Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 1 ottobre 2016

Roma - NO alle olimpiadi è stato il primo tassello di costruzione per fermare gli squali che da anni spolpano Roma, Rutelli, Veltroni, Alemanno, Marino sono stati i loro perfetti strumenti


Virginia Raggi contro il ceto politico-affaristico criminale
di Pino Cabras

Il NO alle Olimpiadi a Roma è un atto di realismo, è dire no a un potere sfrenato e finora senza contrappesi che ormai ha un unico progetto: arraffare

C'erano pochi dubbi sulla causa principale delle difficoltà che ha dovuto affrontare la sindaca di Roma Virginia Raggi nei suoi primi mesi alla guida dell'Urbe: non le carenze pur notevoli della classe dirigente che lei ha portato al Campidoglio, ma i difetti della classe dirigente contro cui fa fronte, un ceto affaristico-politico criminale fra i più avidi del pianeta, al potere da generazioni. Dire no alle Olimpiadi a Roma è, semplicemente, dire no a un potere sfrenato e finora senza contrappesi che ormai ha un unico progetto: arraffare.

Guardiamoci negli occhi senza dar retta alla solita retorica vuota con cui quel potere vuole fregarci: il rimpianto delle occasioni perdute, le glorie di una vetrina planetaria, i soldi che daranno un'anima a mille betoniere e mille gru, il PIL futuro, il soffio vitale delle Grandi Opere. O addirittura lo spirito olimpico in persona.

Andiamo sul concreto, invece, e valutiamo bene tutti i disastrosi precedenti, così guardiamo soprattutto negli occhi degli imprenditori tipici di queste opere e negli occhi dei politicanti e giornalisti corrotti che li accompagnano. Tutti questi personaggi dovrebbero trovare, chissà dove, le qualità per elevarsi sopra quei precedenti. Tuttavia, né i precedenti italiani né quelli di altri paesi offrono alcun appiglio. Abbiamo a che fare con gente che non è in grado di elevarsi sopra alcunché. Quei precedenti li tengono giù per terra: non c'è "Grande Opera" degli ultimi trent'anni in Italia - fra quelle che hanno sfruttato qualche circostanza "eccezionale" e richiamato miliardi in deroga a procedure ordinarie - che non abbia prodotto più debiti e più tangenti, con ben pochi benefici per i cittadini e molta sofferenza per le casse pubbliche.

Nel mondo, non si trovano casi di Olimpiadi - tranne poche peculiari eccezioni, non certo ripetibili nell'Italia di oggi - che negli ultimi decenni non abbiano inflitto colpi terribili al bilancio delle città interessate. Quando il sacrificio economico alla fine riusciva a non contare, era perché dietro c'era anche un progetto politico vero. La voragine di quaranta miliardi di dollari di Pechino, ad esempio, serviva a far dire ai cinesi: "ciao mondo, eccoci qui, siamo quasi la prima potenza, abbiamo un sacco di cose da raccontarci!"

Cos'avrebbe avuto invece da raccontare al mondo la Roma del "generone" del XXI secolo, una volta fatto l'ennesimo buco miliardario?

Cos'avrebbe garantito nella gestione del denaro pubblico una classe dirigente nazionale che non sa sfruttare nemmeno i miliardi dei fondi europei?

A cosa sarebbero state sottratte queste risorse? Qualcuno dimentica che l'Italia non batte moneta, ma prende a prestito una moneta "straniera" che le costa tanto e la porta a tagliare via via le spese sociali. Da quando c'è l'euro, le Olimpiadi si sono tenute una sola volta nell'eurozona: in Grecia. Dobbiamo aggiungere altro?

Facciamola breve. Nelle condizioni attuali delle classi dirigenti italiane, fare il processo alle intenzioni è puro realismo: quelli che volevano imporre le Olimpiadi le avrebbero usate per un'immonda mangiatoia, avrebbero ridotto il comune di Roma a un rimorchio trainato dalle scelte dei palazzinari, senza che gli amministratori eletti potessero decidere le alchimie e le aree da trasmutare da ruggine a oro zecchino.

Sul corpo dell'eterna capitale corrotta, dell'eterna nazione infetta, avrebbe avuto inoltre buon gioco ad adagiarsi una delle organizzazioni più purulente del capitalismo planetario, il movimento olimpico attuale. Per inerzia si pensa ancora a De Coubertin. Realismo vorrebbe che per descriverlo si ripassasse invece l'abc del giornalismo antimafia.

Tutto questo non significa per forza "ordinaria amministrazione". Sono emerse persino proposte molto immaginifiche per progettare un'Olimpiade più sobria, più popolare, da finanziare con una moneta complementare, come ha proposto Nino Galloni. Per quanto detto fin qui, è tuttavia irrealistico usarla nel caso delle Olimpiadi (in mano a poteri che non hanno di questi programmi), mentre la misura di una moneta complementare avrebbe molte applicazioni per fare opere utili, piccole e diffuse. Pensiamoci, non solo per Roma.

Costanzo Preve - la storia procede secondo ritmi che neppure gli osservatori più acuti possono prevedere.


Bombardamento Etico!
di Costanzo Preve

Prefazione di Costanzo Preve alla traduzione greca de “Il Bombardamento Etico” (luglio 2012)



Il 14 aprile 2016, Costanzo avrebbe compiuto 73 anni. Ed invece ha dovuto congedarsi dalla vita nel novembre 2013.Ma ha pensato, lavorato, scritto fin che ha potuto. Nel luglio del 2012 aveva preparato la prefazione alla edizione greca del suo «Il Bombardamento Etico», tre pagine che proponiamo alla considerazione critica dei lettori.Sono trascorsi 16 anni da quando pubblicammo questo suo importante testo, che – come dice l’autore – non solo non è invecchiato, ma è ancora più attuale. Sedici anni, eppure vivida è la memoria di quei giorni in cui,ospitando Costanzo per qualche giorno a casa mia qui nella campagna intorno a Pistoia, leggevamo il suo dattiloscritto, discutendone in modo appassionato, per prepararne la pubblicazione. [C. F.]

* * *

Sono molto contento che il mio saggio Il Bombardamento Etico, scritto negli ultimi mesi del 1999 e pubblicato in lingua italiana nel 2000, sia stato tradotto in greco. Rivedendo la traduzione, precisa, corretta e fedele, mi sono reso conto che purtroppo il saggio non è “invecchiato” in dieci anni, ma in un certo senso è ancora più attuale di dodici anni fa. E’ ancora più attuale, purtroppo. E su questo “purtroppo” intendo svolgere alcune rapide riflessioni. Dodici anni non sono pochi, ed è possibile capire meglio che l’uso strumentale e manipolatorio dei cosiddetti “diritti umani” ed il processo mediatico di hitlerizzazione simbolica del Dittatore che di volta in volta deve essere abbattuto (Milosevic, Saddam Hussein, Gheddafi, Assad, domani chissà?) inauguravano una fase storica nuova, che potremo definire dell’intervento imperialistico stabile nell’epoca della globalizzazione con l’uso massiccio della dicotomia simbolica di sicuro effetto Dittatore/Diritti Umani.

L’importantissimo articolo 11 della Costituzione Italiana, entrato in vigore nel 1948 e mai più da allora formalmente abrogato, recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E’ storicamente chiaro che questo articolo segnala una profonda autocritica morale dell’intero popolo italiano per aver aderito alla guerra di Mussolini fra il 1940 e il 1945. In ogni caso, la presenza dell’articolo 11 ha da allora costretto i governi italiani ad una sorta di ipocrisia istituzionalizzata permanente. Tutte le guerre che sarebbero state fatte dopo il 1948, all’interno dell’alleanza geopolitica NATO a guida USA, avrebbero dovuto costituzionalmente essere sempre ribattezzate missioni di pace, o missioni umanitarie.

Possiamo dire che così l’ipocrisia, la menzogna e la schizofrenia sono state in Italia istituzionalizzate e “costituzionalizzate”. Lo dico con tristezza, perché vivo in questo paese. Oggi sappiamo cose che alla fine del 1999 non sapevamo, e potevamo soltanto sospettare. Era capo del governo italiano l’ex comunista D’Alema (oggi “democratico”), che inviò i caccia italiani a bombardare il paese balcanico, dicendo in parlamento che i suoi aerei non sganciavano bombe, ma partecipavano semplicemente a non meglio precisate “operazioni di difesa integrata”. Una presa in giro pari solo alla faccia tosta dell’allora primo ministro. Alla fine delle operazioni saranno gli stessi alleati a riconoscere che l’Italia era stata solo seconda – dopo gli USA, ma prima della Francia e della Gran Bretagna – per numero di raid sulla Jugoslavia.

