Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 22 ottobre 2016

Gruppo Caltagiorne - il padrone quando gli fa comodo, dimentica le clausole sulla concessione. L'arroganza del potere

cagnano amiterno sacci 1

CEMENTIFICIO CAGNANO AMITERNO, FORSE C’È LA SVOLTA: LA REGIONE CONVOCHERÀ CALTAGIRONE

Uno spiraglio c’è. I 17 lavoratori che rischiano di perdere il proprio posto, operanti nella cava di Cagnano Amiterno, hanno ancora accesa la luce della speranza. Sono 260 in tutta Italia i lavoratori della Cementir Sacci (gruppo Caltagirone) che dovrebbero essere oggetti di licenziamento: una lettera della proprietà infatti comunicava loro l’avvio della mobilità, ma dopo diverse manifestazioni e grazie all’impegno delle istituzioni e delle organizzazioni sindacali, è probabile che si possa riuscire ad individuare una soluzione. Come vi abbiamo già raccontato precedentemente, la concessione della Regione Abruzzo alla Sacci per altri 30 anni della cava di Cagnano, includeva tra le clausole il salvataggio di tutti i posti di lavoro.
La famiglia Caltagirone ha agito senza tener conto di questo determinato vincolo, avviando quindi la mobilità. Stamattina c’è stata l’ennesima manifestazione, stavolta di fronte al Palazzo della Regione a L’Aquila, dopodiché lavoratori e sindacati sono stati ricevuti all’interno dal vice-presidente Giovanni Lolli il quale ha riferito loro che convocherà la famiglia Caltagirone proprio per far leva sulla famosa clausola che impedisce alla gruppo di licenziare i dipendenti di Cagnano. La Regione Abruzzo sostiene la vertenza con le motivazioni esposte dai lavoratori e dalle organizzazioni e farà quindi di tutto pur di farle valere.
Così i 17 operai continuano a sperare nel lavoro di sindacati ed istituzioni, affinché venga reso salvo il loro sacrosanto diritto al lavoro.

Gruppo Caltagirone - compra se ha la concessione, la ottiene dalla regioene, dopo tre mesi licenzia, cambia il contesto ma il padrone vuole solo soldi a gratis rubando il bene pubblico

Vertenza Cementir-Sacci: la Regione incontrerà Caltagirone


Vertenza Cementir-Sacci: la Regione incontrerà Caltagirone

Il vicepresidente della Regione e assessore alle Attività produttive Giovanni Lolli incontrerà l’imprenditore Caltagirone la settimana prossima a Roma. E’ quanto ha garantito il vicepresidente ai lavoratori in presidio questa mattina davanti alla sede della giunta regionale, a Palazzo Silone.

ultimo atto della vertenza che coinvolge i cinque stabilimenti della Cementir-Sacci, la nuova realtà per la produzione di cemento avviata dal gruppo Caltagirone anche all’Aquila, dove ha acquisito lo stabilimento ex Sacci di Cagnano Amiterno.
Operazione conclusa appena a luglio, grazie al rinnovo della concessione mineraria reso possibile da una delibera regionale. Dopo soltanto tre mesi il gruppo ha deciso di esternalizzare il servizio della cava e adesso a Cagnano 17 persone rischiano il posto di lavoro. Oggi oltre mille gli operai che hanno incrociato le braccia in tutt’Italia.

Nicola Gratteri - in cinque anni le mafie sconfitte, cambiare contestualmente codice penale, procedura penale ed ordinamento penitenziario

22 ottobre 2016 | di 

Mafie, Gratteri alla Gruber: “Possibile abbatterle del 70%. Ma in Parlamento non ci sarà mai la maggioranza”

“Io penso che bisognerebbe cambiare il codice penale nel rispetto della Costituzione, ma fare tante di quelle modifiche da non rendere conveniente delinquere” – Così il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, ospite a Otto e mezzo su La7, sulle soluzioni da adottare nella lotta alla criminalità organizzata – “Si potrebbe fare in poco tempo e abbattere le mafie anche del 70% nell’arco di 5 anni” – “Glielo ha detto a Renzi?” – chiede la conduttrice Lilli Gruber – “Questo lo sanno tutti, io lo dico da 30 anni. Non ci sono i numeri in parlamento per risolvere il problema, perché il potere non vuole essere controllato. Creare un sistema giudiziario come voglio io è impossibile”



Referendum - con il NO si sancisce che le istituzioni sono di tutti e non del Pd e che le regole sono valide per tutti

Referendum, Quagliariello: No è voto liberale contro arroganza. Su legge elettorale, Centrodestra sia indisponibile a trattative

di
 | 21 Ottobre 2016

"In questi giorni abbiamo sentito Renzi istituire una commissione nel Pd per cercare un accordo sulla legge elettorale, come se le regole fossero affare di un solo partito. Poi abbiamo letto un'intervista del ministro Delrio in cui si apriva la riffa nel Pd sull'elettività o meno dei senatori, come se si potesse interpretare la Costituzione a seconda della meteorologia interna al partito del premier. Votando No al referendum dobbiamo ribadire che le istituzioni non sono 'cosa loro', che le regole appartengono a tutti". Lo ha detto il senatore Gaetano Quagliariello (Idea), intervenendo a Lucca, insieme ad Altero Matteoli e Claudio Borghi, a una manifestazione per il No dal titolo "Volete il Senato o Barabba?" promossa dalla fondazione Magna Carta e dalla fondazione della Libertà.
"Con il mix di riforma e Italicum - ha osservato Quagliariello -, quello che è successo con Verdini in questa legislatura diventerà la norma. Avremo un'Italia meno trasparente e più arrogante. Dilagherà l'arroganza con cui Renzi oggi sta mettendo le mani sull'informazione, sulla giustizia, sull'università, sulla dirigenza pubblica, addirittura sui giornali di opposizione. Votare No significa tornare allo Stato diritto, che dovrebbe stare a cuore ai liberali, quelli che il liberalismo lo hanno studiato e lo hanno anche insegnato. Se una riforma è sbagliata nel merito e arrogante nel metodo, non ci sarà nessun filosofo di nessuna università italiana che riuscirà a convincermi a votarla. In un caso del genere - ha concluso - si fa una sola cosa: si vota No e si dice no grazie". 
"La Corte Costituzionale, con la decisione di rinviare a dopo il referendum la discussione sull'Italicum, ha sancito ciò che, per mesi, avevamo predicato nel deserto: la connessione tra la riforma costituzionale e la legge elettorale. Il 4 dicembre si vota su entrambe e il centrodestra, dopo aver proposto in tutti i modi di rivedere l'Italicum, ora deve dirsi indisponibile a qualsiasi trattativa fino a quando il popolo non si sarà espresso". Lo ha detto il senatore Gaetano Quagliariello (Idea), intervenendo a Lucca, insieme ad Altero Matteoli e Claudio Borghi, a una manifestazione per il No dal titolo "Volete il Senato o Barabba?" promossa dalla fondazione Magna Carta e dalla fondazione della Libertà.

PTV news 21 Ottobre 2016 - A Renzi piacciono o non piacciono le sanzioni?

Giulio Sapelli - Si torni a votare

Giulio Sapelli: "L'Italia è un paese governato dall'esterno. È ora che si torni a votare"

Secondo l'economista, nel 2011, Berlusconi fu al centro di forti pressioni tedesche e francesi e Napolitano non seppe far di meglio che chiamare Monti, autore di politiche scellerate che hanno distrutto l'industria

di Alessandro Franzi

22 Ottobre 2016 - 08:30

«Soltanto quando apriranno gli archivi, sapremo come è andata davvero nel 2011. Ma credo che Giorgio Napolitano sarà giudicato negativamente dagli storici». Giulio Sapelli, storico ed economista, è sempre stato un feroce critico della stagione dei tecnici, in particolare del ruolo attivo avuto dall'allora presidente della Repubblica nel nominare Mario Monti al posto di Silvio Berlusconi, «senza un voto di sfiducia del Parlamento». Nel 2012 pubblicò fra l'altro un pamphlet intitolato L'inverno di Monti. Cinque anni dopo il cambio alla guida del governo sotto la pressione dei mercati,Sapelli non ha cambiato idea. Rispondendo a Linkiesta ha detto di essere convinto che la caduta di Berlusconi sia stata solo l'atto finale di una ventennale stagione politica, in cui lo stesso leader di Forza Italia ha però fatto degli errori: «Non è stato un politico ed è rimasto vittima di questo paradosso. Lui e il ministro Tremonti, che ritengo fosse il vero avversario dell'Europa, avrebbero dovuto alzare la voce». Secondo Sapelli, l'Italia resta storicamente «un paese a sovranità limitata», ed è per questo che ritiene che anche un voto negativo al referendum costituzionale non darà particolari scossoni al sistema. Però il professore dell'università statale di Milano non vede altro sbocco dopo il 4 dicembre: «Comunque vada, bisogna tornare finalmente a votare. E vinca chi deve vincere».

