Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 19 novembre 2016

Questi cialtroni cinici euroimbecilli sanno perfettamente come lavorare per la Piena occupazione Dignitosa fino ora l'hanno impedito preferendo distruggere e mantenere nella povertà e disperazione milioni di europei

ECONOMIA E FINANZA
SPY FINANZA/ Le mosse pronte per la Bce
Mauro Bottarelli
sabato 19 novembre 2016


Mentre Donald Trump faceva filtrare attraverso il suo staff l'intenzione di creare una banca per le infrastrutture sul modello di quella cinese e canadese, mandando in sollucchero chi vede in questa operazione più debito e quindi un possibile intervento della Fed, proprio la numero uno della Banca centrale Usa parlava al Congresso statunitense sullo stato dell'economia del Paese e sulle prospettive per il futuro. Per l'ennesima volta, Janet Yellen ha dichiarato che la Fed potrebbe alzare i tassi di interesse «relativamente presto» se i dati economici continueranno a indicare un miglioramento del mercato del lavoro e la risalita dell'inflazione. 

Stando all'intervento di Yellen, tutto fa presagire un'inflazione al 2% nel prossimo biennio con un ulteriore rafforzamento delle condizioni del mercato del lavoro, con l'aumento dell'occupazione e i prezzi dell'energia che dovrebbero sostenere la spesa delle famiglie. Tuttavia, «aspettare un'ulteriore evidenza non vuol dire non avere fiducia», ha sottolineato il governatore della Fed, specificando come sia d'obbligo «essere lungimiranti nel determinare la politica monetaria». Se il Fomc dovesse ritardare eccessivamente il rialzo dei tassi, «si rischierebbe poi di dover agire troppo repentinamente per evitare un rimbalzo significativo dell'inflazione, senza dimenticare che tassi bassi troppo a lungo potrebbero incoraggiare atteggiamenti finanziari avvezzi al rischio». 

Ora, mettiamo le cose in prospettiva. Già oggi l'inflazione core negli Usa è superiore al livello di mandato della Fed del 2% ed è così da inizio anno, visto che il costo della vita sta salendo ai massimi dal 2007 su base annua: l'energia sconta un +3,5% su base mensile, mentre l'incremento maggiore è quello legato alle spese per la casa, salito del 3,5% su base annua. Se davvero, come dice, la Fed basasse le sue scelte sui dati macro, avrebbe dovuto alzare i tassi lo scorso marzo. Anche perché grazie alle revisioni e ai trucchetti contabili l'economia sembra andare a gonfie vele: i dati pubblicati giovedì hanno evidenziato una diminuzione del numero di lavoratori che per la prima volta hanno richiesto i sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti, dato che si è portato ai minimi dal novembre 1973, giova però ricordare che il mese successivo l'America entrò in recessione. Stando a quanto riportato dal Dipartimento del Lavoro, nella settimana conclusasi il 12 novembre, le richieste iniziali di sussidi sono calate di 19mila unità a 235 mila, con il dato della settimana precedente invariato a 254 mila. 

Peccato che il dato della partecipazione alla forza lavoro negli Usa ci dica che siamo di fronte a un calo dovuto a una triste realtà: ormai i multiple jobs sono la norma, ovvero per campare si fanno due, tre lavori part-time contemporaneamente. E la chiamano ripresa. Insomma, la Fed pare intenzionata a calciare ancora un po' il barattolo, forse in attesa che siano Bank of Japan prima e Bce poi a mettere le carte sul tavolo e dirci cosa intendono fare rispetto al Qe e alla politica inflazionistica. 

E una mezza indicazione di come pare orientata l'Eurotower è giunta sempre giovedì dalla pubblicazione dei verbali del direttivo dello scorso 20 ottobre. Cosa dicevano? «I rischi per le prospettive economiche dell'area euro continuano a essere orientati al ribasso, mentre l'inflazione stenta a mostrare chiari segnali di ripresa». Accidenti che novità, parole mai sentite fino a oggi. Per la Bce, «la ripresa, moderata ma stabile, continua a resistere all'incertezza globale politica ed economica, ma rimane soggetta a rischi al ribasso». Mentre «l'inflazione appare destinata a crescere ulteriormente nei prossimi mesi, principalmente per i più elevati prezzi dell'energia, ma l'inflazione core, ovvero depurata dalle componenti volatili di cibo ed energia, continua a mancare di chiari segnali di una tendenza al rialzo convincente». 

E, infatti, i membri della Bce, durante il loro ultimo incontro, si sono detti pronti a potenziare il Qe, se necessario: «Occorre implementare gli acquisti di asset, in linea con le decisioni precedenti della Banca, e adottare ulteriori misure, se necessario». Compreranno anche l'aria che respiriamo, ma è necessario, almeno per evitare che l'intera impalcatura di questo mercato drogato dalle Banche centrali crolli del tutto. E veniamo al capitolo Qe. La Bce ha assicurato che l'applicazione del Quantitative easing «prosegue senza intoppi a fronte di un livello di liquidità complessivamente soddisfacente sul mercato, nonostante la crescente preoccupazione dei mercati per la scarsità che emerge in alcuni segmenti». Scusate, ma se tutto procede senza intoppi, perché si continua ad ampliare la platea del collaterale esigibile all'acquisto e nella riunione dell'8 settembre quasi certamente si cambieranno i criteri di acquisto, eliminando la capital key e quindi potendo acquistare anche obbligazioni con rendimento inferiore allo 0,40%? 

Semplice, ciò che vi dico da mesi: se Francoforte non amplia la platea di assets acquistabili, rischia di ritrovarsi presto senza più bond da comprare, alla luce dei livelli molto bassi toccati dai costi di finanziamento in tutta Europa. Certo, l'incremento generalizzato dei rendimenti, accelerato dopo la vittoria elettorale di Donald Trump in Usa per i timori di inflazione in rialzo per la spesa interna, potrebbe venire incontro alla Bce, ma c'è il rovescio della medaglia: ovvero le tensioni sugli spread nei mercati di capitale, visto che giovedì il nostro differenziale con il Bund ha superato 180 e anche il rendimento del Bonos a 10 anni ha toccato l'1,61%, un livello che non si registrava dall'inizio dell'anno. 

E a dimostrazione che l'aria comincia a farsi pesante in Europa sono arrivate, sempre giovedì, le parole del primo ministro francese, Manuel Valls, nel corso di un evento organizzato dal quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung: «L'Europa può morire, per questo Germania e Francia hanno una grande responsabilità». A parte il non pervenuta dell'Italia tra i Paesi che devono fare di più per cercare di evitare che l'Ue cada a pezzi, giova constatare che dopo anni di stagnazione, deterioramento delle condizioni economiche e tassi di disoccupazione senza precedenti e ampiamente in doppia cifra in Paesi come Spagna, Grecia e Italia, pare che l'Europa si sia svegliata. Meglio tardi che mai: saranno state le scoppole del Brexit e della vittoria di Trump, ma, parlando a Berlino, Valls ha detto chiaramente che ora occorre lavorare duro per stimolare la crescita e l'occupazione e per dare risposte alle preoccupazioni dei cittadini. Tradotto: la Bce non ha fatto nulla per l'economia reale e si è limitata ad aiutare le banche e tenere in positivo gli indici azionari, quindi ora è arrivato il momento di intervenire prima che la corda della pazienza della gente si spezzi. Tradotto ulteriormente: se voglio evitare che Marine Le Pen vinca le presidenziali a maggio, meglio che suoni la sveglia a tutti e spinga per un enorme stimolo di spesa fiscale. 

A confermarlo, le parole finali di Valls: «Il Brexit e l'elezioni di Donald Trump ci dimostrano come sia importante ascoltare il malessere dei cittadini e che i politici spaventati dal prendere decisioni stiano solo aprendo le porte a demagoghi e populisti». Ma guarda un po' che capriola, il buon Valls. Tornando alle minute della Bce, ecco poi il nodo fondamentale, più ancora del Qe nel breve termine: l'elevato ammontare di prestiti deteriorati - o sofferenze - nei bilanci delle banche europee, il quale rischia di pesare sulla trasmissione degli effetti delle decisioni di politica monetaria della Bce. «La futura evoluzione degli standard, dei termini e delle condizioni del credito va monitorata con cura. Gli attuali problemi strutturali nei bilanci delle banche, che sorgono principalmente dai livelli ancora alti di sofferenze in parte del settore bancario europeo, insieme alle sfide di carattere normativo e alla debolezza nella redditività, sono visti come un possibile rischio per la trasmissione della politica monetaria e di un'ulteriore ripresa delle dinamiche del credito». 

Ed ecco emergere quanto vi ho sottolineato nel mio articolo di ieri, ovvero la battaglia su Basilea 4: per la Bce, «le sfide di carattere normativo e la futura evoluzione degli standard del credito si riferiscono alle nuove regole di Basilea 4 che costringeranno gli istituti europei ad accantonare ancora più capitale, rischiando di innescare un nuovo credit crunch». Insomma, i prossimi 28 e 29 novembre a Santiago del Cile si potrebbe decidere molto del futuro economico dell'eurozona. Giusto in tempo per garantire a Mario Draghi 8 giorni di ulteriore riflessione sul da farsi, prima del board dell'8 dicembre e passato il referendum costituzionale italiano e il ballottaggio per le presidenziali in Austria. 

