Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 5 novembre 2016

Monte dei Paschi di Siena - facciamo bene a fissare nella memoria chi ha voluto affossare a priori l'alternativa per salvare la banca



Monte dei Paschi di Siena, Corrado Passera convocato in Consob

Giuseppe Ghiandi 4 novembre 2016

Monte dei Paschi di Siena, Consob ha deciso di vederci chiaro ed ha convocato l’ex ministro Corrado Passera, la prossima settimana atteso Marco Morelli.

Novità sull’intricata e spinosa faccenda Monte dei Paschi di Siena. Consob, infatti, vuole fare luce e chiarezza sulla vicenda e, per questo motivo, ha convocato l’ex ministro ed amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, per sentire la sua versione dei fatti sulla proposta avanzata dal manager, e poi successivamente ritirata, per il salvataggio ed il conseguente rilancio della banca.

L’ex ministro, al termine dell’incontro che si è tenuto nella sede dellaConsob a Roma, ha dichiarato: “Cominciamo a digerire la decisione che hanno preso, quella di non lasciarci portare avanti questo piano“. Poi, ha continuato, sempre in relazione al piano di salvataggio: “era un bel progetto, ho trovato gente che su progetti seri in Italia è pronta a investire e questo non è scontato“. L’ex ministro, proprio in settimana, aveva fatto un passo indietro poiché aveva accusato la banca di avere un “atteggiamento di totale chiusura” verso di lui, ma
 

soprattutto nei confronti degli investitori che aveva alle spalle, a cui erano state negate le “condizioni minime per rendere definitiva e impegnativa la proposta“, che era stata presentata lo scorso 13 ottobre. Questa importante svolta aveva portato il titolo Mps a guadagnareoltre il 100% sui mercati.

Ma l’ex ministro Passera non è l’unico ad essere stato convocato. L’Authority, infatti, vuole chiarire la situazione ed ascoltare tutte le parti in causa. Il prossimo convocato, per la prossima settimana, è Marco Morelli, amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, che, attualmente, sta concludendo il suo road show negli Stati Uniti d’America.

Intanto, l’Ansa ha riportato che, ieri, nella sede Consob, sono stati convocati anche dei vertici di Cassa depositi e prestiti, l’amministratore delegato Fabio Gallia e il presidente Claudio Costamagna, ma non si sa di preciso per quale motivo siano stati convocati. Pare che tale incontro, con il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, sia stato: “un incontro di carattere istituzionale, programmato in agenda già da tempo e in nessun modo legato con la convocazione di Corrado Passera, avvenuta successivamente“.

Banca Etruria - il Rossi riceve l'ennesimo esposto. Oggi sui 110 milioni di obbligazioni subordinate che investe l'intera struttura di comando della banca

ECONOMIA
Bancarotta Etruria quasi al traguardo, indagini alla volata finale

In procura il comitato "salvabanche" denuncia: 110 milioni di subordinate sospette
Ultimo aggiornamento: 4 novembre 2016


Sit-in contro salva-banche a Roma

Arezzo, 4 novembre 2016 - Sono tornati. Sì, in una tiepida mattina di novembre l’orologio sembra di colpo fare un balzo indietro di quasi un anno, ai tempi in cui le manifestazioni di protesta dei risparmiatori beffati riempivano le strade e anche i piazzali di Palazzo di Giustizia. E allora eccoli qui di nuovo gli azzerati di Banca Etruria raccolti dall’associazione «Vittime del Salvabanche», eccoli che si materializzano ancora davanti al Garbasso con un altro esposto in cui chiedono di indagare sulle emissioni di subordinate (ormai carta straccia) del 2013.

Il clima della protesta è il solito, sospeso fra la rabbia e il colore, fra gli slogan e i cartelli. Semmai, è l’atmosfera delle indagini che è cambiata. Perchè nel frattempo il pool dei Pm che indaga sul crac Etruria nei suoi vari aspetti, dalla bancarotta alla truffa e al conflitto di interessi ha messo parecchio fieno in cascina, tanto che ormai per molti filoni siamo alla volata finale.

Il primo a tagliare il traguardo dovrebbe essere proprio la bancarotta, all’inizio del prossimo anno, il che ormai significa da qui a tre mesi. E’ il reato più grave fra quelli ipotizzati e in procura hanno deciso che debba avere la priorità. I casi chi ha seguito lo sviluppo delle indagini ormai li conosce a memoria: il maxi-finanziamento (solo la vecchia Bpel ci ha rimesso una trentina di milioni) dello Yacht di Civitavecchia, i fidi per la società San Carlo Borromeo del guru Armando Verdiglione e per la Isoldi dello spregiudicato finanziere romagnolo omonimo, due situazioni nei quali i prestiti venivano decisi a tempi da record, con istruttorie lampo di pochi giorni o addirittura di 24-48 ore.

Si aspetta solo l’informativa finale della Guardia di Finanza, si aspettano le conferme alla relazione del curatore fallimentare Giuseppe Santoni. Poi si andrà di corsa, anche a costo di tagliare fuori alcuni spunti di inchiesta che non hanno per ora trovato riscontro. Come le presunte raccomandazioni in favore della figlia dell’ex presidente Giuseppe Fornasari che sarebbero state inviate al cardinale Tarcisio Bertone, ex segretario di stato. Manca la conferma diretta e se non si trova in tempi rapidi resterà un’ipotesi non contestabile.

Poi, da febbraio in poi, toccherà allo scenario della truffa sulle obbligazioni subordinate. Lo schema che viene presentato al procuratore capo Roberto Rossi da Letizia Giorgianni, presidente dei «salvabanche» e dai tecnici Vincenzo Lacroce («Amici di Banca Etruria») e Alvise Aguzzi è semplice. Nel 2013 Bpel era con l’acqua alla gola e Bankitalia alle calcagna che reclamava una ricapitalizzazione. Il modo più facile per farlo fu la vendita capillare di 110 milioni di subordinate in due emissioni, a un tasso rassicurante per i risparmiatori, simile ai titoli di stato ma con un investimento assai più pericoloso.

Se le obbligazioni, si dice, fossero stato offerte a un rendimento adeguato, non il 3,5 ma l’8%, chi le comprava avrebbe avuto percezione del rischio reale. E poi c’è l’anomalia dell’iscrizione a bilancio: fra il 77 e l’85% del nominale, mentre venivano vendute e rendicontate al 100%. Rossi, che poi farà salire nel suo ufficio anche una delegazione dei manifestanti, fa capire che sono tutte questioni già oggetto di indagine. I risultati si vedranno fra qualche mese. Poi il corteo si scioglie fra gli ultimi slogan. Ormai per il redde rationem è solo questione di tempo

di Salvatore Mannino

Tipico del nostro al governo, fugge fugge veloce veloce e non affronta le vere questioni

Politica e giustizia
Firenze, processo su escort e sprechi di denaro pubblico: Matteo Renzi non sarà in Aula
04/11/2016 11:21:00
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Il premier non potrà esserci a causa di "impegni istituzionali". Maiorano: "Sono schifato! Il presidente del Consiglio ha paura di un usciere?"
di Chiara Rai
L’8 novembre il presidente del Consiglio Matteo Renzi non potrà essere in aula al Tribunale di Firenze per la deposizione testimoniale nel processo sui presunti sprechi di denaro pubblico che, secondo quanto denunciato dal dipendente comunale di Firenze Alessandro Maiorano, sarebbero stati effettuati per fini personali dal premier Renzi, sia in veste di presidente della Provincia di Firenze, sia di sindaco di Firenze.

