Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 29 ottobre 2016

PTV news 28 Ottobre 2016 - La grande fabbrica dei sogni e delle menzogne.

Arexpo, Expo era già scritto che il bugiardo Renzi non avrebbe mantenuto gli impegni ANNUNCIATI

Legge di Bilancio, cancellati fondi post-Expo: a rischio i conti della spa di Sala e il trasferimento dell’Università statale



Rispetto alle bozze, nel testo definitivo che approderà alla Camera spariscono due hit del premier Renzi: gli 8 milioni per avviare il trasloco dell'ateneo sui terreni dell'Esposizione e i 9,5 che permetterebbero alla società che l'ha gestita di non dover portare i libri in tribunale. Restano invece gli stanziamenti per lo Human Technopole, ma ben sotto gli annunci
di Luigi Franco | 29 ottobre 2016

Nella versione definitiva della legge di Bilancio, quella che ha ottenuto la bollinatura della Ragioneria e dopo un passaggio al Quirinale arriverà in Parlamento, è saltato un intero articolo che riguardava Expo e post Expo. E questo nonostante le poste in gioco, meno di 13 milioni per il 2017, fossero piuttosto esigue in confronto ai volumi complessivi della manovra. E nonostante il presidente del consiglio Matteo Renzi abbia puntato molto sull’esposizione universale e sui progetti per lo sviluppo futuro delle aree Expo. Con l’articolo scomparso vengono tagliati, almeno per il momento, due finanziamenti dal forte valore simbolico per la retorica renziana: uno destinato al trasloco delle facoltà scientifiche dell’università statale di Milano sui terreni dell’esposizione, l’altro necessario a consentire la liquidazione della società Expo

Sono dunque saltati gli 8 milioni di euro che le ultime bozze della legge prevedevano di prelevare da fondi dedicati alla ricerca e che nel 2017 avrebbero dovuto consentire “l’avvio delle attività di progettazione propedeutiche alla realizzazione delle strutture” del nuovo campus della statale. Un impegno finanziario su cui c’era stata una certa discussione, ma che il ministro Maurizio Martina era riuscito a fare inserire. E che pure il rettore dell’ateneo Gianluca Vago dava ormai per certo, dopo avere auspicato più volte un segnale concreto del governo.

Nella legge di bilancio non c’è inoltre più traccia dei 9,5 milioni di euro (4,8 per il 2017) con cui il ministero dell’Economia dovrebbe rifinanziare la società Expo, insieme agli altri 14,2 milioni che dovranno essere garantiti da Comune di Milano, Città metropolitana, Regione Lombardia e Camera di commercio. Soldi necessari per ultimare entro il 2021 il progetto di liquidazione della società, che altrimenti dovrà portare i libri in tribunale. Alla faccia di tutti gli utili e gli attivi di bilancio che l’allora commissario unico e oggi sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha sempre spacciato per veri.

Restano invece nella versione bollinata della legge le autorizzazioni di spesa per lo Human Technopole, il centro di ricerca che dovrebbe fare da volano allo sviluppo delle aree Expo e che, nei progetti del governo, dovrebbe sorgere proprio accanto al campus della statale. Vengono così confermati 10 milioni per il 2017, 114,3 per il 2018, 136,5 per il 2019, 112,1 per il 2020, 122,1 per il 2021, 133,6 per il 2022 e 140,3 milioni a decorrere dal 2023. Aggiungendo gli 80 milioni stanziati in precedenza per lo Human Technopole e i 50 milioni con cui il governo entrerà nel capitale di Arexpo, la società proprietaria delle aree, si arriva a quasi 900 milioni. Ma siamo ancora lontani dal capire come si raggiungerà il miliardo e mezzo su dieci anni promesso da Renzi.

Ci sono alcune procure che sono silente tipo Milano, Arezzo è chiaro che fanno parte del Sistema massonico mafioso politico dominante

MILANO

«Irregolarità nell’appalto Expo Deregulation per fare in fretta»
I pubblici ministeri Filippini, Pellicano, Polizzi: ma non c’è prova di tangenti. Il giudice per le indagini Ghinetti preliminari deciderà l’11 novembre se archiviare

di Luigi Ferrarella



MILANO «Nonostante gli sforzi investigativi non si è giunti a provare l’esistenza» di tangenti, anche se «nell’aggiudicazione del principale appalto di Expo 2015», la «Piastra» da 272 milioni sulla quale sono stati costruiti i padiglioni, «vi sono state numerose anomalie e irregolarità amministrative sia nella fase della scelta del contraente» (la Mantovani che nel 2012 vinse con un ribasso del 42% sulla base d’asta, «non idoneo neppure a coprire i costi»), sia «nella fase esecutiva del contratto», quando le originarie obbligazioni contrattuali furono «modificate consentendo all’appaltatore di entrare in una anomala trattativa “al rialzo” con il committente, ponendo come contropartita la cessazione dei lavori, la cancellazione dell’evento e la credibilità del Paese».

La decisione del Gip

L’opinione dei pm diventa conoscibile solo ora che il gip Ghinetti fissa all’11 novembre l’udienza per decidere se accogliere o respingere o integrare con supplementi investigativi l’archiviazione chiestagli 9 mesi fa dai pm Filippini-Pellicano-Polizzi: ma risale appunto a febbraio 2016 questa motivazione addotta dalla Procura per definire mestamente un fascicolo massacrato a metà 2014 (nei suoi potenziali sviluppi) dallo scontro tra il procuratore Bruti Liberati, poi destinatario dei ringraziamenti del premier Renzi per «la sensibilità istituzionale» nella vicenda Expo, e il capo del pool tangenti Robledo, poi rimosso e trasferito a Torino dal Csm per tutt’altre vicende nei rapporti con l’avvocato Domenico Aiello. Più che per la sorte differita dei 5 indagati (gli ex manager Expo Angelo Paris e Antonio Acerbo, l’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, e gli imprenditori Erasmo e Ottaviano Cinque) , è dunque a futura memoria che i tre pm, di fronte al «ritardo sul cronoprogramma», colgono «l’unico interesse dei manager Expo» guidati dall’attuale sindaco di Milano, Giuseppe Sala: «concludere i lavori entro aprile 2015, dichiarato obiettivo» per il quale «si è arretrata la soglia della legittimità dell’agire amministrativo», in una «deregulation dettata dall’emergenza». Il manager Expo Carlo Chiesa, sui «rapporti che Sala intratteneva con il presidente della Mantovani», nel 2014 disse ai pm che «Sala ripeteva che “in questo contesto l’unica cosa che non manca sono i soldi”, facendo capire la disponibilità della stazione appaltante a liberare risorse a favore dell’appaltatrice» Mantovani (a cui fu ad esempio affidata per 4,3 milioni la fornitura di 6.000 alberi che le costarono in realtà 1,6 milioni). E sulla scelta di Expo di non fare la verifica di congruità sull’offerta ribassata del 42% da Mantovani, è l’ex manager Ilspa Rognoni ad aver affermato nel 2014 che «Sala mi rispose» che l’orientamento era non farla «perché non avevamo tempo per poter verificare se l’offerta fosse anomala».

Cantone stai sereno

Corruzione, Anac “alla canna del gas”. Ma il governo non sblocca il tesoretto da 82 milioni



Politica

Mentre si moltiplicano le inchieste sugli appalti e le competenze affidate all'Autorità, cade nel vuoto l'ennesimo appello di Cantone sui fondi già nelle casse dell'Autorità, ma ancora congelati dal decreto Madia del 2014. Il deputato Palese: "Basterebbe una norma di poche righe, sorprendente che non sia stata inserita in provvedimenti dove è entrato di tutto". Ora si spera nel decreto fiscale o nella legge di bilancio: "Se l'esecutivo non presenta un emendamento lo farò io"
di Mario Portanova | 28 ottobre 2016

L’Anac di Raffaele Cantone è il fiore all’occhiello del governo Renzi nella lotta alla corruzione. A parole, almeno. Perché da parecchi mesi l’ex magistrato anticamorra reclama lo sblocco di 82,8 milioni di euro che l’Autorità ha già in cassa ma non può spendere in nessun modo. A congelarli è la legge Madia, la 90 del 2014, che all’articolo 22 impone “razionalizzazioni” di spesa alle autorità indipendenti. Razionalizzazioni che Anac documenta di aver portato a termine. Ma dato che la norma non prevede un prima e un dopo, la tagliola sulle spese resta a tempo indeterminato, un po’ come accade ai Comuni “virtuosi” con il patto di stabilità. Per rendere disponibile il tesoretto basterebbe un provvedimento legislativo di poche righe. Che però non arriva, nonostante Cantone lo chieda pubblicamente dall’inizio dell’anno. Così il magistrato chiamato dal presidente del consiglio alla guida dell’Autorità ha allentato l’abituale diplomazia: “Siamo disposti a svolgere ogni tipo di attività, ma siamo quasi alla canna del gas… Tra non molto saremo costretti a dire che non siamo più in grado di svolgere il nostro ruolo”, ha affermato il 26 ottobre a margine della firma del protocollo sul terremoto del 24 agosto. Non si tratta di bussare a denari pubblici, ha precisato, ma semplicemente “di potere utilizzare i fondi che abbiamo”. E si è detto “sicuro che, se non sarà nel decreto fiscale, nella legge di stabilità questa questione sarà risolta”.

Eppure, mentre le retate per corruzione si susseguono, con immancabile chiamata in causa dell’Anac perché commissari gli appalti contestati, in Parlamento nessuno sembra agitarsi troppo. L’ultimo allarme di Cantone è stato raccolto solo da Rocco Palese, ex Forza Italia passato al gruppo Misto sotto le insegne dei “Conservatori e riformisti“. “L’Anac è uno dei principali investimenti del governo degli ultimi anni”, spiega a ilfattoquotidiano.it, “data la gravità del fenomeno della corruzione in tutta Italia”. Di conseguenza, “è sorprendente che mentre il nuovo codice degli appalti allarga in modo considerevole le competenze dell’Autorità, la richiesta del suo presidente continui a cadere nel vuoto. Sarebbe bastato inserire il provvedimento nel decreto enti locali o nel decreto fiscale, dove hanno messo di tutto”. Il decreto fiscale arriverà alla Camera per la conversione il 10 dicembre: “Se il governo non presenterà un emendamento per sbloccare gli 82 milioni lo farò io”, annuncia Palese. L’altra strada è quella delle Legge di bilancio (la ex “stabilità), che però “permetterebbe all’Anac di utilizzare i fondi solo dal bilancio del 2017”. Come sarà accolto il suo emendamento? “Non mi immagino di trovare contrarietà, ma soltanto la solita confusione politica e normativa”.