La Germania? Dopo la sparata di Manuel Valls, dubito che tenterà blitz rigoristi, anche se le minute pubblicate giovedì contenevano le critiche verso il Qe del membro tedesco dell'esecutivo della Bce, Yves Mersch, il quale ha invitato l'Eurotower a ridurre il proprio programma di acquisto di asset il più presto possibile, sebbene questo richiederà tempo. «Un'estensione troppo prolungata degli acquisti di asset rischia di fornire incentivi sbagliati ai governi, fino a contravvenire alle regole europee sul finanziamento degli Stati. Gli acquisti di bond sono stati introdotti come misura temporanea e devono essere ridotti il prima possibile», ha osservato Mersch, aggiungendo tuttavia che «alla luce del volume del programma di acquisti, ciò richiederà tempo». Della serie, dovevo fare la mia sparata per contratto, ma so da solo che ormai la strada è segnata. 

Gli euroimbecilli non possono fare una divisione chiara e netta tra banche commerciali e banche d'investimento, ne eliminare le vendite allo scoperto, come regolamentare tutti i mercati, per questo l'Europa è irriformabile

ECONOMIA E FINANZA
SCENARIO/ Pomicino: così l'Europa è ostaggio della finanza

INT.Paolo Cirino Pomicino
sabato 19 novembre 2016

L'Unione europea non vive un momento facile. Dopo la Brexit, la vittoria di Trump per molti analisti lascerà emergere le debolezze del Vecchio continente. In cui gli attriti tra i paesi aumentano, come dimostra la recente scelta del Governo italiano di non votare a favore del bilancio Ue del 2017, ma di astenersi. Per Paolo Cirino Pomicino, già ministro del Bilancio e della programmazione economica, «l'Europa deve cambiare, non c'è dubbio. Ma non la si cambia dalla sera alla mattina urlando. Perché facendolo non si fa altro che aiutarne l'implosione. Non voglio dire che il braccio di ferro tra il Governo Renzi e l'Europa sulla Legge di bilancio e su questioni più complessive sia figlio del clima referendario, però uno non può non porsi una domanda».

Quale domanda?

Qual è il motivo per cui Renzi e il suo Governo non hanno posto il problema, giusto, legittimo, del finanziamento dell'emergenza migranti che è rimasta largamente sulle nostre spalle, quando l'Ue, su indicazione della Germania, ha dato 6 miliardi alla Turchia per bloccare la via balcanica dell'immigrazione? Siccome in politica il tempo non è una variabile indipendente, quella era l'occasione giusta - dato che si davano soldi a uno Stato extraeuropeo senza fare altrettanto con i paesi comunitari come Grecia e Italia, ai quali si consente solo di fare più debito - per mettere i puntini sulle i e chiedere parità di trattamento tra un Paese comunitario e uno extracomunitario.

Come cambiare l'Europa allora senza urlare?
Quando si parla di Europa e delle sue lentezze, della sua burocrazia, bisogna chiedersi: il legislatore europeo chi è? È il consiglio di capi di Stato e di Governo, quindi è estremamente serio ricordare che l'Europa non è un soggetto lontano, siamo noi. Siamo anche noi, con il nostro Governo. A mio giudizio i Capi di stato dovrebbero mettere nell'agenda europea alcune grandi questioni, prima tra tutte la riforma dei mercati finanziari

Perché questa questione andrebbe messa al primo posto?

Vede, la vittoria di Trump altro non è che l'ennesima rivolta popolare contro l'establishment. Si è affacciata in Grecia, in Spagna e anche in Italia con il Movimento 5 Stelle. Il punto è che c'è un'incapacità delle forze politiche tradizionali nel dare una risposta alle questioni fondamentali che caratterizzano la nostra stagione. La prima delle quali è la devastazione che nelle società occidentali sta determinando il capitalismo finanziario. Una devastazione che è tipo economico e sociale. 

Come si concretizza questa devastazione?

Mediante lo spostamento della ricchezza verso prodotti finanziari che hanno profitti irragionevoli. Tutto questo a spese dell'economia reale. Ciò determina una disuguaglianza sociale con l'impoverimento di massa e la creazione di una ricchezza elitaria. Lo abbiamo visto, ad esempio, anche durante la recessione in Italia: la povertà è aumentata, ma sono cresciuti anche i milionari. A ciò si aggiunge il fatto che sui mercati finanziari agiscono pesantemente fondi speculativi occidentali e fondi sovrani orientali. In atto c'è dunque uno spostamento della grande ricchezza internazionale che nell'Occidente va a un'elite di privati e nell'Oriente va a rafforzare stati che certamente non brillano per il loro assetto democratico. In questo quadro, quindi, l'Europa diventa ancora più debole.

Tornando alla riforma europea dei mercati finanziari, quali interventi dovrebbe contenere?
Si possono certamente indicare alcuni "punti base". Il primo è l'eliminazione della vendite allo scoperto, diventate ormai uno strumento che favorisce ribassisti e speculatori. Il secondo è l'eliminazione dei mercati non regolamentati. Occorre poi far sì che i prodotti finanziari siano fatti circolare solo tra investitori istituzionali e non affidati al mercato retail del sistema bancario. 

Come mai ritiene necessaria questa modifica?

Perché spesso il risparmiatore non è nelle condizioni e con le giuste competenze per valutare questi strumenti. Inoltre, si finisce anche per "dirottare" risparmi che sarebbe meglio indirizzare verso l'economia reale. E in questo senso un altro intervento importante sarebbe quello di varare politiche fiscali normative che consentano di far emergere una convenienza nell'uso produttivo del capitale piuttosto che in quello finanziario. Oltre al ritorno di una divisione chiara e netta tra banche commerciali e banche d'investimento. Per chiudere, vorrei solo mettere in chiaro una cosa.

Prego.

Riformare i mercati finanziari, non vuol dire eliminare la finanza, perché essa è essenziale. Il punto è che non deve essere, come è diventata, un'industria a sé stante. Questo, infatti, fa male e determina problemi sociali come le enormi disuguaglianze di cui ho parlato poco fa, le quali stanno alimentando movimenti alternativi a tutti i governi. 

(Lorenzo Torrisi)

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2016/11/19/SCENARIO-Pomicino-cosi-l-Europa-e-ostaggio-della-finanza/733760/

Jobs Act, il padrone (quello grande) assume prende i soldi e poi licenzia, questo è il corrotto Pd


Lavoro
Effetto Jobs Act: aumentano precari e licenziati

18 novembre 2016 ore 17.04

Il presidente della Fondazione Di Vittorio Fulvio Fammoni ai microfoni di RadioArticolo1: "Innegabile il continuo arretramento dei contratti a tempo indeterminato insieme alla fortissima espansione di voucher"



“La fine degli incentivi e degli sgravi fiscali legati al Jobs act ha segnato in maniera evidentissima la fine o quasi delle assunzioni a tempo indeterminato. Nei prossimi giorni usciremo con la nostra solita lettura ragionata di questi dati, però anche soltanto da un primo sguardo alle tabelle Inps si può notare il continuo arretramento dei contratti a tempo indeterminato, mentre invece c'è una fortissima espansione dei contratti precari”. A dirlo è il presidente della Fondazione Di Vittorio Fulvio Fammoni intervistato da RadioArticolo1. Anziché sulla decontribuzione, per la Cgil sarebbe meglio investire direttamente nella creazione di lavoro, soprattutto al Sud: “Questo – sottolinea Fammoni – è l'assunto del nostro Piano del lavoro: un investimento diretto in lavoro che crei occupazione e sviluppo più stabile e duraturo”.

L'altra evidenza che colpisce – tra le ultime segnalate dall'Inps – è l'aumento dei licenziamenti insieme al boom della precarietà. “Il dato sui voucher fa impressione, ne sono stati venduti oltre 300 milioni. Rispetto al 2014 è il triplo e dobbiamo sempre ricordarci che questa è soltanto la parte che emerge, perché sappiamo benissimo che sotto c'è una quota di lavoro nero nascosto e quindi la quantità complessiva è decisamente più alta”. Numeri che “confermano le ragioni della Cgil nel promuovere i quesiti referendari dell'anno prossimo”, tra cui proprio quello per l'abolizione dei voucher: “Stiamo parlando di centinaia di migliaia di persone coinvolte fra voucher e licenziamenti, senza contare che non appaiono i dati sui cambi di appalto, cioè il tema del terzo referendum sulle clausole sociali”.

Ci sono poi i dati dell'Istat secondo cui l'Italia è tornata in deflazione. “Purtroppo – sottolinea Fammoni – la crisi non è finita. Le statistiche ci dicono che nei prossimi tre mesi ci sarà un ulteriore rallentamento. C'è una ripresa bassa e soprattutto molto discontinua, in ogni momento può cambiare segno. Il dato sulla deflazione – conclude – mostra che continua a esserci una contrazione dei consumi legata alla sfiducia sulle prospettive future delle persone. Osserviamo un crescente pessimismo che viene rilevato anche dall'Istituto di statistica. Il meccanismo è semplice: ci sono meno soldi in giro e, anche chi ha qualche risorsa a disposizione in questo momento, non avendo fiducia, non spende”.

'Ndrangheta è ben radicata a Milano

Seregno ‘Ndrangheta: preso il “boss invisibile”

By Simona Calvi -
novembre 19, 2016


Arrestato a Seregno Paolo De Luca, 46enne ritenuto vicino alla famiglia Stagno

Seregno ‘Ndrangheta: preso il “boss invisibile”. Si definiva così, al telefono, Paolo De Luca, 46enne di Seregno arrestato dai carabinieri in seguito ad un’ordinanza di custodia cautelare emessa su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.