In un’intervista sul quotidiano “Il Manifesto” dei primi mesi del 2012 l’ex generale in pensione Fabio Mini, allora direttore delle operazioni, confessò che la cosiddetta “strage di Raciak”, uno dei pretesti dell’intervento in Kosovo, era stata un falso e una montatura, e lui lo sapeva. Potremmo continuare, ma il decennio trascorso ci ha reso bene informati. Nel 2001 ci fu l’invasione dell’Afghanistan, in base al pretesto dell’attacco di Al Qaeda di Bin Laden alle torri Gemelle di New York.

Bin Laden è stato nel frattempo ucciso, l’islamismo radicale è stato “normalizzato” fino a farlo diventare alleato strategico geopolitico degli USA (vedi Libia 2011 ed oggi Siria 2012), cinquanta soldati italiani sono morti in dieci anni combattendo contro gli insorti afgani come mercenari della NATO, le possibilità di formare un governo di coalizione afgano relativamente stabile sarebbero a portata di mano, ma gli USA non se ne vogliono andare per il semplice fatto che voglio istallarvi basi militari permanenti, il cui scopo geopolitico è la minaccia potenziale futura verso l’Iran, la Russia e la Cina.

I morti italiani in Afghanistan vengono riportati in patria nelle bare come “caduti per la pace”, ove in realtà sono caduti per poter permettere agli USA di istallare basi permanenti in Asia Centrale. Nel 2003 Bush decise di aggredire l’Irak. In Italia c’era Berlusconi, che aveva una parte di elettorato cattolico, ed a quei tempi la Chiesa Cattolica non era favorevole all’attacco all’Irak, sapendo che avrebbe aperto una fase di massacri fondamentalisti per la componente religiosa cristiana irachena.

Il sistema mediatico per sei anni attuò una “hitlerizzazione” capillare della figura di Saddam Hussein, simile a quella attuata quattro anni prima per Milosevic. Questa hitlerizzazione lascia indifferenti il popolo normale, quello che legge solo le pagine sportive e la cronaca cittadina, ma è particolarmente adatta alla manipolazione del gruppo sociale degli “intellettuali”.

L’Italia mandò un corpo di spedizione nella zona irachena di Nassiriya, che fu oggetto di attentati sanguinosissimi, e si rese colpevole dell’uccisione di civili. In tutto questo periodo si parlò di “missioni di pace” e di “caduti per la pace”. A proposito della Libia, da tempo gli occidentali premevano su Gheddafi per la piena privatizzazione delle imprese del paese, ed avevano trovato un potente alleato nel ministro Jibril. Fu questo stesso Jibril ad organizzare un colpo di stato con l’aiuto di gruppi islamici radicali e di tribù divise da rivalità storiche.

L’Italia partecipò massicciamente ai bombardamenti che furono decisivi per la sconfitta di Gheddafi ed il successivo terribile linciaggio. Mentre scrivo queste righe, il ministro degli esteri italiano Terzi (che nessuno ha eletto, ma che è stato insediato da Monti e Napolitano) è in prima fila a chiedere insistentemente un intervento armato in Siria, fatto sul modello precedente ben riuscito della Libia.

Potrei ovviamente continuare con altri particolari, ma non voglio annoiare il lettore greco. Ciò che conta è ribadire che il modello dell’intervento umanitario e della hitlerizzazione mediatica simbolica del dittatore di turno si è dimostrata in questo decennio molto “performativa”, cioè ricca di successo.

Dal momento che tutto questo dovrà pur essere inquadrato in uno schema interpretativo, per non sembrare un semplice insieme di violenze comuni da gangsters, voglio citare un’affermazione dello studioso francese di geopolitica Aymeric Chauprade:

“Il mondo unipolare è il progetto dell’oligarchia mondiale anglosassone e della sua estensione oligarchica europea. E’ evidente che questo progetto dispone di forze considerevoli e che è fortemente avanzato dopo la fine dell’URSS. Nello stesso tempo, deve confrontarsi con un risveglio multipolare portatore di promesse considerevoli. Io non penso che questo processo unipolare possa venire a capo delle potenze russa, cinese, indiana, brasiliana, turca, iraniana, eccetera. Noi siamo quindi entrati nella fase iniziale del declino del progetto unipolare ed è per questo che la situazione è tanto pericolosa. Se gli Stati Uniti non accettano la realtà multipolare, allora ci sarà una nuova guerra mondiale”.

Io penso che il futuro sia completamente aperto e ignoto, e quindi non mi unisco alle previsioni catastrofiche di Chauprade. L’accettazione da parte degli USA di un mondo realmente multipolare è resa difficile dall’ideologia messianica di origine veterotestamentaria di essere un “popolo eletto da Dio” (gli americani non sono cristiani nel nostro senso europeo del termine, ma sono piuttosto “sionisti cristiani”). Quindi, gli USA devono essere costretti ad accettare un mondo multipolare, ma purtroppo hanno sottomesso politicamente e culturalmente le oligarchie europee.

Questa sottomissione integrale delle oligarchie europee, fenomeno che spiega la Jugoslavia 1999, l’Afghanistan 2001, l’Irak 2003, la Libia 2011, ed oggi la Siria, è qualcosa di nuovo nella storia europea. Dal 1945 al 1990 c’era la cosiddetta “guerra fredda” (che fu comunque “calda” in quasi tutto il mondo, dalla Corea al Vietnam, dall’Angola all’Etiopia) e la contrapposizione fra paesi comunisti e paesi capitalisti faceva parte di uno scenario certo sgradevole, ma anche chiaro e comprensibile.

Dopo il 1990, invece, non sembrò esserci più nessuna ragione perché le oligarchie europee dovessero continuare nella linea di canina obbedienza all’impero geopolitico USA. Eppure, la situazione peggiorò, anziché migliorare. L’Europa è ormai soltanto una povera appendice geopolitica subalterna degli interessi strategici degli USA nel mondo.

Il mio saggio Il Bombardamento Etico non voleva certo limitarsi ai fatti del Kosovo. Voleva mettere in guardia da una forma di barbarie incipiente, che consiste nel poter facilmente conoscere i dati principali dei problemi, ma nell’ignorarli ostentatamente, rimandando ad un capro espiatorio su cui concentrare l’attenzione e il fanatismo degli ignoranti. Il lettore greco sa bene che il suo paese soffre una situazione di impoverimento progressivo morale e materiale, e mentre le colpe, che ci sono certamente, riguardano ristrette oligarchie e circoli politici semimafiosi, l’intero popolo greco è stato colpevolizzato dall’apparato mediatico europeo, in particolare quello tedesco, ma non solo.

Sembra che stia giungendo l’ora della Spagna, e comunque l’ora dell’Italia non è lontana. In un simile momento, sarebbe necessaria la solidarietà e la fratellanza tra i popoli, e non certo le stupidaggini su popoli virtuosi e sui PIGS, sulle formiche e sulle cicale. E’, ovviamente, uno scandalo. Ma abbiamo taciuto e tollerato su scandali che non ci toccavano direttamente, dal Kosovo 1999 all’Irak 2003 e alla Libia 2011. Abbiamo finto di credere alle menzogne mediatiche sui feroci dittatori e alla necessità di difendere i diritti umani, perché in fondo si trattava soltanto di trasmissioni televisive e di “sangue virtuale” sugli schermi dei televisori. E adesso la menzogna tocca anche noi.

Un problema filosofico molto interessante, cui non so assolutamente rispondere perché non conosco il futuro, è quanto tempo ancora una società che si dice civile potrà continuare a vivere nella menzogna sistematica. La crisi economica che stiamo vivendo è certamente dovuta anche a ragioni strutturali di debolezza dell’apparato produttivo europeo rispetto ai paesi detti emergenti (India, Cina, Brasile, eccetera), ma è continuamente minacciata da speculatori finanziari che agiscono incontrollati, e che lasciano giovani senza lavoro, padri di famiglia senza casa, pensionati senza medicine.

Per quanto tempo ancora potrà durare la favola sulla colpa esclusiva dei politici che rubano (peraltro realmente esistenti) e su popoli pigri contrapposti a popoli virtuosi? La Grecia è stata in proposito una cavia, un animale da laboratorio, ed è stata facilmente isolata e demonizzata. Sarà però più difficile attuare una demonizzazione del genere per gran parte dell’Europa.