In questo processo, Maiorano è chiamato a difendersi, sul banco degli imputati, dall’accusa di diffamazione rivoltagli da Matteo Renzi per questa vicenda. La comunicazione relativa il premier è stata inviata dal legale di Renzi al Tribunale di Firenze. L’Avvocato Carlo Taormina, difensore di Maiorano, conferma: “Nella comunicazione del legale di Renzi si legge che l’8 novembre il premier non potrà partecipare a causa di impegni istituzionali. In queste ore, probabilmente sarà fissata una prossima udienza. Siamo già al terzo rinvio e ci auguriamo veramente che questa prossima udienza sia fissata quanto prima”. Di fatto Taormina ci spiega che di aver già avanzato alla dottoressa Bonelli la richiesta di poter acquisire la deposizione testimoniale di Renzi nella sede istituzionale di Palazzo Chigi: “Il giudice si è riservato di decidere”. Ma probabilmente per evitare altri rinvii sarebbe quantomeno una soluzione più snella.
Taormina intende rivolgere delle domande a Renzi concernenti gli sprechi e l’utilizzo di denaro pubblico per fini personali, già oggetto di denunce ed indagini giudiziarie, la frequentazione di escort a Palazzo Vecchio ma anche riguardo alcune intercettazioni effettuate dalla Guardia di Finanza, su varie linee telefoniche della sede del municipio fiorentino, mirate ad accertare presunti casi di assenteismo dei dipendenti comunali.

Indagini ed intercettazioni che di fatto si sono rivelate determinanti per far emergere che un funzionario del Palazzo facesse sesso in ufficio durante l’orario lavorativo e che Massimo Mattei, ex assessore al Decoro urbano della giunta Renzi avesse concesso una casa della “Cooperativa Il Borro” ad una nota escorts che sembra frequentasse molto spesso le stanze di Palazzo Vecchio.
Maiorano commenta a caldo quest’ennesimo rinvio: “Sono nauseato e schifato: sono tre anni che il presidente del Consiglio deve venire in Aula. Ha forse paura di un usciere? Ha paura di prendersi le proprie responsabilità e affrontare un cittadino in un Aula di Tribunale?”

I russi si scoprono Nazione nel pieno decadentismo dell'Occidente

Mosca, lo stato dell’arte sulla ‘nazione russa’ nell’anno di grazia 2016

Mondo

di Giulietto Chiesa | 4 novembre 2016

Il 4 novembre è divenuto, in Russia, ufficialmente, ormai da tempo, giornata dell’”Unità Popolare”. Il ponte che si crea, dal 4 al 7, serve ottimamente per sostituire le feste che caratterizzarono, per decenni, l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Così i russi non hanno dovuto cambiare abitudini, pur avendo cambiato il regime politico. Infatti, a me che sono stato invitato ad assistere e intervenire alla X Assemblea del Russkij Mir (Il Mondo Russo), Mosca è apparsa come alla vigilia del nuovo anno. Insomma, tutti in auto a fare le compere.

Ma quest’anno Putin ha deciso di pigiare il piede sull’acceleratore e ha riempito di contenuti una data altrimenti vuota. Ed è un vuoto di ideali che, da 25 anni, non è ancora stato riempito da niente. Per questo, alla vigilia del giorno dell’”Unità del Popolo”, ha proposto alla Duma, la Camera bassa, di cominciare il lavoro per un disegno di legge “sulla nazione russa”. Segnale forte. Ma questo 4 novembre c’è un altro segnale equivalente a un colpo di scena. La mattina Putin in persona è andato a portare una corona di fiori al monumento dedicato a Minin e Pozharskij, la coppia di eroi russi che organizzarono l’esercito di volontari che cacciò i polacchi dal Cremlino e pose fine al “periodo dei Torbidi “, nel 1612. Il monumento al principe Pozharskij e al commerciante Minin è sulla Piazza Rossa, più o meno dove fu sistemato dallo Zar Alessandro Inel 1818.

E poi c’è il terzo colpo di scena. Dalla Piazza Rossa Vladimir Putin ha fatto un mezzo giro del Cremlino per andare a inaugurare — insieme al patriarca ortodosso Kirill —il monumento nuovo di zecca al Principe Vladimir, colui cui la storia russa attribuisce la cristianizzazione, il battesimo, della Russia. E qui i significati diventano straordinariamente attuali, sebbene l’evento risalga all’incirca al 988. Fu in quella data che Vladimir il Grande si fece battezzare a Kherson (Crimea) e poi diede ordine alla sua famiglia e alla intera popolazione di Kiev (odierna Ucraina) di battezzarsi nelle acque del Dnepr.

Inutile sottolineare ciò che si vede in trasparenza: Minin e Pozharskij servono a ricordare all’Occidente (e in primis alla Polonia), che la Russia è vigilante. Vladimir il Grande serve a ricordare all’Occidente, sul fronte sud-est, che la Russia è nata in Crimea e che la cristianità ortodossa del mondo russo è nata a Kiev. Sulla salita di fronte alla Porta Borovitskaja si è dunque celebrato un vero e proprio atto politico che, visto dall’interno della Russia odierna, è denso di implicazioni.

La Russia di questi tempi è piena di “sorprese”: da interpretare con strumenti concettuali nuovi. Paese che ha subito una svalutazionedella propria moneta del 40% e oltre, e che si trova in una significativa recessione economica a causa anche delle pressioni esterne (sanzioni e guerra di Siria, politica di riarmo e modernizzazioni delle sue forze armate), ma che invece di manifestare segni di demoralizzazione e di sfiducia, sembra ritrovare se stesso e, in ogni caso, manifesta una incrollabile fiducia nel suo leader.

Del resto Putin marcia deciso con l’appoggio di tutti e quattro i partiti della Duma, ciascuno dei quali ha una propria linea “nazionale” (o, se si preferisce, nazionalista), ma nessuno dei quali si discosta di un millimetro dalla sua politica estera.

Gli unici che sono più nazionalisti di Putin e della Duma al completo, sono numerosi gruppi di vario orientamento, di sinistra, di destra, misti che nel giorno dell’Unità del Popolo, quest’anno hanno manifestato in tre diversi posti della capitale, gli uni in polemica con gli altri. Niente più un’unica “marcia popolare”, come negli scorsi anni. Tutti hanno avuto la regolare autorizzazione della polizia. Anche il partito non registrato ufficialmente di “Grande Russia”, che ha convocato la sua assemblea pubblica chiamando a manifestare tutti i cittadini “salvo i liberasti e gli amici del Cremlino”.

Made in Italy per rispettarlo e farlo rispettare cominciamo dalle etichette inequivocabili

Pasta con etichetta “100% grano italiano”, la proposta dei 5 Stelle. In primo piano il caso Foggia


ANSA-ARCHIVIO/ KLD











ANSA-ARCHIVIO/ KLD
Garantire nell’etichetta della pasta l’indicazione obbligatoria “100% grano italiano”, quando la semola è appunto derivante interamente da grano made in Italy, oppure, per gli altri casi, la dicitura alternativa “miscela di grani”. È questa la discriminante, proposta in un ordine del giorno richiesto dai deputati 5 Stelle della Commissione Agricoltura alla Camera e approvato dall’Aula di Montecitorio, con l’obiettivo, chiaramente, di tutelare sia uno dei prodotti-simbolo dell’agroalimentare nazionale sia l’acquisto consapevole ed informato dei consumatori.
Chiediamo pertanto che, come sta avvenendo con l’indicazione di origine delle materie prime usate nei prodotti lattiero-caseari – dichiara il deputato pugliese Giuseppe L’Abbate, capogruppo M5S in Commissione Agricoltura – si faccia lo stesso con il grano, vista la forte crisi che da tempo investe il comparto”. Il riferimento è alle dichiarazioni del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda in merito al possibile avvio di una sperimentazione dell’indicazione di origine obbligatoria a livello europeo nelle etichette alimentari dei prodotti lattiero-caseari. “Infine – conclude L’Abbate (M5S), che mercoledì mattina aveva partecipato al sit-in dell’associazione di produttori GranoSalus sotto la Camera di Commercio di Foggia – non possiamo che tornare a sollecitare l’avvio della Cun (Commissione Unica Nazionale) per il grano, che vede nel capoluogo dauno la sua sede naturale: da quando il mio emendamento è divenuto legge sono trascorsi oltre 14 mesi. Un tempo necessario, direi, per dare finalmente concretezza ed operatività a leggi fondamentali per il rilancio del settore primario italiano. Attendiamo fiduciosi”.

le malefatte degli ebrei sono tante e gravi demolire le case mina l'essenza dell'uomo, che siano maledetti

ISRAELE. Migliaia protestano contro la demolizione di case nel Negev

05 nov 2016
beduini, demolizioni case, Israele, Negev
by Redazione

VIDEO. La protesta delle comunità beduine è stata innescata dall’arrivo bulldozer israeliani, al lavoro sotto la protezione della polizia



di Middle East Monitor

(traduzione di Cristiana Cavagna – Zeitun.info)

Roma, 5 novembre 2016, Nena News – Migliaia di abitanti del Negev hanno manifestato (nei giorni scorsi, ndr) di fronte all’edificio del Consiglio Regionale di Ramat Hanegev, per protestare contro la demolizione di case nel Negev ed il feroce attacco a Bir Hadaj, dove sono state demolite parecchie case con il pretesto di licenze di costruzione illegali. I manifestanti hanno bloccato il traffico sull’autostrada 40, in accordo con la polizia, impugnando cartelli di condanna contro le demolizioni e di appello per la cessazione di questi crimini nel Negev. Vi erano sindaci, attivisti pubblici e politici e forze nazionali.