Anac ha un bilancio annuale di 88 milioni di euro (dati 2015), con spese correnti per 45 milioni ed entrate che arrivano per la maggior parte (oltre 49 milioni) dai contributi obbligatori delle imprese che partecipano alle gare d’appalto e degli altri soggetti sottoposti alla vigilanza. Gli 82 milioni in più, anche se riferiti a più anni, farebbero la differenza. Per esempio per pagare le trasferte degli ispettori che girano tutta Italia, da Expo al Mose, fino -verosimilmente – ai cantieri coinvolti nell’ultima inchiesta sulle Grandi opere. Senza contare che entro fine anno l’organico di 302 dipendenti si ridurrà di una ventina di unità, compresi dirigenti di grande esperienza, per fisiologici pensionamenti. Peccato che l’organico che permetterebbe il funzionamento a pieno regime dell’ente sia fissato in 350 persone. Inoltre, si legge nel piano di riordino firmato da Cantone il 28 gennaio per onorare gli obblighi della legge Madia, l’Anac ha già messo a bilancio, fra l’altro, “sia la riduzione di almeno il 20% della spesa per il funzionamento, sia la riduzione del 20% del trattamento accessorio del personale, anche dirigente”, come richiesto dalla normativa.

Nella nota aggiuntiva al piano, Cantone già segnalava “una rigidità della spesa tale da non consentire, per il futuro, a quadro normativo vigente, ulteriori misure di contenimento oltre quelle finora adottate, se non a
prezzo di una ridotta funzionalità dell’Autorità”. Tornato sull’argomento il 25 febbraio, ribadiva: “Noi i fondi li abbiamo, non abbiamo la possibilità di spenderli per una serie di norme all’italiana”. E chiariva: “Noi siamo autofinanziati dal mercato, non graviamo sul bilancio pubblico, se non in piccolissima parte. Abbiamo la possibilità di spendere i soldi che abbiamo e abbiamo la necessità in questo momento storico di dover rinforzare alcuni uffici. Chiediamo la possibilità di poter spendere i soldi”. Sono passati esattamente nove mesi da quando l’Autorità ha informato il governo delle sue impellenti necessità. Ma il parto è più complicato del previsto.

Gli aerei Nato uccidono umanamente a quelli siriani manca questa qualità

L’attacco aereo belga in Siria e il silenzio ipocrita dei media

Sulle vittime siriane, uccise dai belgi, è sceso un fragoroso silenzio
Di Silvia Vittoria Missotti - 28 ottobre 2016



I media degli Stati Uniti e la NATO accusano da tempo le Forze Spaziali militari della Russia (VKS), che operano in Siria su invito del governo legittimo, di attacchi contro città e villaggi pacifici siriani. Non molto tempo fa, gli americani avevano accusato le VKS di avere distrutto una colonna umanitaria di Medici senza Frontiere, ma poco dopo sarebbero stati individuati i veri colpevoli dell’attacco — le forze della cosiddetta opposizione moderata, alleata degli Stati Uniti, e l’episodio sarebbe stato messo a tacere alla svelta.

Bombardamenti massicci sono indirizzati sulla grande città siriana di Aleppo, dove sono trincerati i militanti di Dzhebhat al-Nusra. La Russia ha chiesto una temporanea tregua dalle bombe (per una settimana, a partire dal 25 ottobre), e ha creato un corridoio umanitario per permettere ai civili di uscire dalla zona bombardata.

I media russi si chiedono che cosa accadrà quando la coalizione americana guiderà l’assalto alla città irachena di Mosul, dove è asserragliata la banda terroristica LIH — se gli USA ed i loro alleati saranno oggetto di accuse di attacchi aerei sui civili, nello stesso modo in cui la Russia è accusata per le sue azioni ad Aleppo. Tuttavia, la liberazione di Mosul è ancora abbastanza lontana.

Per ora, la Russia sarebbe in possesso di una prova di un bombardamento sulla popolazione civile siriana da parte delle forze occidentali. Venerdì scorso, il Ministero degli Esteri russo aveva convocato in Russia l’ambasciatore del Belgio, al quale erano stati presentati i seguenti fattori. Il 18 ottobre, a seguito di un bombardamento aereo sulla località di Hassadzhek, a sud di Aleppo, sono rimasti uccisi sei civili, e quattro persone sono rimaste ferite. Nella zona di Hassadzhek, al momento del bombardamento, vi era l’Air Force del Belgio, mentre non vi era alcun insediamento delle VKS russe e della Syrian Air Force.

In seguito alla presentazione di questi fatti, il Belgio ha espresso sorpresa ed un rifiuto persistente riguardo al bombardamento. D’altra parte, Bruxelles non è solo la capitale del Belgio, ma anche della NATO, in quanto la città è sede della Rappresentanza Permanente di questa organizzazione.

La guerra con l’uso di aerei comporta inevitabilmente danni alla popolazione civile; i civili siriani sono a rischio di uccisione da parte di qualunque aereo, che sia della NATO, delle VKS o della Syrian Air Force. Tuttavia, gli Stati Uniti e la NATO sembrano cercare di presentare la Russia e la Siria come uniche colpevoli della morte di civili siriani innocenti, per motivi dettati dalla politica. Intanto, però, la NATO deve ancora respingere le accuse russe riguardo ai bombardamenti sui civili.

Renzi vuole le bombe atomiche gli italiani NO

Perché l’Italia ha votato contro il bando delle armi nucleari?

28.10.2016 - Italia Olivier Turquet
Perché l’Italia ha votato contro il bando delle armi nucleari?
Nella notte di ieri un’importante risoluzione della Prima Commissione dell’Assemblea Generale dell’ONU ha istituito a larghissima maggioranza una Conferenza Internazionale che discuta un Trattato di Proibizione delle armi nucleari. I dettagli di tale notizia sono documentati in vari articoli che la nostra Agenzia sta ripubblicando o traducendo dalle sue edizioni internazionali.
Curiosamente il tema non sembra entusiasmare la stampa italiana (nemmeno un’accenno sull’ANSA, nessuna notizia sui principali quotidiani, almeno nelle loro edizioni on-line); nessuna nuova dal Ministero degli Esteri nella cui sala stampa non è possibile trovare la notizia né la motivazione per la quale l’Italia è stata tra i paesi (38) che hanno votato contro la risoluzione (che per essere valida doveva raggiungere i 2/3 dei votanti). Sottolineamo che, nonostante alcune dichiarazioni dei rappresentanti delle principali nazioni “nucleari”, perfino la Cina, l’India e il Pakistan, membri del club nucleare, si sono astenuti (ricordiamo anche che l’astensione, nel meccanismo elettorale della commissione, non viene considerata un voto contrario e facilita dunque il raggiugimento del quorum).
Abbiamo chiesto un commento all’Ufficio Stampa del Ministro e lo pubblicheremo volentieri, appena arriverà.
Le domande che ameremmo fare al Ministro ed al Governo sono:
  • siamo diventati un paese filonucleare?
  • quale motivazione contraria si può dare alla creazione di un ambito di discussione di un trattato per la messa al bando delle armi nucleari?
  • dobbiamo dedurre che il Governo Italiano ritiene fattibile in qualche situazione l’uso delle armi nucleari?
Credo che siano domande preoccupanti, forse inquietanti. Personalmente, finito di pubblicare quresto articolo, ne manderò un link alla mail del nostro Presidente del Consiglio chiedendogli spiegazioni, come cittadino di questa Repubblica che ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali. Già ma le atomiche le teniamo per gli alieni…

Gruppo Caltagirone - il padrone si era dimenticato che nella concessione c'era la clausola sul mantenimento dei posti di lavoro

Licenziamenti Cementir, pure Caltagirone cala la testa. Accordo di massima al Mise per i 260 esuberi. I sindacati: lo sciopero generale ha pagato
28 ottobre 2016 di Francesco Giugni



Ha la fama di essere un imprenditore che non torna indietro sulle sue decisioni. Ma se la lotta è dura e senza paura anche il re degli industriali di Roma, Franco Caltagirone, deve mettere la retromarcia. Così il vertice di ieri pomeriggio al ministero dello Sviluppo Economico ha aperto uno spiraglio sul blocco di 100 licenziamenti in Cementir e di altri 160 in Sacci, altra azienda del settore cementifero acquistata dal Gruppo Caltagirone nello scorso luglio per 125 milioni. Molto soddisfatti i sindacati, che hanno parlato di trattativa rimessa sul binario giusto nonostante sembrasse volgere al peggio. “Ora ci aspettiamo da Caltagirone un impegno serio e responsabile per i lavoratori Cementir e Sacci, a partire dalla presentazione di un Piano industriale concreto e realmente in grado di rilanciare l’azienda”, hanno dichiarato le segreterie nazionali di FenealUil, Filca-Cisl, Fillea-Cgil, al termine dell’incontro al Mise.

CATEGORIA SOLIDALE
La riunione di ieri era stata preceduta venerdì scorso da uno sciopero totale delle aziende coinvolte. Un segnale fortissimo per il gruppo – hanno commentato i sindacalisti – così come la presenza ieri davanti al ministero guidato da Carlo Calenda di centinaia di lavoratori giunti da tutta Italia, che hanno nuovamente scioperato. Per i 260 esuberi si profila dunque una soluzione, anche attraverso l’utilizzo di possibili ammortizzatori sociali, come ha assicurato ai confederali il viceministro Teresa Bellanova. “Gli incontri già fissati con l’azienda il 2 e il 7 novembre prossimo, e il nuovo vertice al Mise in programma il 14, saranno le occasioni per dare risposte certe ai lavoratori e per porre le basi per il rilancio del Gruppo, in tutti i siti produttivi”, hanno concluso le tre sigle.