Questo saggio parte dalla grande menzogna organizzata della guerra del Kosovo del 1999, cui viene negata la natura di un conflitto etnico realmente esistente e risolvibile pacificamente in linea di principio, per esserle attribuita la natura di guerra dell’intera civiltà e dei diritti contro un singolo dittatore sanguinario (il macellaio dei Balcani). In questo modo fu creato mediaticamente un mondo alla rovescia. Il meccanismo ebbe successo, e fu ripetuto in questo decennio. In questo luglio 2012 in cui scrivo viene massicciamente applicato a proposito della Siria, e prescindo qui completamente dal giudizio che si può dare sui conflitti all’interno dei paesi arabo-musulmani.

Qui sta dunque l’attualità di questo mio saggio. Parte da un fatto specifico, limitato nel tempo e nello spazio, per individuare le forme dominanti del potere ideologico delle oligarchie del nostro tempo. Esse hanno creato un perfetto “mondo alla rovescia” alla Orwell ed alla Huxley, in cui la disumanità è chiamata umanità e l’ingiustizia è ribattezzata giustizia. Questo mondo merita una rivoluzione. Per ora certo ne mancano le condizioni, ma la storia procede secondo ritmi che neppure gli osservatori più acuti possono prevedere.

venerdì 30 settembre 2016

IL TUMULTO DEI CHOMSKY di Glauco Benigni - Il corpo digitale

PTV - Il re è nudo... se ti abboni

Alain de Benoist - non si ha nessuna idea sulla migrazione, la confusione regna sovrana

L’intervista. Alain de Benoist: “Il burkini? Pretesto per dribblare il tema immigrazione”

Pubblicato il 30 settembre 2016 da Traduzione di Manlio Triggiani

Alain de Benoist
Alain de Benoist
Secondo lei, il Burkini deve essere percepito come una libertà individuale o come una provocazione al servizio dell’islam politico?
Alain de Benoist: Può essere percepito come l’uno e l’altro (per chi lo indossa e per chi lo vede), e ancora come molte altre cose. Ma non si fa una verità oggettiva mettendo insieme percezioni soggettive. L’avrete capito, io trovo assolutamente grottesca questa polemica, e il diluvio di commenti isterici ai quali ha dato luogo. Non molto tempo fa, avere sulla spiaggia una “tenuta decente” significava non essere troppo scoperti. Oggi, è non essere troppo vestiti! Resta da precisare il numero di centimetri quadrati di tessuto che si ha il diritto di tenere o di togliere! Per inciso, ci si dimentica di dire che lo Stato Islamico condanna assolutamente il burkini, e che le donne ebree ortodosse fanno il bagno abbigliate con una tenuta simile. In fin dei conti, questa polemica, demagogicamente strumentalizzata dai politici, serve solo a distogliere l’attenzione. Si focalizza su cose secondarie per non andare all’essenziale, vale a dire per non affrontare frontalmente la questione dell’immigrazione, la quale non potrà essere risolta dalla Buoncostume e controllando i costumi da bagno.
I media evocano la polemica, i politici giocano al rialzo nella polemica, le elezioni presidenziali saranno fra meno di un anno: il tema dell’identità sarà l’elemento principale delle prossime elezioni presidenziali?
AdB – E’ molto probabile infatti, dal momento che una parte crescente della popolazione, a partire dalle classi popolari e da una parte delle classi medie, si ritrovi senza punti di riferimento, e compia una esclusione tripla: politica, sociale e culturale. Le elezioni presidenziali saranno in gran parte decise sulla questione dell’identità, ma anche della questione sociale, che è direttamente associata: coloro che soffrono di più sul piano sociale sono quelli che soffrono di più l’immigrazione. Le due logiche dominanti sono oggi la logica identitaria e la logica populista. Non bisogna confonderle (si può essere identitari senza essere populista e populisti senza essere identitari), ma si potrebbe desiderare che siano le due cose insieme.
Dibattito politico, tensione popolare: la Francia è islamofoba nel senso etimologico del termine: ha paura dell’Islam?
AdB – Io non sono di quelli che vedono l’islamofobia ovunque, ma neanche fra coloro che non la vedono da nessuna parte. Sì, una grande parte dell’opinione pubblica sta divenendo islamofoba – e non solo nel senso etimologico! Più i discorsi ufficiali denunciano l’“amalgama” e gli “stereotipi”, più spingono verso il “vivere insieme”, e più l’islamofobia si diffonde, per la grande gioia dei jihadisti che sperano di ottenere argomenti per attrarre i musulmani alla loro causa. I jihadisti adorano gli islamofobi! Gli opposti si attraggono.
Qual è l’origine di questa paura?
AdB – Le cause sono ben note: l’immigrazione innanzitutto, con tutte le patologie sociali che genera, poi l’espansione di un terrorismo islamista generato da trent’anni di politica occidentale aberrante nel mondo arabo-musulmano. Negli ultimi anni, la critica dell’immigrazione si è progressivamente trasformata in critica dell’”islamizzazione”, cambiando così di natura e non di grado: si può criticare l’immigrazione senza prendersela con gli immigrati mentre denunciare l’”islamizzazione” implica prendersela direttamente contro l’Islam. La laicità si trasforma contemporaneamente in laicismo. Il problema allora diventa insolubile.
Manuel Valls vuole riattivare la Fondazione delle opere dell’Islam di Francia, Jean-Pierre Chevènement dovrebbe dirigerla, e uno dei suoi compiti principali sarà la lotta contro il finanziamento dall’estero dell’islam in Francia. La Francia sta per riprendere il controllo dell’islam presente sul suo territorio? O è troppo tardi?
AdB – Anche in questo caso, la questione è secondaria. Riattivare la Fondazione delle opere dell’islam di Francia non è senza dubbio una brutta cosa, ma bisogna essere ingenui per credere che così si “riprenderà il controllo dell’Islam presente sul nostro territorio”.
Cosa pensa della probabile nomina di Jean-Pierre Chevènement a capo di questa fondazione?
Chevènement è un uomo stimabile. Sarebbe potuta esserci una scelta peggiore.
Tratto dal sito Katehon.com. [Traduzione di Manlio Triggiani]

Nicola Gratteri - la cannabis fa male

Droga, mafia e legalità: la cannabis non è mai “leggera”




Il 27 settembre, al Senato della Repubblica, nella Sala Koch, si è tenuto il convegno “Cannabis, non è mai leggera – Droga, Mafia, Legalità”.

Sono stati ospiti di eccezione il dott. Nicola Gratteri (nella foto), Procuratore della Repubblica di Catanzaro e ilneurologo Rosario Sorrentino. Ha moderato la giornalista Daniela Vergara.

Gli intervenuti, in modo chiaro, tecnicamente appropriato e coerente, hanno spiegato la pericolosità della legalizzazione della cannabis, e del progetto di legge in discussione alla Camera dei Deputati. Eravamo presenti e ne diamo un resoconto più dettagliato di quello pubblicato dalle varie testate.
Dal punto di vista fisico,

Il dott. Sorrentino ha ribadito i danni gravi che la droga – per niente affatto leggera – provoca alla corteccia cerebrale, degli adolescenti soprattutto: essa, che dovrebbe essere spessa circa 6 mm, si riduce a 2, o anche a meno. Ha spiegato perché la droga – che solo in malafede si può chiamare leggera – dà dipendenza: il THC, il principio attivo della cannabis, sostituisce le molecole cerebrali naturali e provoca un rilascio di dopamina, il che dà euforia e senso di benessere. Presto (dipende dall’individuo e dall’età quanto presto) il cervello non è più in gradi di produrre dopamina da sé. La percezione si altera, le capacità di ragionamento, di concentrazione e di riflessione della zona prefrontale non si sviluppano o regrediscono, subentrano psicosi, apatia, schizofrenia e attacchi di panico.
Il sen. Gasparri col dott. Sorrentino

Questo degli attacchi di panico è un fenomeno sempre più diffuso tra i giovani, che, una volta provato un vero attacco di panico, contraggono una patologia psichiatrica detta “fobofobia”, “paura della paura”, che è lunga da curare… Le persone che fanno uso di cannabis, infatti, tendono a divenire sociopatici. In modo assolutamente imprevedibile, rispetto alle caratteristiche e alle condizioni neurologiche del soggetto interessato, anche solo un paio di boccate di fumo di cannabis possono dare reazioni abnormi. E il dottor Sorrentino – essendo un clinico – ne ha dovuti curare parecchi di giovani e giovanissimi rovinati dalle “canne”. Il paragone con l’alcol non regge: un bicchiere di vino, un cognac, non fa alcun male. Una sola canna può provocare danni seri. Ma poi: chi beve (con moderazione) non ha alcuna intenzione di ubriacarsi, mentre chi fuma cannabis (a scopo ricreativo) lo fa con l’intento preciso di “sballare”…

Il fatto che siano lecite e diffuse altre pratiche che possono far male o dare dipendenza (alcol, fumo, gioco d’azzardo) – ci permettiamo di aggiungere noi – non può essere una scusa per diffondere legalmente la droga, che rovina oggettivamente e innegabilmente, i nostri ragazzi. Ben venga una raccolta firme per chiedere che siano vietate severamente tutte le pratiche pericolose…: ma ora, l’argomento in discussione è altro.