Professore, torniamo a quel 2011. Lei non ha mai cambiato idea.
È stato fatto allora un atto gravissimo, che ha creato un vulnus nella storia costituzionale europea: hanno fatto dimettere un Governo, senza che fosse sfiduciato dal Parlamento. In altri paesi, non in Italia, il presidente della Repubblica sarebbe finito sotto impeachment.

Ma perché il governo Berlusconi doveva andare a casa?
Doveva andare a casa perché Berlusconi è sempre stato un personaggio anti-establishment, era contro tutte le forme di regolamentazione. Non dimentichiamoci che la prima volta cavalcò Mani Pulite e vinse usando il populismo. Lui, alla regolamentazione, non si adeguava mai. Ma nemmeno è riuscito ad avere un programma alternativo. Vede, inizia tutto già nel 1994, quando gli mandano un'informazione di garanzia durante la Conferenza Onu di Napoli. Le vittorie dell'Ulivo, poi, sembravano averlo fermato. Ma così non è stato. Quella contro Berlusconi è dunque una miccia lunga, che è stata fatta esplodere quando è arrivata la crisi del 2008. E poi non bisogna dimenticare che dietro Berlusconi c'era Tremonti.



Berlusconi è sempre stato un personaggio anti-establishment, era contro tutte le forme di regolamentazione. Lui, alla regolamentazione, non si adeguava mai. Ma nemmeno è riuscito ad avere un programma alternativo. Ma il vero avversario dell'Europa era Tremonto il ministro dell'Economia, che aveva scritto tutte le sue critiche alle politiche europee, facendo però un errore. Le aveva fatte avere ai tecnocrati e non le aveva denunciate pubblicamente, almeno in Parlamento Giulio Sapelli


Che cosa intende dire?
Secondo me il vero avversario dell'Europa era Tremonti, il ministro dell'Economia, che aveva scritto tutte le sue critiche alle politiche europee, facendo però un errore. Le aveva fatte avere ai tecnocrati e non le aveva denunciate pubblicamente, almeno in Parlamento. Detto questo, l'origine di tutto quello che è acccaduto si può trovare nei documenti che Tremonti stesso ha pubblicato nel suo libro 'Uscita di sicurezza'. E' tutto lì, andate a rileggervelo".

Quindi il governo Berlusconi è stato fatto fuori, secondo lei, ma ha commesso anche molti errori. Allora negava persino che ci fosse la crisi, anche questo è stato un errore?
Ma no, non diciamo stupidaggini. Il problema di Berlusconi è che non attaccava l'Europa, il problema è che non si era ribellato a chi faceva discorsi in giro per il mondo, come i Ciampi e i Padoa-Schioppa, che suonavano così: che l'Italia non ce l'avrebbe fatta senza uno choc esterno.

Quindi Berlusconi è stato debole?
Non è stato un politico. Berlusconi è rimasto vittima di questo paradosso: la sua fortuna è stata quella di non essere un politico, ma proprio per questo lo hanno colpito usando a Costituzione. Credo che Napolitano sarà giudicato negativamente dagli storici".

Come avvennero secondo lei le pressioni a favore del Governo Monti?
Ci sono state pressioni internazionali da parte tedesca e da parte francese, che usarono proprio quei documenti di Tremonti contro le politiche europee. Napolitano, sbagliando, rispose a queste pressioni, non capendo che avrebbe dovuto ascoltare non i tedeschi o i francesi, ma gli americani, con cui Monti ha poi lasciato pessimi rapporti. Gli stessi americani che, non a caso, qualche tempo dopo hanno caldeggiato l'arrivo di Matteo Renzi.

E Monti che cosa ha lasciato?
Niente.

Come niente?
Le dico: niente. Monti ha fatto tutta una politica contraria a quella che avrebbero voluto anche gli Stati Uniti: in un momento di crisi ha aumentato le tasse. Nei due anni in cui c'è stato lui, Monti ha mandato indietro il Pil di due punti con le sue politiche recessive e non anticicliche. Personalmente sono convinto che il suo compito fosse di distruggere la manifattura italiana, altrimenti non mi spiego come con la legge Fornero abbia deciso di far lavorare fino a 67 anni: uno che prende una decisione del genere non conosce l'industria. Ma l'interessante, di tutta questa faccenda, non è che cosa abbia lasciato Monti ma è appunto l'intreccio Monti-Napolitano. Ci vorrà ancora del tempo, lo si potrà capire meglio quando saranno aperti gli archivi.

Cinque anni dopo, il referendum sulla riforma costituzionale. C'è chi vede probabile un'uscita di scena anche di Renzi, se vincerà il no. Cambierà qualcosa?
No, non cambierà niente. Perché l'Italia è governata dall'esterno, non dai cittadini. Da sempre l'Italia è un Paese a sovranità limitata, gli inglesi avevano bisogno di una potenza amica che riequilibrasse il potere dei francesi nel Mediterrano, e noi siamo sempre stati nell'area d'influenza nordamericana. Basta vedere la visita di questi giorni di Renzi alla Casa Bianca. Abbastanza farsesca, peraltro. Mancava che oltre a Benigni si portasse anche un cuoco...



L'Italia è governata dall'esterno, non dai cittadini. Da sempre l'Italia è un Paese a sovranità limitata. Basta vedere la visita di questi giorni di Renzi alla Casa Bianca. Ho trovato molto imprudente che il presidente Obama abbia sostenuto il sì alla riforma costituzionale. E se poi vincerà il no? Dal punto di vista diplomatico è stato un errore Giulio Sapelli


Addirittura?
Ma sì. Comunque, gli americani vogliono solo due cose dall'Italia in questo momento. Vorrebbero una maggiore partecipazione alla lotta contro l'Isis. E un maggiore impegno contro la Russia di Putin, ma devo dire che su questo giustamente il governo è più prudente. Non ho capito solo una cosa, di questa visita a Washington. Ho trovato molto imprudente che il presidente Obama abbia sostenuto il sì alla riforma costituzionale. E se poi vincerà il no? Dal punto di vista diplomatico è stato un errore, Obama - che come Bush ha portato solo delle disgrazie in politica estera - avrebbe dovuto tenersi alla larga da un giudizio di merito. Alla fine credo che questa visita alla casa Bianca abbia più danneggiato che favorito Renzi.

Va bene. Ma come se ne esce da questa lunga transizione politica?
Se ne esce col voto. Bisogna tornare a votare. Io dico: benissimo il referendum, ma subito dopo bisogna convocare le elezioni. Non si può continuare a governare così, con giochetti di palazzo, un paese grande come il nostro, che ha pur sempre un importante settore manifatturiero e ha tante persone meravigliose e tanti giovani per bene. Girando per l'Italia si capisce che non siamo così brutti e cattivi come ci dipingiamo. Andiamo a elezioni e vinca chi deve vincere. Vuole che un paese che ha superato le Brigate Rosse e il colpo di Stato di Mani Pulite non possa superare anche questa situazione?.

Unesco - L’OCCUPAZIONE della Palestina e il conseguente conflitto israelo-palestinese, questioni irrisolte ormai da quasi settant’anni, tornano a ripresentarsi con sempre maggiore forza

“Palestina occupata”, scenari mondiali incerti e Diritto Internazionale
22.10.2016 - Luca Cellini

Gerusalemme: la moschea di Al-Aqsa e il muro del pianto (Foto di Archivio Pressenza)

LA RISOLUZIONE UNESCO “PALESTINA OCCUPATA”

13 ottobre 2016, questa la data riportata sull’approvazione dell’ultima Risoluzione dell’Unesco dal titolo“Palestina Occupata”.


In sintesi la risoluzione approvata dall’Agenzia delle Nazioni Unite chiede allo Stato d’Israele di ripristinare lo status quo storico dei luoghi santi, compromesso dall’ultima occupazione israeliana. Si sta parlando di quella risalente al settembre del 2000, che ha visto progressivamente compromettere lo stato originario di vari siti elencati nel testo stesso della risoluzione. In particolare si fa riferimento alla costruzione di un blocco d’ingresso nella città di Gerusalemme che impedisce ai credenti musulmani l’accesso ai loro luoghi santi.