Seregno ‘Ndrangheta: Le accuse

Associazione di tipo mafioso, detenzione di armi da guerra e clandestine, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Queste le accuse a vario titolo per i tre arrestati nell’operazione eseguita dai militari del Comando provinciale di Milano. In manette, oltre a De Luca, anche un altro uomo, Alessandro Colacitti, 34enne residente sempre a Seregno e la madre di quest’ultimo, una 70enne originaria della Provincia di Catanzaro. È proprio da quest’ultima che ha preso le mosse l’indagine.


Seregno ‘Ndrangheta: L’indagine

Tutto risale allo scorso marzo, quando i militari della Compagnia di Seregno avevano eseguito un sequestro di armi nell’appartamento della 70enne. Nella casa era stato rinvenuto un vero arsenale. Fucili e pistole. Tutte perfettamente funzionanti.

Seregno ‘Ndrangheta: L’arsenale

Nel dettaglio i militari avevano trovato due AK47, una mitraglietta di tipo Skorpion con silenziatore, due pistole semiautomatiche di cui una con matricola abrasa, un fucile a pompa e centinaia di munizioni di vario calibro oltre ad un rudimentale ordigno esplosivo. Sia la donna che il figlio 34enne, entrambi incensurati, erano stati arrestati per detenzione illegale di armi da guerra e armi clandestine. Il figlio era finito in carcere, mentre la 70enne ai domiciliari.


Seregno ‘Ndrangheta: I legami

L’associazione mafiosa è stata contestata al solo De Luca. Secondo gli investigatori della Dda, quest’ultimo apparterrebbe alla cosca guidata da Antonio Stagno e radicata a Giussano e Seregno. Il nome di De Luca non era nuovo agli inquirenti già ai tempi dell’inchiesta “Infinito”. Sempre secondo i magistrati della Dda, De Luca svolgeva anche funzione di “ambasciatore” in Calabria presso le famiglie ed era uomo “a disposizione” della famiglia dei Mancuso di Limbadi per la custodia di droga e armi.

Referendum 4 - Renzi stai sereno

Se non è comprensibile al popolo non è più la nostra Costituzione
9 ottobre 2016




di Veronica Frattini

La semplicità, intesa come il saper togliere, il lavoro di limatura che porta a lasciare solo l’essenza, è una caratteristica della poesia.

La semplicità di un testo ne consente la fruibilità ad un pubblico ampio, privo di studi specialistici o privo di tanto tempo da dedicare alla lettura.

Al contrario, l’opacità e la contraddittorietà di un testo lo rendono soggetto a interpretazioni future, dando molto potere a chi dovrà giudicarne la corretta interpretazione.

Cesare Beccaria, secoli fa, scrisse che “Le nostre leggi oscure finiscono per esser benevolmente interpretate se alla porta bussa un amico e viceversa applicate in modo rigido ai nemici e ai forestieri”. Perché “le leggi scritte in una legge oscura al popolo” lo pongono “nella dipendenza di alcuni pochi, non potendo giudicare da se stesso quale sarebbe l’esito della sua libertà”.

Per questi motivi i padri costituenti, nello scrivere la nostra Costituzione, usarono un linguaggio semplice ed essenziale, senza opacità, cercando di definire in maniera chiara le caratteristiche, le funzioni e le relazioni tra le diverse istituzioni in cui la Repubblica si articola.

Fecero anche di più, in realtà: scrissero la Costituzione nel linguaggio universale della poesia, per trasmetterne i contenuti a chiunque sia in grado di leggere e prima di approvare il testo lo fecero persino rivedere da scrittori e letterati dell’epoca.

Il noto linguista ed ex-Ministro Tullio De Mauro, parlando della “Costituzione più bella del mondo”, spiegò infatti come la Costituzione vigente abbia “una media esemplare di poco meno di 20 parole per frase”. Per il 93% è scritta con un vocabolario base “che già nelle scuole elementari, per chi le fa, può essere noto”. Insomma, secondo De Mauro la Costituzione Italiana è uno dei pochi testi comprensibili alla maggioranza della popolazione.

L’esempio più eclatante?

In totale, la Costituzione vigente ha 1357 vocaboli. L’articolo 70, sul funzionamento delle due Camere, ha oggi 9 parole. La riforma proposta aggiunge a questo articolo 430 parole, con rimandi interni ad altri articoli. La forma in cui è scritta la nuova legge è confusa e apre così ampio spazio a possibili contenziosi tra Camera e Senato sulla corretta scelta dell’iter da attribuire ad una legge, sulla corretta interpretazione della legge scritta.
Costituzione: testo vigente Costituzione: testo modificato
La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere. La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma. Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma.
Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati.
Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata.
L’esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti.
I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione.
I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti.
Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati.

Questa riforma apre le porte della legge fondamentale dello Stato all’oscurità, all’ambiguità, infine alla necessità che la legge sia interpretata, non essendo più di immediata comprensione da parte di ogni cittadino. La riforma darà un potere maggiore a chi sarà preposto ad interpretare le norme della Costituzione, come la Corte Costituzionale e quindi, indirettamente, gli organi che ne decidono la composizione.

La Costituzione quindi non potrà più essere lo strumento principe a tutela dell’uguaglianza, nelle mani di ogni cittadino. Si rimette pericolosamente in discussione la certezza della legge scritta. Il cittadino comune, privo di competenze specifiche, non potrà aver la pretesa di comprenderla e pretenderne l’applicazione, dovrà comunque fare sempre riferimento alla manzoniana figura dell'”azzeccagarbugli”. Il portato di queste modifiche ha un effetto dirompente come una bomba: mette in discussione uno dei pilastri della nostra democrazia.

La cesura tra i cittadini ed il chiaro progetto di società democratica scritta nella Costituzione rischia di ampliarsi ancor di più. In questo senso, questa riforma si inserisce nell’alveo di quel processo di alienazione del cittadino dal disegno di società democratica ideale contenuta nelle Costituzioni scritte, conquistate con secoli di lotte e rivoluzioni.

I futuri cittadini italiani guarderanno alla Costituzione Italiana come ad un testo tecnico, lungo, per specialisti, complesso, intricato, con il disinteresse con cui i cittadini europei oggi guardano ai Trattati dell’Unione Europea?

Se vogliamo che la Costituzione rimanga comprensibile al popolo, possiamo votare No il prossimo 4 dicembre!

Monte dei Paschi di Siena - Mattarella, forse, difende i risparmi costituzionalmente garantiti da quel cialtrone di Renzi

Sul Montepaschi cala il gelo tra Mattarella e Renzi
Prima le bugie sulle dimissioni di Viola. Ora l'aumento di capitale con "ricatto". La gestione del premier fa infuriare anche Mattarella. Parola di Occhio di lince.

di Occhio di lince
18 Novembre 2016


Matteo Renzi e Sergio Mattarella.

In queste ore concitate, il vostro Occhio di lince si è infilato al Quirinale per controllare se sono vere le voci secondo cui Sergio Mattarella sarebbe arrabbiato – naturalmente a modo suo, con quella calma olimpica che sempre lo contraddistingue – con Matteo Renzi.
E ha scoperto che sì, il presidente della Repubblica non nasconde un notevole disappunto nei confronti del premier.
Ma non, o non solo, per le ragioni che si potrebbero facilmente immaginare: le frizioni con l’Europa, la bullonaggine nella campagna referendaria, il goffo tentativo di recupero su Donald Trump dopo il clamoroso sbilanciamento pro Hillary Clinton e le sbruffonate con Barack Obama.
No, è arrabbiato soprattutto per il Montepaschi. E non da oggi.

LA BUGIA DI RENZI. A suo tempo, infatti, quando a Siena era stato fatto fuori in malo modo Fabrizio Viola, Renzi aveva detto una bugia a Mattarella, incolpando di quella scelta il povero ministro Pier Carlo Padoan, il cui torto era stato semmai quella di aver agito – con le ormai famose telefonate – in nome e per conto del premier.
Naturalmente Mattarella non se l’era bevuta, ma come gli impongono il carattere, la sicilianità e il ruolo, non aveva replicato, anche a costo di indurre il suo interlocutore a pensare di averlo infinocchiato.
Ma se l’era legata al dito.
Fino all’altra mattina, quando sull’Ansa ha letto le comunicazioni choc del nuovo vertice della banca senese.

AUMENTO CON RICATTO. Un vero e proprio ricatto nei confronti dei tanti risparmiatori che possiedono le obbligazioni subordinate Mps.
Ai quali da un lato si è detto che possono liberamente scegliere se aderire alla proposta di conversione dei bond in azioni, ma dall’altro si è specificato che se le banche del consorzio di garanzia dell’aumento di capitale da 5 miliardi riterranno – a loro insindacabile giudizio e senza aver fornito preventivamente alcun parametro di valutazione – che la quantità di obbligazioni convertite non sarà sufficiente, “verosimilmente” l’aumento stesso dovrà ritenersi fallito.
E quindi scatterà la trappola del bail-in.
Che a sua volta avrà come conseguenza la conversione obbligatoria in azioni, peraltro azzerate di valore.
Una mazzata a decine di migliaia di risparmiatori

(© Ansa) Palazzo Salimbeni, sede di Mps a Siena.