La protesta è iniziata dopo che bulldozer israeliani, sotto la protezione della polizia, hanno demolito le case di famiglie vissute nella comunità per generazioni, lasciandole senza casa e costringendole a spostarsi in tende per ripararsi.

Poiché il governo israeliano rifiuta di riconoscere i 51 villaggi del Negev – compresi quelli costituitisi prima della nascita dello stato di Israele – i residenti si sono trovati di fronte al trasferimento dopo che le forze israeliane hanno incrementato le demolizioni nella zona e confiscato la loro terra e proprietà. La zona viene destinata alla costruzione di città e fattorie ebree sulle rovine dei villaggi arabi.

I cittadini arabi del Negev e dei territori palestinesi hanno fatto appello alle organizzazioni internazionali umanitarie e per i diritti umani perché si rechino nella zona e testimonino i crimini compiuti contro i suoi abitanti. Nena News


L'Imbecillità al governo ci ha messo in questa situazione veramente vergognosa è certo che se andiamo a votare il 4 dicembre daremo una bella strigliata a questi falsi e incapaci

POLITICA
REFERENDUM RINVIATO? / News, Padoan e Poletti mettono in guardia:"Instabilità con il No" (oggi 5 novembre 2016)

Redazione
sabato 5 novembre 2016


REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016 RINVIATO? RICORSO ALLA CONSULTA, NEWS (ULTIME NOTIZIE OGGI, 5 NOVEMBRE). PADOAN E POLETTI AVVISANO: INSTABILITÀ SE VINCE IL NO - 
Dalla Leopolda 2016, dove presenziano in qualità di ministri dell'Economia e del Lavoro del Governo Renzi, Pier Carlo Padoan e Roberto Poletti ribadiscono il loro sì al referendum costituzionale 2016 mettendo in guardia da un'eventuale vittoria del No. Il responsabile dei conti pubblici a Corriere.it spiega che se vincesse il Sì "ci sarebbe un beneficio. La situazione è delicata perché i mercati stanno aspettando l’esito di alcune consultazioni, non solo quella italiana". Poletti da parte sua chiarisce:"Se al referendum del prossimo 4 dicembre vincerà il Sì, allora il governo andrà avanti, farà le riforme promesse, e chi ha investito sulla stabilità continuerà a farlo". In caso contrario "si creerebbe un'incertezza grave che bloccherebbe gli investimenti per un certo periodo di tempo. Non vuole essere una dichiarazione 'terroristica', mi sembra ovvio".

REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016 RINVIATO? RICORSO ALLA CONSULTA, NEWS (ULTIME NOTIZIE OGGI, 5 NOVEMBRE). CUPERLO PRONTO A DIRE SÌ -
Mentre l'ipotesi di un referendum costituzionale 2016 rinviato sembra essere ad un passo dallo svanire del tutto, continuano le trattative tra il Partito Democratico e Gianni Cuperlo per convincere quest'ultimo ad esprimere il suo Sì alle riforme renziane. Come anticipato da alcune fonti democratiche a La Repubblica sarà firmato probabilmente nella giornata di oggi dal vicesegretario Lorenzo Guerini, dai capigruppo Ettore Rosato e Luigi Zanda, dal presidente Matteo Orfini e dal leader di Sinistradem il documento che si impegna a cambiare l'Italicum. Cuperlo da par suo aspetta in silenzio che sia Renzi a fornirgli le assicurazioni da lui richieste per garantire il suo appoggio al referendum, mentre il capogruppo alla Camera Ettore Rosato è più speranzoso:"Confidiamo che il lavoro fatto dia buoni risultati. Del resto, abbiamo lavorato sempre insieme."

REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016 RINVIATO? RICORSO ALLA CONSULTA, NEWS (ULTIME NOTIZIE OGGI, 5 NOVEMBRE). ONIDA, ANCORA POSSIBILE RINVIO - 
Un referendum costituzionale che ormai sembra destinato a gareggiare senza più ostacoli verso il voto del 4 dicembre 2016: forse, quantomeno, stando alle ultime ostinate parole del Presidente Emerito della Consulta Valerio Onida che ha presentato settimane fa il ricorso che potrebbe ancora far cambiare pelle al referendum (e colorito anche di Renzi, ndr). La richiesta di congelare il voto e rinviarlo per far valutare alla Corte Costituzionale la possibilità di spacchettare i punti della riforma Boschi in modo da rientrare nel misterioso (secondo Onida) caso delle competenze Stato-Regioni, imputabili di non essere inserite dentro ad altre decisioni da prendere con un solo Sì o No. Il rinvio della decisione del Tribunale di Milano sul ricorso Onida alla prossima settimana non ha fermato lo stesso costituzionalista fermo contestatore del Sì: «Nel caso in cui il Tribunale di Milano dovesse decidere per la remissione alla Corte costituzionale del ricorso presentato sul referendum costituzionale del 4 dicembre ci potrebbe essere un problema di sospensione e eventualmente i poteri li avrebbe la Corte costituzionale». Lo ha detto lo stesso costituzionalista a margine di un convegno organizzato dalla Legacoop Lombardia. Secondo Onida è ancora possibile bloccare il voto e sconvolgere così l’intera politica italiana, già da mesi bloccata praticamente dalla campagna elettorale: «Al giudice civile non si è chiesto e non si poteva chiedere di sospendere il referendum. La richiesta è di demandare alla Corte costituzionale il problema se sia o non sia illegittima costituzionalmente la legge del referendum laddove non prevede di articolare i quesiti quando l'oggetto della legge è disomogeneo. Aspettiamo la decisione del giudice». Cambierà davvero qualcosa con l’intera macchina organizzativa del voto che sarà già iniziata e a circa metà dell’opera?

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2016/11/5/REFERENDUM-RINVIATO-News-ricorso-a-Corte-Costituzionale-parla-Onida-rinvio-ancora-possibile-oggi-5-novembre-2016-/731723/

Monte dei Paschi di Siena - una partita giocata malissimo, con la Jp Morgan che aspetta come un avvoltoio grazie a Renzi