Per comprendere meglio i termini della questione, è un po’ come se un domani nella cattolica Italia, un altro Stato, magari non cristiano, bloccasse l’accesso dei fedeli alla Basilica di San Pietro.
LE REAZIONI ALLA RISOLUZIONE UNESCO 

Dopo l’approvazione della risoluzione, è seguita immediata l’ira dei rappresentanti Israeliani contro l’Unesco per non tener in nessun conto nel testo della risoluzione, delle millenarie radici ebraiche e dei luoghi di culto ad esse legate, come ad esempio il muro del pianto, successivamente ne è nata un’aspra polemica che si sta trascinando anche in questi giorni. L’Italia in questa votazione ha espresso la propria posizione astenendosi.

Senza entrare nel merito della risoluzione dell’Unesco, che meriterebbe un articolo di approfondimento a parte, teniamo però bene a mente questa data, perché nel bene o nel male, con l’approvazione di questa risoluzione si è venuta a creare una precisa condizione. L’esito della risoluzione favorevole all’Autorità palestinese ha aperto una vera propria frattura in seno a quello che fino poco tempo fa era un fronte compatto, un blocco, quello occidentale, che per lungo tempo si è quasi sempre schierato a difesa degli interessi economici e politici dello Stato d’Israele.

Un “consenso” alle politiche israeliane, qualunque esse fossero, a volte manifestato spontaneamente da tutti i paesi del blocco occidentale, altre volte ottenuto tramite la forza delle “efficaci argomentazioni” promosse in primis da Stati Uniti d’America e Regno Unito. Paesi quest’ultimi che per molto tempo hanno esercitato una convincente politica estera, attraverso l’applicazione, a loro dire “democratica”, di una indubbia strapotenza bellica ed economica.

Questa risoluzione dell’Unesco è un segno inequivocabile che qualcosa di sostanziale nell’assetto degli equilibri, o meglio dei disequilibri mondiali che hanno caratterizzato gli ultimi 25 anni di storia, è cambiato.

La risoluzione, sostenuta dall’Autorità palestinese e presentata da 6 paesi – Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan – ha scatenato nell’immediato reazioni di vario tipo, da quella del governo israeliano, che ieri per voce del Ministero dell’Educazione ha annunciato la fine di ogni rapporto di cooperazione con l’Unesco.


Dichiarazione sospensione cooperazione del Ministero dell’Educazione israeliano con l’Unesco

Tra le varie reazioni si è registrato inoltre il forte rammarico espresso dai governi di Stati Uniti e Regno Unito, il surreale comportamento del Messico, che il giorno dopo l’approvazione della risoluzione cambia frettolosamente la propria opinione modificando il proprio voto da astenuto a contrario, la dichiarazione di plauso espressa da Iran e altri paesi arabi. Fino ad arrivare alla folkloristica sceneggiata del Primo Ministro italiano Renzi, che prima richiama sgridando a gran voce il Ministro Gentiloni, chiedendogli le motivazioni dell’astensione dell’Italia, comportandosi implicitamente come se a chiedere le motivazioni non fosse il capo di un Governo, che deve essere per forza a conoscenza delle attività dei vari organi di governo che presiede, bensì un semplice usciere di Montecitorio passato per caso, oggi infine il Premier italiano rinforza la dose dichiarando persino che se questa risoluzione andrà avanti si potrà anche arrivare alla rottura con l’Unione Europea.

TRE DATI FONDAMENTALI ALL’INTERNO DELLA VOTAZIONE DELLA RISOLUZIONE UNESCO 

L’approvazione della risoluzione Unesco col voto favorevole di 24 paesi, tra cui Russia, Cina, Iran, Brasile, Sudafrica, Egitto e Algeria e in prima battuta persino il Messico, tanto per citare quelli più importanti, sommata all’astensione di 26 paesi, di cui ben 6 Stati europei, di fatto ha reso vano il voto contrario di paesi come USA, Regno Unito, Germania, Olanda, Lettonia ed Estonia.


Paesi votanti la Risoluzione Unesco “Palestina Occupata”

All’interno di questo voto, nemmeno tanto nascoste, si possono scorgere tre implicazioni di grande impatto.

Il primo dato ci dice chiaramente che quello che fino poco tempo fa appariva un fronte unito, l’Asse Occidentale, composta da Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea, adesso non sembra più così tanto compatto.

Il secondo dato evidenzia che le politiche israeliane, che un tempo avevano vita facile e non venivano mai sanzionate da un consiglio internazionale di paesi, letteralmente piegato e ostaggio dell’Asse, invece adesso fanno i conti con un blocco che esprime il suo voto favorevole a delle sanzioni nei confronti del governo di un paese, quello israeliano, che da anni ha un comportamento totalmente al di fuori di tutte le regolamentazioni del Diritto Internazionale.

Il terzo dato ci racconta di un’Unione Europea ormai in preda a stato convulsivo pre-mortem. Un’Europa che sta procedendo in ordine sparso, con paesi come Germania, Olanda, Regno Unito, Lettonia, Estonia e Lituania che almeno apparentemente mantengono una posizione di obbedienza all’Asse e dall’altra parte un nutrito gruppo di paesi europei che comincia invece a manifestare sempre più una forma d’insofferenza agli stessi dettami che provengono dai paesi guida dall’Asse.

Il quadro che ne risulta potrebbe sembrare banale, ma non lo è affatto: si dipinge davanti ai nostri occhi uno scenario sempre meno prevedibile e molto complicato, soprattutto se inserito nel presente contesto di frammentazione crescente dell’Europa e nella situazione geopolitica attuale, con ormai una vera e propria guerra mondiale in atto nel Medio Oriente e nei paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo. Parliamo di guerra mondiale perché ormai sullo scacchiere si sono delineati due precisi blocchi opposti, che in definitiva difendono uguali interessi e metodi, ma riguardano aree geografiche e storiche differenti.

Utile ricordare come all’interno di questi due blocchi la popolazione civile del Medio Oriente sia quella che sta pagando il prezzo più alto per questa guerra, ma sarà anche saggio ricordare come l’Europa, geograficamente parlando, sia proprio nel bel mezzo di questi blocchi contrapposti.

L’APPLICAZIONE DELLE REGOLE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE COME UNICA VIA DI USCITA

L’occupazione della Palestina e il conseguente conflitto israelo-palestinese, questioni irrisolte ormai da quasi settant’anni, tornano a ripresentarsi con sempre maggiore forza. Non parlarne, o voltarsi dall’altra parte facendo finta di non vedere non aiuterà certo la situazione generale di tensione internazionale che si è sviluppata e che si sta intensificando rapidamente.

L’uscita da questo film dell’orrore collettivo sarebbe di facile attuazione: basterebbe ritornare rapidamente all’applicazione delle regole del Diritto Internazionale, quelle stesse regole che stabiliscono le forme di convivenza pacifica e rispettosa fra i paesi.

Oggi più che mai le regole sancite dal Diritto Internazionale vanno applicate e non va certo bene continuare a pulircisi i piedi, come fossero uno zerbino. E’ andata così in questi ultimi 25 anni, dalla caduta del blocco sovietico, dove gli Stati più forti, in testa gli USA e poi in ordine la Gran Bretagna e i paesi europei, in barba non solo al Diritto, ma anche alle varie risoluzioni ONU emesse, hanno violato ogni regola possibile, ogni principio del Diritto, minando nelle fondamenta un equilibrio già di per sé fragile.

Con quale autorità e credibilità si possono adesso presentare questi paesi occidentali, che proprio violando i principi del Diritto Internazionale hanno scatenato guerre, sostenuto dittature e venduto armi, ultimamente facendo persino affari con i cosiddetti terroristi? Come non definirli “Stati Canaglia”, termine coniato proprio dagli Stati Uniti per additare quei paesi contro cui si doveva scatenare la famosa “Guerra al terrore”?

Un concetto, quello del Diritto Internazionale, nato dopo due guerre mondiali e oltre 70 milioni di morti e che proprio per evitare altre catastrofiche guerre riconosce a tutti gli Stati il diritto all’esistenza e all’autodeterminazione.

Purtroppo i principi del Diritto Internazionale in questi ultimi decenni sono spesso stati sostituiti dal concetto di un mondo a trazione unipolare, con gli Stati Uniti, che grazie alla propria potenza bellica ed economica, finora si erano presi il ruolo di “Sceriffo mondiale”.