Ora, a Mattarella non è sfuggito ciò che alcuni giornali (i cosiddetti giornaloni) fanno finta di non vedere o comunque non commentano, e cioé la tremenda mazzata che così viene appioppata a decine di migliaia di italiani incolpevoli.
E ha ripensato al fatto che Renzi, ascoltando i suggerimenti che gli erano venuti dai capofila del consorzio di garanzia, e segnatamente da Jp Morgan, aveva, per il tramite di Padoan, fatto sapere a Viola – la cui defenestrazione ha poi indotto alle dimissioni anche il presidente Massimo Tononi – che “il mercato” (sic) richiedeva una discontinuità manageriale per potersi convincere a sostenere la ricapitalizzazione della banca.

LA LONGA MANUS DI GRILLI. Ma come, deve aver pensato Mattarella leggendo i sempre puntuali articoli di Giorgio Meletti sul Fatto Quotidiano, questi cacciano il management che aveva salvato Mps dal fallimento per fare un favore a Jp Morgan e poi un mese dopo si ritrovano, in piena campagna referendaria, i manager nuovi che dicono ai risparmiatori che o convertono “spontaneamente” le loro obbligazioni o la banca fallisce?
Non so, ma me ne sto accertando, se a questo punto Mattarella abbia detto, o abbia intenzione di dire, una parolina nell’orecchio di Renzi.
Quel che è certo è che il premier ha già capito per conto suo di aver fatto una fesseria grande come una casa a dar retta a chi – l’ex ministro Vittorio Grilli in primis – gli aveva suggerito di far rotolare, seppur per mano altrui, la testa di Viola.

LA MOLTIPLICAZIONE DEI 'NO'. Il vostro Occhio di lince si è infatti intrufolato anche a Palazzo Chigi e ha potuto vedere di persona quanto girassero vorticosamente le scatole a Renzi.
Il quale si è reso conto che far partire l’operazione di conversione finto volontaria entro fine novembre, come improvvidamente i senesi hanno chiesto alla Consob, significa far sì che nell’ultima decisiva settimana di campagna per il referendum ci siano i riflettori accessi su questa maledetta vicenda.
Che rischia di diventare motivo di moltiplicazione dei 'No'.
Specie dopo che il premier aveva giurato che nessun risparmiatore avrebbe mai perso un euro per colpa delle banche.

Nicola Gratteri - 'Ndrangheta si fa massoneria e politica

‘Ndrangheta, politica e massoneria, Gratteri: “Spesso si trovano nella stessa persona” (VIDEO)


18/11/2016 19:44

E sui pentiti il procuratore della Repubblica di Catanzaro, durante la presentazione a Vibo del suo ultimo libro, “Padrini e padroni”, aggiunge: “Sono importanti, ma da soli non bastano”

“Padrini e padroni”…Esiste un filo rosso che ricostruisce i cambiamenti nella ‘ndrangheta dall’Unità d’Italia fino ad oggi nell’ultima fatica del magistrato Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro e di Antonio Nicaso. Vicende, fatti, intrecci attraverso cui si delineano scenari capaci di far cadere steccati e convinzioni diffuse. L’opera è stata presentata questo pomeriggio a Vibo Valentia, al cospetto di una platea gremita che non si è trattenuta dal rivolgere una serie di domande al noto magistrato. A cominciare dalla necessità di ritrovare la speranza per un territorio in preda alla violenza criminale.

In tal senso, a precisa domanda, Gratteri non ha mancato di evidenziare alcuni aspetti relativi al contributo dei collaboratori giustizia: “Sono importanti ma da soli non bastano”.


Rothschild sono già attivi e grandi nella prima metà dell'Ottpcento

PARMA
Maria Luigia e i Rothschild: conferenza alla Palatina


La Biblioteca Palatina

17 Novembre 2016 - 16:23

Alla Biblioteca Palatina venerdì 18 novembre alle 17,30 il FAI - Fondo Ambiente Italiano grazie alla collaborazione del Complesso Monumentale della Pilotta, organizza la conferenza “Maria Luigia e i Rothschild”. Relatore sarà Giovanni Fracasso, economista, esperto dei mercati finanziari e capo delegazione del FAI di Parma. 
All’interno delle celebrazioni per i duecento anni dall’arrivo di Maria Luigia a Parma non poteva mancare una disamina della situazione finanziaria dei ducati sotto la reggenza della Duchessa. La storia finanziaria dei Ducati parmensi è emblematica della stretta connessione tra l’architettura geopolitica che scaturisce dal Congresso di Vienna e l’egemonia finanziaria della casa dei Rothschild nel continente. I Rothschild nella prima metà dell’Ottocento sono i protagonisti, i “demiurghi” del debito pubblico europeo e si occuperanno anche delle più importanti operazioni finanziarie dei ducati parmensi.

Roberto Quaglia: L'Occidente si è trumpato il cervello?

GIULIETTO CHIESA: "Parla una gola profonda e rivela la grande bugia del ...

Italia prossimo presente - gli euroimbecilli sempre più al palo, nessuna visione paese guardano il proprio ombelico


ECONOMIA E FINANZA
ITALIA vs UE/ La sfida persa da Renzi
Ugo Bertone
venerdì 18 novembre 2016

La frattura, per ora, è evitata. Ma le tensioni tra Roma e Bruxelles restano agitate, ben oltre il livello di guardia. Il clima internazionale, segnato dall'irruzione dell'effetto Trump e della minaccia del protezionismo (ma non è meno importante la svolta sul costo del denaro stimolata dal nuovo presidente Usa), contribuisce ad alzare il tono della sfida assai al di là di quanto non suggerisca il linguaggio della diplomazia e l'esito del voto con cui l'altra notte il Consiglio Ue e il Parlamento hanno raggiunto un accordo sul bilancio 2017 con impegni totali a 157,88 miliardi e pagamenti a 134,49 miliardi. Nella votazione l'Italia si è astenuta ed è la prima volta che accade nel quadro delle decisioni sul bilancio comunitario annuale. 

Seppure la proposta della presidenza Ue e accettata dal Parlamento europeo abbia recepito alcune richieste italiane, "ciò non è stato ritenuto sufficiente per votare in favore". Il sottosegretario Sandro Gozi ha precisato che "sul bilancio 2017 si decide a maggioranza qualificata. Rimane la riserva italiana sul pacchetto generale e in particolare sul bilancio multilaterale". Perciò "decideremo a dicembre se togliere il veto. Intanto abbiamo già ottenuto risposte e aumento dei fondi su Erasmus, piccole e medie imprese, e garanzie per i giovani. È certamente un passo avanti anche se rimane comunque il nostro veto".

Messa così, sembra che l'Europa sia pronta ad accettare la linea "dura" dell'Italia, più decisionista in materia di politica estera (vedi il no a nuove sanzioni verso la Russia), pronta a battere i pugni sul tavolo per veder rispettate le proprie ragioni sui vincoli di bilancio, lanciata alla carica contro gli effetti della politica dell'austerità. In realtà, l'attivismo italiano segnala solo un certo malessere, giudicato con un misto di sufficienza e di preoccupazione dai partner. Vediamo perché:

- L'ultimo report di Standard & Poor's segnala in maniera impietosa le difficoltà strutturali del Bel Paese, che non sono state nemmeno intaccate dalla pioggia di annunci "rivoluzionari" in arrivo dall'esecutivo. L'Italia non tornerà ai suoi livelli pre-crisi prima della metà del prossimo decennio, prevede Jean-Michel Six, capo economista per l'area Emea di S&P Global Ratings. II tallone d'Achille è la produttività debole del Bel Paese, l'unico tra gli Stati Ue a non aver registrato alcun incremento dal 2000. Per questo, ha stimato Standard & Poor's, il Pil italiano è destinato a non superare un +1% annuo nel periodo 2016-2018 e a raggiungere i livelli di crescita pre-crisi solo a metà del prossimo decennio. 

- L'apporto del Quantitative easing e dell'euro debole che avrebbero dovuto alimentare l'economia a partire dall'export non hanno raggiunto risultati sperati: le esportazioni della Penisola nel terzo trimestre di quest'anno si sono attestate del 4% al di sopra dei loro picchi antecedenti la crisi finanziaria, dato modesto se comparato al +15/25% di alcuni partner di Eurolandia.

- Poco contributo è arrivato anche dall'azione del governo che, seppur provando a colpire direttamente le problematiche del mondo del lavoro e dell'elevato stock di crediti deteriorati, finora ha fatto pochi progressi. Ad aggiungersi a ciò, "nel breve termine, l'incertezza intorno al referendum del 4 dicembre peserà sul clima economico", mentre nel medio-lungo termine "i pochi progressi previsti in termini occupazionali daranno un supporto limitato alla spesa delle famiglie, andamento che dovrebbe essere opposto per gli investimenti, attesi in ripresa graduale, ma vulnerabile", conclude l'analisi.

- L'Italia, insomma, ha sprecato l'occasione offerta dal Qe. Come scrive Federico Fubini, "il Paese ha usato i risparmi degli interessi sul debito per finanziare spese che non aumentano il potenziale di crescita". Lungi dal crescere, in questi cinque anni L'Italia ha perso un decimo delle sue quote sull'export mondiale. Un bel guaio ora che la bella stagione volge al termine. Proprio ieri Yves Mersch, membro del direttorio della Bce, ha sostenuto che un'estensione troppo prolungata degli acquisti di asset rischia di fornire "incentivi sbagliati" ai governi, fino a contravvenire le regole europee sul finanziamento degli Stati.