PLAYER NAZIONALE
Cementir, una delle principali società produttrici di cemento e calcestruzzo in Italia, dopo l’acquisizione della concorrente Sacci, oggi controlla circa il 18% dell’intero mercato nazionale, oltre ad avere commesse importantissime – anche attraverso altre controllate – sul piano internazionale. Ciò nonostante l’azienda ha annunciato il piano di riduzione dei dipendenti, scatenando l’ira dei sindacati. “Non è possibile che il quarto polo del cemento italiano mandi a casa 260 persone”, protestano i confederali, accusando Caltagirone di non avere oggi un piano per essere più competitivo nel settore.

Aleppo - e le Consorterie Guerrafondaie Statunitensi ed Ebraiche, con i loro servi del Circo Mediatico, vogliono salvare questi mercenari tagliagola

Aleppo, l’offensiva dei ribelli per rompere l’assedio
Attacco da ovest della città siriana con migliaia di combattenti e veicoli suicidi 


REUTERS
Alcuni ribelli nel nord di Aleppo

28/10/2016
GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

I ribelli siriani hanno lanciato questa mattina una massiccia offensiva per rompere l’assedio dei quartieri orientali di Aleppo. L’attacco è partito dalle posizioni che gli insorti tengono a Sud-Ovest della città, fuori dalle zone assediate e punta ad aprire un corridoio per raggiungere Aleppo Est. All’offensiva partecipano tutti i principali gruppi dell’opposizione armata, compresa la potente Ahrar al-Sham (sostenuta dalla Turchia) e Jabat al-Fatah al-Sham, l’ex gruppo qaedista di Al-Nusra. 

Sfondati i check-point 

È stata proprio Jabat al-Fatah la punta di lancia dell’attacco. Con veicoli blindati imbottiti di esplosivo, guidati da kamikaze, i ribelli jihadisti hanno sfondato le linee dell’esercito siriano nei distretti di Dahiyat al-Assad e 1070 e hanno conquistato la zona industriale di Minyan e numerosi check-point dei governativi. Ora l’obbiettivo è spingersi verso Ramouseh dove già lo scorso agosto gli insorti erano riusciti ad aprire una breccia per qualche giorno, senza però poter portare aiuti e rifornimenti agli assediati. “Questa battaglia è per rompere l’assedio di Aleppo e porre fine all’occupazione da parte del regime di Aleppo occidentale”, ha specificato Abu Yusef Muhajir, comandante militare di Ahrar al-Sham. 

Strage di civili 

L’offensiva è coincisa con nuovi bombardamenti in città. Almeno 15 civili sono stati uccisi e oltre 100 feriti dai razzi sparati dai ribelli contro i quartieri occidentali di Aleppo. Secondo l’Osservatorio siriano per i Diritti umani i ribelli hanno sparato “centinaia” di colpi e hanno anche colpito una scuola. Due giorni un raid, probabilmente russo, ha invece distrutto una scuola vicino a Idlib e ucciso 22 bambini.

Oggi il Parlamento è preso in giro, da un governo truffatore, un domani con il cambiamento costituzionale ancora peggio


In Senato, De Filippo vs Barani sull’Aifa: quando non far capire serve a far capire

In Senato, De Filippo vs Barani sull’Aifa: quando non far capire serve a far capire

Roma, 28 ottobre – Da una parte il sottosegretario di Stato per la Salute Vito De Filippo, a rispondere ai quesiti posti al Governo dal senatore di Ala Lucio Barani, con un interpellanza e un’interrogazione nelle quali chiedeva chiarimenti sia sulla determinazione da parte di Aifa del prezzo di un farmaco innovativo per l’epatite C, denunciando la conduzione di una trattativa secretata e la sottostima del numero dei malati di epatite C, sia su ealcuni incarichi dirigenziali ricoperti all’interno dell’Aifa e alcune vicende a essi riferibili.
Dall’altra, lo stesso interrogante, il sen. Barani, tutt’altro che soddisfatto delle risposte fornite dal rappresentante del governo.
Il tutto è ovviamente documentato dal resoconto della seduta d’assemblea di ieri pomeriggio, al quale rinviamo i lettori interessati e di (molta) buona volontà: le spiegazioni di De Filippo da una parte, respinte con la riproposizione delle stesse accuse da Barani, sono il paradigma perfetto di quanto sia difficile (impossibile?) in sede politico-istituzionale fare chiarezza su un fatto e/o un comportamento, quali che siano, restituendo con accettabile approssimazione qualcosa che assomigli alla verità.
È istruttivo (e invitiamo caldamente a farlo) leggere il “confronto” di ieri tra un esponente di governo e un senatore eletto dal popolo (?) su fatti che riguardano la salute pubblica – e quindi ognuno di noi – e dover concludere che, su quei fatti e su eventuali responsabilità ad essi connesse – ne sappiamo esattamente quanto prima: ovvero niente che sia anche solo lontanamente apparentabile a uno straccio di certezza. E non bastano davvero le consuete e consunte dichiarazioni sulla “oggettiva complessità della questione – e sottolineo la parola complessità – unitamente a un quadro normativo particolarmente complesso,  risuonate in Aula anche ieri, per giustificare ciò che  non è giustificabile, ovvero l’incapacità o, peggio, la mancanza di volontà, di arrivare a dare ai cittadini – almeno una volta – risposte chiare e credibili su faccende e vicende che, alla fine, riguardano la loro esistenza. Come – per rimanere in tema – la segretezza delle negoziazioni sul prezzo dei farmaci, roba da Spectre che esiste solo in Italia (eppure, do you remember?, il nostro è il Paese che ha conosciuto l’era Poggiolini…), in barba all’Anac di Cantone e alla invocatissima trasparenza.
“Poi dice che uno si butta a sinistra” sbottava il mai troppo compianto principe Antonio De Curtis (nella foto) nel film Totò e i Re di Roma.  Ma erano altri tempi: oggi, buttandosi  a sinistra, cadrebbe su De Filippo che sottolinea la parola complessità. E, per paradosso, cadrebbe pure su Barani, che è di destra, ma sostiene il governo di sinistra. Probabilmente non lo capirebbe né gli piacerebbe: troppo complesso, appunto. Come del resto per tutti gli italiani, ai quali risulta incomprensibile e lontana dalla realtà e dai bisogni dei cittadini la maggior parte del “personale politico” (come si chiamava una volta) che occupa le istituzioni.
Poi dice che uno si butta nell’antipolitica”, direbbe probabilmente oggi Totò. Consapevole che, anche in questo caso, tutto sarebbe fuorché una soluzione.

Monte dei Paschi di Siena - introdotto il Bail in senza uno schema di assicurazione sui depositi a livello europeo. Se un lavoratore deve andare in pensione anticipata deve prendere il mutuo e avere l'assicurazione sullo stesso. Questo significa che volevano i risparmi dei correntisti e basta.

Banche: Nagel, rivedere bail-in, fa piu' danni di quelli che vuole evitare

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) - Milano, 28 ott - "Questo tipo di legislazione va riconsiderato, perche' crea danni molto superiori a quelli che vuole evitare e non solo in Italia". Lo ha detto il ceo di Mediobanca, Alberto Nagel.
"Non dico che gli oneri dei salvataggi bancari debbano gravare solo sullo stato, ma un bail-in cosi' accentuato fa piu' danni del bail-out", ha sottolineato il ceo. La normativa dopo Lehman e' stata fatta "in modo miope, sono stati fatti grandi danni. Trovo molto grave che sia stato introdotto il bail-in senza introdurre uno schema di assicurazione sui depositi a livello europeo. Questo ha esposto i risparmiatori a danni anche superiori a quelli che si volevano evitare", cioe' non gravare con il bail-out sul denaro pubblico e quindi sui contribuenti, ha spiegato Nagel.
"Questo tipo di introduzione voleva evitare che il 'moral hazard' di banchieri e banche aggressive spingesse verso attivita' troppo rischiose", perche' potevano contare su un salvataggio con il denaro pubblico. "Per evitare questa deriva si e' presa una deriva peggiore e in alcuni paesi, come l'Italia, questo ha portato una lente di ingrandimento sul sistema bancario, creando la situazione odierna", ha rilevato il ceo.

Monte dei Paschi di Siena - i conti non sono a posto, un Piano industriale che fa acqua, il governo che ci ha messo il suo... la convivenza poggia sulla fiducia

Siena, i banchieri e lo spauracchio del bail in

di ANDREA GRECO
28 ottobre 2016

Alberto Nagel conosce bene la situazione del Monte dei Paschi. Mediobanca, che dirige da un decennio, è "legatissima" a Siena, ed è il consulente principale (con Jp Morgan) dell'operazione che l'istituto ha in cantiere per rafforzare fino a 5 miliardi il patrimonio e vendere tutte le sue sofferenze. "Il lavoro fatto finora con gli advisor e la banca mi fa essere positivo, poi ci vuole anche un mercato positivo e aperto, non è tutto rimesso alla volontà dei partecipanti", ha detto sul dossier Mps. Ma ha anche detto: "Sulla terza banca italiana una situazione di incertezza, per non usare un termine peggiore, provoca un problema che è un multiplo di quanto visto con la risoluzione delle quattro banche l'anno scorso. L'alternativa è molto brutta, dobbiamo fare tutto il possibile per non trovarci". Forse perché gli investitori sanno che il banchiere milanese sa dosare bene le parole, l'azione Mps è sbandata al ribasso dopo le sue dichiarazioni.