Ebbene, la storia stessa ci sta dicendo a gran voce che questa modalità non funziona più, che per risolvere i conflitti di varia natura e genere c’è bisogno urgentemente di riprendere la strada del Diritto Internazionale, che stabilisce regole uguali per tutti gli Stati, mentre finora le regole sono state applicate sempre a senso unico. Per questo motivo c’è bisogno di ripensare il mondo passando da una conduzione unipolare ad una multipolare, che riconosca i diritti di tutti gli Stati e non solo quelli di una parte.

Continuare sulla cattiva strada della legge del più forte non può che portare all’ulteriore aumento delle tensioni in atto, attualmente già molto forti. Più insistiamo in questa direzione, più ci avviciniamo all’orlo di un baratro catastrofico, da cui sarebbe saggio, oltre che igienico, allontanarsi rapidamente.

UNA STORIA DA TENERE BENE A MENTE

Un tempo la saggezza popolare, quando all’interno di un conflitto si veniva a creare una situazione senza via d’uscita, specie a causa della cieca ostinazione di una delle parti a voler prevalere per forza sulle altre, usava una famosa citazione biblica: “Allora che muoia Sansone con tutti i Filistei!” Era il grido di Sansone stesso mentre abbatteva le colonne portanti della struttura sotto cui si trovava, provocando così la sua morte, ma anche quella di tutti i filistei che lo avevano imprigionato.

Da questa triste storia sono passati migliaia di anni; da allora i rapporti di forza, i protagonisti e le condizioni sono radicalmente cambiati, però sappiamo bene che la storia è beffarda e tende a ripetersi, specie quando si dimentica la lezione che essa ci aveva impresso. Fortuna vuole che adesso si sappia già in anticipo come vanno a finire certe cose, perciò sarebbe bello immaginarsi almeno questa volta un finale diverso, senza più sacrifici né carneficine. Un epilogo che veda intraprendere una strada differente, che trovi finalmente fondamento nell’applicazione dei Principi del Diritto Internazionale validi per tutti.

Unesco e oltre - a queste condizioni gli ebrei non meritano una Nazione

ESTERI
CASO GERUSALEMME/ Chi uccide davvero le speranze di pace in Palestina?

Filippo Landi
sabato 22 ottobre 2016

Gerusalemme, mia cara. I politici italiani parlano di te molto raramente. Quando lo fanno, come in questi giorni, è per strepitare. L'Unesco, l'Organizzazione delle Nazioni Unite che si impegna per salvaguardare il patrimonio culturale di questo nostro grande e sofferente pianeta, ha scritto ed approvato, con l'astensione dell'Italia (ma anche della Francia, della Svezia, della Spagna) un documento che, in sintesi, ricorda che Gerusalemme è una città dai molti "volti". Quello arabo e musulmano, ammonisce l'Unesco, non deve essere sfigurato. 

Nessuno, ma proprio nessuno, si è premurato di accertare quali fatti hanno portato a scrivere quel documento. Chi vive a Gerusalemme, gente comune, padri e madri di famiglia, ragazzi e vecchi, ma anche politici, giornalisti, diplomatici quei fatti li conoscono e talvolta li hanno severamente denunciati. Loro che vivono a Gerusalemme sanno come la cultura araba, ad esempio, è sistematicamente compressa e vilipesa. Ogni anno, ad esempio, il Festival palestinese della letteratura si trasforma per le autorità israeliane in un pericoloso raduno da disperdere. A me è capitato di essere ospitato, a Gerusalemme est, in un giardino protetto dall'immunità concessa al Console inglese: con me c'erano scrittori palestinesi ed inglesi, ai quali il Governo israeliano aveva rifiutato ogni possibilità di riunirsi a Gerusalemme est. 

Non si ricordano di te, mia cara Gerusalemme, quando un fiume di soldi viene usato per comprare, giorno dopo giorno, le abitazioni d'epoca della vecchia Gerusalemme. Si allontanano gli anziani abitanti arabi, si impedisce ai giovani di proseguire la tradizione familiare all'interno della città, e si spalancano le vecchie porte ai nuovi abitanti israeliani ed ebrei

Nessuno poi, tra i politici occidentali, si accorge che i nomi dei quartieri e delle strade vengono cambiati, via quelli arabi e spazio a quelli ebraici. E' accaduto a Musrara e a Sheikh Jarrah. E ricordate bene questo ultimo nome. Pochi giorni fa alla fermata del tram due israeliani sono stati uccisi in un attentato. Molti giornali hanno scritto "uccisi a Sheikh Jarrah". Infatti, a quella fermata, che per tutti, anche per gli israeliani di Gerusalemme, è quella di Sheikh Jarrah, in realtà è stato imposto un altro nome, ebraico: Shimon HaTzadik. 

A tanti, a migliaia di tuoi cittadini palestinesi, mia cara Gerusalemme, hanno tolto (con varie motivazioni) la cittadinanza e il diritto a vivere in città. Questo è cominciato nel giugno del 1967, con l'occupazione di Gerusalemme est, e continua sino ai nostri giorni. C'è poi l'amaro destino degli abitanti di un tuo quartiere, Silwan, ai piedi della Spianata delle Moschee. In nome della costruzione del "Parco Nazionale Archeologico della Città di Davide" centinaia di famiglie palestinesi sono state sfrattate dalla Municipalità di Gerusalemme. Quante lacrime, quanti morti, quanti feriti, quanti arrestati, anche giovanissimi, anche bambini, nelle strade di Silwan negli scontri tra abitanti e polizia. Silenzio. Non di tutti. 

I diplomatici occidentali a Gerusalemme, ad esempio, si accorgono di questi ed altri fatti, di quella che loro stessi hanno chiamato l'ebraizzazione della città. Non ultimo l'annullamento della parola Spianata delle Moschee, sostituita sempre dall'espressione ebraica Monte del Tempio, anche quando si è costretti a descrivere su quella Spianata gli scontri tra gruppi di ebrei ultraordodossi, polizia, esercito e giovani palestinesi. Di questa ebraizzazione della città hanno scritto i Consoli Generali a Gerusalemme, anzi lo scrivono ogni anno, nel loro rapporto sulla città, che inviano a Roma, Madrid, Parigi, Berlino, Londra. Hanno scritto più volte quanto sia pericolosa e foriera di conflitti questa politica israeliana, che tenta di sradicare la storia, la cultura e le persone palestinesi dalla città. 

Il nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a fine ottobre andrà in "Visita Ufficiale in Israele e Palestina": questi rapporti diplomatici su Gerusalemme sarebbero un'utile lettura. A cominciare da quello che Gianfranco Fini, allora ministro degli Esteri, impedì di discutere a Bruxelles. E poi come non ricordare il silenzio dei nostri politici quando i governanti israeliani ripetono che Gerusalemme è loro e rimarrà unita ma sotto controllo israeliano. Gerusalemme, capitale anche della Palestina? Netanyahu dice mai. E noi? Silenzio. Questo uccide le speranze di pace a Gerusalemme e in Medio Oriente. 

Noi sappiamo, tuttavia, quello che accade a Gerusalemme. I nostri diplomatici lo sanno. Caro Renzi, quando i nostri diplomatici si "astengono" e non votano "contro", come accaduto sul documento dell'Unesco, è per la consapevolezza di questa storia misconosciuta di Gerusalemme. 

http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2016/10/22/CASO-GERUSALEMME-Chi-uccide-davvero-le-speranze-di-pace-in-Palestina-/729512/

Decadentismo - Francia e Stati Uniti abbracciati strettamente, porteranno tutti agli inferi

HOLLANDE E’ UN ASSASSINO, E PARIGI IN FIAMME

Maurizio Blondet 22 ottobre 2016

Il presidente francese s’è preso per Obama: ha ordinato almeno quattro assassini mirati, fra cui quello del capo somalo degli shabab Ahmed Godane, a settembre. Per di più, l’ha anche raccontato a due giornalisti che stavano preparando un libro celebrativo della sua presidenza, Un président ne devrait pas dire ça,

Per suo ordine le persone da uccidere sono state localizzate dal DGSE (i servizi esteri) che poi hanno passato i dati a droni Usa, che avevano eseguito il lavoro.