Quanto alla questione strettamente legale

della liberalizzazione della droga, il dott. Gratteri ha affermato in modo netto e deciso che legalizzare sarebbe semplicemente un favore fatto alle mafie. Legalizzare non porterebbe “Nessun vantaggio nella lotta alla criminalità”ebbe a dire già anni fa il giudice Paolo Borsellino. Il Procuratore della Repubblica di Catanzaro sottoscrive in pieno la stessa opinione.

Il giudice da decenni combatte la ‘Ndrangheta e lo spaccio di stupefacenti. Sa bene quanto il traffico di cannabis e derivati sia strettamente connesso a quello di eroina, cocaina e altri veleni, compresi quelli sintetici. Ha spiegato alcune delle infinite ragioni – sulle quali, ha detto, potrebbe stare “a parlare per una settimana”, per cui lalegalizzazione è un errore totale, radicale, a 360 gradi.

In tutti i Paesi dove è avvenuta la legalizzazione, il consumo di droga è aumentato. Chi lo nega mente sapendo di mentire. Laddove aumenta il consumo di cannabis, di conseguenza aumenta il consumo di cocaina , eroina ecc.: aumentano i traffici delle mafie. Del resto è normale – ed è un’evidenza inoppugnabile – che chi è dipendente dalle canne diventi presto desideroso di provare cose sempre più forti ed efficaci.

Su 100 drogati solo 5 sono drogati di cannabis. Di questi, solo il 25% ha più di 18 anni: la legalizzazione quindi, toglierebbe alle mafie solo il 25% del 5% dei traffici: per il resto il mercato illegale continuerebbe a prosperare. E se gli introiti delle mafie sono prevalentemente da cocaina (eroina, ecc.), allora, per colpire la mafia liberalizziamo anche quelle?

Nella piazza della droga si vende di tutto: il mercato è uno, non è a parte quello della cannabis. E’ ridicolo pensare che se si legalizza la cannabis le forze dell’ordine avranno più risorse per contrastare il traffico delle altre droghe. Assicura Gratteri: “Non risparmieremo neanche un poliziotto“.

I drogati che sono in carcere non sono certo lì perché drogati, ma per altri reati: sono anni che il possesso di sostanze per uso personale e lo spaccio di “lieve entità” è stato depenalizzato. Sono anni che i tossicodipendenti incarcerati possono chiedere di essere trasferiti nelle comunità di recupero – se sono seriamente intenzionati a disintossicarsi.

Il sen. Aracri

Inoltre, la cannabis coltivata e lavorata dallo Stato sarebbe comunque più costosa di quella prodotta dalle mafie: questi non hanno i “costi di produzione” che avrebbe un’industria legale, con lavoratori in regola, controlli sanitari ecc. Non avrebbero alcuna difficoltà a fare concorrenza ai negozi statali con prezzi più bassi.

Ma soprattutto, ha detto Gratteri, uno stato democratico non può legalizzare ciò che fa male, non può legalizzare ciò che dà dipendenza: dipendenza vuol dire ricattabilità, dipendenza è il contrario di libertà…

I relatori hanno convenuto che è fondamentale l’opera di prevenzione e che nelle scuole, invece di far “altro”, dovrebbero andare persone a spiegare ai giovani e ai giovanissimi perché farsi le canne non conviene.

Sono intervenuti poi i rappresentanti delle Associazioni di recupero dei tossicodipendenti presenti, che hanno ribadito che dal canto della loro esperienza, dalla voce degli ex tossici e soprattutto dalla voce di quelli che stanno lottando (e a volte la vita intera non gli basta) per uscire dal tunnel, unanimemente e senza eccezioni si alza un forte e deciso NO alla legalizzazione.

Il convegno è stato organizzato dall’Associazione Italia Protagonista, presieduta dal Sen. Maurizio Gasparri, dal movimento Idea – Identità e Azione e in ispecie da uno dei suoi fondatori, il Sen. Carlo Giovanardi, dall’associazione Imago e dal Sen. Francesco Aracri, dalla Comunità Incontro, fondata da Don Gelmini, per il recupero dei tossicodipendenti, dall’Associazione Papa Giovanni XXIII e da ll’Associazione Athena.

Il sen. Giovanardi, in apertura, ha spiegato – dati alla mano: negli ultimi 10 anni il traffico è diminuito sensibilmente – che la lotta allo spaccio non è così fallimentare come molti vogliono far credere. E poi, se anche la lotta al crimine non è efficace, sarebbe questo un buon motivo per abrogare il codice penale?

A Gasparri, abbiamo chiesto quale sia la perniciosità della proposta di legge presentata alla Camera, e ha risposto così ai nostri microfoni:

In un breve intervento alla fine del convegno il dott. Giovanni Serpelloni, esperto di neuroscienze e dipendenze, ha voluto sottolineare un dato che nel convegno non è emerso: i grandi interessi economici che girano dietro la legalizzazione della cannabis. Soros ha dichiarato sul Wall Street Journal di aver finanziato con 80 milioni di dollari le campagne per la legalizzazione. Analoghi interventi “filantropici” sono stati fatti dai Rockefeller. Perché? La Philip Morris possiede laboratori per sviluppare piante con maggior concentrato di THC…

Questo invece il commento che ci ha rilasciato il sen. Aracri, cui abbiamo chiesto chi ci guadagna dalla legalizzazione della cannabis. E questo, collegandosi a quanto detto da Serpelloni, è un altro punto su cui conviene riflettere.

Rai - noi paghiamo un canone ma non abbiamo un servizio pubblico e loro hanno redditi enormi

Rai, Monica Maggioni: “Il tetto agli stipendi dei dirigenti? Pericoloso”

Media29/09/2016 1 giorno fa - Mario Basso

Monica Maggioni
Ha dell’incredibile la faccia di gomma della Maggioni. Ieri, infatti, il Cda della Rai ha approvato un documento in cui si prevede un tetto di 240 mila euro alle retribuzioni, ma con eccezioni che riguardano “un numero preciso e figure precise” di figure apicali.

E chi saranno mai queste figure “precise”? A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, diceva qualcuno molto più scafato di noi. Tuttavia, è la sfrontatezza della presidente della Rai a lasciarci perplessi. «Dire che c’è un tetto per cui nessuno può guadagnare un euro in più di 240 mila euro sarebbe molto, molto, pericoloso». Pericoloso per chi, di grazia?

«In questa commissione – ha spiegato ieri, appunto, in Commissione Vigilanza – ci era stato detto di procedere verso una rideterminazione delle retribuzioni, è stato fatto un lavoro significativo. Il nostro obbligo è garantire all’azienda un futuro, una tenuta e di rimanere dove è, auspicabilmente migliorare, in termini di preminenza sul mercato. Ci deve essere un tetto a 240 mila euro ma non posiamo, come azienda, vivere di quel tetto in modo indistinto e indiscriminato e allo stesso tempo vivere come prima quando ognuno poteva fare quello che voleva. È stata individuata una linea molto virtuosa che l’azienda potrebbe applicare e che corrisponde al fatto che si tratta di una azienda editoriale ibrida che deve rimanere sul mercato, che quindi ha bisogno di figure apicali, poche pochissime, ma coerenti con i valori di mercato anche se significativamente al di sotto. Perché sennò nel tentativo di dire che la Rai va tenuta come una pubblica amministrazione si fa quella che può sembrare una azione efficace ma che in futuro si tradurrà in una marginalizzazione di questa azienda».

Tradotta in parole povere, gli alti profili professionali costano. Per carità, è giusto così. Peccato, però, che la Rai pulluli di risorse strapagate che continuano a far fare all’azienda figure da peracottaro, ma – in virtù del loro essere “speciali” – stanno saldamente al loro posto.

Ma chi sono i fortunati per i quali, al momento, non si applica il tetto di 240 mila euro in quanto profili di alto livello che meglio al mondo non ce n’è? Ovviamente il Dg Campo Dall’Orto, ma anche il direttore del Tg1 Mario Orfeo. Per i contratti a tempo determinato fino a 3 anni è previsto un aumento del tetto del 30%.