In verità molti addetti ai lavori sanno che da quattro mesi la banca di Siena cammina sul filo: da una parte c'è la nuova vita, dall'altra un burrone. Ma i presentimenti sono diversi dalle dichiarazioni. Nagel ha squarciato il velo di Maia, dopo settimane che i banchieri d'affari come lui o quelli commerciali, rivali del nuovo capo di Rocca Salimbeni Marco Morelli, cercano di scongiuare lo scenario per cui il mancato salvataggio "di mercato" provochi l'innesco della procedura in vigore
da gennaio e che chiama in causa obbligazionisti e correntisti, con i soci, a pagare le perdite di una banca fino all'8% del passivo. Nagel, che ha anche criticato la direttiva Brrd come finora impostata ("per evitare condotte troppo rischiose dei banchieri coperte dal denaro pubblico s'è presa una deriva peggiore, e in paesi come l'Italia questo ha portato una lente di ingrandimento sul settore") ha parlato chiaro, coram populo. Ma quando i banchieri parlano in privato, da settimane, l'ipotesi di un bail in senese c'è sempre. Forse come rito scaramantico per prepararsi al peggio, forse perché credono di aver pagato abbastanza per i guai dei colleghi in crisi: il contributo ai vari fondi collettivi salvabanche quest'anno è già sui 7 miliardi, poco più di quanto guadagnato dal settore l'anno prima.

http://www.repubblica.it/economia/rubriche/affari-in-piazza/2016/10/28/news/siena_i_banchieri_e_il_bail_in-150790893/

Expo - la procura di Milano è assertiva nei confronti del Sistema Mafioso Massonico Politico rappresentato dal Pd e da Comunione e Liberazione

Expo 2015, il verbale di Baita: “A Milano sistema spartitorio di appalti tra CDO, Coop e grandi imprese”



Giustizia & Impunità

Il documento è contenuto nella richiesta di archiviazione dell’indagine sull'assegnazione dei lavori per la "Piastra" Expo che non è stata accolta dal gip di Milano. L'ex numero uno della Mantovani parla di una "spartizione di massima" e accusa la rete delle cooperative, l'associazione degli imprenditori vicina a Comunione e Liberazione e le aziende edili milanesi
di F. Q. | 28 ottobre 2016

Nella “piazza di Milano” c’era “un sistema spartitorio degli appalti“, “una spartizione di massima dei lavori relativi alla Sanità” e a “Infrastrutture e costruzioni di Grandi Opere“. È quanto si legge nel verbale dell’imprenditore Piergiorgio Baita, riportato nella richiesta di archiviazione dell’indagine sull’appalto per la “Piastra” Expo. Una richiesta respinta nelle scorse ore dal gip di Milano Andrea Ghinetti. Nel verbale dell’ex numero uno di Mantovani, dalle cui dichiarazioni era originato questo filone d’inchiesta sull’esposizione universale del 2015, si entra nel dettaglio delle spartizioni: il primo appalto, relativo ai lavori connessi alla sanità, era “controllato” dalle “Cooperative e dalla Compagnia delle Opere“; l’altro, invece, dalle “grandi imprese nazionali di costruttori con prevalenza di quelle milanesi”.

L’inchiesta in questione era stata aperta nel 2014 ed era incentrata sulle presunte irregolarità connesse all’appalto della “piastra” dei servizi di Expo: la gara più rilevante, del valore di 149 milioni di euro. Cinque le persone indagate, tra cui gli ex manager di Expo Angelo Paris e Antonio Acerbo (che hanno già patteggiato condanne in altri filoni già chiusi). Il gip, respingendo la richiesta d’archivazione, ha fissato un’udienza per l’11 novembre al termine della quale potrà disporre o nuove indagini o l’imputazione coatta o convincersi per l’archiviazione.

La riduzione di lavoro a parità di salario è un classico esempio di come l'economia sia al servizio dell'uomo e non viceversa come fa il Capitalismo

Svezia: diminuiscono le ore di lavoro e aumenta la produttività

In Svezia, alla diminuzione delle ore lavorative sembra corrispondere un aumento della produttività.

di Vanessa_Romani
Pubblicato il 28 ottobre 2016 13:38



La Svezia sembra aver intuito quale sia il modo migliore per assistere ad un aumento della produttività, nonché alla felicità del lavoratore e quindi dell’individuo stesso.
L’esperimento, che consiste nel diminuire le ore di lavoro da 8 a 6, è partito dal comune di Göteborg, nella Svezia meridionale, dove i lavoratori avrebbero svolto le loro solite mansioni per 30 ore settimanali, percependo comunque il medesimo stipendio. L’iniziativa, nata dall’esigenza di ridurre le assenze di malattia e al contempo di favorire la produzione da parte dei lavoratori, sta riportando ottimi risultati.

Il sorprendente aumento della produttività


Non mancano i dubbi sulla buona riuscita di questo esperimento, considerando le esigenze eventuali delle amministrazioni riguardo le varie spese da sostenere.
Sorprendentemente – ma forse nemmeno troppo – i risultati sono stati molto buoni, basti pensare ai successi ottenuti nei centri Toyota che già tredici anni fa diminuì le proprie ore lavorative riportando un aumento degli introiti.

A questo si aggiunge il recente risultato ottenuto dalla casa di riposo Svartedalens in cui per la durata di un anno, 68 dipendenti hanno lavorato con un turno di 6 ore percependo lo stesso salario di quando ne lavoravano 8.
Un anno dopo questo esperimento, i ricercatori hanno costatato come, alla diminuzione delle ore lavorative, è corrisposto un vero e proprio aumento della produzione. Confrontando difatti la situazione dei dipendenti che lavorarono 6 ore, rispetto a quelli che ne lavoravano 8, i primi si sono ammalati la metà di quanto si sono ammalati i secondi, così come i primi hanno richiesto meno ore di permesso rispetto ai secondi.

Tra dubbi e speranze


Questi esperimenti, seppur non mancanti di buoni risultati, non esulano da critiche, come il fatto che l’ambito lavorativo su cui si è sperimentata la diminuzione di lavoro è diverso rispetto ad altri lavori come quelli di ufficio, pertanto non si può garantire che ci siano i medesimi risultati.
D’altra parte però, a questa critica si risponde con il risultato dei ricercatori che dimostrarono come non necessariamente, a un aumento di lavoro, corrisponda un aumento di produttività.
Un altro dubbio che si cela dietro questo esperimento è che ad un ridotto orario lavorativo debba corrispondere un’assunzione di altro personale che ricopra i vari turni e questo potrebbe scontarsi con la sostenibilità economica.

Al di là dei vari dubbi e critiche, un dato è certo: la Svezia sta cercando di pensare alla felicità dell’individuo che corrisponde all’avere del tempo personale con cui poter gestire la vita privata non tralasciando al contempo l’attenzione alla produttività.

Il Capitalismo cannibalizza se stesso per sopravvivere, l'Alternativa c'è, partire dalle comunità, dal territorio e mettere nell'economia la centralità delle persone

Ttip, Ceta e produttività. Come il capitalismo cerca di sopravvivere



di Giancarlo Ciullo | 28 ottobre 2016

Jeremy Rifkin nel saggio La società a costo marginale zero, L’internet delle cose, L’ascesa del commons collaborativo e l’eclissi del capitalismo (Mondadori) scrive: “Quando l’attività economica produttiva di una società si avvicina a costi marginali zero, la teoria economica classica e neoclassica non ha più nulla da dire. Se i costi marginali rasentano l’azzeramento, il profitto viene meno, perché il mercato non può più fare il prezzo di beni e servizi […] la logica operativa che fa del capitalismo un sistema per produrre e distribuire beni e servizi perde ogni significato […] perché la dinamica del sistema capitalistico trae alimento dalla scarsità. Ma se il costo marginale di produzione di quei beni e di quei servizi scende quasi a zero […] il sistema capitalistico perde la possibilità di fare leva sulla scarsità e la capacità di approfittare della dipendenza altrui”.


La società a costo marginale zero. L'internet delle cose, l'ascesa del «commons» collaborativo e l'eclissi del capitalismo

Il costo marginale è quello di produzione e commercializzazione di ogni “ulteriore” unità di bene o servizio, spese generali e investimenti esclusi, la sua riduzione è un processo in atto da sempre ma esploso negli ultimi decenni del Novecento, è globale, dovuta all’innovazione tecnologica e alla crescente produttività del lavoro non adeguatamente retribuita.

In altre parole è “efficienza” che, se in fisica equivale a produrre il medesimo lavoro con minore energia, in economia significa soddisfare i bisogni correnti con minori risorse e generando minor Pil o soddisfare più bisogni a parità di Pil e occupazione. Gli effetti collaterali sono però: concentrazione della ricchezza nelle mani di chi può fare più efficienza (i grandi gruppi) e la scomparsa dell’inflazione.

La concentrazione della ricchezza comporta che i paesi produttori, anche a fronte di un moderato aumento del Pil pro capite, ammesso che riescano a tenere costante o aumentare l’occupazione, non altrettanto riescono a fare con il potere di acquisto dei propri cittadini che, nella media, si impoveriscono.

La scomparsa dell’inflazione è indice di un cambiamento dei fondamentali “classici”: se ci fosse richiesta di beni non soddisfatta (inflazione vera) le aziende riuscirebbero a farvi fronte in tempo reale e paradossalmente a prezzi minori. Grazie alle economie di scala infatti, oggi più domanda significa maggior produzione e prezzi più bassi, la “mano invisibile” regolatrice del mercato non funziona più e la piccola industria, non sempre in grado di fare queste economie, viene messa fuori mercato anche rispetto a piccole domande.

Se il sistema economico nel ‘900 riusciva a incrementare contemporaneamente la ricchezza prodotta, l’occupazione e il potere di acquisto oggi, superato un punto di non ritorno del “costo marginale”, occorre aumentare continuamente produzione e consumi solo per mantenere costante il Pil, non necessariamente l’occupazione e tanto meno il potere d’acquisto. E’ l’effetto Regina Rossa che è applicabile a parecchi sistemi dinamici complessi.

In Attraverso lo specchio di Lewis Carroll, la Regina Rossa dice ad Alice: “Qui, vedi, devi correre più che puoi per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte devi correre almeno il doppio”. Sintesi geniale di quello che sta succedendo, con una differenza fondamentale: se in molti altri sistemi è necessario “correre” per non perdere terreno rispetto ai competitori, in economia il sistema deve correre solo per sopravvivere a se stesso.