- Insomma, non aspettiamoci un cambio di rotta della politica europea proprio adesso, quando sale la tensione con Washington. Dagli Usa soffia il vento del rialzo dei tassi come all'inizio degli anni Ottanta. Allora, anche per lo stimolo della spesa pubblica post terremoto dell'Irpinia, il debito italiano si avviò, inesorabilmente, sopra il 100%, nonostante il boom delle entrate fiscali. Oggi l'effetto potrebbe essere ancora peggiore: in gioco è la sostenibilità stessa degli equilibri della finanza pubblica. 

In sintesi: è giusta la polemica conto l'austerità priva di obiettivi di crescita. Ma è ancora peggio una politica di spesa basata sulle emergenze elettorali, incapace di dar risposte sul fronte della crescita.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2016/11/18/ITALIA-vs-UE-La-sfida-persa-da-Renzi/733544/

L'Italia e Renzi non hanno nessuna progettualità politica-economica con la Cina, perchè non l'hanno neanche per il proprio paese

POLITICA
DALLA CINA/ Lao Xi: il (brutto) segreto dell'incontro tra Renzi e Xi Jinping

Lao Xi
giovedì 17 novembre 2016

Il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi ha incontrato a Cagliari il presidente cinese Xi Jinping, in uno scalo che avrebbe dovuto essere tecnico e invece si è riempito alla meglio di un informe significato politico.

Si tratta, ahinoi, di un incontro sostanzialmente fatto sul predellino, proprio perché fermandosi in Italia Xi non poteva rifiutare Renzi che si è detto disposto a correre da lui. Renzi del resto non è il primo in queste avventure. Un paio di anni fa il suo predecessore Enrico Letta era andato a Trieste per vedere il presidente russo Vladimir Putin che non aveva tempo per incontrarlo a Roma.

In entrambi i casi paiono incontri costruiti per dire al pubblico italiano: il vostro capo del governo è importante. In realtà, a chi gratta appena la superficie si dimostra purtroppo il contrario, perché questi capi di governo stranieri non si prendono il tempo per una visita di stato a Roma.

Non sappiamo perché Putin non volesse incontrare Letta, ma perché Xi non volesse incontrare Renzi pare semplice: perché non ci sono contenuti. Diversamente, ci sarebbe stata una visita vera e propria.

Xi infatti ha duramente represso tutte le visite turistiche, mascherate da impegni di stato o di governo, dei suoi sottoposti. Quindi il presidente per fare una visita di stato (per esempio in Italia) deve dimostrare a sé e ai suoi che ce n'è bisogno, che è davvero una questione di stato. Ma per questo occorre preparazione, contenuti, cose da fare e decidere. Tutto questo non c'è. E per la verità non c'era nemmeno prima di Renzi.

Dopo la fine del vecchio sistema dei partiti, l'Italia non ha organizzato alcuna politica di ampio respiro, nessuna strategia verso l'estero. Verso altri paesi che questa politica non ci sia è meno importante, perché nei confronti di Stati Uniti, Europa o Russia i rapporti sono comunque incanalati e la cosa essenziale è non deviare. Ma con paesi come la Cina si tratta invece di costruire programmi, cosa che non è stata nemmeno cominciata nonostante se ne parli da circa 20 anni!

La Cina sta facendo tanti investimenti ma sono iniziative individuali, che non hanno bisogno dell'accordo del presidente. Pechino sarebbe stata interessata al porto di Taranto, dove società di Taiwan e Hong Kong avevano investito, ma per motivi misteriosi dopo quasi vent'anni i lavori infrastrutturali non sono neppure cominciati.

Renzi ha chiuso un accordo per la vendita del vino sulla piattaforma online Ali Baba. Benissimo, ma cosa c'entra Xi con questo? Xi non può fare la pubblicità del vino italiano o di un altro paese. Il vino francese domina il mercato cinese perché Parigi è arrivata in Cina 40 anni fa, con investimenti massicci in terreni, produzioni locali e con un processo di educazione che ha insegnato ai cinesi che il vino si beve a partire dal sapore del Bordeaux. L'Italia avrà bisogno di molti anni per fare lo stesso. 

La storia dei treni italiani mancati in Cina non comincia certo con Renzi, il quale è solo l'ultimo, più recente, vagone. Se l'Italia volesse mai fare qualcosa di serio dovrebbe attrezzarsi a correre una maratona, perché la Cina lavora così: sugli scatti, le improvvisazioni, dove l'Italia è maestra, la Cina non c'è. Un tempo, quando l'Italia era una potenza media e la Cina un'affaticata emergente, si sarebbe potuto spingere Pechino ad adattarsi ai modi italiani, ma oggi pare molto più difficile.

Infine, questo mezzo incontro servirà a dare al premier un po' di titoli in un momento per lui delicato, e forse andrà bene così. Per l'Italia sarà un po' peggio perché al prossimo incontro si dovrà dimostrare con più forza e fatica che davvero c'è qualcosa per cui occorre parlarsi di persona.

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2016/11/17/DALLA-CINA-Lao-Xi-il-brutto-segreto-dell-incontro-tra-Renzi-e-Xi-Jinping/733462/

Monte dei Paschi di Siena - Inammissibile la spregiudicatezza di Renzi nel ricattare i risparmiatori, o fate così o ve lo faremo fare noi. La conversione delle obbligazioni da volontarie diventa obbligatoria

ECONOMIA E FINANZA
Mps / Ecco il piano sui bond che svela "l'autogol" del Governo

Sergio Luciano
giovedì 17 novembre 2016

MPS NEWS Quel che sta accadendo al Monte dei Paschi di Siena va ormai oltre il quadro desolante di cattiva gestione di un piano di salvataggio e rilancio incautamente affidato a mani spregiudicate e inadeguate: sconfina in una spregiudicatezza inammissibile. Ricordiamo i fatti. Due giorni fa la banca oggi guidata dal manager designato da Jp Morgan per interposto ministro Padoan, cioè Marco Morelli - uomo di fiducia di Jp Morgan - ha diramato una nota indirizzata ai circa 40 mila risparmiatori titolari di obbligazioni Montepaschi comprate a suo tempo e non convertibili. In questa nota il Monte dei Paschi di Siena propone a costoro di convertire volontariamente queste obbligazioni in azioni, in modo da alleggerire la banca dal peso patrimoniale legato a questo debito obbligazionario. Già, ma questa proposta, che per le norme in vigore è totalmente facoltativa, può essere fatta in molti modi diversi, e quello scelto dal Monte dei Paschi ha un tono intimidatorio

Se la proposta conversione, scrive l'istituto, "non avesse un esito soddisfacente" (in che misura? Non si sa…), le banche che hanno dato una "disponibilità" (non un impegno) a costituire un consorzio di garanzia per collocare il necessario aumento di capitale da 5 miliardi potrebbero sottrarsi all'impegno di garantire l'eventuale inoptato dell'aumento con la conseguenza che Mps "non riuscirebbe verosimilmente" a chiudere la ricapitalizzazione. E allora? Allora, se ciò avvenisse, Mps potrebbe essere sottoposta "ad azioni straordinarie da parte delle Autorità competenti, che potrebbero includere, tra le altre, l'applicazione degli strumenti di risoluzione", e i titoli "potrebbero essere soggetti a riduzione del relativo valore nominale" oppure a "conversione forzata" in azioni.

È chiaro? La banca dice ai suoi obbligazionisti: siamo praticamente falliti, l'unica speranza è fare un aumento di capitale che però chi dovrebbe garantire non è sicuro di voler davvero garantire. Quindi, date il buon esempio e iniziate voi, obbligazionisti privati, a tassarvi: accettate di convertire le vostre obbligazioni in azioni, alleggerirete la banca di debiti (rimettendoci però di tasca vostra) e vi prenoterete la possibilità di prendere parte all'eventuale recupero di valore del Monte dei Paschi di Siena in caso di successo del risanamento. Se invece il risanamento fallisse, pazienza: è vero che perderete i vostri soldi per il "bail-in", ma li avreste persi lo stesso comunque…

Una specie di minaccia, un tono estorsivo, la conferma che i vertici del Monte dei Paschi di Siena non sanno assolutamente che pesci prendere. E ne parlano con imbarazzante candore: "un'elevata adesione" alla proposta di conversione riveste "fondamentale importanza" per la riuscita dell'aumento di capitale in quanto "consentirebbe di ridurre l'importo", con la conseguenza di "aumentarne le probabilità di successo".

Quel che sta succedendo è piuttosto trasparente. Le ricerche fatte da Morelli in giro per il mondo di investitori disposti a mettere soldi nella banca non hanno ottenuto risultati; la Bce ha in corso un'ispezione a Siena che la banca non aveva comunicato e si è appresa di straforo, e ciò non depone bene; in mancanza di numeri chiari (non è stata ancora aperta la cosiddetta "data room" a disposizione degli eventuali investitori) e in assenza di un forte commitment da parte di un promotore del salvataggio, a maggior ragione gli investitori si astengono; e quindi all'uomo di Jp Morgan non resta che rivolgersi ai piccoli obbligazionisti. Il mercato ha capito che Jp Morgan dall'operazione Siena vuol solo guadagnare pingue provvigioni, senza rischiare un dollaro di suo. E si comporta con altrettanta freddezza. 