Per le figure “corporate”, invece, sono state identificate 10 posizioni che possono avere un’indennità di funzione fissa di 50 mila euro oltre allo stipendio di base. Tra queste ci sono lo Chief financial officer (direttore finanziario) Raffaele Agrusti, lo Chief technology officer Valerio Zingarelli, l’amministratore delegato di Rai Pubblicità Fabrizio Piscopo, il direttore delle Risorse umane Paolo Galletti, il direttore della comunicazione Giovanni Parapini e il capo degli affari legaliPierpaolo Cotone.

E che non glielo vogliamo dare un maxi stipendio a questi piccoli geni?

Soldi meritatissimi. Come meritati sono stati i 350mila euro che la Rai ha speso per “aggiornare” i loghi delle tre reti, questione sollevata da L’Ultima Ribattuta (LEGGI QUI) ribadita da L’Espresso che ha contattato direttamente i cervelloni Rai per avere conferma sui costi. Intanto il sindacato interno, lo SNAP, ha presentato un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale.

Comune di San Lazzaro - la consorteria mafiosa-massonica politica del Pd non demorde ma sa benissimo quello che ha fatto

LE REAZIONI
Colata di Idice e pressioni al sindaco,
la difesa: «Tutti fatti noti e già smentiti»


Il presidente nazionale di Legacoop sui rapporti con i pm: «Nessun problema di natura politica»


Il progetto (bocciato) del maxi insediamento edilizio a IdiceBOLOGNA - Tutte accuse, quelle contenute negli avvisi di fine indagini, già smentite dai diretti interessati. Si difendono così i vertici di Legacoop accusati dal sindaco di San Lazzaro Isabella Conti di pressioni indebite e minacce per lo stop alla Colata di Idice. La mancata costruzione della new town interessava due cooperative, l’imolese Cesi e la bolognese Coop Costruzioni. E per entrambe poi, colpite dalla crisi dell’edilizia, si è aperta la strada della liquidazione coatta.

A intervenire, al posto della presidente Rita Ghedini e del direttore generale Simone Gamberini, sono i loro legali. «L’avviso di conclusione delle indagini preliminari riporta frasi e concetti già contenuti negli esposti a suo tempo presentati da Isabella Conti, già smentiti in modo del tutto convincente e documentato da Rita Ghedini e Simone Gamberini nel corso del loro interrogatorio», scrivono in una stringata nota gli avvocati Luca Sirotti e Maddalena Rada. «Vedremo l’intero fascicolo di indagine ed insisteremo perché questa vicenda prenda la strada che merita, ovvero l’immediata chiusura», aggiungono.

Sgombra invece il campo da retro letture il presidente nazionale di Legacoop Mauro Lusetti. E ce n’è bisogno in questa fase molto delicata per il mondo cooperativo bolognese. D’altronde due anni fa fu uno dei suoi più importanti manager, il presidente di Granarolo Gianpiero Calzolari, durante un’assemblea proprio di Coop Costruzioni, a lamentarsi perché «qui appena uno alza un dito si apre un fascicolo ». Altri tempi, la Colata di Idice non era ancora venuta a galla, anche se il rapporto tra cooperative e magistrati era già tesissimo. Ora, però, con questa delicata inchiesta in corso (che per forza di cose va a far luce nei rapporti tra cooperatori, amministrazioni e Pd), il leader nazionale di Legacoop vuole essere chiaro: «Non credo — dice — che ci sia un problema di natura politica».

Un problema d’immagine con la notizia del fine indagine per i due dirigenti, quello invece potrebbe crearsi in vista di un importante appuntamento di Legacoop che si terrà nei prossimi giorni. A Palazzo Re Enzo dal 7 al 9 ottobre andrà in scena la «Biennale dell’economia cooperativa» con Ghedini e Gamberini a fare da padroni di casa. Ci saranno ospiti come il premio Nobel Joseph Eugene Stiglitz, l’economista Jean Paul Fitoussi, l’ex premier Romano Prodi, diversi ministri del governo Renzi e l’Alto rappresentante per gli affari esteri Federica Mogherini. E pure don Luigi Ciotti di Libera, che disse al termine di un incontro con la Conti (a inizio 2015, quindi subito dopo le denunce): «Anche qui a Bologna c’è un sistema come quello mafioso».
29 settembre 2016

GIULIETTO CHIESA E DIEGO FUSARO: Perché siamo a favore della Russia di P...

Il Punto di Giulietto Chiesa - Boeing: Non vogliono dirci la verità che...

MMT in pillole - Export Netto e Privazione

gli ebrei comandano i terroristi dell'Isis/al Qaeda mentre l'espressione delle Consorterie Guerrafondaie Statunitensi sempre più isteriche straparlano

Sion rimpasta i comandi di Al Nusra. Terroristi in subbuglio.

Maurizio Blondet 29 settembre 2016

Quneitra è una cittadina (ora città-fantasma) della Siria meridionale, sulle alture del Golan, all’interno della fascia di sicurezza Onu che divide Siria e Israele – di cui è al confine. Dopo la sconfitta siriana nella guerra dei Sei Giorno, è stata abbandonata. Dai siriani. Ma ci hanno fatto il nido le milizie di Al Nusra, ex Al Qaeda, oggi ribattezzatasi FAtah al Sham. Orbene, la notizia è questa: il Mossad ha disposto un rimpasto dei comandanti di queste milizie islamiste. Le spie ebraiche hanno convocato lo sceicco Asim Qassim, il mufti del Fatah al-Sham ex Nusra) nella regione di Jabat al-Khashab e Tarania (nella parte nord di Quneitra) per ordinarli la riorganizzazione dei comandanti terroristi.



L’incredibile notizia è data dal sito arabo Axis News (http://www.axis-news.com/2016/09/28/14/) che, grazie alle sue fonti in loco, dà i particolari: “gli agenti israeliani hanno nominato tal Ali Mare’i Suleiman e suo fratello Faisal Mare’i Suleiman coma comandati del fronte orientale di Jabat al-Khashb, comprendente il fronte Qob al Hamry, la cittadina di Hazar e le aree davanti al distretto dove è posizionata la Quarta Divisione della armata regolare siriana. Parimenti Taj Leili e Adnan Leili sono stati assegnati al comando delle zone di Tarania, Tal al-Ahmar e al-Saraya, mentre Ma’as Nazar è stato re insediato al comando della parte occidentale di Jabata al-Khashab, vicina al Golan”.

Le fonti dicono che dopo che lo sceicco Qassim (che è stato giudice della Sharia per il regime terrorista in zona) ha riferito degli ordini israeliani, “i militanti che hanno di recente abbandonato Dara’a e si sono uniti a Fatah al-Sham a Quneitra hanno dato vita a rabbiose proteste, reclamando un ruolo maggiore nella struttura di comando. La situazione è divenuta caotica e possono scoppiare scontri fra i miliziani”.

Dara’a è la città che l’esercito siriano ha riconquistato a luglio, infliggendo gravi perdite ai miliziano. Dara’a ha una importanza strategica, perché rende possibile al governo di Damasco di chiudere i due passaggi di frontiera con la Giordania, da cui i guerriglieri wahabiti ricevono rifornimenti in uomini ed armi; la vittoria inoltre consente di reimpiegare altrove – ad Aleppo – le truppe lì impegnate.

Il Mossad avrebbe deciso il rimpasto dei terroristi al suo comando dopo il fallimento di una puntata offensiva chiamata “Talaki”, che doveva congiungere Beit Jen nella parte sud orientale della provincia di Damasco a Quneitra,e quindi a Israele.

Secondo un alto ufficiale di Damasco, gli israeliani hanno allestito una vera e propria “sala operativa” a Quneitra per guidare i terroristi di Al Nusra. I terroristi ritiratisi da Dara’a, circa seicento, avrebbero preso ordini da questa sala operativa israeliana durante l’attacco per prendere possesso delle basi di al-Raba’a e di Sha’ban nel nord di Quneitra, senza riuscirci perché le forze legittime siriane ne erano state preavvertite dalla loro intelligence.

In ogni caso, ciò mostra definitivamente che Al Nusra è un corpo d’armata alle dirette dipendenze di Israele. Come si ricorderà, una simile sala-comando di operazioni è stata colpita qualche giorno fa da tre missili Kalibr sparati da navi russe. La sala si trovava nella parte occidentale della regione di Aleppo, sulla montagna Sama’n, in vecchie cave ritenute irraggiungibili. La edizione in arabo di Sputnik ha detto che erano stati uccisi una trentina di ufficiali israeliani, britannici, turchi e sauditi che da quella sala operativa comandavano le offensive dei terroristi su Aleppo e Idlib.