La morale è che il consumismo capitalistico, diventato efficientissimo nel produrre ricchezza, sta dilapidando il suo capitale più prezioso: i consumatori. Naturalmente la classe dirigente economica è perfettamente cosciente di quel che sta succedendo e constatato che l’economia moderna non funziona più molto bene rispetto al mondo in cui opera, invece di ripensarla come sarebbe logico, ha deciso di cambiare le regole del gioco (il Mondo) per non perdere la partita.

Se i problemi sono la produttività non adeguatamente remunerata e la sovra produzione (efficienza), il crollo della domanda interna (redistribuzione) e la scomparsa dell’inflazione (scarsità), le soluzioni sono: ulteriore produttività, con le riforme sociali e sul lavoro, l’imposizione di mercati sovranazionali con trattati economici (Ttip e Ceta) per soddisfare esternamente il disperato bisogno di consumatori che hanno i gruppi globali e il sostegno artificioso dell’inflazione con le politiche monetarie. Sull’efficacia di queste azioni correttive ognuno può farsi la propria opinione.

Cosa più grave si stanno esautorando gli Stati, specialmente della vecchia Europa (anche per questo è opportuno opporsi alla riforma costituzionale e votare NO al referendum) che evidentemente è meglio trasformare in aziende, governate da un amministratore delegato e un consiglio di amministrazione possibilmente nominati, dove i cittadini come piccoli azionisti contino zero.

Lo scopo è la privatizzazione degli asset e dei servizi pubblicima, temo anche, impedire gli investimenti nelle attività ad alto “costo marginale” che potrebbero rivitalizzare i consumi interni, ma che non sono affare per i grandi gruppi.

Cosa nostra e 'Ndrangheta si ritrovano e stringono alleanze con i medesimi soggetti in un'unica struttura, un'unico Sistema criminale integrato che ha condizionato, e condiziona pesantemente, il nostro Paese

GIORGIO BONGIOVANNI
''Mafia, 'Ndrangheta, Massoneria: così fanno affari gli Invisibili''
Dettagli Pubblicato: 28 Ottobre 2016

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i Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari
I pm reggini De Raho, Lombardo e Musolino sentiti in Commissione antimafia

In Calabria, e non solo, c'è una fitta rete di “Invisibili” a stretto contatto le criminalità organizzate assicurando lucrosi affari e guadagni milionari. E' questo il quadro che emerge dalle indagini condotte dalla Procura di Reggio Calabria, guidata da Federico Cafiero de Raho. I pm titolari delle indagini, Giuseppe Lombardo e Stefano Musolino, sono stati sentiti le scorse settimana di fronte alla Commissione parlamentare antimafia ed hanno descritto uno spaccato in cui Stato ed antistato sono a strettissimo contatto, confondendosi e mescolandosi l'un l'altro. L'esistenza di questo nefasto grumo di poteri viene supportato dalle dichiarazioni di diversi pentiti, calabresi e siciliani, che stanno consentendo all’ufficio di Procura di Reggio Calabria di fare luce sugli interessi delle organizzazioni criminali e proprio su quella rete di invisibili che ne permette la protezione e la “scalata” sociale. 
Proprio i collaboratori di giustizia hanno raccontato l'esistenza di un ulteriore livello criminale, a cui possono accedere soltanto i vertici della 'Ndrangheta reggina, che si è sviluppato intessendo rapporti con settori della politica, della finanza e, soprattutto, della massoneria. “Gallace Vincenzo, Ruga Andrea, Guardavalle e Monasterace – ha detto il pm Giuseppe Lombardo di fronte alla Commissione – ci hanno fatto capire che la ’ndrangheta che conta davvero (ecco l’intraneità a quel sistema criminale) sta lì, dentro un ambito massonico, è lì che si interfacciano una serie di soggetti e lì non si è più nemici dello Stato (lo dice in questi termini, cerco di riportarvi fedelmente le sue parole), ma lì lo Stato deve essere necessariamente amico, perché altrimenti il sistema criminale si inceppa e non si arriva a perseguire gli obiettivi prefissati”. Dunque una componente riservata in grado di entrare in contatto direttamente con il mondo della politica e dell'economia. Una divisione tra “'Ndrangheta dell'appartenenza” e “'Ndrangheta della sostanza” di cui hanno parlato dal 2010 pentiti come Roberto Moio, Consolato Villani e Antonino Lo Giudice, le cui dichiarazioni sono sotto la lente d'ingrandimento della magistratura.

Cosa nostra e la “componente riservata”
Ad essere inserita in questa sorta di élite criminale non vi sarebbero solo soggetti appartenenti alla 'Ndrangheta ma anche a Cosa nostra. Elementi in questo senso sono emersi dall'inchiesta “Mammasantissima”, così anche la mafia siciliana ha creato una struttura simile a quella calabrese per entrare in contatto diretto con quelli che il pm Giuseppe Lombardo chiama gli “ambienti strategici” della società. Il pm reggino ha così riferito che questa struttura ha collegamenti “con gli apparati istituzionali, con la pubblica amministrazione, con i professionisti, con le imprese che contano, con il sistema bancario, finanziario e con tutto quello che ne deriva, anche – permettetemi di sottolineare, perché è un tassello indispensabile – con il sistema informativo. Con sistema informativo mi riferisco non al sistema mediatico, ma al sistema che fornisce informazioni non di seconda mano, ma di primissima mano, soprattutto quelle che riguardano l’attività investigativa”.
La Procura di Reggio ha ripreso in mano vecchi atti di indagine, dando anche un'ulteriore chiave di lettura su certi fatti che hanno caratterizzato la storia del Paese.
Così sono stati ripresi in mano ben 52 procedimenti e tra questi anche l'assassinio del giudice Antonino Scopelliti, assassinato il 9 agosto del 1991 da killer reggini su mandanto di Cosa nostra siciliana, ma anche l'uccisione di alcuni carabinieri, sempre nei primi anni Novanta.
L'intenzione, ha spiegato sempre Lombardo, è quella di “dare ulteriori risposte su fatti di particolare gravità consumatisi in Calabria molti anni fa”.
Dalle inchieste è così emersa l'esistenza di una struttura sovrordinata alle tradizionali mafie già dal 1996. 
Tra le dichiarazioni raccolte dai pm reggini vi sono quelle di Antonino Fiume, pentito dell’ala destefaniana, che, parlando della Lombardia e delle frizioni che si erano create nella gestione del traffico di stupefacente, ha spiegato come fosse stata trovata un'intesa tra Cosa nostra e 'Ndrangheta e che in Italia “il sistema delle mafie è una cosa sola”. 
E' da questo spunto che i pm della Dda reggina hanno ascoltato diversi pentiti siciliani i quali hanno riferito dell'esistenza di una doppia compartimentazione ed un livello riservato composto da Riina, Bagarella, Messina Denaro i fratelli Graviano e il defunto Antonino Gioè, morto in circostanze misteriose in carcere nell'estate del 1992.
Boss mafiosi che avrebbero mantenuto stretti contatti con i pari grado calabresi, passando dai De Stefano ai Piromalli fino ai Nirta Pelle, anche detti Nirta La Maggiore.
Il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, l'uomo che schiaccio il pulsante del telecomando il giorno della strage di Capaci, ha fornito importantissimi elementi: “Io avevo un ruolo di grande peso all’interno di cosa nostra, però, se voi mi chiedete episodi specifici che collegano ’ndrangheta e cosa nostra, in questo momento non ne ricordo. Io ricordo soltanto una cosa: che già ai tempi di mio padre quando si parlava di ’ndrangheta non si parlava di ’ndrangheta, si parlava di De Stefano e sostanzialmente si diceva che esistevano rapporti di altissimo profilo tra Stefano Bontade e i fratelli De Stefano”. Anche Gaspare Spatuzza, il pentito che ha contribuito a riscrivere parte della storia sulla strage di via d'Amelio, ha fornito ulteriori spunti in questo senso, raccontando dei rapporti tra i Graviano ed i Nirta, soggetti da cui Cosa nostra acquistava armi pesanti. 
A confermare l'esistenza non solo dell'asse tra Sicilia e Calabria, ma anche della struttura segreta, vi sono anche collaboratori di giustizia più vicini all'ala corleonese di Leoluca Bagarella. 
Tra questi vi è, ad esempio, Antonino Calvaruso (autista di Bagarella) che ai pm ha fatto proprio i nomi dei membri di questa struttura segreta all'interno di Cosa nostra: “Guardi che, se lei va a chiedere a cento collaboratori di giustizia che non erano all’interno del nucleo ristretto di cui si avvalevano questi soggetti – e ci fa i nomi: Riina, Bagarella, Matteo Messina Denaro, i fratelli Graviano e Antonino Gioè, che muore suicida nel carcere di Rebibbia nell’estate del 1993 – le diranno che i rapporti non ci sono, perché non è questo un rapporto che deve essere conosciuto dal livello medio-basso. Le dico invece io, che di Bagarella ero autista, che questo rapporto esiste e il tramite (perché il tramite è sempre ben individuato, non è casuale) con la componente riservata della ’ndrangheta e quindi tra le due componenti riservate per quanto riguarda noi sono i Graviano”.
Lombardo, in Commissione, ha spiegato il motivo per cui si è deciso di ascoltare proprio i pentiti più vicini a Bagarella: “Avevamo delle indagini svolte in parte in Calabria, ma soprattutto in Sicilia nell’ambito dell’indagine Sistemi Criminali della seconda metà degli anni ’90 su Palermo, che ci spiegavano come una serie di progetti politici di matrice separatista avesse interessato soggetti che sapevamo essere parti della componente riservata, tra cui Paolo Romeo, e soggetti di vertice di cosa nostra”.
Altri soggetti ascoltati dai magistrati calabresi sono poi stati l'ex imprenditore Tullio Cannella, che ha parlato dei rapporti politici intessuti fra la mafia siciliana e quella calabrese in particolare nell'ambito del disegno separatista che si voleva promuovere soprattutto negli anni 'Novanta, e Gioacchino Pennino. Quest'ultimo, ex Dc, ha ricostruito i suoi viaggi d’infanzia al fianco dello zio che ogni quindici giorni andava in Calabria per partecipare a riunioni segrete di un enorme comitato d’affari, in cui si incontravano 'Ndrangheta, Cosa nostra, pezzi delle istituzioni, pezzi delle professioni ed appartenenti infedeli dei servizi di sicurezza. Sempre Pennino ha poi ricordato come fu Stefano Bontade a spiegargli che la rete di invisibili in Calabria era operativa da tempo e che in Sicilia, invece, era in fase di formazione nei primi anni Novanta.