Ora, torniamo con la memoria al primo agosto scorso. In quella data, Passera si prepara a presentare il suo piano al consiglio del Monte, che poi non lo vorrà più incontrare. Anche il suo piano prevedeva la conversione volontaria delle obbligazioni in azioni. Ma come scelta a valle e non a monte della ricapitalizzazione. Ecco cosa c'era nel documento di Passera, a proposito del risanamento: venivano descritte tre fasi: "Aumento di capitale in contanti tra i 2,5 e i 3 miliardi da coprire parzialmente anche con investitori finanziari di lungo periodo; conversione volontaria di una parte dei prestiti subordinati per circa un miliardo che metta questa categoria di investitori in condizione di beneficiare - se lo vorranno - del rilancio della banca in qualità di azionisti a pieno titolo; destinazione a patrimonio dell'intero risultato 2017; contributo di Atlante alla Bad Bank con 1,6 miliardi di mezzanino". E utilizzo di tutto l'utile del primo anno a ulteriore supporto del risanamento patrimoniale. Come dire: tutto un altro film. Con Passera, la conversione volontaria delle obbligazioni avrebbe fatto seguito, e non preceduto, all'iniezione finanziaria degli investitori istituzionali disposti a scommettere sul risanamento della banca…

Il clamoroso autogol del governo nell'aver affidato la patata bollente senese a Jp Morgan e Mediobanca viene dunque fuori in tutta la sua plastica gravità. E la possibilità di riuscita del tentativo di Morelli diminuisce di giorno in giorno. Se dovesse passare, ciò accadrebbe solo in nome di forzature estreme, certo non prive di strascichi, mentre l'alternativa di Passera, come ha dichiarato anche l'ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini, "è stata bocciata dalla politica, non si voleva far entrare un estraneo nel sistema Toscana. Hanno giocato contro anche il rapporto finanziario di ferro che da sempre c'è tra Mps e Mediobanca e quello politico tra governo e Jp Morgan".

A queste condizioni, il salvataggio, se pure dovesse funzionare, sarebbe un affare per pochi e un bagno di sangue per tanti.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2016/11/17/MPS-Il-piano-sui-bond-svela-l-autogol-del-Governo/733495/

Eugenio Orso - Aleppo - gli ospedali pediatri si moltiplicano, i i bimbi morti anche, tutto si fa per salvare i mercenari tagliagola dell'Isis e Bergoglio si presta

Bergoglio gesuita, il finto buono, mi hai stufato! di Eugenio Orso
Posted on 18 novembre 2016


Mentre l’azione congiunta russo-siriana sta procedendo verso la piena liberazione di Aleppo e l’annichilimento delle strutture terroristiche, presenti intorno ad Aleppo e nell’Idlib, le “colombelle” che portano nel becco non il ramoscello d’ulivo, ma la “sola” dei diritti umani, tubano disperate perché si fermino i bombardamenti, non si lancino più kalibr (i cruise russi) … risparmiando i terroristi annidati nella parte centro-orientale della città e intorno ad essa affinché si riorganizzino per contrattaccare.

Costoro – le “colombelle” occidentali – fanno appello ai buoni sentimenti, all’umana pietà e ci fanno vedere con finestra oraria 24×7 foto e filmati di bimbi feriti, di genitori disperati, di vecchi sotto le bombe. Strepitano, costoro, che i bombardamenti russi colpiscono scuole, asili e ospedali, come se i russi (e i siriani e tutti gli altri liberatori di Aleppo) fossero dei coglioni totali che lasciano intatti i covi jihadisti, i comandi di al-qaeda, i depositi di munizioni, accanendosi con le bombe, sadicamente, solo sulla popolazione civile, su scolari e neonati, sui malati in degenza ospedaliera.

Le “colombelle”, come quelle che scrivono sul Fatto Quotidiano (da me ribattezzato simpaticamente il Ratto Quotidiano), giornale notoriamente filo-sionista e filo-atlantista, non mancano di farci notare che ad “Aleppo, un bambino viene estratto (orfano) dalle macerie dopo i bombardamenti. Colpito ospedale pediatrico” [http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/17/aleppo-un-bambino-viene-estratto-orfano-dalle-macerie-dopo-i-bombardamenti-colpito-ospedale-pediatrico/3201262/]. Accanto al bimbo estratto dalle macerie c’è anche il “rinforzino”, colpito ospedale pediatrico.

Non dissimili le “colombelle” democratico-liberal di Repubblica R.it, che titolano capziosamente, per le stesse identiche ragioni del Fatto, “Siria, colpito ospedale pediatrico ad Aleppo: 21 morti, anche 5 bambini”

Queste “colombelle” pacifinte, cresciute con l’abbondante e ricco becchime del servilismo nei confronti delle élite finanziarie che controllano le City e gli stati occidentali, giocano subdolamente con la vostra “bontà d’animo”, che si presume innata, con la pietà delle mamme nei confronti dei bimbi in difficoltà, con i sentimenti paterni degli uomini che hanno prole, cogliendovi nei punti deboli per indurvi a condannare Putin e la Russia, Assad e la Siria e tutti quelli che resistono, nel mondo, ai disegni neocapitalisti di dominio assoluto e di dissoluzione/frantumazione/distruzione degli stati ribelli.

Le “colombelle” se ne fregano se i terroristi di al-qaeda, che ancora qualche “obamiano” cultore della menzogna definisce ribelli moderati, sparano sulla folla ad Aleppo est che manifesta contro di loro, sgozzano come fa l’isis i fedeli di altre religioni (alawiti, cristiani, yazidi, eccetera), bambini compresi, oppure lanciano mortai e bombole di gas contro scuole, chiese, ospedali, moschee in Aleppo ovest, controllata dai governativi. Anche là, nella parte ovest della città, muoiono bambini, vecchi, malati e altri soggetti deboli. Anche là possono mancare luce ed acqua, e abbondare le macerie. La verità è che mentre l’aviazione russa e quella siriana si concentrano sulle postazioni e i centri di comando dei terroristi, questi ultimi prendono di mira indiscriminatamente i civili, per mietere il maggior numero di vittime e seminare il panico. Evidentemente, per le “colombelle” giornalistiche pacifinte, tubanti i soliti diritti umani, ci sono morti di serie A che devono suscitare pietà e indignazione e altri, così trascurabili, inutilizzabili in questo gioco di disinformazione al punto di non meritare menzione, o solo notizie fugaci senza enfasi, da relegare in serie B.

La verità è che i terroristi, che tengono in ostaggio una parte della popolazione in Aleppo est (solo una minoranza li appoggia), sono il costoso “asset” sul terreno dell’Asse del Male, costituita da Usa (democratici, obamiani, clintoniani, liberal, neocon, Wall Street), Arabia Saudita, Turchia, Israele. “Asset” armato e finanziato proprio per far collassare la Siria e frantumarla in staterelli conflittuali. Per tale motivo, i servi giornalistici e mediatici delle élite finanziarie, proni davanti alle ragioni dell’Asse del Male, starnazzano con piglio “umanitario” ogni qualvolta che la Russia passa all’offensiva, supportando il legittimo governo siriano nella liberazione del paese e di quella che era la sua città più popolosa.

Fin tanto che in questo gioco mediatico di alterazione della realtà, di autentica disinformazione e di selezione opportunistica delle notizie e delle colpe s’inseriscono molte organizzazioni non governative o, addirittura, le Nazioni Unite nelle persone di Ban Ki-moon e Staffan de Mistura, posso anche capire, perché, in fondo, si tratta di servi dello stesso padrone, ma quando si presta anche la massima autorità religiosa in occidente, cioè il papa, resto sconcertato e … indignato.

Unendosi al coro interessato del Fatto, di Repubblica, di molti altri servitori delle élite-sponsor di al-qaeda e dell’isis, Bergoglio il gesuita invoca la fine della violenza su vittime innocenti, e, guarda caso, proprio adesso che i siriani, con l’aiuto russo, sono vicini alla vittoria finale, almeno in Aleppo … Lo dice al patriarca della Chiesa Assira, una delle più colpite dalla violenza dei terroristi coccolati dall’Asse del Male, con perfetta scelta dei tempi!

Non è che Bergoglio vivacchi sulla scia delle élite finanziarie che hanno voluto la guerra in Siria e Iraq, per demolire questi due stati e rimuovere Assad? Dietro la patina di bontà che lo contraddistingue, non è che il suddetto cerchi di “accreditarsi” nei confronti di queste élite strapotenti e spietate, evitando che queste demoliscano anche Sancta Romana Ecclesia? In tal caso, la sua bontà d’animo di pastore universale sarebbe alquanto interessata. Del resto, un tentativo di demolizione di SRE c’è stato quando è esploso lo scandalo della pedofilia dagli Usa all’Europa, o meglio, si trattò di un avvertimento forte, di stampo elitista-mafioso, così riassumibile: “Chiesa, o righi dritto senza far capire ai tuoi fedeli chi sono i responsabili della scarsità di lavoro, delle insufficienze di reddito, delle ondate migratorie, delle guerre stesse, oppure noi ti demoliamo pezzo per pezzo con scandali giudiziario-mediatici!”

Bergoglio il gesuita è salito al Soglio di Pietro proprio per rifare il look a SRE, dopo lo scandalo della pedofilia nelle canoniche, nei seminari e nei vescovadi, denunciando squilibri, povertà e violenze, ma senza indicarne i responsabili, lasciando che tutti guardino il dito e trascurino la luna. Costui non deve infastidire le élite, smascherandole nel loro ruolo di guerrafondai e schiavisti e mettendogli contro i fedeli. Deve soltanto predicare, da buon pastore, genericamente contro la violenza, unendosi al coro servile mediatico di condanna della guerra – difensiva, anti-terroristica! – di Putin e Assad, della Russia e della Siria, che osano opporsi alle élite occidentali dominanti (in cui entrano a pieno titolo anche sionisti e sauditi-wahabiti).