Usa: “i terroristi manderanno i russi nei body bags”John Kirby minaccia come un gangster

Abbandonata ogni finzione, anche il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby, ha previsto (ossia minacciato) che se la Russia “non cessa la violenza” contro i terroristi di Aleppo, città russe saranno attaccate dai medesimi terroristi, la Russia rimanderà a casa i suoi soldati “nei body bags” , e perderà “anche velivoli”. A questa inaudita minaccia – che è anche una sfrontata ammissione: siamo noi a guidare il terrorismo islamico – il ministero russo della Difesa ha risposto, per bocca del generale Igor Konashenkov:

“Riguardo alle minacce di Kirby sulle perdite possibili di aerei russi e sul mandare in Russia i soldati nei body bags, voglio dire che noi siamo ben informati in quali luoghi in Siria, compresa la provincia di Aleppo, ed esattamente quanti ‘non pubblicizzati’ specialisti sono impegnati nella comando operativo dei militanti. Naturalmente si continua a dirci che sono lì per separare, ostinatamente ma inefficacemente, Al Nusra dalla ‘opposizione’. Ma se si tenterà di portare a compimento quelle minacce, sarebbe azzardato sperare che i militanti riuscirebbero a salvare la loro pelle”.



Konashenkov ha poi invitato Kirby (che è un ex contrammiraglio) a non dimenticare il suo onore militare, profferendo quelle minacce da gangster, quale è quella di colpire i civili in Russia con i terroristi islamici. Le forze armate russe sono ancora pronte a continuare il dialogo con gli S.U. per coordinare le misure contro i terroristi i Siria, ha detto:

“Ma questo dialogo non deve contenere nemmeno l’ombra di una minaccia alle nostre truppe e ai nostri cittadini. Quando si tratta di assicurare la sicurezza dei cittadini russi, dovunque essi siano, non ci saranno compromessi. Questa è la nostra prima e incondizionata priorità”.

La frasi disonorevoli di Kirby hanno fatto una profonda, sgradevole impressione a Mosca. “Quello che ha detto non è solo una minaccia diretta, ma la minaccia fatta da una personalità di Stato”, ha commentato il vice presidente della Commissione Esteri alla Duma, Leonid Kalashnikov: “Non riesco nemmeno a ricordare precedenti del genere. Kirby ha alluso ad Al Qaeda e di come gli americani l’hanno messa contro l’Unione Sovietica, non solo in Afghanistan ma in Asia centrale. Questa è un’allusione al fatto che il terrorismo può essere infiltrato in Russia, e a farlo saranno gli americani. Se gli Usa contribuiranno ad operazioni di terroristi in Russia, se gli americani li forniscono di armi, i servizi russi non lasceranno ciò senza ‘attenzione’. La Russia prenderà misure adeguate contro coloro che non solo minacciano, ma comandano una guerra di terrorismo contro la Russia. A Mosca già si discute delle misure da prendere in risposta simili dichiarazioni. Ma i politici russi, al contrario di Kirby, non lo fanno pubblicamente”.

Pensioni - in arrivo l'elemosina per comprarsi qualche voto

RIFORMA PENSIONI, BORGHI: "E' UN PROVVEDIMENTO DI FACCIATA. MI TORNA IN MENTE AMATO..."
29 settembre 2016 ore 12:46, Adriano Scianca





"E' un provvedimento di facciata, era meglio pensare ai giovani". CosìClaudio Borghi, economista ed esponente della Lega Nord, giudica la riforma delle pensioni su cui governo e sindacati avrebbero appena trovato la quadra. E, parlando con IntelligoNews, aggiunge: "Con le mance non si risolveranno i problemi di questo Paese".

Cosa pensa dell'accordo governo-sindacati sulle pensioni?

«Io credo che stiamo sbagliando costantemente bersaglio. Non è questione di elargire un po' più di soldi ai pensionati. Se uno deve fare un'elargizione per mettere in circolo un po' di soldi, in teoria dovrebbero essere più gratificati i giovani. I pensionati sono, chi più chi meno, tutelati da un sistema pensionistico piuttosto generoso. Non mi risulta ci sia un pensionato che prende meno rispetto ai contributi che ha versato. Un giovane disoccupato sta messo peggio. Numeri alla mano, peraltro, i pensionati scopriranno che non ci hanno guadagnato più di tanto. Alla fine la somma tra prelievi ed elargizioni è zero. Se aumento prelievi su case, risparmi, terreni, il gettito fiscale aumenta in modo più che proporzionale rispetto alle spese e alla fine vediamo che il conto è pari. Si tratta di provvedimenti di facciata. Nessuna piccola mancia cambierà il destino di questo Paese. E, comunque, anche nelle mance c'è sempre qualche buco da cui poi si riprendono i soldi».

Provvedimenti di facciata, dice. Qualcuno aggiungerebbe: “Provvedimenti elettorali”. È d'accordo?

«Sì, ma non stupisco, è qualcosa che hanno fatto più o meno tutti. Mi ricordo del governo Amato che fece qualcosa di simile. È un espediente da praticoni della politica».

Si parla molto della “pensione social”. Secondo lei è un provvedimento sostenibile?

«La cosa giusta dovrebbe essere che tutti ricevono i contributi che hanno versato correttamente rivalutati. Viceversa, se non li ho versati per diversi motivi, non ultimo il fatto che potrei essere un evasore (ce ne sono molti che prendono la minima ma vanno in giro in Bmw) non vedo perché lo Stato deve incrementare il mio assegno. Se invece faccio degli interventi mirati, allora è diverso. Se io sono povero – che è differente dall'avere una pensione minima – allora si può dare un incremento sociale, ma non dando soldi a pioggia, per tutti». 

Sempre più spesso vediamo l'Inps occuparsi di bonus, voucher etc. Non è che si sta snaturando la missione di questa istituzione?

«Penso proprio di sì. Ci sono sempre delle supplenze di enti che non dovrebbero essere chiamati a fare ciò che fanno. Se le regole fossero semplici (ciascuno ha la proprietà dei suoi contributi e di quelli può disporre liberamente) tutte queste invenzioni svaniscono, perché io posso decidere di andare in pensione quando voglio. Non capita mai che io rimango senza reddito. È come se ogni cittadino avesse una specie di conto nell'Inps».

Implosione europea - solo degli euroimbecilli possono credere che la Germania possa accettare una politica fiscale comune, è un'altra fuga in avanti

Soldi
Zingales: “Contro austerity battaglia persa, se Europa è questa meglio uscire”

Parla l'economista della University of Chicago

29 Settembre 2016 - Se da un lato il presidente della Bce Mario Draghi – in audizione al Parlamento europeo – ha difeso le politiche di austerity attaccando a testa bassa quei paesi che chiedono flessibilità ma non tagliano la spesa, dall’altro persino alcuni ortodossi della scuola di Chicago, i cosiddetti ‘Chicago Boys’, inziano a porre il problema in termini diversi. E’ il caso di Luigi Zingales, economista della University of Chicago a suo tempo convocato da Oscar Giannino per il suo movimento ‘Fare per evitare il declino’ in un intervista a La repubblica ha posto l’accento, come molti prima di lui, sull’architettura dell’Unione Europea.

“Il problema non è qualche punto decimale di flessibilità, ma la vera struttura dell’unione monetaria – esordisce Zingales -, senza una politica fiscale comune l’euro non è sostenibile: o si accetta questo principio o tanto vale sedersi intorno a un tavolo e dire: bene, cominciamo le pratiche di divorzio. Consensuale, per carità, perché unilaterale costerebbe troppo, soprattutto a noi”.


UNA BATTAGLIA POLITICA – “Ciò che dovrebbero fare i paesi nella situazione dell’Italia – prosegue l’economista – è smetterla di elemosinare decimali da spendere a scopi elettorali rendendosi poco credibili. Dovrebbero invece iniziare una battaglia politica a livello europeo. Dire chiaramente che alle condizioni attuali l’euro è insostenibile. O introduciamo una politica fiscale comune che aiuti i paesi in difficoltà o dobbiamo recuperare la nostra flessibilità di cambio. Tertium non datur. Il rischio per gli italiani è quello di finire come la rana in pentola: se la temperatura aumenta lentamente non ha la forza per saltare fuori e finisce bollita. Il nostro Paese non cresce da vent’anni. Quanto ancora possiamo andare avanti? Certo, la battaglia per completare l’unione monetaria o scioglierla è tremendamente difficile”.