'Ndrangheta e penetrazione economica
A spiegare, invece come l'organizzazione criminale calabrese sia capace di penetrare la vita politica ed economica del Paese è stato il pm Stefano Musolino, partendo proprio dalle indagini più recenti: “Si tratta evidentemente di situazioni nelle quali la 'Ndrangheta tenta sempre di entrare, lo fa con le modalità che le sono tipiche, che non sono l’esercizio dell’intimidazione aggressiva tipica della mafia siciliana, ma con quella che abbiamo definito nei nostri provvedimenti e ribadito nei provvedimenti dei giudici che ce l’hanno accolta, come una sorta di intimidazione dolce, in cui la 'Ndrangheta viene riconosciuta come parte integrante del sistema di potere dominante con il quale scendere a patti per poter portare avanti una serie di situazioni”. “Va detto anche – ha aggiunto - che per fortuna abbiamo trovato all’interno della pubblica amministrazione non soltanto una serie piuttosto numerosa di pubblici amministratori infedeli, ma anche qualche pubblico amministratore che si è preso la briga di provare a mettere dei paletti a questo strapotere dominante in particolare di Paolo Romeo che, come vi ha già detto il procuratore, è stato capace di costruire una rete relazionale che, a partire dal Parlamento italiano, è giunta fino al comune di Reggio Calabria e ai funzionari del comune di Reggio Calabria con un controllo anche attraverso la gestione di queste relazioni e di una serie di relazioni legate ai controlli di varie società anche a partecipazione pubblica che operano sul territorio, attraverso una serie di assunzioni, circostanza che trova il suo gemello anche nell’operazione Mammasantissima, ed è in grado di condizionare significativamente le competizioni elettorali”.
Il quadro che emerge dalle audizioni dei magistrati è chiaro ed è ancora più inquietante se si accosta anche ad indagini e processi, del passato e del presente (Dell'Utri, Contrada, trattativa Stato-mafia, Matacena, tanto per citarne alcuni). Non vi sono solo “teoremi giornalistici” o favole, ma atti e prove giudiziarie. Cosa nostra e 'Ndrangheta si ritrovano e stringono alleanze con i medesimi soggetti in un'unica struttura, un'unico Sistema criminale integrato che ha condizionato, e condiziona pesantemente, il nostro Paese.

la Libia di Gheddafi aveva il torto di cercare di fare gli interessi nazionali ed ora ci sono avvoltoi che vogliono spartirsi le spoglie della carogna. Tobruk e sul campo e in linea di principio ha messo una seria ipoteca per ricominciare a costruire e tutti dovrebbero passare per lì e non come il fantoccio Onu che si è inventato il fantoccio Serraj

LIBIA - 28 ottobre 2016 - 06:00

Crisi Libia, Arabia Saudita e Russia al centro delle nuove trattative

La comunità internazionale punta su Riad per venire a capo della disputa tra il governo di accordo nazionale, gli islamisti e il generale Haftar. Intanto Serraj cerca un avvicinamento con Mosca



di Manuel Godano

Dopo il sostanziale fallimento della conferenza internazionale di Parigi sulla Libia e il ritorno a Tripoli dell’ex premier Khalifa Ghwell, la comunità internazionale prova a cambiare strategia coinvolgendo l’unico attore internazionale che potrebbe risolvere questa crisi: l’Arabia Saudita.

Il regno di Casa Saud è stato interpellato dagli Stati Uniti con la richiesta di intervenire in Libia e di negoziare un accordo tra tutte le parti politiche coinvolte nell’impasse del Paese che si protrae ormai da mesi. I sauditi, d’altronde, sono gli unici ad avere canali diretti aperti con le parti in conflitto e il loro coinvolgimento potrebbe bloccare le interferenze degli altri due grandi attori del Golfo coinvolti nella questione libica: da un lato il Qatar, che insieme alla Turchia sostiene gli islamisti di Ghwell; dall’altro gli Emirati Arabi Uniti, che insieme all’Egitto e alla Francia appoggiano il generale Khalifa Haftar e il governo di Tobruk guidato dal premier Abdullah al-Thinni.

Un eventuale passo indietro da parte di Qatar ed Emirati potrebbe favorire la distensione. Riad starebbe già pensando a un luogo in cui indire una conferenza di solidarietà nazionale, che dovrebbe riunire tutti i principali interlocutori coinvolti a vario titolo nel labirinto libico. Il dubbio è se tenere il summit in Libia o in Arabia Saudita.

La memoria, in questo caso, non può non andare allo storico accordo negoziato a Ta’if, in Arabia Saudita, nel 1989, che pose fine ai quindici anni di guerra civile libanese. Anche se, al netto del peso politico che Riad può avere sulle trattative, le speranza di ottenere un risultato simile in tempi relativamente brevi al momento sono davvero poche.

Serraj chiede aiuto a Mosca

In parallelo, negli ultimi giorni si sono registrate anche manovre di avvicinamento tra la Russia e il Governo di Accordo Nazionale del premier designato dalle Nazioni Unite Faiez Serraj dopo i colloqui intercorsi tra questi e l’ambasciatore russo in Libia Ivan Molotkov. Nell’incontro Serraj ha dato il benvenuto all’avvio di una rafforzata cooperazione militare e sul piano della sicurezza tra i due Paesi. Il premier ha anche espresso il proprio nulla osta al ritorno delle aziende russe, esortando però a Mosca affinché usi tutte le leve in suo possesso per sospendere l’embargo sulle armi imposto alla Libia e rilasciare i fondi sovrani libici.

(Putin insieme all’ambasciatore russo in Libia Ivan Molotkov, foto Russia News)

Molotkov, da parte sua, ha manifestato il suo supporto al governo di Serraj e all’accordo di unità nazionale firmato nel dicembre del 2015, esprimendo la volontà del Cremlino di riaprire l’ambasciata a Tripoli non appena la situazione in città e nel Paese si sarà normalizzata. A seguito del faccia a faccia, un primo risultato Mosca lo ha già ottenuto. Poco tempo dopo i colloqui, i media libici hanno reso noto che quattro marinai russi accusati di traffico illegale di petrolio in acque libiche, e arrestati nel settembre dello scorso anno, sono stati liberati e hanno potuto fare ritorno alle loro famiglie a Grozny, in Cecenia. Altri tre russi, due militari e un ingegnere, rimangono invece ancora nelle mani delle forze di sicurezza libiche. Erano stati arrestati nel giugno di quest’anno sempre con l’accusa di traffico di petrolio. Ma è probabile che questa prima intesa raggiunta tra Serraj e la Russia sarà sufficiente per far rientrare presto in patria anche loro.

Le Filippine di Duterte vogliono giocare a tutto campo senza essere limitati a priore da scelte di campo di principio ma dettati da un sano realismo per il bene della Nazione

FILIPPINE - 28 ottobre 2016 - 15:00

Filippine, i buoni motivi che spingono Duterte verso la Cina
Miliardi di dollari in investimenti e una risoluzione consensuale della disputa sulle isole contese. Ecco perché si sta avvicinando a Pechino. Obama dovrà farsene una ragione



di Priscilla Inzerilli

Il “divorzio” dagli USA annunciato dal presidente filippino Rodrigo Duterte durante la sua visita in Cina tra il 18 e il 21 ottobre, la prima dopo la sentenza della Corte Permanente dell’Aia dello scorso luglio che aveva dato ragione a Manila negando ogni “diritto storico” della Cina sulle acque del Mar Cinese Meridionale, è stata rettificata pochi giorni fa. In perfetto “stile Duterte”, ad affermazioni controverse il presidente ha fatto seguire puntali smentite, secondo un copione a cui l’audience internazionale sembra essersi ormai abituata.

Il 21 ottobre il leader delle Filippine ha chiarito, usando toni più concilianti, che annunciando la sua “separazione” dagli Stati Uniti non intendeva recidere i legami con lo storico alleato, ma solo perseguire una politica estera più indipendente, rafforzando le relazioni con il vicino cinese. Parlare di separazione equivarrebbe a tagliare le relazioni diplomatiche, ma “è nel migliore interesse dei miei connazionali mantenere questa relazione”, ha affermato Duterte durante una conferenza stampa.

Nessuna notifica ufficiale riguardante modifiche o interruzioni nei rapporti bilaterali tra i due Paesi è in ogni caso pervenuta a Washington, come ha avuto modo di confermare il portavoce della Casa Bianca Eric Schultz, il quale non ha mancato inoltre di ricordare come gli USA rappresentino uno tra i partner economici più importanti per le Filippine, con investimenti diretti esteri per un ammontare di 4,7 miliardi di dollari.

Il volume delle attività di import-export con Pechino è sinora risultato poco significativo, se paragonato a quello tra le Filippine e gli altri Paesi asiatici facenti parte del “blocco” filo-USA, tra cui il Giappone, primo partner commerciale di Manila, in testa alla Cina e agli stessi Stati Uniti.


Eppure, considerando quanto accaduto in occasione del forum Cina-Filippine dedicato al business, nel corso del quale era stato annunciato il presunto “divorzio”, è possibile intravedere una “virata” da parte di Duterte – se non politica – sicuramente di natura economica. Devono essere stati i 24 miliardi di dollari di finanziamenti e investimenti cinesi e la possibilità di poter siglare con Pechino importanti accordi in settori come infrastrutture, commercio e turismo, ad aver fatto gola al presidente Duterte, e alle centinaia di imprenditori filippini presenti al forum, spingendolo a definire la Cina non un semplice Paese amico, ma “un fratello di sangue”.