Come ho già scritto, il vero scopo di tutto questo subdolo pietismo, di questo far leva sui vostri buoni sentimenti con immagini strazianti (i media) e parole di pace e bontà (Bergoglio) è quello di impedire l’offensiva finale russo-siriana per la definitiva liberazione di Aleppo e il collasso totale delle bande terroristiche.

Era molto meglio, come papa, l’effemminato tedesco Ratzinger/Benedetto XVI, che almeno credeva in dio e non era propenso a piegarsi ai ricatti … per questo l’hanno dimissionato a forza!

Bergoglio, pacifinto, questa volta mi hai stufato!

In Fede

Eugenio Orso

venerdì 18 novembre 2016

Referendum - 3 - Renzi stai sereno

Approfondimento
Costituzione e Trattati europei: il suicidio nei giorni di follia
2 ottobre 2016



di Michele Daniele

Le Costituzioni sono catene con cui gli uomini si legano nei loro giorni di saggezza per non commettere suicidio nei loro giorni di follia

[John Potter Stockton]

Un’affermazione senza dubbio avveduta, ma che rischia purtroppo di diventare solo un remoto riferimento a ciò che le Costituzioni furono e più non sono.

Cosa accade se nei giorni di follia si riescono a spezzare quelle catene che uomini più saggi avevano messo a nostra protezione? Questo è il rischio che si corre oggi nello stravolgere la Costituzione nata nel 1948.

Per la verità, qualche ora di follia c’è già stata negli anni precedenti. Per esempio, quando il pensiero mainstream riuscì nell’intento di diffondere l’idea del vincolo esterno, cioè l’idea che gli Italiani non siano in grado di autogovernarsi e che necessitino di una qualche entità sovranazionale che faccia il loro bene. In quelle ore di follia, gli uomini diedero vita ai Trattati europei.

Costituzione vs Trattati: due modelli di società diversi

Nei primi decenni dalla sua entrata in vigore, la Costituzione ha fatto da guida allo sviluppo dell’Italia, in campo non solo economico, ma anche culturale e sociale, grazie anche ad un sistema di welfare diffuso ed al quasi raggiungimento della piena occupazione.

Risultati non casuali, ma derivanti da un’idea di società che i Costituenti avevano tracciato nella Costituzione del 1948:

  • una forma di capitalismo nel quale lo Stato ha un ruolo rilevante
  • un’idea avanzata di “democrazia progressiva”, secondo cui la democrazia ha il compito di promuovere l’uguaglianza e la libertà dei cittadini (riflessa nello splendido Art. 3)
  • un dovere di solidarietà politica, economica e sociale richiesta per poter garantire a tutti i diritti inviolabili dell’uomo (Art. 2)
  • la centralità del lavoro e dell’obiettivo del pieno impiego, posta ad epigrafe dell’intera Carta, che si apre con il celebre “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”, esplicitata poi nell’Art. 4 (“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”) e ribadita in numerosi altri articoli.

A questo risponde, nell’architettura costituzionale, la sequenza che vede, dopo i principi fondamentali (contenuti negli articoli da 1 a 12), l’enunciazione di principi programmatici, ossia l’esplicitazione degli strumenti con cui dare realtà e concretezza a quei diritti (articoli da 35 a 47, dedicati ai rapporti economici). In tal modo, la “Costituzione economica” è organicamente connessa ai principi fondamentali, e qualsiasi legge adottata sul territorio italiano deve necessariamente ruotare intorno a questi principi, pena la palese incostituzionalità della stessa.

È invece semplice constatare come i Trattati europei sottendano un’idea di società totalmente differente da quella insita nella nostra Carta fondamentale.

Nel capitalismo da essi tracciato troviamo infatti:

  • una totale prevalenza del mercato e delle sue leggi, basate su una competitività sfrenata, che escludono categoricamente opzioni di solidarietà
  • un ruolo dello Stato minimale, che deve però intervenire in presenza dei “fallimenti dei mercati”
  • una preminenza della lotta all’inflazione
  • la necessità dell’indipendenza della Banca Centrale dai Governi
  • la subordinazione dello Stato ai mercati finanziari
  • la dipendenza della politica dall’economia, come ricorda la lettera inviata dalla BCE al Governo italiano nell’estate del 2011, che causò la caduta del governo Berlusconi e la sua sostituzione con successivi tre Presidenti del Consiglio graditi alla finanzia internazionale.
La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea non ha gambe per camminare

Con il recepimento dei Trattati si è quindi totalmente capovolto il modello costituzionale. I “nuovi” principi fondamentali, e cioè libera concorrenza, stabilità dei prezzi e indipendenza della banca centrale dai Governi, di fatto non sono scalfiti neppure dalla presenza, entro il corpus giuridico dell’Unione, della Carta dei diritti fondamentalidell’Unione europea (peraltro molto meno avanzata della Costituzione italiana). Il Trattato sull’Unione europea (TUE), all’Art. 6, la riconosce con queste parole:

“L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, adattata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati.”

Ma subito aggiunge:

“Le disposizioni della Carta non estendono in alcun modo le competenze dell’Unione definite nei trattati.”

Anche qui la distanza dalla Costituzione italiana è abissale: il carattere programmatico di quest’ultima si esprime infatti nel far seguire, agli articoli contenenti i diritti fondamentali, gli articoli che contengono anche gli strumenti per realizzare quei diritti. Nella Costituzione, l’intero ordinamento giuridico è al servizio della realizzazione di quei diritti.

Nell’Unione europea, al contrario, l’adesione alla Carta dei diritti fondamentali è solo un orpello totalmente svincolato dagli strumenti con cui realizzare tali diritti, tant’è che quello che conta è scritto nei Trattati, non nella Carta dei diritti. E non a caso.

La Costituzione difende il lavoro, i Trattati la stabilità dei prezzi

Come abbiamo visto, stabilità dei prezzi e competitività sono principi totalmente assenti dalla nostra Costituzione. Anzi, sono palesemente incompatibili con essa. Un solo esempio al riguardo.

Non tutti sanno che l’Italia sarebbe passibile di sanzioni se il suo tasso di disoccupazione scendesse al di sotto del NAIRU, acronimo di Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment, cioè il tasso di disoccupazione che si ritiene necessario affinché l’inflazione risulti stabile. Per il pensiero mainstream, infatti, un basso tasso di disoccupazione è causa dell’aumento dei salari e a seguire dell’inflazione. Orbene, il NAIRU programmato dall’UE è diverso da Paese a Paese. Quello programmato per l’Italia è del 12%. Cioè l’Italia rischia sanzioni se la disoccupazione scendesse molto al di sotto del 12%. E sapete quant’è attualmente la disoccupazione in Italia? Circa il 12%. Rassegniamoci a conviverci a lungo.

La Costituzione parla di limitazioni di sovranità, non di cessioni

Com’è stata possibile questa inversione di 180° dei principi fondamentali della nostra Carta costituzionale? Principalmente attraverso due vie: una sostanziale, l’altra formale.

Quella sostanziale è consistita nello screditare lo Stato ed i suoi amministratori, nell’enfatizzare l’incompetenza e la corruzione della classe politica, nel demonizzare il debito pubblico, nel trasformare i diritti sociali in privilegi. L’opinione pubblica è stata manipolata, convinta della necessità di un cambiamento inevitabile e dell’assenza di alternative – There Is No Alternative (TINA).

La via formale è consistita in una raccapricciante interpretazione dell’Art. 11 della Costituzione:

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Ora, non è necessario essere dei costituzionalisti per rendersi conto che:

  1. il tema fondamentale di tale articolo è che l’Italia ripudia la guerra e che farà di tutto per promuovere e mantenere la pace,
  2. a tale scopo è disposta ad accettare limitazioni (non cessioni) di sovranità a favore di un qualche organismo internazionale rivolto al mantenimento della pace,
  3. tale limitazione di sovranità deve avvenire in condizioni di parità con gli altri Stati.

Nient’altro. Va da sé che l’organismo che i costituenti avevano in mente erano l’ONU o, con qualche riserva, la NATO.

Niente quindi che potesse consentire la sottoscrizione dei Trattati europei, in quanto praticamente nessuno dei tre punti precedenti viene rispettato.

I Trattati europei hanno messo gli Stati dell’Eurozona uno contro l’altro, tanto che molti osservatori temono che prima o poi ciò possa sfociare in un vero e proprio conflitto armato. L’affermazione che sia stata l’Unione Europea a garantire 70 anni di pace in Europa è sostanzialmente falsa, in quanto ignora la divisione in blocchi scaturita dalla Seconda Guerra Mondiale oltre al ruolo della NATO.

In ogni caso, l’Art. 11 consente limitazioni di sovranità e non vere e proprie cessioni, come invece è successo con la sovranità monetaria. Con il Trattato di Maastricht, infatti, l’Italia ha ceduto la facoltà di creare moneta ad un organismo sovranazionale, la BCE, adottando a tutti gli effetti una moneta straniera. Con il Trattato di Lisbona ha pressoché ceduto la sovranità giudiziaria, in quanto le normative comunitarie sono ormai sovraordinate a quelle nazionali. Inoltre, è noto a tutti che la legge più importante di uno Stato, la legge finanziaria, deve essere approvata, prima ancora che dal Parlamento italiano, dalla Commissione UE a Bruxelles.