GLI INTERESSI TEDESCHI – Zingales non nasconde che la Germania insista sull’austerità coatta anche e soprattutto per interessi propri: “Le conviene che questa situazione continui all’infinito. È difficile che qualcuno cambi idea se non gli conviene, a meno che non sia costretto a farlo. I tedeschi temono di pagare il conto delle spese altrui e su questo non hanno tutti i torti. Per questo è necessaria una politica fiscale comune che non sia un semplice trasferimento dal Nord al Sud, ma un meccanismo bilanciato di aiuto reciproco nei momenti di difficoltà. Il ministro Padoan ha fatto bene a lanciare la proposta di un’assicurazione europea sulla disoccupazione: purtroppo questo non sembra essere il tema centrale della politica europea dell’Italia”.

2016 crisi economica - 5000 dipendenti che aprono conti fasulli non potevano non avere l'avallo dei capi su su su fino alle più alte gerarchie e tutto x soldi

Wells Fargo: cosa è successo? La truffa ai clienti della banca USA

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Wells Fargo: cosa è successo? La truffa ai clienti della banca USA

Caso Wells Fargo: ecco cosa è successo nella terza più grande degli Stati Uniti e come i suoi dipendenti hanno truffato 2 milioni di americani

Il risultato è presto detto: un crollo delle azioni Wells Fargo a Wall Street, forti perdite anche per investitori come il grande Buffett, la necessità di rivedere i controlli di sicurezza all’interno delle banche degli Stati Uniti.
Wells Fargo è sotto i riflettori, ma non per la gloria di essere una banca statunitense virtuosa. All’inizio del mese di settembre 2016 è stato reso noto che gli impiegati della terza banca più grande degli Stati Uniti hanno aperto due milioni di conti per clienti totalmente ignari.
Vediamo nel dettaglio cosa succede a Wells Fargo e in che modo i clienti sono stati truffati.

Caso Wells Fargo: cosa è successo

Si è scoperto che Wells Fargo ha aperto almeno 2 milioni di conti falsi, conti che non avrebbero dovuto esistere. La banca è stata multata per 185 milioni di dollari da varie agenzie e sono stati licenziati 5.300 dipendenti direttamente collegabili al caso.
Ma per quale motivo l’apertura di conti falsi è così grave? 
Proviamo a paragonare le banche a dei negozi di vestiti. La gente entra e i commessi cercano di venderti qualcosa. Lo sportello bancario non è solo un luogo in cui si entra per incassare un assegno o versare dei contati dove nessuno ti chiederà di acquistare dei prodotti aggiuntivi.
La differenza è che, non essendo quelli della banca dei prodotti tangibili, questo meccanismo non è così evidente. Nel settore bancario, il America la Wells Fargo è sempre stata la migliore nel cross-selling, ovvero a vendere prodotti e servizi aggiuntivi ai clienti.
Per prodotti intendiamo mutui, carte di credito, conti correnti, conti di risparmio - in fondo tutto ciò che vorresti ricevere da una banca.
Facciamo un esempio banale: vai in una banca per incassare un assegno che ti ha regalato tua zia per il tuo compleanno. Mentre sei lì, il cassiere ti chiede, «Vuoi ricevere un mutuo o un prestito per comprarti un auto? Vuoi aprire un altro conto? Un conto di risparmio che si può integrare con il tuo conto corrente?». Molte volte, come succede in molti negozi - i clienti dicono di no.
Ed è qua che scatta il problema: i dipendenti di Wells Fargo, quotidianamente incalzati per vendere più prodotti possibile e premiati anche tramite denaro per avere successo in questa parte del loro lavoro, hanno notato che qualcosa non andava più. Al giorno d’oggi non entrano molte persone nelle filiali delle banche.

La truffa dei dipendenti Wells Fargo

Così i dipendenti della Wells Fargo hanno dovuto trovare una soluzione alternativa. 
Ed eccola qui: i dipendenti della banca avrebbero firmato al posto dei clienti per l’apertura di nuovi conti, carte di credito e altri tipi di prodotti senza l’approvazione dei clienti stessi.
Facciamo un altro esempio: sei in una filiale della Wells Fargo, dici che non vuoi alcun prodotto aggiuntivo, ma il dipendente firma per te l’apertura di un conto corrente supplementare. Ma non si ferma a questo.
Il dipendente va al tuo conto originale, quello che gai da qualche anno, in cui hai qualche soldino - è quello che utilizzi, è quello che tu al tempo hai autorizzato.
A questo punto il dipendente Wells Fargo, trasferisce, senza alcuna autorizzazione, i soldi dal tuo vecchio conto autorizzato al nuovo conto segreto e non autorizzato.
Il problema è che in molti casi questo trasferimento ha portato i conti originali dei clienti a scendere sotto il tasso minimo. E in più bisogna pagare perché il trasferimento da un conto ad un altro ha un costo.

La Wells Fargo si è scoperta da sola

Un fattore chiave da tenere a mente è che le accuse alla Wells Fargo non arrivano da enti di regolamentazione bancaria. In realtà, è stata un’indagine aperta direttamente dalla Wells Fargo che ha portato alla luce questo problema.

I clienti Wells Fargo non si sono accorti di nulla?

Molto probabilmente alcuni clienti della Wells Fargo si saranno accorti di avere un conto in rosso e un nuovo conto di cui non ne avevano conoscenza. Avranno contattato la banca, chiedendo di sistemare la situazione, la banca avrà messo le cose in ordine, ma altri clienti non si sono accorti di nulla.
Wells Fargo si giustificava dicendo che si trattava di un errore una tantum, non intenzionale. Ma ciò che recentemente è stato reso noto è che in realtà questo comportamento era sistemico e distribuito su tutta l’azienda. 
E di certo nessuno può pensare che 2 milioni di conti aperti senza autorizzazione possano essere tutti degli errori.
La banca ha licenziato circa 5.000 dipendenti coinvolti nella truffa, ma potrebbero esserci altre figure colpevoli.

Massoneria - gli obiettivi sempre oscuri, la dissimulazione come strategia, gli iscritti non si ha da sapere

«Fuori i nomi dei massoni», ma il Grande Oriente dice no all’antimafia
Lo scorso 3 agosto davanti alla commissione parlamentare Antimafia il gran maestro del Grande Oriente d'Italia, Stefano Bisi, non ha consegnato l'elenco degli iscritti. La commissione potrebbe anche procedere, tramite i poteri d'inchiesta, al sequestro












FRANCOIS NASCIMBENI/AFP/Getty Images
29 Settembre 2016 - 14:23

Lo scorso 3 agosto, a due settimane dall’operazione “Mammasantissima”, che daReggio Calabria è arrivata fin dentro ai gangli del Parlamento, arriva a sedersi davanti alla commissione parlamentare antimafia Stefano Bisi, gran maestro del Grande Oriente d’Italia (GOI). Nell’inchiesta portata avanti dalla procura di Reggio Calabria tra i destinatari delle attenzioni dei pm ci sono l’ex deputato del Psdi Paolo Romeo, già agli arresti dal 9 maggio scorso; l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra; l’avvocato Giorgio De Stefano, anche lui già detenuto; Francesco Chirico, ex dipendente della Regione e cognato del boss Orazio De Stefano; e il senatore di Gal Antonio Stefano Caridi.

LE AUDIZIONI CON LE COMUNIONI MASSONICHE

La presenza di Bisi davanti all’antimafia non è casuale: il lavoro degli investigatori calabresi e siciliani negli ultimi tempi ha spesso incrociato la massoneria. Vale per “Mammasantissima”, così come per la caccia al superlatitante Matteo Messina Denaroda Castelvetrano, dove la concentrazione di logge massoniche in rapporto alla popolazione è la più alta di tutto il Paese. Proprio lì due assessori appartengono proprio a una loggia del Goi, la “Francisco Ferrer 908”. D’altronde bastano i numeri del Goi, che non è altro che una delle comunioni massoniche in Italia, per comprendere la portata degli iscritti. Li sciorina lo stesso Bisi in apertura di audizione, dopo i dovuti distinguo tra logge palesi e coperte: «23.052 fratelli iscritti all'anagrafe, oggi presenti in tutto il territorio nazionale, divisi in 850 logge, i nuclei che formano il Grande Oriente d’Italia».