L’eccessivo “calore” che Duterte ha manifestato nei confronti di Pechino preoccupa non poco Washington, soprattutto alla luce degli ultimi colloqui intercorsi tra il leader filippino e il presidente cinese Xi Jinping, con il quale è stata convenuta l’esigenza di focalizzarsi “sulla necessità di rafforzare la cooperazione”, lasciando da parte le reciproche differenze; ventilando inoltre la possibilità di arrivare a una risoluzione della controversia legata al diritto di sovranità sul cosiddetto Scarborough Shoal, un atollo di piccole dimensioni distante 250 km dalle coste filippine e 900 km da quelle cinesi, situato però in un’area del Mar Cinese Meridionale ricca di risorse naturali ed energetiche, attraverso la quale ogni anno transita un volume di merci del valore pari a circa 5mila miliardi di dollari.

Il repentino “invaghimento” del presidente Duterte nei confronti di Pechino può essere dunque verosimilmente considerato un elemento fondamentale nella ridefinizione dei futuri equilibri tra le potenze che si contendono il “pivot” della regione Asia-Pacifico. Almeno fino alla prossima smentita.

venerdì 28 ottobre 2016

Gorino - la comunità ha ragione e noi siamo sempre di più in mano a imbecilli che vogliono imporci la Immigrazione di Rimpiazzo

POLITICA

“Andate in Ungheria, senza di voi stiamo meglio": bufera sulle dichiarazioni del prefetto Morcone rivolte agli italiani


venerdì, 28 ottobre 2016, 00:52
di barbara pavarotti

Come può un’alta carica dello Stato, il prefetto Morcone, capo del dipartimento immigrazione del ministero degli Interni, parlare in modo tanto dispregiativo dei propri connazionali? Come può dire al Gr1 – radio del servizio pubblico, per il quale tutti paghiamo il canone - queste testuali parole riferendosi ai fatti di Gorino?

“Si devono vergognare di aver impedito la sistemazione di donne e bambini. Mi vergogno di averli come connazionali. Vadano a vivere in Ungheria, se non vogliono stare nel posto dove diamo accoglienza ai profughi. Noi staremo meglio senza di loro”.

Qualcuno si rende conto della gravità di queste frasi pronunciate da una figura istituzionale? O dobbiamo soltanto continuare ad accusare di razzismo, vigliaccheria, mancanza di solidarietà i 400 abitanti di Gorino? Come dire: degli italiani ne possiamo fare a meno, almeno di quelli – e il governo se ne faccia una ragione: sono circa la metà di una nazione spaccata - che chiedono il rispetto dei propri diritti e vogliono accogliere, sì, ma in base a una strategia, a un progetto a lungo termine e non solo frutto di un’accoglienza sempre emergenziale, sempre all’ultimo minuto, incapace di offrire, di fatto, una vera integrazione.

Bisogna parlarci con gli abitanti di Gorino per capire. Non sputare sentenze da Roma. Bisogna andare lì, in questo gruppo di case e una strada, per rendersi conto di come in una comunità tanto piccola, che vive della pesca alle vongole, dove non c’è nulla, nemmeno la scuola, i servizi essenziali, l’arrivo improvviso di un gruppo di migranti possa scatenare il panico. Ed è già successo, anche dalle nostre parti, nei nostri paesini, inutile far finta di nulla. Ma i gorinanti ora sono diventati una “vergogna nazionale”, si sono visti rovesciare addosso insulti di ogni genere e additati al disprezzo universale. Il ministro dell’Interno Alfano: quella - ovvero quel “postaccio” fra il delta del Po e l’Adriatico – non è l’Italia, come se questo gruppo di persone non risiedesse sul suolo patrio.

Lo stato schierato dà battaglia, sulla base di questo episodio, ai suoi stessi concittadini. Forse le uniche parole caute stavolta le ha dette Renzi, che, in vista del referendum, deve recuperare consenso e finalmente si accorge di essere il presidente del consiglio di tutti gli italiani: “ E’ una vicenda molto difficile da giudicare. Forse noi come Stato non siamo stati all’altezza”. E’ vero, purtroppo. Non sono stati all’altezza. Continuano a gestire un fenomeno che dura da anni sempre come fosse un evento straordinario. E fanno danni. Per i prefetti, che devono liberare i centri di prima accoglienza, va bene tutto: case, alberghi, immobili requisiti a forza, come l’ostello di Gorino. Mentre il sistema dell’accoglienza dovrebbe prevedere un monitoraggio preventivo, stabilire per tempo, cioè, quali sono le strutture idonee. Invece la soluzione sbuca dal cilindro all’ultimo momento, passando sopra le teste dei cittadini, dei sindaci, che, di fronte agli ordini prefettizi, nulla possono.

Tanto per chiarire, se non l’avete già letto: l’ostello requisito nell’arco di due ore a Gorino, di proprietà della provincia, è gestito da un’immigrata serba, che vive in una delle sei stanze. L’aiuta una ragazza proveniente dalla repubblica Ceca. Quindi entrambe ex profughe, accolte nella comunità con amore, che hanno investito anni di fatica e risparmi per tentare di far crescere turisticamente questo ostello, unica struttura ricettiva del paesino. E anche, visto che lì c’è il solo bar del paese, unico luogo di ritrovo degli abitanti. Per il resto a Gorino non c’è nulla, come dice il parroco don Paolo: un medico a ore solo alcuni giorni, due negozietti, il supermercato più vicino a 50 chilometri, per l’ospedale un’ora di strada.

Mentre il parroco cerca di capire, pur contestando le barricate, le ragioni dei suoi parrocchiani, l’arcivescovo di Ferrara tuona: “Quanto è accaduto ripugna alla coscienza cristiana”. E coscienza cristiana non vorrebbe che, tanto per rimanere dalle nostre parti, il famoso albergo “Villa del seminario” a Lucca, di proprietà della Curia, con le sue 36 stanze con 73 posti letto, wifi, telefono, bagno privato, riscaldamento, aria condizionata, fosse adibito ad alloggio per i migranti anziché ad albergo per turisti? Coscienza cristiana certo non vuole che su circa 20.000 parrocchie in Italia, soltanto 2500 accolgano i profughi.

Ma lasciamo stare la Chiesa e le sue contraddizioni. Torniamo a Gorino dove gli abitanti proprio non si sentono razzisti: “Per primi in Italia, dicono, abbiamo accolto i profughi bosniaci quando c’era la guerra. Abbiamo accolto i bambini di Chernobyl. Volevamo solo essere rispettati. Anche noi. Un esproprio del genere è roba da dittatura”.

E ancora: “Se vi dicono all’improvviso che a casa vostra arrivano 12 persone, non entrate nel panico? Se ci avvisavano prima, potevamo un po’ prepararci, anche disdire la prenotazione già prevista all’ostello per il fine settimana”.

Perché tutto, davvero, è accaduto all’improvviso. Il sindaco di Goro, di cui Gorino è frazione, spiega: “Non sapevamo nulla, nemmeno il numero dei migranti, chi erano. Ci hanno detto che dovevano arrivare entro 40 giorni, poi, nel giro di due ore, abbiamo saputo che il pullman era in arrivo, è stato chiuso l’ostello e requisite le stanze”.

Naturalmente, lettera morta è l’ultimo piano del Viminale messo a punto l’estate scorsa con l’Associazione comuni italiani, che prevede due, massimo tre migranti, ogni mille abitanti, giusto numero per favorire l’integrazione. Dodici richiedenti asilo in una comunità di 400 persone sono, in base a questo accordo, decisamente troppi.

Il problema esiste, inutile negarlo. E va affrontato con un minimo di preveggenza, non cancellando i diritti delle popolazioni. Non dicendo agli italiani: trasferitevi in Ungheria, senza di voi stiamo meglio. Per una frase del genere, gli italiani in massa dovrebbero chiedere le dimissioni di questo prefetto, seppur capo dell’immigrazione, obbligato quindi per ruolo a sostenere i diritti dei migranti. Ma non lo facciamo perché siamo un popolo rassegnato. Dov’è il rispetto degli italiani? Quelli che con tanta fatica, pagando le tasse, contribuiscono anche allo stipendio del prefetto in questione? No, i gorinanti non vogliono andare in Ungheria, hanno pieno diritto di rimanere sulla propria terra. Come tutti gli italiani che chiedono solo un piano di accoglienza sensato, basato su quote, e non emergenziale.