Giulio Sapelli
Per economista Mps ha vento contro


Giulio Sapelli © ANSA

Redazione ANSAMILANO
04 novembre 201618:4

"Marco Morelli sta facendo il giro delle 18 chiese, ma mi pare che il vento tiri contro". Per Giulio Sapelli il piano di salvataggio di Mps "è molto complicato e molto complesso. Richiede un grande sforzo del mercato per la raccolta del capitale". E poi c'è "un ulteriore elemento di preoccupazione", l'ispezione della Bce. "E' vero che in Toscana si mangia bene - dice - ma se gli ispettori sono lì da maggio può significare anche che qualcosa sta emergendo".
Sapelli è un economista che parla senza filtri, che non usa giri di parole, che va dritto al punto. Insegna storia economica ed economia politica all'Università di Milano e conosce bene le vicende senesi, visto che dal 2000 al 2001 è stato presidente della Fondazione Mps, su nomina del ministero del Tesoro.
Gli ispettori di Francoforte stanno studiando i crediti della banca che, però, sono già stati oggetto di diverse due diligence. "Effettivamente - spiega Sapelli - la Bce non ha più strumenti degli altri, ma magari possono esserci cose che finora non si sono volute trovare. In ogni caso, mi auguro che il cda di Mps chieda alla Bce di rendere noti i risultati, perché non è possibile affrontare un aumento di capitale così ingente avendo sulle spalle la scimmietta dell'ispezione".
Fra le ipotesi allo studio di Mps c'è quella di lanciare la conversione volontaria dei bond senior. "E' un'operazione intelligente, giusta, tecnicamente ineccepibile - dice Sapelli - che permette di chiedere meno capitale. Ma dimostrerebbe che sono con l'acqua alla gola, che il tempo corre e che sono coscienti di chiedere un capitale superiore a quello che l'andamento attuale del mercato consente".
Secondo Sapelli, il referendum non influirà sul futuro della banca senese. "Non c'entra nulla - dice - Spero che il Governo continui a fare il proprio lavoro, al di là del risultato. Anzi, Renzi dovrebbe mandare messaggi rassicuranti e dire che, comunque vada, non si dimetterà".
Il futuro della banca? "Continuerà ad esistere anche se l'operazione di Morelli non andasse in porto - conclude Sapelli - Bisogna vedere in quali condizioni, con quali occupati, con quale ruolo. Ci sarà una nazionalizzazione o la trasformazione in banca territoriale con garanzia dello Stato. O prenderà tutto Jp Morgan con qualche azionista arabo".

I legami tra Hillary e il terrorismo passano anche attraverso la Huma Abedin


STATI UNITI D'AMERICA - 04 novembre 2016 - 12:00

I segreti di Huma Abedin, il braccio destro di Hillary Clinton

Il capo dello staff della candidata democratica torna sotto i riflettori dopo l’ennesimo scandalo sessuale dell’ex marito. Ma a preoccupare sono i suoi legami con organizzazioni accusate dagli USA di finanziare il terrorismo


di Rocco Bellantone

I segreti di Anthony Weiner e della sua ex moglie Huma Abedin stanno ostacolando in maniera sempre più preoccupante il rush finale di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca. Tutto ha avuto inizio lo scorso 28 ottobre, giorno in cui il direttore dell’FBI, James Comey, ha comunicato al Congresso che durante le indagini a carico dell’ex congressista Anthony Weiner – coinvolto per la terza volta dal 2011 in uno scandalo sessuale per aver inviato una sua foto da nudo a una ragazza minorenne – tra le mail sotto osservazione ne sono emerse alcune mail collegate al server privato che la Clinton ha usato per gestire comunicazioni governative ai tempi in cui era segretario di Stato ma che aveva sempre tenuto nascosto.

È bene precisare che non vi è alcun collegamento tra lo scandalo sessuale che ha coinvolto Weiner, se non il fatto che le sue mail incriminate fossero rimaste archiviate in un pc che condivideva con la ex moglie, da vent’anni stretta collaboratrice della Clinton.

Il caso ha però spinto nuovamente sotto i riflettori mediatici Huma Abedin. L’aspetto più interessante della sua carriera, in questa ultima e decisiva fase delle presidenziali americane, non riguarda ovviamente i rapporti con l’ex marito quanto i suoi contatti diretti con istituti e organizzazioni con sede in Arabia Saudita accusati dagli USA di aver finanziato gruppi terroristici in giro per il mondo.

Huma Abedin e i suoi rapporti con Riad

Nata a Kalamazoo, in Michigan, nel 1976, Huma Abedin è cresciuta a Gedda, in Arabia Saudita, torna negli Stati Uniti a 18 anni laureandosi all’Università George Washington. A diciannove anni incrocia Hillary Clinton, quando questa era first lady. Dopo uno stage alla Casa Bianca, Abedin segue la Clinton guadagnandosi negli anni la sua fiducia fino a divenire sua assistente personale e consigliere al Dipartimento di Stato fino a esserne capo dello staff e, oggi, vicepresidente della sua campagna elettorale.

In questi anni non ha però mai perso i contatti con l’Arabia Saudita. A Gedda suo padre, con l’appoggio di Abdullah Omar Nasseef, presidente della King Abdulaziz University, ha fondato il think thank Institute of Muslim Minority Affairs assumendo anche la direzione del Journal of Muslim Minority Affairs, il cui obiettivo è fare luce sulle minoranze musulmane presenti in tutto il mondo e promuoverne la tutela dei loro diritti.

Soprattutto agli inizi, il Journal of Muslim Minority Affairs era in pratica un giornale “fatto in casa”. Huma Abedin vi ha ricoperto il ruolo di assistant editortra il 1996 e il 2008, incarico poi passato a sua sorella Heba. Suo fratello, Hassan, ricercatore presso l’Oxford Center for Islamic Studies, si occupa delle recensioni dei libri.

(Huma Abedin e l’ex marito Anthony Weiner)

Ciò che è più interessante di questo giornale è però soprattutto l’indirizzo a cui si fa inviare la posta, le segnalazioni di libri e le proposte di collaborazione. L’indirizzo rimanda agli uffici londinesi del Muslim World League, ente indicato nel 2009 da Hillary Clinton, ai tempi in cui era segretario di Stato, come organizzazione finanziatrice del terrorismo.

Il Muslim World League è collegato direttamente all’organizzazione Arab Muslim Youth Association (WAMY). Anche questa organizzazione, al pari del Muslim World League, è stata nel 2009 al centro di colloqui tra Washington e l’Arabia Saudita. Colloqui in cui, stando a quanto confermato anche da file divulgati da Wikileaks, il Dipartimento di Stato chiedeva a Riad e ad altri Paesi del Golfo di fare pressione su questi enti affinché interrompessero i finanziamenti destinati a gruppi terroristici come Al Qaeda, i Talebani e Hamas.

Del collegamento tra la Muslim World League, il WAMY e i gruppi terroristici si hanno tracce nelle 28 pagine secretate della relazione della Commissione che indaga sugli attentati dell’11 settembre, rese pubbliche solo nel settembre scorso. In una di queste pagine si fa riferimento al fratellastro di Osama Bin Laden, Abdullah Bin Laden, presidente e direttore del WAMY e dell’Institute of Islamic and Arabic Science in America, entrambi collegati a ong con sede a Riad.

Secondo l’FBI, ci sono ragioni fondate per credere che in particolare il WAMY sia “strettamente associato al finanziamento di attività terroristiche internazionali e in passato abbia fornito supporto logistico a miliziani che sono andati a combattere in Afghanistan”. Già nel 1998, la CIA aveva pubblicato un documento in cui definiva il WAMY una ong che forniva finanziamenti, supporto logistico e formazione ai talebani, ad Hamas, ma anche a estremisti algerini e militanti islamisti delle Filippine.

Le ultime indagini dell’FBI

L’aspetto rilevante da sottolineare è che in questa fase, mentre Clinton trattava con Riad per bloccare i finanziamenti destinati al terrorismo internazionale, al suo fianco c’era proprio Huma Abedin, i cui rapporti con le organizzazioni accusate di questo reato dagli USA appaiono sempre più certi.

In questo contesto è da segnalare anche l’ultimo resoconto sulle indagini dell’FBI firmato da Paul Sperry, direttore di counterjihad.com. In una sua ultima analisi Sperry mette in grassetto le testimonianze di alcuni uomini della sicurezza della Clinton, dalle quali emerge l’amplissima libertà di azione della Abedin quando era capo dello staff di Hillary al Dipartimento di Stato. Uno degli agenti, interrogato, a cui era stato assegnato il compito di vigilare sulla residenza della Clinton a Chappaqua, a New York, ha dichiarato all’FBI che all’epoca le procedure per la messa in sicurezza delle comunicazioni classificate come PPB (Presidential Daily Brief) – compresi l’invio e la ricezione di email e fax – era stata stabilita proprio dalla Abedin. L’uomo ha specificato che era lei a coordinare tutte le operazioni da una stanza situata nel terzo piano della residenza della Clinton.