Il punto è che la Francia – al contrario di Washington che se n’è ben guardata – ha riconosciuto il Tribunale Penale Internazionale (art,52-2 della Costituzione) , che quindi può trarre in giudizio il capo della Stato francese di aver ordinato l’esecuzione capitale di persone non prima sottoposte a processo, ossia senza inchiesta, senza procura d’accusa, senza avvocato difensore; e ciò nel contesto di un conflitto armato (con l’armata francese presente nella zona) , il che configura un crimine di guerra. La Corte può ovviamente trarre in giudizio capi di stato e di governo.

(Qui per lo statuto della Corte:http://www.cirpac.it/pdf/testi/Statuto%20di%20Roma%20della%20Corte%20Penale%20Internazionale.pdf)

Immediatamente l’ex leader del Fronte della Sinistra Jean-Luc Mélenchon ha rilevato in interviste: “Spero che smentirà quel che è scritto nel libro, perché gli assassini mirati sono materia da Tribunale Penale Internazionale”. Pierre Lellouche, deputato della LR, ha dichiarato che su Hollande “si pone ormai la questione dell’articolo 68”: ossia delladestituzione del capo dello Stato “in caso di mancamento ai suoi doveri manifestamente incompatibile col suo mandato”; Lellouche ha apostrofato: “Come si può immaginare […] che il presidente della Repubblica, capo delle armate, si faccia commentatore in tempo reale delle decisioni più segrete in materia di impiego della forza?”. Dunque il deputato non se la prende con Hollande come assassino, ma per aver spifferato segreti di stato. “Ha violato apertamente l’obbligo del segreto”. Effettivamente è difficile immaginare un De Gaulle, o anche un Mitterrand, confidare a giornalisti i sanguinosi segreti degli “arcana imperii”. La storia recente della Francia (basta pensare all’Indocina, all’Algeria, alle operazioni nell’Africa) è probabilmente piena di cose inconfessabili; ma appunto, ad un capo dello Stato il minimo che si chiede è che non ne parli; esibendo in pubblico i suoi intimi interrogativi, stati d’animo, tergiversazioni – il libro su Hollande ne è pieno.

Non so come si svilupperà la cosa. Ma che Hollande abbia raccontato quei delitti senza rendersi conto dell’enormità dei fatti, non dice solo il livello infimo della persona; dice anche lo “stile di governo” che l’America in questa fase terminale ha reso – col suo esempio – plausibile per questo piccolo figurante al potere a Parigi. Barak Obama, il Nobel per la Pace, ha commesso più assassini mirati di chiunque altro, tre al giorno in media. L’omicidio ad Abbottabad in Pakistan, il 2 maggio 2011, di Bin Laden (o chiunque fosse) non fu affatto tenuto segreto, anzi fu mostrata la stanza della Casa Bianca dove Obama, Hillary Clinton, ministri e militari seguivano in diretta, da teleschermi, la lontana esecuzione che avevano ordinato, ed avveniva dall’altra parte del mondo.



Il governo americano assistette ufficialmente agli assassini plurimi – i Navy Seals ammazzarono anche tre uomini e una donna, innocenti, danni collaterali nemmeno contati. Da quel momento fu chiaro che commettere omicidi extragiudiziali, come torturare o incarcerare indefinitamente senza processo, erano cose che “si possono fare”, che il governo della democrazia può ordinarle e nemmeno in segreto, ma farlo e parlarne con disinvoltura, senza infingimenti. Da qui nascono le esultanze di Hilary Clinton su Gheddafi, “ Siamo venuti, abbiamo visto, lui è morto”, o le ultime minacce dei capi della Cia o del Pentagono, e loro gallonati, ai russi di “fargli rimpatriare soldati” russi nei “sacchi mortuari”, o la mail a John Podesta in cui Hillary , irritatissima dalle rivelazioni di Assange, chiede: non abbiamo un drone per costui?

E’ la spontaneità dei gangster, tanto abituati all’assassinio, che nemmeno si rendono conto di rivelarsi appena aprono bocca per quel che sono: gente del crimine organizzato. La novità è che questo “stile” cominci a diffondersi in Europa e suggestioni una figura da nulla come Hollande. Possiamo da qui misurare, spero, il livello di barbarie a cui l’America ultima ha fatto scadere l’Occidente, e ciò che continua a chiamarsi (pretendersi), democrazia.
E accusa Putin di crimini di guerra

E’ lo stesso Hollande che poche ore fa voleva inasprire le sanzioni contro la Russia accusandola di “crimini di guerra” in Siria; senza una prova e con quella disinvoltura che è appunto propria delle coscienze incallite dei criminali abituali. Attenti perché anche i giornalisti stanno dando sempre più prova di avere le coscienze incallite di fronte alla Siria, con sdegni selettivi e complicità reali di omicidi occidentali, o insensibilità di fronte a quel che fanno in Yemen. Ebbene: questo incallire generale delle coscienze è uno dei sintomi, temo, preparatori alla guerra. Si potrebbe dimostrare che stessi calli sulle coscienze collettive si svilupparono nel 1914, nel 1939.

Eppure Hollande dovrebbe preoccuparsi di ben altro che della guerra in Siria. Nella notte fra il 17 e il 18 ottobre, sui Champs Elisées, mezzo migliaio di agenti di polizia hanno manifestato contro il governo, e contro il loro capo (Falcone, un corso) , mentre manifestazioni del genere accadevano a Marsiglia, Tolosa, Nancy; le notti seguenti altre manifestazioni, del tutto illegali. Ce l’hanno col capo “che non li copre”, coi politici, coi magistrati di manica larga verso i delinquenti.

La loro è esasperazione ma anche paura. L’8 ottobre, a Viry—Chatillon, un borgo dell’Essonne, quattro agenti che stavano sorvegliando una telecamere per fare le multe presso un semaforo, sono stati aggrediti di sorpresa da un folto gruppo: con bottiglie Molotov, una violenza inaudita e una volontà omicida chiarissima. Un poliziotto è morto, un altro è in fin di vita per le ustioni. “Ci hanno rotto i vetri dell’auto”, ha raccontato un agente superstite, hanno bloccato le portiere, “hanno dato dei pugni per non fare uscire i colleghi, e gli hanno gettato le Molotov sulle ginocchia”.

Parigi . Bus incendiato, agosto 2016

Da dopo l’estate, il numero di attacchi ai poliziotti con bottiglie incendiarie o armi atte ad uccidere sono divenuti di colpo numerosissimi: durante manifestazioni sindacali dell’estrema sinistra a Bastia, durante una protesta separatista, o nelle banlieues. “Ciò è divenuto consueto, così come l’aggressione per bande: a Lione, due settimane fa, due poliziotti in abiti civili sono stati identificati a margine di una manifestazione e aggrediti da una ventina di persone”, così racconta l’avvocato Thibault de Montbrial, penalista e consulente del governo per la sicurezza interna. “E il pericolo non cessa più, per gli agenti, con la fine del servizio – aggiunge. Il 13 giugno un capitano di polizia è stato accoltellato a Magnaville da un maghrebino islamista : “Quello è il momento dopo il quale gli incidenti, quasi mai mediatizzati, si moltiplicano: poliziotti riconosciuti per la strada e seguiti, minacciati, talora aggrediti,;eventi che conoscono una crescita esponenziale”. Ogni agente è sotto “una usura psicologica formidabile, ciascuno sa che tutto può succedergli, in ogni momento”.

Anche gli insegnanti vengono sempre più spesso aggrediti, picchiati, schiaffeggiati dagli allievi; interi corpi insegnanti sono intimiditi, edifici scolastici incendiati con le Molotov.
“Una popolazione in guerra con la polizia”

“Si deve constatare che la funzione di poliziotto, come quella di maestro, e più generalmente di persona depositaria dell’autorità pubblica, non è più rispettata assolutamente. Al contrario: esiste oggi una disinibizione assoluta ad impiegare la violenza contro le forze dell’ordine, in servizio o fuori, e le altre figure che rappresentano le istituzioni dello Stato”. V’è, aggiunge l’avvocato, “una popolazione che è in guerra contro la polizia”.

E se gli si chiede chi è questa popolazione, risponde: “Queste violenze si fondano essenzialmente su derive comunitariste, a volte etniciste, alimentate da un odio incredibile per la Francia. Bisogna esser ciechi per non essere inquieti per la coesione nazionale”.