Infine, neanche le condizioni di parità tra Stati sono rispettate. Basti pensare alla Svezia, alla Danimarca o all’Ungheria, Stati a tutti gli effetti appartenenti all’UE, ma che non sono soggetti ai vincoli di Maastricht cui invece siamo soggetti noi Italiani.

La Corte Costituzionale ha gravi responsabilità nell’aver permesso la palese violazione dell’Art. 11 da parte dei Trattati. Un’interpretazione benevola è che la Corte non abbia voluto interferire con la volontà politica di dotarsi di un vincolo esterno. Ma, come da epigrafe, la Costituzione avrebbe dovuto impedire tale follia. E l’organo preposto ad impedirla è proprio la Corte Costituzionale, il cui ruolo non è quello di rispettare la volontà politica se questa è in contrasto, sostanzialmente e formalmente, con i principi della Carta.

È tutto perduto?

Tutto è perduto, quindi? Non ancora. Sia perché la Corte Costituzionale si è riservata l’ultima parola in caso di questioni di legittimità costituzionale riguardo a norme europee, sia perché lo stesso Parlamento potrebbe rigettare i Trattati grazie ad articoli previsti negli stessi Trattati (es. Art. 50 del Trattato di Lisbona), sia sulla base del diritto internazionale, che prevede il ritiro unilaterale con la clausola “rebus sic stantibus”, cioè, se le cose stanno così (ad esempio, sono intervenuti fatti che hanno modificato l’equilibrio dell’accordo a mio svantaggio) chiedo la risoluzione dell’accordo.

Ciò non è ovviamente automatico, ma deve formarsi un’opinione pubblica consapevole della dannosità dei Trattati europei e che ne chieda quindi una profonda revisione o, più facilmente, la risoluzione. Ma non stiamo andando in quella direzione, e ancora in troppi sono convinti che “più Europa” risolva i problemi causati dalla stessa Europa, allo stesso modo in cui un tossicodipendente chiede “più droga” per risolvere i problemi causati dalla stessa droga.

La recente proposta di riscrittura della Costituzione sembra essere tesa principalmente a conformare il sistema politico italiano a quello europeo (Parlamento eletto puramente decorativo, e tutto il potere all’esecutivo) e a preparare il terreno per ulteriori cessioni di sovranità ad autorità sovranazionali (riaccentramento delle competenze dalle Regioni allo Stato, in modo che non vi siano ostacoli alla cessione di tali competenze all’UE; si sa che il mercato di luce, acqua e gas fa gola alle multinazionali del settore…).

Dopo la modifica costituzionale che ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione, la dissoluzione finale dello Stato italiano passa attraverso la revisione costituzionale del disegno Renzi-Boschi.

L’unica notizia positiva è che possiamo esprimerci il 4 dicembre con un deciso NO da barrare sulla scheda elettorale.

L'ideologia del Politicamente Corretto ha perso e perderà sempre di più in quest'Europa di euroimbecilli

NON SONO I PRESIDENTI A CAMBIARE L’AMERICA; È L’AMERICA CHE CAMBIA I PRESIDENTI

(di Giampiero Venturi)
17/11/16 
Prendiamo spunto dall’elezione di Trump, ma possiamo allargare il concetto a tutta la storia recente degli Stati Uniti. Analisi e dibattiti del dopo-elezioni, si concentrano spesso sul “cosa succederà adesso”, puntando i riflettori sulle mosse del Presidente neoeletto e sul futuro della nazione.
Nel contesto attuale, le domande sono ancora più rilevanti, dal momento che l’elezione non prevista di Trump lascia intendere un cambio di scenari importante all’orizzonte, sia sul piano interno che su quello della politica estera.
Come ulteriore spunto di riflessione potremmo però chiederci se l’arrivo di un Presidente considerato di rottura rispetto alla precedente amministrazione, sia davvero antesignano a restyling importanti o se viceversa sia la sintesi di un cambio di rotta chiesto già da tempo dall’elettorato. In altri termini, sarà Trump a cambiare il Paese o l’America profonda ribolle da anni di un malcontento sociale stratificato?
In un sistema presidenziale puro, dove il capo dello Stato è anche il capo del governo e assume il ruolo di un monarca assoluto (soprattutto se affiancato da un Congresso amico), è evidente che tutti i prodotti del mandato saranno riferiti al suo operato diretto. Solo per citare alcuni esempi: è stato così per Kennedy, passato alla storia come presidente liberal dalle grandi vedute; è stato così per Reagan, padre del grande ritorno USA dopo la sordina degli anni ’70; è stato così per Obama, primo presidente afroamericano, patrocinatore della rottura di mille tabù…
In realtà ciascun Presidente nasce da un’investitura popolare che ha maturato una coscienza durante tutta l’amministrazione precedente. Il discorso vale soprattutto se il Presidente uscente ha goduto di un doppio mandato, aumentando le possibilità che un ribaltamento dello stato di cose sia gradito all’elettorato. Questo prescinde dalle virtù e dai successi di un’amministrazione: è un'inevitabile necessità di ricambio che si lega all’evoluzione dei tempi. Ne fece le spese anche Churchill che portò il Regno Unito alla vittoria nella guerra mondiale, ma fu rottamato subito dopo. Come a dire: “finita la festa, gabbato lo santo…”.
Per rimanere agli esempi allora, possiamo interpretare Kennedy più come il simbolo carismatico di una generazione nuova pronta a passare dal generale Eisenhower al beat degli anni ’60, che come un Presidente innovatore venuto da chissà dove. Stessa cosa per Reagan, riesumatore dell’America dalle ceneri del Vietnam, del Watergate, dalle figuracce in Iran e dalla depressione economica e identitaria degli anni ’70.
Arrivando ai nostri giorni, il ragionamento è lo stesso. Obama ha pensionato l’America di Bush cavalcando ambienti e istanze liberal pressanti, maturate in 8 anni di “repubblicanismo” radicale. Ora che tocca a Trump, non è difficile immaginare che quelle stesse istanze non rappresentino più il cuore interiore di un Paese nervoso e deluso. Se Obama era l’incarnazione della rivincita delle minoranze culturali, etniche, religiose e la sponda ideale per abbattere ogni tradizionalismo politico americano, a spingere Trump sulla soglia della Casa Bianca sono state decine di milioni di americani rimasti a lungo senza voce. Checché qualcuno storca la bocca, esiste una maggioranza demografica negli States fatta di bianchi, cristiani ed eteorsessuali, di cui almeno la metà sono uomini, che hanno diritto di avere un’opinione e soprattutto libero accesso al voto. Così è e bisogna starci.
Verrebbe da dire “i tempi cambiano” ed è proprio così in effetti. Non sarà Trump a introdurre chissà quali novità quindi, ma è stata un’America stufa di certi ambienti a chiedere di farlo. Che tocchi proprio a lui, può essere contingenza, destino o anche abilità. Provare a rompere il guscio del pensiero universale strutturato sui luoghi più comuni del politicamente corretto, non era un compito facile e in tutta onestà, ci voleva il personaggio adatto. Ora vedremo, sapendo che “cosa c’è da aspettarsi da Trump” diventa in realtà “cosa c’è da aspettarsi dall’America che lo ha eletto”.
Su questo si sposta l’asse dell’analisi. Se Hillary Clinton e l’intellighenzia DEM non sono riuscite a captare il battito più profondo del Paese, la stessa cosa sta avvenendo nel resto dell’Occidente?
Ciò che saranno gli States attraverso le scelte del nuovo Presidente corrisponde a quello che gli States hanno mormorato negli ultimi anni di profondo distacco dall’operato di Obama. Vale lo stesso per l’Europa?
A giudicare dalle risposte elettorali degli ultimi anni in diversi Paesi europei, la risposta non può essere che “sì”, con ogni certezza. Mentre le lobbies al potere a Washington si allontanavano da una base sociale allargata (fatta eccezione per le roccaforti liberal, ora tornate minoranza), anche in Europa si ha la certezza che il potere politico-burocratico non stia al passo col malcontento delle comunità locali.
La “semplicità” istituzionale degli USA però ha garantito il cambio, confermando quella grande forma di democrazia diretta che rappresenta l’America. Sarà così anche da noi?
Lo spunto è interessante e ci invita ad una considerazione: non dobbiamo chiederci cosa comporterà la presidenza Trump per l’America, ma ciò che succederà al mondo che dall’America dipende, direttamente o indirettamente.
Noi europei, viziati da mezzo secolo di deleghe culturali, politiche e ideologiche siamo ancora in grado di decidere del nostro futuro? Appiattiti sull’onda lunga americana che abbiamo assecondato in ogni passaggio, dal maccartismo degli anni ’50 fino al gay friendly dell’ultimo decennio, cosa faremo davanti ad una sterzata a 180° come l’elezione di Trump? Andremo in tilt in un corto circuito tra popolo e istituzioni che non lo rappresentano o faremo i cagnolini che si riposizionano davanti al padrone?
Sarà interessante a questo proposito vedere il linguaggio politico delle amministrazioni embedded dallo strapotere liberal di Washington, che tra le altre colpe ha avuto soprattutto quella di credersi immortale e amato da tutti.
Solo per questo vale la pena tenere gli occhi aperti per almeno un quinquennio.
(foto:web)