USA VS. TRUMP: ACQUISTALO NELLE LIBRERIE E SU AMAZON

Alla luce di questa testimonianza, come è possibile credere che la Abedin non sapesse nulla – come dichiarato all’FBI nell’aprile del 2016 – del fatto che la Clinton, all’epoca in cui era segretario di Stato, possedesse un server privato da cui gestiva non solo la posta elettronica personale ma anche comunicazioni governative?

Una versione che non regge, anche alla luce delle dichiarazioni rilasciate all’FBI da un altro dipendente del Dipartimento di Stato all’epoca del mandato della Clinton, il quale ha detto che era stata proprio la Abedin a dare indicazioni ai tecnici informatici di creare un server privato per il segretario di Stato, come dimostrano almeno tre scambi di mail. Senza dimenticare, come scoperto sempre dall’FBI, che “l’unico funzionario del Dipartimento di Stato che ha avuto un account di posta elettronica con il dominio privato della Clinton (clintonemail.com) è stata sempre la Abedin.

A queste dimenticanze se ne aggiunge infine un’altra. Facendosi inoltrare le mail classificate sul suo account di posta privata, la Abedin ha più volte violato un accordo di non divulgazione (Classified Information NonDisclosure Agreement) che aveva firmato il 30 gennaio 2009 nel momento in cui aveva assunto l’incarico di consigliere della Clinton al Dipartimento di Stato. Ma anche di questo, nel suo interrogatorio con l’FBI, si è dimenticata.

Alla luce di tutto ciò resta da chiedersi come sia stata possibile che una donna con così tanti sospetti e accuse addosso continui a essere la persona di fiducia di Hillary Clinton. Non è un rischio da poco, e non solo per la candidata democratica ma per gli Stati Uniti. Perché, qualora Hillary dovesse essere eletta presidente, la Abedin potrebbe essere scelta come suo capo di gabinetto. Si tratta di una nomina diretta, che per passare non ha bisogno dell’approvazione del Senato. Ed è, nei fatti, la seconda carica per importanza nella nomenclatura non solo della Casa Bianca ma dell’intero governo degli Stati Uniti.

04/11/2016 - MIGRANTI, IL COMPRENSIBILE SGOMENTO DELLA POPOLAZIONE

Il gioco è un male sociale

L'economista Galloni: 'Troppo relativismo morale non fa bene'
Sabato, 05 Novembre 2016 10:18
 Sara Michelucci


L'economista Antonino Galloni a tutto campo sulla riforma del gioco pubblico e le possibili conseguenze su Erario e occupazione.

La riforma del settore del gioco pubblico punta a una razionalizzazione dell'offerta, a partire dagli apparecchi con vincita in denaro. Ma quali saranno le conseguenze per l'Erario?

A rispondere è l'economista Antonino Galloni, il quale sottolinea a Gioco News: “Ci sarà un aumento, perché cresce l’aliquota e facciamo l’ipotesi che anche il volume del gioco aumenti o non decresca. Ovviamente se, per ragioni attualmente oscure, dovesse verificarsi una sommersione del settore, ovvero un abbandono da parte dei concessionari legali, l’ipotesi iniziale dovrebbe venir rivista. Ma non credo”.

Ci saranno a suo avviso anche conseguenze sull'occupazione?

Non da questa legge: l’attività è quasi sempre complementare ad altre e stabile. Tra l’altro, il gioco risente meno di altri comparti dell’andamento macroeconomico ufficiale; gli utenti non giocano in base al reddito, ma al patrimonio e, ahimè, indebitandosi”.

Cosa pensa di una 'tassa di scopo' per il gioco, anche sul modello inglese per lo sport?

“Oggi è tutto un pullulare di attività benefiche e filantropiche, spesso promosse proprio da chi i danni sociali li determina per scopi lucrativi. Il bene che scaturisce dal male è un antico dilemma; in molti Paesi, anche considerati – a torto o a ragione – migliori del nostro, si tassa di tutto, prostituzione compresa. Diventa un problema di modalità e di sensibilità, ma troppo relativismo morale non produce effetti apprezzabili, soprattutto per i giovani. Lo Stato, peraltro, può fare tutte le accise che vuole, sono poi i cittadini a dare un giudizio nei tempi e nei modi opportuni”.

Ma sul gioco a suo avviso che tipo di approccio si dovrebbe avere?

“I proibizionismi non funzionano perché – in nome dei precetti morali – non eliminano i comportamenti, ma li spingono verso l’illegalità, rinforzandola; il liberismo non aiuta se non è accompagnato da efficacia educativa. L’unica strada sarebbe una crescita della consapevolezza (stesso discorso per l’alcool) e, quindi, l’autoregolazione, ma se non c’è, le regole ci vogliono, eccome”.

C'è chi chiede di destinare parte delle risorse del gioco alle vittime del terremoto. A suo avviso è un modello sostenibile?

“La destinazione di parte degli introiti o di parte dei maggiori introiti non cambia nulla a livello di contabilità; cambierebbe se ci fosse un aumento della tassazione con destinazione di scopo come, ho prima ricordato, per le accise”.

Crede che il sistema concessorio italiano sul gioco sia valido e vada salvaguardato pena il ritorno dell'illegalità?

Certo, se si proibisce o si erigono barriere, la gente vuole giocare comunque”.

Una legge quadro sul gioco è a suo avviso più produttiva di leggi a macchia di leopardo, come sta accadendo a livello locale?

“Il livello locale andrebbe bene se esclusivo, ma il rischio concreto è che le amministrazioni più indebitate o, peggio, meno virtuose, si vedrebbero costrette ad aumentare gli introiti”.

Continuiamo a parlare di tassazione. Quella sul margine, secondo lei, è un modello valido?

“Il guadagno dei gestori è dato dalla parte delle puntate che non viene redistribuito tra i giocatori. Oggi il volume delle giocate legali complessive si aggira attorno ai 47 miliardi (poi ce ne sono quasi 12 di sommerso che ho stimato considerando i 5.000 punti gioco non in regola sul totale di 22.000); l’incidenza della tassazione deve essere inferiore alla percentuale di puntate non redistribuite e, quindi, credo che con un gettito di circa 4 miliardi, a regime, ci siamo. La partecipazione al gioco degli italiani non è maggiore di quella di altri Paesi, ma, ogni anno, qualche milione di persone diventa più ricco di qualche centinaio di euro di parecchie decine di migliaia; per contro, altrettanti si impoveriscono e, nel saldo, considerando il guadagno netto dei gestori e le tasse, i 'perdenti' sono di più. Eppure milioni di persone continuano a giocare poco, molto, troppo”.

Ma è colpa nostra se la Hillary, l'Arabia Saudita e il Qatar finanziano i tagliagola dell'Isis? Uccideranno Trump? o gli impediranno di governare? o lo faranno governare ma lo metteranno davanti a prove false?

Assange: "Clinton e ISIS sono finanziati dagli stessi soldi. A Trump non e' permesso di vincere" 
(JOHN PILGER EXCLUSIVE)




In un estratto dell'intervista di John Pilger ad Assange, prodotta dalla Dartmouth Films e che verrà tramessa nella sua versione integrale da RT sabato, Julian Assange accusa Hillary Clinton di nascondere agli americani la vera portata del sostegno degli alleati di Washington allo Stato Islamico.

In una email del 2014 pubblicata da WikiLeaks nel mese scorso, Hillary Clinton, che era stata Segretario di stato fino all'anno prima, sollecita John Podesta, allora consigliere di Barack Obama, a "esercitare pressioni" sul Qatar e l'Arabia Saudita "che stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all'ISIL [Stato islamico, IS, ISIS] e altri gruppi sunniti radicali."

"Penso che questa sia l'e-mail più significativa di tutte", dichiara Assange. "Tutti gli analisti seri sanno, e anche il governo degli Stati Uniti lo ha accettato, che alcune figure saudite hanno sostenuto l'ISIS e il finanziamento allo Stato Islamico, ma il mantra è sempre stato: si tratta di alcuni" principi canaglia" che utilizzano i loro soldi del petrolio per fare ciò che vogliono, ma in realtà il governo disapprova. Queste email ci dicono che è il governo dell'Arabia Saudita e il governo del Qatar che stanno finanziando l'ISIS ".