Alceste e la Migrazione di Rimpiazzo - il modello del rimpiazzo per farli accettare dagli imbecilli: Il bambino, la donna (incinta), l’uomo che fugge dalla guerra

Modello Boldrini (l’armata delle lacrime) [Alceste]
Posted on 28 ottobre 2016


Sull’accoglienza del migrante o profugo o quant’altro posso dire una cosa: è una delle cause della nostra disfatta come nazione.
Non ho, parimenti, alcun dubbio che tale disfatta sia voluta e pilotata.
Voluta a vari livelli, non sempre comunicanti fra loro.
La migrazione di massa fa data da un’altra disfatta, quella dell’Unione Sovietica. Fu quella disfatta ad aver liberato gli spiriti del vaso di Pandora della globalizzazione più folle.
La globalizzazione di uomini e merci dura da almeno venti anni, e oggi gode di una recrudescenza fortissima a causa delle guerre che la Nato ha scatenato.
Essa è alla base del deterioramento del tessuto sociale, economico e urbanistico italiano.
Guardate Roma: tutti ad arrovellarsi su cosa fare per Roma, come guarire Roma, come risollevare la comabonda Roma.
L’unica cosa che nessuno ammetterà mai è che l’immissione nella città di almeno mezzo milione di individui (senza qualifica, senza controllo e senza alcun rapporto con la comunità preesistente) la vera e precipua causa dell’abbassamento della qualità dei servizi e di un’anarchia sociale senza precedenti.
L’Italia tiene ancora dopo vent’anni e più di assalti perché ha ancora grasso da tagliare. Come detto in altri post, il grasso finirà.
Quando il grasso finirà ci sarà da ridere (o da piangere) e sarà troppo tardi per reagire.
La migrazione epocale in atto ha lo scopo di livellare in basso le conquiste per il benessere della piccola e media borghesia ottenute nel dopoguerra al riparo della Costituzione Repubblicana.
La migrazione di massa in atto nel nostro paese, inoltre, è parte della guerra civile italiana. Polizia, magistratura, media, larga parte del mondo economico assistito col soldo pubblico, i politicanti e le loro legioni di clientes la appoggiano. Essi rappresentano il patriziato.
Tutti coloro che non rientrano in questo cerchio magico, i plebei, la subiscono.
Il patriziato amante dell’invasione è una minoranza, ma ben oliata e organizzata.
I plebei che subiscono l’invasione sono un branco di pecore a cui basta l’abbaiare di un cane qualunque per rientrare nei ranghi. Anzi, a volte queste pecore non hanno nemmeno l’astuzia di riunirsi in un branco. Belano e basta. Spesso l’una contro l’altra.
Il patriziato occupano tutti gli spazi preposti della propaganda.
I plebei sfogano il livore su Internet e poco altro gli resta.
Il patriziato della propaganda si servono di un’arma formidabile: la compassione.
La compassione del politicamente corretto è usata in modo sistematico, tramite una serie di luoghi comuni ben definiti, che il patrizio della propaganda ha oramai mandato a memoria.
Esempio: se affonda un barcone questo barcone è quasi sempre di profughi, mai di clandestini.
Se il barcone affonda e ci sono morti fra i morti ci sono sicuramente un certo numero di bambini (il patrizio della propaganda sa, miracolosamente, da subito, quanti sono, onde stuzzicare la lacrima facile).
Se il barcone affonda e ci sono sopravvissuti, i sopravvissuti sono giovani donne.
Fra queste giovani donne è quasi sempre una donna incinta.
Oppure una vecchia che fuggiva dalla guerra.
Oppure un dissidente che fuggiva dalla guerra voluta dal dittatore che, sempre, è un dittatore sgradito alla Nato.
Tutti, infatti, fuggono dalla guerra, soprattutto se fuggono da una nazione che non contempla guerre in corso.
Questo il teatrino.
Anche quei razzisti di Goro e Gorino cosa hanno respinto?
Donne (una incinta), bambini, vecchi, profughi che scappano dalla guerra (quale guerra non si sa; fuggono dalla guerra in generale; inutile che controlliate).
L’essenza del politicamente corretto è questa: far sentire in colpa il terribile uomo bianco italico.
La sinistra sessantottina e il putridume dei centri sociali sono naturaliter terzomondisti, come la borghesia chic che legge gli inserti di Repubblica e Corriere.
I bianchi italiani, soprattutto i maschi, hanno sempre torto. Anzi, è loro la colpa. Gli abitanti di Goro sono colpevoli in quanto maschi, bianchi e italiani, soprattutto. Loro non lo sanno, ma le loro calde case e quei quattro soldi che si ostinano a difendere rappresentano l’emblema della colpa.
Chi ha una casa e qualche risparmio oggi in Italia è, infatti, un colpevole.
E di che?
Di tutto.
Delle colonizzazioni, della fame nel mondo, della lebbra in Asia, della mortalità infantile in Angola. Di tutto. Se non accogli sei colpevole. Devi accogliere per espiare la tua storia, uomo bianco.
Ce lo ripetono tutti i giorni. Anche oggi a Radio3.
L’ho sentito con le mie orecchie.
Degli abitanti di Gori il conduttore si vergognava profondamente.
Era davvero schifato.
Noi li abbiamo ridotti così, piangeva, e noi dobbiamo espiare, accogliere, aprire porte e case e cantine e alberghi.
Se non lo facciamo siamo dei Caino.
Capito, gretti abitanti di Goro?
E il prefetto? Un piangina mai visto.
E il sindaco? Buttava lacrime come la Madonna di Civitavecchia.
La compassione è un’arma cruentissima.
Nel 2016 serve a vincere guerre.
E questa è una guerra. Non fra Islam e Occidente, ma fra ricchi e (futuri) poveri.
La compassione … la compassione … ce l’hanno instillata giorno dopo giorno.
Il bambino, la donna (incinta), l’uomo che fugge dalla guerra.
Quante figurine può giocare la propaganda.
Il bambino, la donna, l’uomo che fugge dalla guerra – queste lacrimevoli statuine che usano per farci accettare l’inaccettabile – mi hanno fatto venire in mente un bellissimo racconto di Philip Dick, Modello 2 (Second variety).
Un racconto del 1953.
Ve lo riassumo in breve.
Scoppia una guerra nucleare fra Unione Sovietica e Stati Uniti.
L’Europa è spazzata via.
Gli Stati Uniti sono desertificati, tanto il loro Quartier Generale è costretto a trasferirsi sulla luna. Anche L’Unione Sovietica è un cumulo di macerie, ma conserva un vantaggio bellico consistente.
Finché i tecnici americani non inventano gli Artigli.
Gli Artigli hanno un unico scopo: rintracciare ogni forma di vita nemica (in tal caso i soldati russi) per annientarla. Si rivelano efficientissimi.
Lo scontro mondiale, grazie al nuovo ritrovato tecnologico, volge ora a favore degli americani.
Ma vi è un intoppo.
Le fabbriche che producono gli Artigli, completamente automatizzate e autosufficienti, sviluppano una sorta di autocoscienza e cominciano a produrre androidi di alto livello indistinguibili dagli esseri umani. E questi androidi, in modelli sempre più perfezionati (Modello 1, Modello 2, Modello 3, Modello 4), non cercano solo lo sterminio dell’Armata Rossa, ma di ogni parvenza di essere umano: russo, americano, tedesco, polacco.
E come questi modelli androidi riescono a infiltrarsi nei bunker atomici e a distruggere ogni forma di vita?
Grazie alla compassione.
A esempio, ecco il Modello 3, chiamato David, il Bimbo con l’Orsacchiotto.

“Era piccolo, giovanissimo. Poteva avere otto anni … indossava un maglioncino, azzurro scolorito, logoro e sporco, e dei pantaloncini. Aveva i capelli lunghi e arruffati, di colore castano. Gli ricadevano sul volto e intorno alle orecchie. Teneva qualcosa tra le braccia … Era un giocattolo, un orso. Un orsacchiotto. Il ragazzo aveva gli occhi grandi, ma senza espressione“.
I soldati russi vedono il bambino aggirarsi sulle spianate calcinate dalle battaglie termonucleari. Si impietosiscono. Aprono le porte del bunker.
Dice uno dei protagonisti, un maggiore: “Li abbiamo fatti entrare e abbiamo cercato di nutrirli. I soldati si affezionano subito ai bambini“.
Una volta entrato il piccolo androide David (David che tiene stretto il suo orsacchiotto) compie la strage. Centinaia, migliaia di David eguali l’uno all’altro, una folle teoria di automi, si insinuano nei più segreti avamposti del fronte russo. L’esito è devastante. Il fronte cede di schianto.
L’americano Hendricks si volta a guardare l’androide David (uno dei tanti), a cui un russo ha fatto saltare la testa: “Dai resti di David rotolò via una rondella. Si vedevano dei relè, il luccichio del metallo. Pezzi, fili. Uno dei russi diede un calcio al mucchietto dei resti, ne uscirono fuori i pezzi di un ingranaggio … rondelle, molle e asticelle di metallo … la parte frontale della testa era volata via, riusciva a distinguere il cervello artificiale, i fili, i relè, i tubicini e gli interruttori, migliaia di piccoli bulloni …”
Ma questo è solo uno dei modelli.
Ce n’è per tutti.
Ecco il Modello 1, il soldato ferito: “… seduto sul ciglio di un sentiero, con un braccio legato al collo, il moncherino di una gamba disteso, una rozza stampella in grembo“. La compassione vince di nuovo. Si spalancano i bunker: come resistere a un commilitone ferito, in fuga dalla guerra? Accogliamolo. Il modello Uno entra e fa strage, di nuovo. “Somigliano a delle persone, ma sono macchine … ne basta uno per far entrare tutti gli altri …”
Poi c’è il Modello 2, quello che sarà fatale alle linee e al quartier generale americano. Una ragazza, una diciottenne, capelli neri, occhi neri, smagrita dalla guerra. Il protagonista, Hendricks, mosso dalla compassione, le regala i codici per arrivare su Base Luna. Troppo tardi si accorgerà che il suo gesto pietoso avrà condannato l’ultimo avamposto degli Stati Uniti.
Il Bambino, l’Uomo che Fugge dalla Guerra, la Donna.
Dick s’è inventato anche il modello 4, Klaus Epstein, un empatico soldato austriaco (arruolatosi nell’Armata Rossa) dal dolce nome ebraico.
Al Modello 4 egli s’è fermato.
La propaganda non si ferma, però.
Modello 5: il giornalista dissidente in fuga dal dittatore (si diventa dittatori solo quando si è contro la NATO).
Modello 6: il “diverso” perseguitato dalla repressione del (feroce) dittatore.
Modello 7: l’intellettuale (che ha studiato nei paesi NATO) perseguitato (in contumacia) dalla (ferocissima) dittatura.
Modello 8: il povero vecchino centenario in fuga dalla repressione del feroce dittatore.
E così via.

La cosa che più mi disgusta, tanto che ormai non leggo o ascolto più niente, è che tale compassione falsa, stucchevole e strumentale ha provocato in me il rigetto sadico di ogni forma di pietas. E questo, per me che vengo dalla tradizione della sinistra comunista, è un vero capolavoro di demoniaca malvagità.

Dal racconto è stato tratto un film nel 1995 (Screamers. Urla dallo spazio) che ne snatura l’essenza profonda.
Vi consiglio, perciò, la lettura del testo originale.