Il gran maestro del Goi è stato il primo a rispondere all’invito della commissione riguardo l’ascolto delle logge italiane: «siamo prontissimi - ha detto Bisi - a collaborare con la Commissione antimafia e con tutti gli organi giudiziari che ci possono chiedere informazioni». Negli ultimi anni assicura lo stesso Bisi, nel Grande Oriente dal 1982, «abbiamo attuato da tempo delle procedure di fortissimo controllo per chi vuole entrare in una loggia e per chi c’è già», assicurando poi che «logge segrete e fratelli “all’orecchio”, come si diceva un tempo, nel Grande Oriente d'Italia non ce ne sono assolutamente».

LA LISTA DEGLI ISCRITTI: IL DUE DI PICCHE DEL GRAN MAESTRO E I POTERI DELLA COMMISSIONE

Obiettivo della commissione è quello di acquisire gli elenchi degli iscritti alle comunioni massoniche. E da Bisi in persona incassano il primo due di picche. Alla domanda del presidente Rosi Bindi il gran maestro è chiaro oltre ogni ragionevole dubbio: «Se ci sono fratelli che in qualche modo possano deviare dalla strada maestra, vengono presi provvedimenti. Certo, da qui a dire che pubblichiamo tutti i nomi ce ne corre. La legge della regione Toscana, in epoca post-P2 – fu una legislazione d'emergenza – chiedeva a tutti gli amministratori pubblici di dire a quali associazione appartenessero. Era una legge - chiude Bisi - contro i massoni, ma, secondo me, oggi è diventata una legge contro il diritto alla riservatezza che ognuno ha».

Su questo punto e sui risultati di queste audizioni si gioca forse la partita più importante della commissione antimafia di questa legislatura. Dopo il primo rifiuto si passa a una seconda fase: la stessa commissione invierà una lettera formale alle comunioni massoniche per ottenere gli elenchi. Queste avranno facoltà, e non è escluso che di questa facoltà ne facciano uso, di respingere al mittente la richiesta. A quel punto si scenderà allo scontro: la commissione parlamentare antimafiaricorrendo ai poteri che ha potrebbe farli sequestrare portando la magistratura dalla sua parte. Tuttavia la pubblicità degli elenchi non è assicurata, perché le liste potrebbero rimanere anche nei segreti cassetti della stessa commissione. Eventualità quest’ultima che potrebbe portare le comunioni massoniche ad accettare la cessione degli elenchi.

In teoria, per avere i nomi degli iscritti alla massoneria facenti parte della pubblica amministrazione la strada dovrebbe essere semplice. Lo sottolinea anche unasentenza del consiglio di Stato di tredici anni fa: «Il dipendente della pubblica amministrazione può anche essere iscritto a una loggia massonica (non deviata) ma deve sempre e comunque comunicarlo preventivamente, altrimenti rischia il licenziamento, e a nulla vale appellarsi al diritto alla privacy perché, in ogni caso, prevalgono i princìpi della trasparenza e del buon andamento della pubblica amministrazione».

2016 crisi economica - la Deutsche Bank non è la Lehman Brothers, è vero, la crisi sarà geometricamente superiore

DEUTSCHE BANK NON E’ LEHMAN…!

Scritto il 30 settembre 2016 alle 07:30 da icebergfinanza



L’altro ieri abbiamo ascoltato l’ex governatore della Bundesbank. Axel Weber, dire che non c’è alcun momento Lehman all’orizzonte, ieri invece è stato il turno del ministro delle finanze austriaco Hans Joerg Schelling…


LONDRA (Reuters) – I problemi di Deutsche Bank non sono per l’Europa un’altra Lehman Brothers, secondo il ministro delle Finanze austriaco che ha parlato invece di una generale crisi di redditività per gli istituti di credito della regione. (…)

Schelling ha spiegato che la questione di Deutsche Bank non sarà tema di discussione al prossimo incontro dei ministri delle finanze europeo, anche se ha ricordato che nessuno avrebbe pensato che il collasso di una banca di media taglia come Lehman avrebbe scatenato una valanga così catastrofica.

“Questo non dovrebbe più accadere perché abbiamo la direttiva bancaria, l’unione bancaria, un regolatore comune, il meccanismo di risoluzione, i depositi garantiti previsti dalla regole dell’Unione europea. Questo significa che abbiamo tutti gli strumenti in campo a livello europeo per stabilizzare i mercati finanziari”.

Bene meglio così, ora sappiamo che Deustche Bank non è Lehman e che il problema di Deustche Bank è solo un problema di redditività!

Peccato che 10 hedge fund non la pensano così…

Deutsche Bank, dieci hedge fund in ritirata. Sell-off a Wall Street



…le indicrezioni hanno fatto volare i CDS e crollare i prezzi dei bond senior di Deutsche Bank!

Ciò che fa sorridere sono le dichiarazioni dei portavoce di DB…

“I nostri clienti di trading sono tra gli investitori piu’ sofisticati al mondo”, “Siamo fiduciosi che la maggioranza di loro comprenda a pieno la nostra posizione finanziaria stabile, il contesto macroeconomico attuale, le trattative in corso in Usa e i progressi che stiamo facendo con la nostra strategia”.

Deutsche Bank: hedge fund prendono le distanze, “nostra posizione

In fondo anche il Gorilla di Wall Street applicava la sua strategia e dopo aver incassato tra i 300 e i 500 milioni di dollari prima o poi tornerà sulla scena, senza aver pagato nulla, in fondo non c’è nessuna prova di frode, in una certa finanza funziona così, fottere il prossimo è la regola, istituzionalizzata.

Richard Fuld: perché il gorilla di Lehman è tornato

Vediamo se piano, piano le lezioni servono… Continua la bufera su Wells Fargo

Non c’è più nulla da aggiungere, quello che avevamo da dire lo abbiamo detto per sei lunghi anni, il solito catastrofista quello di Icebergfinanza, peccato che in fondo sono stato solo un ottimista qualunque ben informato in buona compagnia.

Non è la solvibilità o la mancanza di capitale che può distruggere una banca ma la perdita della fiducia, la perdita dell’accesso alla liquidità è ovvio che il governo tedesco dovrà intervenire è solo questione di tempo. 

Ora attenzione perchè nel fine settimana gli eventi potrebbero precipitare, ma allo stesso tempo potrebbero essere messe in atto azioni che temporaneamente riportino fiducia sul mercato, temporaneamente, perchè la fiducia è una cosa ESTREMAMENTE delicata.

Ora non resta che attendere che la verità figlia del tempo faccia il suo corso, in fondo era folle anche solo immaginare quello che sta accadendo, come direbbe il nostro cappellaio matto…

” Si dice che per sopravvivere qui bisogna essere matti … quasi come un cappellaio… e per fortuna io lo sono!La gente vede la follia nella mia colorata vivacità e non riesce a vedere la pazzia nella loro noiosa normalità!

Deustche Bank non è Lehman e soprattutto non è interconnessa con nessuno visto che sempre Axel Weber ha dichiarato che l’interconnessione tra le banche è stata largamente ridotta a livello sostenibile.



Non c’è nulla di divertente in quello che sta accadendo il rischio è che molti innocenti perdano il loro posto di lavoro, non solo nelle banche ma anche nell’economia, reale, come sta già accadendo purtroppo, grazie ad un manipolo di esaltati psicopatici, intrisi di avidità, manager falliti che hanno un unico scopo, il profitto più alto nel minor tempo possibile a qualunque costo.

In troppi hanno sorriso in questi anni facendo finta di nulla e sottovalutando un problema che era li sotto gli occhi di tutti, un elefante in una stanza di cristalli, giorno dopo giorno, sempre più grande, sempre più fragile e si, parliamo di Monte dei Paschi di Siena,delle banche italiane, dei titoli di Stato italiani, come dicono i tedeschi, quelli si che sono problemi, giusto perchè, Deutsche Bank non è Lehman…

Nel fine settimana appuntamento con il nostro Machiavelli ne avremo di cose da raccontarci a partire dalle ” Cose dell’Alemagna ” MACHIAVELLI E LE COSE DELL’ALEMAGNA

“Per avere scritto, alla giunta mia anno qui, delle cose dello imperatore e della Magna, io non so che me ne dire di più; dirò solo di nuovo della natura dell’imperatore, quale è uomo gittatore del suo sopra tutti gli altri che a’ nostri tempi o prima sono stati; il che fa che sempre ha bisogno, ne somma alcuna è per bastargli in qualunque grado la fortuna si trovi. È vario, perché oggi vuole una cosa e domani no; non si consiglia con persona, e crede ad ognuno; vuole le cose che non può avere, e da quelle che può avere si discosta, e per questo piglia sempre i partiti al contrario.

… vuole le cose che non può avere, vuole le cose che non può avere, vuole le cose che non può aver…

C’è del marcio in Alemagna!