di sconto. E’ peraltro degno di nota che fino al 1981, contrariamente al luogo comune che la vorrebbe “spendacciona” e finanziariamente poco virtuosa, l’Italia aveva la quota di spesa pubblica in rapporto al PIL più bassa tra gli Stati Europei: il 41,1% contro il 41,2% della Repubblica Federale Tedesca, il 42,2% del Regno Unito, il 43,1% della Francia, il 48,1% del Belgio e il 54,6% dei Paesi Bassi. Il rapporto tra debito pubblico e PIL era fermo nel 1980 al 56,86%.

Il 12 febbraio 1981 il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta scrisse al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi una lettera che sancì il “divorzio” tra le due istituzioni.

Il provvedimento, formalmente giustificato dall’intento del controllo delle dinamiche inflattive generatesi a partire dallo shock petrolifero del 1973 e susseguente all’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo (SME), ebbe effetti devastanti sulla politica economica italiana.

Dopo il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, lo Stato dovette collocare i titoli del debito pubblico sul mercato finanziario privato a tassi d’interesse sensibilmente più alti. In conseguenza di ciò, durante gli anni ’80 si assistette a una vera e propria esplosione della spesa per interessi passivi. Se alla fine degli anni ’60 essa si assestava poco sopra il 5%, nel 1995 aveva raggiunto circa il 25%. Il tasso di crescita della spesa per interessi tra il 1975 e il 1995 fu del 4000%. In valori assoluti, la spesa per interessi passivi, sostanzialmente stazionaria fino a quell’anno, passò dai 28,7 miliardi di Lire del 1981 ai 39 dell’anno successivo, fino ai 147 del 1991. Negli anni ‘80 il rapporto tra spesa pubblica e crescita del PIL fu praticamente stabile. Il deficit salì invece, proprio nell’anno del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro (1981), al 10,87 % rispetto al 6,97% del 1980, mantenendosi su tale valore per tutto il decennio successivo.

La crescita del deficit annuo rispetto al PIL, derivante dalla spesa per interessi passivi, portò in pochi anni il rapporto debito/PIl dal 56,86 del 1980 al 94,65% del 1990, fino al 105,20% del 1992. Tale rapporto, nonostante le politiche di austerità degli ultimi 20 anni, non è diminuito ma è rimasto stabile fino alla crisi finanziaria del 2008.

I dati macroeconomici della crescita del deficit e del debito rispetto al PIL, non dipendendo da aumenti della spesa corrente o per investimenti; essi sono interamente imputabili alla spesa per interessi passivi esplosa in conseguenza del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, il cui ruolo nella crescita dello stock di debito pubblico fu ammesso dallo stesso Andreatta nel 1981: “Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale. Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta più difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato”.

Come riconosciuto da Andreatta, il divorzio nacque come “congiura aperta” tra Ministro del Tesoro e Governatore della Banca d’Italia, “nel presupposto che a cose fatte, sia poi troppo costoso tornare indietro”.Esso segnò una tappa importante in quel processo eversivo della nostra Costituzione economica, iniziato nel 1979 e culminato tra il 1992 e il 2002 con la firma del Trattato di Maastricht e la definitiva introduzione dell’Euro.

Una nuova concezione della politica economica non più indirizzata verso i valori sociali fondamentali del moderno Stato nazionale sovrano, ovvero la tutela della sovranità nazionale, la piena occupazione e l’estensione della sicurezza sociale, ma unicamente verso principi quali l’indipendenza delle banche centrali, la “stabilità dei prezzi”, il “pareggio di bilancio” e la “banca universale” dedita simultaneamente all’attività di deposito e risparmio da un lato, e di speculazione finanziaria dall’altro. Una concezione economica in cui il ruolo centrale non è più quello dello Stato Nazionale Sovrano, ma quello delle banche, ormai titolari incontrastate del controllo della leva monetaria in un sistema in cui la “moneta bancaria” soppianta la “moneta statale” e in cui la speculazione finanziaria muove un giro d’affari pari a molte volte il PIL delle principali Nazioni del mondo.

Nell’anno del fallimento di Lehman Brothers e dell’inizio della più devastante crisi economica della nostra storia, il rapporto debito/PIL italiano era al 106,09%, per poi superare in pochi anni il 130%. La crisi ebbe origine nell’espansione abnorme del mercato dei derivati, dei mutui immobiliari e della finanza speculativa privata, ormai affrancata dai vincoli che sotto il regime dell’abrogato “Glass-Steagall Act” americano e della legge bancaria italiana del 1936, vietavano l’esercizio congiunto dell’attività bancaria di deposito e risparmio da un lato e di speculazione finanziaria dall’altro. Immancabile fu il conseguente contagio nei confronti della finanza pubblica, indotto da un triplice ordine di fattori: la decisione dei governi occidentali e del Giappone di impiegare, a spese dei contribuenti, l’enorme somma di 30.000 miliardi di dollari per il salvataggio delle banche private; l’effetto “spread” sui titoli di Stato nei paesi periferici dell’eurozona, in conseguenza del c.d. “ciclo di Frenkel” generatosi a seguito dei differenziali inflattivi interni all’area valutaria non ottimale dell’Eurozona; i contraccolpi negativi delle politiche di austerità, con conseguente riduzione del PIL, della base imponibile e del gettito fiscale.

Si osservi per inciso che mentre ai Governi è preclusa ogni forma di spesa a deficit, in nome del controllo dell’inflazione e della stabilità dei prezzi, sull’altare del salvataggio delle banche si bruciano somme pari a diverse volte il valore del PIL di una grande Nazione industriale, senza che peraltro questo comporti spirali inflattive di sorta. Ed è opportuno rammentare che il controllo dell’inflazione fu il pretesto usato per il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro nel 1981, benché fosse già allora chiaro che non è l’offerta di moneta a generare inflazione, almeno nella misura in cui l’incremento della base monetaria va a finanziare spese di investimento e a movimentare risorse economiche reali non utilizzate, ma è la crescita dei prezzi dovuta a fattori esogeni (negli anni ’70, lo shock petrolifero del 1973 e la nuova politica dell’OPEC) a generare una crescita della base monetaria. Senza tenere conto che un’inflazione non elevata, ma più alta di quella attuale consente allo Stato di finanziarsi in regime di “repressione finanziaria”, ovvero a un tasso più basso di quello di inflazione.

Gli Italiani devono prendere coscienza, come cittadini e come Nazione, che tutti i giudizi sommari e incompetenti sulla storia economica italiana recente, regolarmente propinati da stampa, televisione e politici alla popolazione, sono completamente smentiti dai reali dati storici e dalle statistiche macroeconomiche.

Dalla fondazione della Repubblica al Trattato di Maastricht, l’Italia fu per quasi cinquant’anni il primo Stato al mondo per crescita economica, diventando negli anni Ottanta la quinta potenza economica mondiale per Prodotto Interno Lordo in valori assoluti.

Ciò avvenne grazie alla proficua sinergia tra l’iniziativa imprenditoriale privata e gli investimenti pubblici nelle industrie a partecipazione statale, nelle grandi infrastrutture nazionali e nello stato sociale.

Ma la chiave di volta del miracolo italiano fu il pieno controllo della “leva monetaria” e della Banca d’Italia da parte del Ministero del Tesoro, nel quadro della normativa dettata dalla legge bancaria del 1936. Un sistema destinato a sgretolarsi nel trentennio successivo alla famosa lettera di Andreatta del 1981, con i drammatici risultati che oggi noi constatiamo.