Assange e Pilger hanno conversato per
25 minuti presso l'Ambasciata dell'Ecuador a Londra, dove il primo è rifugiato dal 2012. 

John Pilger: I sauditi, il Qatar, i marocchini, il Bahrein, in particolare i primi due, davano tutti questi soldi alla Fondazione Clinton, mentre Hillary Clinton era segretario di Stato, e il Dipartimento di Stato approvava massicce vendite di armi, in particolare l'Arabia Arabia.

Julian Assange: Sotto Hillary Clinton - e le e-mail Clinton rivelano una discussione significativa su questo tema - è stato siglato il più grande contratto di sempre in temi di armi e con l'Arabia Saudita: più di $ 80 miliardi di dollari. Durante il suo mandato, il totale delle esportazioni di armi dagli Stati Uniti sono raddoppiate.

JP: Naturalmente, la conseguenza di ciò è la nascita del gruppo jihadista noto come ISIL o ISIS. E' stato creato in gran parte con i soldi di persone che finanziavano contemporaneamente la Fondazione Clinton?

JA: Sì.

Sulle elezioni Usa. "La mia analisi è che a Trump non è permesso di vincere. Perché dico questo? Perché le banche, l'intelligence, le aziende di armi, i soldi stranieri, ecc sono tutti uniti dietro Hillary Clinton. E i media pure. I proprietari dei media e i giornalisti stessi sono con Hillary".

Notizia del: 04/11/2016

Siria&Parigi&Bruxelles&Nizza - La Turchia c'è e vuol far sentire il suo peso

LA TURCHIA AMMASSA TRUPPE AL CONFINE IRACHENO: “NON STAREMO AD ASPETTARE. DIFENDEREMO I NOSTRI INTERESSI”

(di Giampiero Venturi)
04/11/16 
Secondo quando riportato dalla Reuters, una lunga colonna militare sarebbe in marcia da giorni nei pressi di Silopi, nella provincia di Şırnak, al confine turco iracheno (non lontano da quello siriano). Molti carri armati, pezzi d’artiglieria, blindati, veicoli recupero carri e mezzi del genio, sarebbero stati avvistati in queste ore in direzione sud. Le truppe vanno considerate esterne all’operazione Firat Kalkani (Scudo dell’Eufrate), con cui da agosto l’esercito turco ha varcato la frontiera siriana, ufficialmente per combattere l’ISIS ma in pratica per  tenere le milizie curde lontane dai propri confini. Farebbero parte però dello stesso scenario strategico e della mobilitazione che Ankara ha messo in atto ai confini sudorientali, nel quadro delle guerre in Siria e Iraq.
L’allarme turco è scattato con diretto riguardo all’offensiva curdo-irachena su Mosul, ormai entrata nella fase finale. In particolare Ankara protesterebbe per le manovre intorno a Tal Afar, città a maggioranza turcomanna.  Proprio mentre l’esercito di Baghdad annuncia il suo ingresso alla periferia di Mosul, reparti delle Forze (o Unità) di Mobilitazione Popolare (PMF) starebbero infatti muovendo su Tal Afar, distante pochi chilometri.
Facciamo chiarezza.
Le milizie PMF sono state create dal governo iracheno nel 2014 come forza territoriale, inizialmente riservata al solo reclutamento di sciiti, poi comprendenti anche minoranze di sunniti e cristiani. Messe insieme con l’approvazione USA per supplire alle carenze delle forze regolari irachene collassate contro l’ISIS nel 2014, sono diventate un punto di riferimento nel nord Iraq. Sono equipaggiate soprattutto dall’Iran sciita che le armerebbe attraverso i Pasdaran, paladini anche delle NDF (National Defence Force) siriane, la milizia che affianca l’esercito di Assad. Benché i curdi iracheni siano loro alleati (insieme all’esercito regolare di Baghdad) nella battaglia contro lo Stato Islamico, godono di molta autonomia sul territorio e rispondono agli ordini diretto del primo ministro iracheno Al Habadi (sciita, non a caso).
Tal Afar, nota per il duro scontro tra Al Qaeda e le forze americane nel 2004, è una città turcomanna. Secondo le dichiarazioni del governo turco, se le milizie a maggioranza sciita entrassero in città per cacciare lo Stato Islamico, il rischio di discriminazione religiosa ed etnica sarebbe gravissimo. La Turchia, mette in guardia ogni forza irachena, regolare o meno, e si riserva il diritto di intervenire direttamente per garantire la propria sicurezza. In realtà lo sta già facendo (i turchi hanno già base a Bashiqa, in Iraq, non lontano da Mosul).
Immediata la reazione di Baghdad che ha intimato ad Ankara di astenersi da ogni forma d’ingerenza. Le dichiarazioni seguono lo scambio non proprio conciliante degli ultimi giorni tra il presidente turco Erdogan e il premier iracheno al Habadi: il primo avrebbe sostenuto che Mosul è in realtà turca; il secondo che la Turchia è stata parte dell’Impero Abbàside. 
Rivendicazioni storiche a parte, la Turchia tira dritto e si dichiara “non in dovere di aspettare l’evoluzione degli eventi, per difendere i propri interessi": le sue forze intanto continuano a colpire basi curde del PKK situate nel nord dell’Iraq (ricevendo la condanna del governo iracheno).
Dietro il dinamismo turco c’è un evidente piano strategico. La turcomanna Tal Afar dista poco più di 100 km dalla Turchia ma solo 70 km dal confine siriano, all’altezza del Rojava (Kurdistan siriano) ed è sulla strada fra Mosul e Raqqa, le due autoproclamate capitali dell’ISIS, in Iraq e Siria. Chi guadagnasse il controllo della frontiera fra i due Paesi, avrebbe in mano il futuro dello Stato Islamico.
Ciò che appare evidente è che la sconfitta del Califfato, obiettivo dichiarato ufficialmente da iracheni, curdi, milizie sciite, turchi e occidentali coinvolti, sembra in realtà la minore preoccupazione. Quel che più conta è il mosaico che verrà a delinearsi subito dopo. Il ruolo dei curdi e degli sciiti in Iraq è tutto da stabilire. Non va dimenticato che gli sciiti, utili contro Saddam Hussein durante Iraqi Freedom, sono in realtà un boomerang per l’Occidente che li ha armati, perché vicini a Teheran e Damasco.
Nel silenzio generale, la Turchia si muove da sola.
(foto: Türk Kara Kuvvetleri)

Aleppo - Niente bombardamenti ma nonostante ciò gli Stati Uniti non riescono a dividere i tagliagola tra quelli buoni e quelli cattivi mentre continuano ad uccidere civili

ALEPPO: JIHADISTI UCCIDONO BAMBINI E VIOLANO LA TREGUA. e TUTTI I MEDIA, ZITTI.

Maurizio Blondet 4 novembre 2016

Mosca e Damasco hanno dichiarato una nuova pausa umanitaria per Aleppo per il 4 novembre, dalle 9 alle 19. “Per evitare vittime insensate, il ministro della difesa generale Sergei Shoigu, a nome del comandante supremo, Vladimir Putin, ha preso la decisione”. Il generale Valeri Gerasimov, capo dello stato maggiore, ha detto che la decisione della tregua è stata presa in accordo con la leadership della repubblica araba siriana, ossia con Assad.

I nostri media non se ne sono accorti . Come non si sono accorti che sono due settimane che né la Russia né la Siria mandano i loro aerei sopra Aleppo. Quindici giorni che non bombarda i “terroristi pro-occidentali che volessero uscire da Aleppo e i civili dietro i quali si proteggono”; ha scritto la giornalista Karina Bechet-Golovko. Due settimane in cui gli Usa avrebbero avuto tutto il tempo di separare i “terroristi moderati” che devono partecipare al futuro processo di transizione “democratica”, dai terroristi cattivi”, che per gli stessi Usa devono essere inceneriti. Una separazione che finora Washington non è riuscita a fare, come s’era impegnata negli accordi di tregua con Mosca.