I poliziotti che hanno manifestato sui Champs Elisées si sono poi radunati sotto l’ospedale Saint-Louis, dove giace il collega ustionato dalle Molotov nell’assurdo attacco gratuito nell’Essonne. Hanno intonato la Marsigliese, come soldati superstiti di un’Indocina che già si agita, omicida, nelle banlieues. Consapevoli di essere l’ultimo freno a una violenza totale e corpuscolare, che non si può chiamare né guerra civile né rivoluzione, nemmeno rivolta, o insurrezione…, ma è odio allo stato , e ai bianchi, nella forma primaria. “Noi agenti siamo in ginocchio”, ha detto uno di loro al giornalista di Le Monde, “ma se la polizia cade, sarà l’anarchia in questo paese”.

Naturalmente al vostro apocalittico cronista vengono a mente le parole del veggente bavarese Alois Irlmaer (1894-1959) suParigi:

“La grande città con l’alta torre di ferro è in fiamme; ma questo è stato fatto dalla propria gente, non da quelli che sono venuti dall’est. Posso vedere esattamente che la città è rasa al suolo – e anche in Italia sta andando selvaggiamente”.


Parigi, 15 ottobre. Manifestazione della sinistra contro la Legge sul Lavoro.

La Turchia si accanisce contro i combattenti curdi

SIRIA, MASSICCIO ATTACCO TURCO CONTRO MILIZIANI CURDI. GLI USA SI DISSOCIANO

(di Giampiero Venturi)
21/10/16 
Nonostante i propositi ufficiali di Scudo dell’Eufrate, le notizie dal campo confermano quanto annunciato daDifesa Online nei mesi passati. Il portavoce dellaTürk Hava Kuvvetleri, l’aeronautica militare di Ankara, annuncia che imprecisati jet turchi hanno colpito 26 obiettivi delle YPG (Unità di Protezione Popolare), la componente più significativa delleSDF (Forze Democratiche Siriane), milizie curde operative nel nordest della Siria.     
L’attacco è stato concluso nella mattina di giovedì 20 ottobre, ma il video che mostra le immagini del bombardamento è stato fornito dallo Stato Maggiore turco solo oggi.
Secondo Ankara sarebbero stati centrati tutti gli obiettivi e uccisi circa 200 miliziani. L’agenzia curda ANHA legata alle YPG parla di tre città colpite ma conferma solo 15 morti.
La Turchia considera i guerriglieri curdi siriani al pari dei quelli domestici del PKK e li apostrofa con il generico termine di “terroristi”. Sull’azione, compiuta a nord est di Aleppo all’interno dei confini dell’omonimo Governatorato, non sono stati forniti altri dettagli.
Il Dipartimento di Stato americano ha subito preso le distanze dall’operazione, precisando che “ogni azione compiuta nella regione senza coordinamento può portare solo beneficio allo Stato Islamico”.
Anche Damasco protesta ufficialmente per l’iniziativa turca, considerata una violazione dello spazio aereo e si dichiara pronta ad abbattere “ogni ulteriore velivolo NATO non autorizzato” che sconfini in territorio siriano. Nonostante la nota ufficiale del Ministero della Difesa, è facile intuire tuttavia come un ridimensionamento del potenziale militare dei curdi, sia utile anche al governo di Assad.  
I curdi delle YPG rappresentano l’ala militarmente più consistente del cartello SDF (appoggiato dagli USA e costituito da molti gruppi, compresi miliziani arabi) e sono in questi giorni impegnati nello scontro diretto con i fondamentalisti dell’ISIS, ma al tempo stesso si battono contro i gruppi ribelli islamisti armati dalla Turchia che operano a ridosso del confine turco-siriano. 
Al centro dell’ideologia che ha federato le varie componenti del panorama curdo, c’è l’approccio anti fondamentalista e laico che converge verso una visione federalista della Siria, in cui inserire la regione del Rojava. La Turchia, i cui toni con Washington si sono alzati dal momento in cui gli aiuti USA ai curdi sono diventati copiosi, ha il chiaro obiettivo di impedire connessioni territoriali tra curdi siriani e gruppi armati del PKKattivi sul suo territorio e di contenere velleità indipendentiste.
Si assiste così alla curiosa situazione di un tutti contro tutti (islamisti filoturchi e curdi contro l’ISIS, curdi contro islamisti filoturchi) in cui i danni collaterali per la popolazione civile aumentano esponenzialmente.
La Turchia, incurante dei moniti occidentali, continua le sue operazioni militari e considera ogni azione come una conseguenza degli attacchi terroristici perpetrati nel suo territorio (in particolare la provincia di Hatay). La notte prima del bombardamento contro le postazioni YPG, l’esercito turco aveva sottoposto ad un intenso sbarramento di artiglieria la città siriana di Afrin, distante circa 20 km dal confine.
Per capire le evoluzioni dell'intervento turco e le sue implicazioni reali su scala regionale, sarà decisivo l’esito della battaglia finale ad Aleppo, la cui liberazione da parte delle Forze Armate siriane porterebbe ad un immediato riassetto degli equilibri nel nord est della Siria e conseguentemente in tutto il Paese.
(foto: Türk Hava/Kara Kuvvetleri)

Unesco - gli ebrei sono indifendibili e il Qatar è lo sponsor della Fratellanza Musulmana che usa il metodo della dissimulazione e vuole la sharia

Ma l'astensione italiana era un favore al Qatar in cambio di investimenti
L'emirato che punta alla direzione dell'Unesco ha già messo le mani sull'Ateneo di Tor Vergata

Gian Micalessin - Sab, 22/10/2016 - 10:29

Qualcuno già la chiama «sottomissione». Comunque sia per capire, o meglio ricordare, le ragioni del mancato «no» alla mozione dell'Unesco che nega le radici ebraiche del Muro del Pianto Matteo Renzi non deve fare molta strada.



Deve solo riguardare le foto del suo mandato.
Incominciando da quella del 16 gennaio scorso che lo ritrae a Palazzo Madama in compagnia del ministro dell'Istruzione Stefania Giannini mentre presenzia all'accordo di collaborazione tra l'Università dei Tor Vergata e l'emirato del Qatar. Un accordo con cui viene concesso all'emirato wahabita, grande ispiratore e sostenitore della mozione anti-israeliana, di penetrare il nostro mondo accademico. Subito dopo quell'accordo il governo Renzi e il nostro paese si trasformano nei grandi sponsor di Hamad bin Abdulaziz al Kawari, il diplomatico ed ex ministro della Cultura del Qatar candidatosi alla carica di prossimo Direttore Generale dell'Unesco. Una candidatura presentata in vista della fine del mandato della bulgara Irina Bokova in scadenza tra un anno. Proprio in virtù del sostegno concessogli dal nostro governo il 19 settembre scorso Al Kawari si presenta a Roma dichiarando di voler iniziare dall'Italia la campagna per la poltrona dell'Unesco. Una decisione seguita dall'immediato omaggio di una laurea «honoris causa» regalatagli proprio dall'Università di Tor Vergata. Una laurea che solleva i sospetti di molti accademici. I più scrupolosi fanno notare come l' assegnazione si sia conclusa in maniera quanto meno anomala visto il mancato voto preventivo del Dipartimento interessato. I più maliziosi obbiettano sull'opportunità di assegnare un titolo così prestigioso ad un personaggio accusato dal Centro Simon Wiesenthal di aver patrocinato le pubblicazioni anti semite distribuite dallo stesso Al Kawari, in qualità di Ministro della Cultura, durante la fiera del libro di Doha.

Ma a sollevare ulteriori voci sulle relazioni intessute dal nostro governo con il candidato alla Direzione Generale dell'Unesco contribuiscono anche le foto che lo ritraggono, un mese fa, in compagnia del ministro dell'istruzione Stefania Giannini e poi di quello dell'Economia Pier Carlo Padoan. Incontri perfettamente leciti, ma sproporzionati all'importanza del passaggio romano di Al Kawari.

L'inusuale sostegno fornito ad Al Kawari e l'astensione su una mozione Unesco fortemente appoggiata dal suo paese vanno visti, però, anche alla luce della penetrazione del Qatar nelle nostra economia e nella nostra società. Una penetrazione avviata all'epoca del governo Monti quando l'allora premier si reca nell'emirato prospettando alla «Qatar Investment Authority» investimenti a prezzi di saldo in un'economia abbattuta a colpi di spread.

Sul fronte economico la prima conseguenza è la costituzione, nel marzo 2013, di una «joint venture» denominata «IQ Made in Italy Investment Company S.p.A.» controllata al cinquanta per cento dal «Fondo Strategico Italiano Spa» - la holding di Cassa Depositi e Prestiti - e dalla Qatar Holding LLC. Un'iniziativa seguita dai massicci investimenti del Qatar che oltre a comprarsi i grattacieli di Milano Porta Nuova, acquisisce il controllo del gruppo Valentino, di gran parte della Costa Smeralda, di un 25% del gruppo Cremonini e di numerosi hotel a cinque stelle. Investimenti condotti parallelamente al trasferimento di 25 milioni di euro destinati alla costruzione di 33 fra moschee e centri islamici. Con buona pace di chi ancora si chiede perché all'Unesco non difendiamo più Israele.