Anzi, per le due settimane di tregua dal cielo i terroristi hanno ammazzato 40 civili, fra cui donne e 16 bambini nella zona sud-ovest di Aleppo – la zona sotto controllo del governo, dove i negozi sono aperti, le auto circolano, la vita è civile, in un fitto bombardamento con artiglierie. Fra cui l’uso di bombe al cloro che hanno obbligato al ricovero urgente di altre 35 persone. I civili feriti dai ribelli durante la tregua dal cielo sono 250.

E’ un vero peccato che i nostri media, la UE, l’Onu che fiumi di lacrime han versato sui “bambini di Aleppo” pretesamente uccisi dai russi, per i quali hanno invocato “un immediato cessate il fuoco umanitario”, non si siano commossi per gli scolari ammazzati nella zona pacificata di Aleppo (i due terzi della città). Anzi nemmeno abbiano registrato lo strano fatto: che i terroristi (loro dicono “i ribelli”) abbiano approfittato della sospensione degli attacchi dal cielo per tentare una sortita in forze , un’offensiva di grande ampiezza, per rompere l’assedio; senza badare alle loro proprie perdite, almeno 20 camion-kamikaze, carri armati e lanciarazzi multipli in abbondanza. “Vista l’intensità dei tiri d’artiglierie, è evidente che avevano approfittato della pausa umanitaria per farsi rifornire di armi ed uomini” dai loro alleati occidentali e dai complici del Golfo.

Anche quest’ultimo cessate il fuoco di dieci ore è stato rifiutato dai “ribelli” assediati ad Aleppo: “Non ci riguarda, ha dichiarato Yasser al-Youssef, il portavoce per la milizia Nour el-Din el-Zinki (sempre di Al Qaeda si tratta).

Come ha raccontato l’AP, nessuno ha percorso i corridoi umanitari aperti, alla cui fine aspettavano i pulmann e alcuni imam per accogliere i civili che si sperava uscissero dalla parte assediata di Aleppo.Ma i terroristi hanno bisogno dei 270 mila civili come scudi umani. Poi, quattro ore prima che la pausa spirasse, la risposta dei jihadisti: sette colpi di mortaio da loro sparati hanno colpito uno dei corridoi, la strada Castello a Nord Aleppo, ferendo lievemente due militarI russi e un giornalista di una tv di Stato siriana. I russi hanno dunque dichiarato chiusa la tregua.

Su questo convoglio umanitario hanno tirato i “ribelli” favoriti dall’Occidente

Caratteristica la reazione della portavoce di Staffan De Mistura, l’inviato speciale dell’ONU: senza nemmeno alludere la tregue russa di 10 ore, ha detto “l’inviato speciale è contrario all’evacuazione di civili se non volontaria” (Già, forse un referendum nella zona occupata dai jihadisti potrà stabilirlo) . Funzionari dell’Onu a Ginevra, in una conferenza stampa, hanno chiesto una tregua su tutta la Siria, non solo ad Aleppo. Amnesty International per bocca del suo rappresentante a Beirut, Samah Adid: “La pausa temporanee annunciata dai russi non sostituisce in alcun modo l’accesso umanitario illimitato e imparziale per assicurare la protezione dei civili nel lungo termine”: Aggiungendo: “Data i i precedenti delle forze combattenti – in special modo le forze del governo – Amnesty International paventa che ci saranno altissime perdite civili quando le truppe siriane, sostenute dalla Russia, intensificheranno gli attacchi per prendere il controllo della città”.. Insomma Amnesty “paventa” stragi non ancora avvenute, allo scopo di tacere quelle messe a segno dai loro jihadisti, l’ottantina di civili e i sedici bambini effettivamente uccisi dai tagliagole preferiti dall’Occidente. Comunque sia, “è colpa di Putin”.

Non c’è dubbio che l’armata siriana e i russi stiano concentrando forze fresche per una contro-offensiva, mentre la tentata offensiva dei jihadisti per rompere l’assedio va smorendo; la tregua di 10 ore è stata offerta appunto per far uscire quelli che vogliono evitare la finale “purga” (come ha detto un membro della Duma)

Sembra strano che – come ha dichiarato Sergei Lavrov in visita ad Atene, “Russia e Grecia si aspettano risultati concreti dai negoziati con gli americani per regolare la situazione ad Aleppo”. Per Lavrov, “Mosca conta che Washington adempia agli accordi [firmati da Kerry] e non faccia come cogli accordi del 9 settembre [quando i caccia del Pentagono hanno attaccato a freddo e massacrato oltre 60 soldati a Der Ezzor, come “preparazione” ad un attacco dei terroristi sulle stesse forze siriane]

Ovviamente è un atteggiamento che viene criticato all’interno; ma Lavrov ha insistito che non c’è alternativa alla collaborazione con gli Usa per regolare la situazione in Siria. “Nessuno al mondo può oggi far niente agendo da solo, sicché si dovrà comunque negoziare. Più presto ciò avverrà, meglio sarà”.

E ha spiegato: “I nostri problemi sono cominciati quando gli Usa hanno visto che non scattiamo sull’attenti ogni volta che discutiamo con loro un problema internazionale, e hanno visto che il presidente Putin ha ricostituito l’indipendenza della nostra politica estera nel quadro del più stretto diritto internazionale”. I canali di comunicazione con gli Usa sono ancora intatti, ha concluso.

Tanta correttezza sembra mal riposta di fronte alla doppiezza della controparte. John Kerry , a fine ottobre, è andato ad accordarsi con i monarchi sauditi per il riarmo dei “ribelli”. Un comunicato congiunto dice: “Entrambi si sono impegnati a continuare ed intensificare il sostegno all’opposizione siriana mentre viene perseguita la via politica”, prontissimi a fare tutto quel che possono per “una Siria unita, stabile e pluralistica per tutti i Siriani Sic. Del resto, come ha dimostrato Julian Assange e ha detto in un’intervista, “la Clinton Foundation e l’IS sono finanziati dalle stesse fonti”: essenzialmente i sauditi e i principi del Katar, e del resto è stato mentre Hillary era segretaria di Stato che gli Usa hanno concluso con l’Arabia Saudita il più grosso contratto di vendita di armi mai visto nella storia, 80 miliardi di dollari.

Ha senso ostinarsi a trattare da gentiluomini con dei riconosciuti gansters in preda alla rabbia e al panico? Ma forse la calma di Mosca ha motivazioni che non conosciamo. Il tentativo americano di “liberare Mossul” spingendo i jihadisti di Daesh a muoversi in Siria, a dar manforte contro Assad, pare completamente fallito; gli irregolari sciiti iracheni hanno chiuso la strada verso Est da Mossul per Rakka. Forse l’attacco decisivo ad Aleppo potrà avvenire quando i grandi network americani non avranno occhi che per le elezioni presidenziali; forse si attende l’arrivo della portaeri Kuznetsov. .

Forse conoscono meglio di noi sintomi di scollamento e cedimento nel fronte jihadista. Si è avuta notizia che gruppi d i militanti sono arrivati allo scontro ad Aleppo assediata, “secondo alcuni per disaccordo sulla distribuzione dell’armamento” ricevuto dai sauditi-occidentali, secondo altri perché uno dei due gruppi, “Fastakem, voleva uscire dalla città” ossia arrendersi.


E l’Egitto scende a fianco di Damasco


Forse la notizia-bomba è quella riportata da AlManar: “Secondo una fonte militare d’alto livello citata da Iran Today, il governo egiziano avrebbe inviato forze militari in Siria nel quadro della lotta al terrorismo e della cooperazione militare con lo stato siriano”. Secondo la fonte, “L’Egitto desidera fornire aiuto militare […] soprattutto dopo aver constatato che i suoi disaccordi con l’Arabia Saudita sono profondi per quanto riguarda l’aiuto che questa dà ai terroristi in Irak e Siria senza contare la guerra scatenata contro lo Yemen”. Secondo la notizia, l’Egitto ha inviato armamenti in Siria a sostegno del governo di Assad.