Banca Etruria - ma il Rossi non ha considerato le False comunicazioni sociali che vanno dai 3 ai 8 anni, implicite nell'ostacolo alla vigilanza, dobbiamo essere buoni con la gente che imbroglia e truffa ad alti livelli?

Crack Banca Etruria, tra un mese la sentenza 

21 ottobre 2016 16:20




















Crack Banca Etruria, la sentenza slitta a fine novembre, il gup del tribunale di Arezzo Annamaria Loprete ha chiesto più tempo per formularla. Questo l’esito finale dell’udienza di rito abbreviato svoltasi oggi in Tribunale ad Arezzo dedicata alle arringhe dei difensori che hanno chiesto l’assoluzione dall’accusa di ostacolo alla vigilanza (primo filone dei cinque di inchiesta della procura aretina) per il loro assistiti l’ex presidente dell’istituto bancario aretino Giuseppe Fornasari, l’ex dg Luca Bronchi e il direttore centrale Davide Canestri. Durante la scorsa udienza il Procuratore della Repubblica di Arezzo Roberto Rossi e il pm Julia Maggiore avevano chiesto due anni e otto mesi per Fornasari e Bronchi e due anni per Canestri mentre Bankitalia aveva presentato istanza di risarcimento danni per 320mila euro. 

Il filone d’inchiesta risale alla fine del 2013, quando gli ispettori di Banca d’Italia, in una relazione, avevano evidenziato possibili criticità di rilevanza penale nel bilancio 2012 dell’istituto bancario aretino. Tra le operazioni che avrebbero concorso sia a provocarne il dissesto, sia a mascherare le reali condizioni economiche della banca, sulle quali si è basata l’inchiesta del Procuratore Roberto Rossi, la vicenda relativa alla cessione di immobili, in particolare racchiuso nella società Palazzo della Fonte, il cui consorzio acquirente sarebbe stato a sua volta parzialmente finanziato dalla stessa Banca Etruria. 

Nell’udienza di oggi l’avvocato Antonio D’Avirro è intervenuto per Giuseppe Fornasari, il collega Antonio Bonacci per Luca Bronchi, gli avvocati Luca Fanfani e Stefano Lalomia per Davide Canestri. Su Palazzo della Fonte i difensori hanno ribadito che i loro assistiti hanno comunicato a Bankitalia tutti gli elementi fondamentali sottolineando come, se ci fosse stata qualche omissione, non sarebbe stata tale da ostacolare la corretta conoscenza dello spin-off immobiliare che comunque ha avuto il via libera dalla Consob. 

I legali dei tre imputati hanno poi fatto presente al Gip come non ci sia stato alcun collegamento tra i prestiti alle società satellite e l’acquisto delle quote da parte del consorzio di imprese. Sui crediti deteriorati, altra questione su cui ha puntato l’accusa, gli avvocati hanno ribadito come siano stati rispettati i criteri internazionali di contabilità e di accantonamento e come non ci sia stata alcuna volontà di trattenere i deteriorati a incagli precisando che i loro assistiti non li passarono a sofferenze per evitare maggiori accantonamenti che avrebbero appesantito il bilancio. Fonte: ANSA

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Autovelox sono strumenti per fare cassa e la sicurezza è un falso ideologico, a meno che non si portano i limiti di velocità adeguati alla realtà

Autovelox a Firenze, clamoroso: esposto in Procura per truffa

venerdì 21 ottobre 2016 ore 14:11 | Cronaca


Guerra di centimetri, i consumatori presentano un esposto alla Procura della Repubblica

"Abbiamo presentato un esposto alle Procure della Repubblica di Firenze e di Roma per verificare la sussistenza dei reati di truffa aggravata, falso in atto pubblico ed altri reati da parte del Comune di Firenze" rende noto Pietro Yates Moretti, vicepresidente Aduc.

Prosegue lo scontro tra l'Associazione dei Consumatori e Palazzo Vecchio, non solo sulla velocità ma anche sui centimetri che separano l'occhio elettronico dalla sede stradale.
Nel ricorso per Cassazione contro una Sentenza del Tribunale di Firenze che dichiarava illegittimo l’autovelox, il Comune di Firenze "ha affermato che la banchina pavimentata a destra in Viale Etruria, elemento essenziale affinché tale strada possa ospitare un autovelox fisso senza la presenza dei vigili, è di mezzo metro. In realtà come sanno bene i cittadini fiorentini, quello spazio è sostanzialmente pari ad un palmo di mano" sostiene Aduc.

La tesi dell'Associazione di via Cavour. "Come sosteniamo da ormai diversi anni, confortati anche dalla stragrande maggioranza dei giudici di pace di Firenze e in parte dal Tribunale di Firenze (contro cui il Comune ha fatto ricorso per Cassazione), Viale Etruria non è una strada urbana di scorrimento, in quanto priva degli elementi essenziali previsti dal Codice della Strada per essere qualificata come tale. In particolare, in Viale Etruria (come anche negli altri Viali di circonvallazione) è sostanzialmente assente la banchina pavimentata a destra, uno spazio asfaltato che dovrebbe avere la funzione di proteggere lo “scorrimento” e allontanare gli ostacoli verticali (marciapiedi, pali della luce, alberi ecc.). Poiché nelle aree urbane, gli autovelox fissi possono essere installati esclusivamente sulle “strade di scorrimento”, ne consegue che l’autovelox di Viale Etruria è illegittimo. Come sono illegittimi tutti gli autovelox fissi posizionati sui Viali (Gramsci, Lavagnini, Matteotti). Sembra proprio che il Comune le provi tutte pur di continuare a fare raffiche di multe in automatico, invece di fare un controllo capillare del territorio attraverso la presenza dei vigili. Non a caso, mentre gli autovelox automatici continuano a fare centinaia di migliaia di multe (illegittime), il parcheggio selvaggio in Ztl e persino sulle aree pedonali (p.zza Santo Spirito, Carmine, ecc.) rimane impunito".

La Cassazione con la Sentenza n. 20068/2016 rinvia la decisione al Tribunale di Firenze, affermando che “occorre valutare le caratteristiche strutturali complessive della strada”. 
"A meno che il Comune non voglia nuovamente affermare il falso pur di avere ragione, siamo convinti che nessun giudice in buona fede possa definire banchina pavimentata a destra quella strisciolina residuale di asfalto accanto al marciapiede" conclude il vicepresidente Aduc.

Yemen - crimini di guerra continui


Geopolitica

Yemen, gli USA rischiano l’incriminazione per crimini di guerra

Di Vincenzo Molinari -
21 ottobre 2016

Durante gli episodi di guerra nei quali sono stati coinvolti i paesi medio-orientali, e nello specifico Siria, Yemen e Iraq, gli USA in molteplici occasioni non si sono fatti sfuggire l’opportunità di incolpare la Russia, accusando Mosca di aver compiuto «crimini di guerra», ma nel tentativo da parte di Washington di simulare una politica bellica eticamente corretta, in varie circostanze sono stati primariamente coinvolti in stragi di civili.
Oltretutto, gli USA rischiano una sanzione a livello internazionale in quanto “rei” della vendita di armi all’Arabia Saudita nella guerra in atto nello Yemen.

Lo Yemen, Stato dell’estremità meridionale della penisola arabica, è coinvolto in unconflitto che va avanti dal marzo del 2015 e che ha come scopo, da parte dell’Arabia Saudita, la ricollocazione al potere del presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi, spodestato in seguito ad un colpo di stato attuato dai ribelli sciiti Houthi, sostenuti dall’Iran.

Il presagio di un’incriminazione per «crimini di guerra» sarebbe dovuto al fatto che gliUSA, durante il golpe, hanno autorizzato la vendita di armamenti a Riad per un totale di 22.2 miliardi di dollari, inclusi 1.29 miliardi di dollari in munizioni da utilizzare in guerra dall’aviazione saudita.