La notizia non è stata confermata da nessuna delle parti interessate. Però è un fatto che un gruppo di ufficiali dell’esercito egiziano era presente martedì nella città portuale di Tartous, che è anche sede della base navale russa, per addestramento con consiglieri militari russi presso la linea del fronte con l’IS.

Se l’Egitto – il più popoloso paese sunnita con una ragguardevole forza armata – entra nel gioco a fianco degli sciiti, l’”impulsivo” principe ereditario Mohamed Bin Salman dovrà congratularsi con se stesso per la sua abilità diplomatica: dieci giorni prima, in visita al Cairo, aveva minacciato il generale Al Sissi di “fargli fare la stessa fine di Mubarak” se l’Egitto non cedeva all’Arabia Saudita le due isole di Tiran e Sanafir. Questa notizia, smentita dal Cairo, è stata confermata da uno dei più celebri giornalisti egiziani, Mohkarem Mohammed Amad. La cessione delle due isole – che con un ponte finanziato dai sauditi avrebbe dovuto riunire la penisola arabica al Sinai – sembrava cosa fatta; ma poi, ha rivelato il giornalista, ci si è resi conto che la responsabilità della sicurezza dei due strategici isolotti l’avrebbe assunta Israele. Da qui una certa resistenza o ripensamento di Al Sissi. L’Arabia Saudita ha risposto interrompendo a più riprese le forniture energetiche all’Egitto; ha ingiunto al generale di porre fine immediatamente alle sue aperture verso Teheran; di rompere i rapporti con la Siria, altrimenti l’Arabia ritirerà tutti gli investimenti dall’Egitto, spingendo Al Sissi nella stessa condizione di Mubarak. Al Sissi non ha visto altra via di scampo che appoggiare la Russia nella sua campagna in Siria.

Cairo e Mosca finalizzeranno il contratto per la costruzione della centrale nucleare di Dabaa, 1200 MW, che sarà completata nel 2022, costruita da Rosatom e finanziata da un prestito russo di 35 anni. Mosca ha ritrovato un vecchio alleato…e probabilmente anche le due navi da sbarco porta-elicotteri Mistral, che aveva ordinata alla Francia e che Hollande non ha voluto consegnare. Le ha vendute all’Egitto – “vendita” finanziata dalle banche europee per metà, in pratica gliene abbiamo regalato un pezzo anche noi – e il Cairo le ha attrezzate con sedici elicotteri K-52K et 16 Ka-29/31, russi.

Mossul - la battaglia durerà fino a quando non si decide cosa fare per il dopo

MOSUL: UNA BATTAGLIA DA VINCERE CASA PER CASA

di Gianandrea Gaiani
5 novembre 2016, pubblicato in Enduring freedom
IRAQ-CONFLICT-MOSUL
da Il Sole 24 Ore del 4 novembre
Nonostante la penetrazione tutto sommato abbastanza agevole delle forze d’élite dell’esercito e della polizia iracheni nei quartieri periferici di Mosul, bisognerà attendere ancora alcuni giorni per comprendere se la battaglia per la riconquista della seconda città irachena sarà o meno di breve durata.
Nella prima fase della campagna militare varata il 17 ottobre scorso e che coinvolge ormai circa 50 mila combattenti (tra forze regolari, milizie sunnite, scite, turcomanne e peshmerga curdi) lo Stato Islamico ha perso il controllo dei villaggi intorno a Mosul in gran parte abbandonati dagli abitanti subito dopo l’arrivo dei jihadisti nel 2014.
L’assenza di civili ha favorito l’impiego su vasta scala di cacciabombardieri, elicotteri d’attacco e artiglieria sia delle forze irachene che della Coalizione.
Un dispositivo che in due settimane ha rovesciato sulle postazioni dell’Isis 3mila proiettili, bombe e missili (dati forniti dal comando della Coalizione a guida Usa) che hanno contribuito in larga misura a provocare perdite tra i jihadisti che la stessa Coalizione stimava il 28 ottobre in 800/900 uomini e oggi salite a oltre un migliaio di 3/6mila combattenti che secondo le stime sono posti a difesa di Mosul.
Il comando iracheno non ha mai riferito dati sulle proprie perdite né sui nemici feriti mentre quelli catturati nei primi giorni dell’offensiva sono stati appena 23: un dato che sembra indicare una scarsa propensione delle forze di Baghdad (in larga parte composte da sciti) a pendere vivi gli uomini del Califfato e che scoraggerà eventuali tentazioni ad arrendersi che dovessero serpeggiare tra e fila dell’Isis.
Inoltre ieri le milizie scite filo-iraniane che manovrano a ovest di Mosul hanno occupato la strada per Raqqah chiudendo l’ultima via di fuga lasciata volutamente aperta dalla Coalizione per favorire la ritirata dei miliziani in Siria.
Un aspetto che evidenzia le diverse concezioni della guerra allo Stato Islamico. Mentre le milizie scite combattono il Califfato in Iraq come in Siria, per la Coalizione arabo-occidentale, costituita non a caso solo dopo la calata dei miliziani jihadisti sul nord ovest iracheno, l’Isis è “un po’ meno nemico” se lascia l’Iraq e torna a combattere in Siria le forze di Bashar Assad e i suoi alleati russi e iraniani.
Con l’ingresso a Mosul le forze di Baghdad non potranno probabilmente più disporre dell’ampio volume di fuoco da parte di velivoli e artiglieria per evitare di uccidere moltissimi civili utilizzati come scudi umani.
La tattica di schierare le proprie forze combattenti accanto alla popolazione è vecchia quanto la moderna guerriglia e tutti i gruppi insurrezionali privi di capacità aeree, contraeree e di una consistente artiglieria campale l’hanno adottata: da Hamas a Gaza a Hezbollah nel Libano meridionale, dai talebani in Afghanistan al Fronte al-Nusra ad Aleppo.
Il numero relativamente basso (benché in crescita nelle ultime ore) di profughi in fuga dalla città verso i campi predisposti nelle aree sotto il controllo governativo inducono a ritenere che un buon numero di abitanti sunniti sia fuggito verso regioni ancora in mano all’Isis temendo quelle rappresaglie da parte di truppe e milizie scite che Amnesty International ha cominciato ieri a segnalare nelle aree liberate intorno a Mosul.
Se l’Isis opporrà la fiera resistenza che ci si aspetta Mosul dovrà venire liberata casa per casa dalle fanterie coadiuvate da blindati e corazzati ma solo sporadicamente supportate da artiglieria e velivoli.
In quel caso le perdite per gli iracheni cresceranno sensibilmente mettendo alla prova la tenuta dei reparti che, su un fronte urbano più ampio, non potranno essere solo quelli d’élite mentre l’abbondanza di trappole esplosive richiederà la disponibilità di molti reparti di genieri che saranno particolarmente esposti al fuoco dell’Isis.
L’Isis ha avuto mesi per prepararsi all’attacco nemico e se sono vere le notizie di bunker e postazioni difensive ricavate in case e cantine, collegate da una fitta rete di tunnel e protette da una miriade di mine e ordigni improvvisati, l’avanzata verso la città vecchia non sarà agevole come la fase iniziale dell’offensiva.
Le prime indicazioni della volontà o meno dell’Isis di opporre una prolungata resistenza la si avrà quando le truppe irachene raggiungeranno a nord la zona universitaria e a sud l’aeroporto con le sue installazioni difensive che l’Isis ha “ereditato” dalle due basi costruite dagli americani.
Nelle ultime ore le truppe di Baghdad hanno consolidato le posizioni nei quartieri orientali di Gojali e Karama mostrando una giustificata prudenza nell’avventurarsi verso il centro della città.
Molti dei combattenti stranieri dell’Isis sono caucasici che certo conoscono le tattiche adottate nella battaglia di Grozny nel 1994, quando le truppe russe penetrate facilmente nel centro della capitale cecena vennero attaccate alle spalle dai mujhaiddin che avevano usato tunnel e rete fognaria per nascondersi spostarsi senza essere visti.
Foto: Askanews, AP,  AFP, Esercito Iracheno e Stato Islamico