Nonostante lo scetticismo iniziale, da parte dei funzionari statunitensi, nelle capacità dell’aviazione saudita di colpire esclusivamente i ribelli, senza arrecare danni ai civili e ad infrastrutture di vitale importanza per il paese, gli episodi accaduti durante il conflitto sono stati la chiara dimostrazione della fondatezza del sospetto dei dirigenti a stelle e strisce e, di conseguenza, la conferma dell’incapacità dei militari sauditi di evitare eludibili tragedie.

Una condizione davvero ingiustificabile, poiché sono diventate davvero tante le situazioni in cui migliaia di cittadini hanno perso la vita. Diventa ancor più sconfortante quando tali avvenimenti vengono definiti «errori», liquidando con banalità la morte di vittime innocenti.

Secondo documenti ufficiali ed e-mail visionate da Reuters, ci sarebbe stato tra i membri dell’amministrazione Obama un autentico dibattito su un tema definito un«cruciale dilemma politico». Per evitare una tensione tra Arabia Saudita e USA, dopo l’accordo raggiunto sul nucleare tra Teheran e Washington, quest’ultima avrebbe deciso di appoggiare la campagna militare dell’Arabia Saudita nello Yemen, proprio contro i nemici iraniani.

Nonostante la sospensione imposta dagli USA, nel maggio del 2016, alla vendita dibombe a grappolo, tuttora gli avvocati dell’amministrazione Obama, si dividono su un possibile coinvolgimento o meno in un processo per crimini di guerra: da un lato c’è chi accusa e indica come unico colpevole l’aviazione di Riad, dall’altro, c’è chi teme un possibile coinvolgimento per ulteriori controlli non effettuati visto la mancanza di esperienza dell’aviazione di Riad; a tal proposito, risulta significativa la richiesta di alcuni deputati che chiedono una sospensione totale dei rifornimenti bellici nello Yemen.
Ciò significa che gli USA potrebbero essere considerati colpevoli per istigazione e favoreggiamento di crimini di guerra.

I tagliagola dell'Isis impediscono la pace

DAESHSOCIETÀZOOM
I giovani arabi si aspettano la caduta di Daesh, affascinati invece dal modello emiratino



Di Abdul Rahim al-Sharqawi. Hespress (19/10/2016). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri.

Secondo i risultati di un sondaggio, la stragrande maggioranza dei giovani arabi ripudia Daesh (ISIS) e non lo ritiene capace di costruire uno Stato islamico. Dall’ottavo sondaggio annuale dal titolo “Nei cuori e nelle menti dei giovani arabi”, basato su 3.500 interviste di ragazzi e ragazze di diversi paesi arabi, emerge che i giovani arabi ritengono l’organizzazione di Daesh la più grande difficoltà in Medio Oriente, con oltre quattro su cinque giovani che hanno espresso preoccupazione per tale fenomeno.

Per quanto riguarda i motivi per cui molti aderiscono al cosiddetto “Stato islamico”, essi adducono come prima ragione la mancanza di posti di lavoro, che spinge i giovani ad avvicinarsi a Daesh; altre motivazioni menzionate sono la convinzione tra le reclute che la loro interpretazione dell’Islam sia corretta, così come la corruzione dei governi arabi e l’emergere del secolarismo occidentale nei valori dei governi della regione. Anche le tensioni religiose regionali, in particolare quelle tra sunniti e sciiti, possono essere incluse: il 52% dei giovani arabi crede che la religione giochi un ruolo più importante di quello che dovrebbe in Medio Oriente, su questo concordano il 61% dei giovani nei paesi del Consiglio di cCooperazione del Golfo (CCG), mentre nei paesi del Nord Africa l’idea è sposata solo dal 47%.

Per il quinto anno consecutivo, una percentuale significativa di intervistati considera l’Arabia Saudita il principale alleato per il proprio paese nella regione; in particolare per i giovani dei paesi del CCG tale percentuale raggiunge il 93%, seguita da giovani dei paesi del Nord Africa al 75%.

Le opinioni variano sul conflitto siriano e sul fatto che sia una guerra per procura o una guerra civile tra siriani: il 74% di giovani yemeniti lo considerano una guerra per procura, mentre il 79% dei giordani lo ritengono una rivoluzione, ma il 47% dei giovani in Libia lo considera una guerra civile. Nel complesso, il 39% di tutti i giovani intervistati concorda sul fatto che in Siria sia in corso una guerra per procura svolta da potenze regionali e internazionali.

Infine sullo stato del mondo arabo dopo le “primavere”, i giovani egiziani (per il 61%) sono gli unici a credere che esso sia migliorato; i giovani tunisini ritengono che l’effetto sia stato opposto e lo stesso i giovani in Libia e Yemen. Il 67% dei giovani in generale ritiene che i leader arabi dovrebbero compiere maggiori sforzi per promuovere le libertà personali e i diritti umani.

L’indagine ha rilevato anche che gli Emirati Arabi Uniti costituiscono un modello in quanto paesi stabili economicamente e meta ambita per vivere o per creare un business; mentre l’80% dei giovani dei paesi membri dell’OPEC ha espresso preoccupazione per il calo dei prezzi del petrolio. L’indagine ha rilevato che il 32% dei giovani arabi segue la cronaca quotidiana tramite fonti digitali, anche se il 63% ritiene che la televisione rimanga la più affidabile e principale fonte di notizie.

Abdul Rahim al-Sharqawi è un giornalista marocchino e scrive per Hespress.


Aleppo est è tenuta in ostaggio dai tagliagola i medesimi di Parigi, Bruxelles, Nizza, bisogna stanarli

Aleppo: Onu, salta evacuazione feriti

Lavrov, i terroristi ostacolano l'uscita dei civili dalla città


© ANSA

Redazione ANSAGINEVRA
21 ottobre 201613:56NEWS

Ad Aleppo non è possibile procedere all'evacuazione dei feriti perché mancano le condizioni di sicurezza. Lo ha detto a Ginevra l'ufficio dell'Onu per il coordinamento degli affari umanitari a Ginevra.
Il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov ha precisato che "i terroristi, ricorrendo a minacce, ricatti e all'uso della forza bruta, ostacolano l'uscita dei civili da Aleppo est" e impediscono anche "l'uscita di quei miliziani che hanno risposto alle opzioni date loro dall'Onu, dalla Russia e dal governo siriano per lasciare questa zona e così smettere di associarsi ai terroristi". Secondo Lavrov, inoltre, "sia il Fronte Al Nusra sia Ahrar-ash-Sham sia altre organizzazioni che cooperano con loro sabotano gli sforzi dell'Onu sostenuti" dalla Russia "e sostenuti dal governo siriano per organizzare le forniture degli aiuti umanitari ad Aleppo est".

Le violazioni e gli abusi in Siria, tra cui l'assedio ed il bombardamento di Aleppo est, costituiscono "reati di proporzioni storiche" e ad Aleppo l'Onu ha documentato crimini di guerra: lo ha affermato oggi l'Alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Ra'ad Al Hussein esortando il Consiglio di sicurezza dell'Onu a mettere da parte le rivalità e ad agire. Ad Aleppo l'Onu ha documentato violazioni del diritto umanitario internazionale da parte di tutti i soggetti: "gruppi armati dell'opposizione continuano a sparare colpi di mortaio contro quartieri civili nella parte occidentale di Aleppo, ma sono gli attacchi aerei indiscriminati contro la parte orientale della città da parte delle forze governative e dei loro alleati ad essere responsabili della stragrande maggioranza delle vittime civili", ha denunciato Zeid in un messaggio al Consiglio Onu dei diritti umani riunito in sessione speciale a Ginevra sul deterioramento della situazione dei diritti umani in Siria ed ad Aleppo.

La "pausa umanitaria" ad Aleppo "è stata prolungata fino a lunedì e può essere prolungata ulteriormente se il Fronte Al Nusra e i gruppi d'opposizione ad esso associati non violeranno il regime di tregua": ha dichiarato Alexiei Borodavkin, rappresentante permanente della Russia presso l'Onu a Ginevra. Ieri il ministro della Difesa russo, Serghiei Shoigu, ha annunciato che Putin ha ordinato di estendere la "pausa umanitaria" ad Aleppo, con l'interruzione degli attacchi delle forze armate russe e di quelle siriane, di 24 ore, cioè fino a questo pomeriggio. Precedentemente, il consigliere per gli aiuti umanitari dell'Onu Jan Egeland aveva detto all'Ap di aver ricevuto assicurazioni verbali dalla missione diplomatica russa a Ginevra e in forma scritta da fonti militari russe in Siria che Mosca accetta di ampliare fino a lunedì le tregue ad Aleppo.