Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 novembre 2016

DIEGO FUSARO: Né di destra né di sinistra. Contro il capitale, con Marx ...

Saremo noi, i piccoli contadini che salveranno la Terra e anche l'Italia

Posted on 25 novembre 2016

Cronache dalla provincia profonda [Alceste]

Venerdì. Parto per il mio annuale pellegrinaggio nel Viterbese, a ridosso dell’Umbria.

La raccolta delle olive.
Col tempo questa ricorrenza è mutata nel mio animo.
Qualche anno fa era una ricorrenza felice, con dei pallidi riflessi orgiastici, una sorta di Dionisiache dell’autunno.
Oggi assomiglia a un itinerario del dolore, della privazione.
Già quando si scavalla sulla Cimina ci si accorge che qualcosa non va.
I castagni lungo la strada, che una volta donavano liberamente e spontaneamente i loro frutti, oggi sembrano stitici. Ricordo che, negli anni passati, decine di viaggiatori fermavano le loro auto sul ciglio della strada per fare incetta dei ricci caduti sulla strada e passare, quindi, la serata accanto al fuoco.
Oggi di castagne non se ne vede ombra.
La produzione è a picco.
Forse un parassita, forse il diavolo. Le piante hanno un aspetto malaticcio. Il mio minuscolo castagneto, d’altra parte, è abbandonato da qualche tempo, e ormai infruttifero.
Questa la campagna. Un tempo donava, oggi bisogna strapparle i frutti a bastonate di anticrittogamici e pesticidi, come un vecchio ronzino renitente. Un albero di ciliegie
Sopravvive, in tale carestia, solo qualche anacronistica festa della castagna. Come i documentari del National Geografic: tigri e leoni stanno scomparendo, ma loro continuano a sfornare reportage sulla selvaggia e terribile fauna felina. Così il fesso sulla poltrona continua a credere che il mondo della sua infanzia (leoni, ippopotami e tigri ne popolavano i sussidiari) persista come sempre.
Le castagne non ci sono, ma si fa la castagnata.
La sagra delle castagne, la festa delle castagne.
Una volta presi a parte uno degli organizzatori. Confessò, senza troppi rigiri di parole, che il grosso dei frutti utilizzati nella sagra era stato acquistato all’ingrosso.
“E dove le pigliate?” Gli feci. “Al mercato X. Pare che siano castagne del Bangladesh” rispose con rassegnato candore. “Bangladesh? Mi pigli per i fondelli?“. E quello, come a canzonarmi: “Da quelle parti hanno due raccolti all’anno“. Interviene un altro: “Ma che Bangladesh. Sono spagnole. Il Bangladesh compra le eccedenze in Spagna per due lire e poi le rispedisce a noi coglioni a prezzo pieno“. Le castagne del Bangladesh, prosegue il tipo, sono di altro tipo, crescono in acqua. L’altro interlocutore si acconcia alla nuova spiegazione: “Tanto che cambia?“. Infatti non cambia niente: le castagne non ci sono e il Bangladesh ci tiene per le palle. Intervengo a lume di logica: “Ma perché non le compriamo noi in Spagna per due lire?“. Nessuno lo sa. Alla fine arriva la botta di depressione: “Se continua così qui è finita. Finita“.
Rassegnazione e scherzo. Conosco tale stato d’animo. È la leggerezza di chi non sente il destino nelle proprie mani. Fatalismo. Il potere li ha condotti in un vicolo cieco, giorno dopo giorno, tassa dopo tassa, direttiva idiota dopo direttiva idiota; si sono fidati nell’ordine della Coldiretti, della DC, di Forza Italia, ora del PD; non scorgevano, come al solito, il disegno complessivo: la progressiva eliminazione di ogni realtà agricola medio-piccola. Li hanno portati qui, togliendogli ora un’esenzione, lì un incentivo, qua una detassazione. Li hanno allagati di leggine folli, regolamenti inattuabili, obblighi, imposte, burocrazia inutile. E ora eccoli, con un pugno di mosche in mano, una generazione di figli menefreghisti e nessuna prospettiva. La situazione è senza sbocco: non rimane che farsi una risata sull’orlo del l’abisso.
Anche lo storico titolare del frantoio Matteucci, Mario Matteucci, scioglie il suo grido di dolore. Il suo frantoio è uno degli ultimi a utilizzare la vera spremitura a freddo, con torchi e fiscoli. E infatti Matteucci, un uomo senza età, una sorta di genius loci, ancora attivo ed energico, è un maestro fiscolaio.
Il fiscolo è una sorta di anello in fibra vegetale su cui è spalmata la pasta delle olive che scende dalla mola. I fiscoli vengono poi inanellati nel torchio e schiacciati gradatamente dalle presse. Il liquido ottenuto è poi decantato della sua parte acquosa residuando quale olio. Olio d’oliva spremuto a freddo.
Matteucci intreccia fiscoli, canapa e fibra di cocco da parecchi decenni. Vi ricordate il celeberrimo cavalcone de L’armata Brancaleone di Monicelli? L’ha fatto lui, con le sue mani. Ne conserva ancora qualche spezzone.
Per arrivare al frantoio (che risale al 1856, è in Via del Paradosso) occorre attraversare uno dei luoghi più belli di Viterbo. O del mondo. In realtà non si va a visitare un luogo: vi si reca in pellegrinaggio. E, al solito, non è importante l’arrivo, ma ciò che accade alla nostra anima durante il viaggio. Come nella leggenda del Simurgh. Tutti gli uccelli del mondo partono alla ricerca del favoloso Simurgh, la Fenice; durante il viaggio sopportano terribili sofferenze, quasi tutti muoiono. Infine arrivano, in numero di trenta, e solo allora, dopo la purificazione del viaggio e del dolore, sono finalmente in grado di capire: il Simurgh sono essi stessi, il dio è quei trenta sopravvissuti.
In autunno, verso l’imbrunire, senza negozi e automobili a ricordare la volgarità dell’eterno presente, incamminarsi verso la Via del Paradosso è un’esperienza memorabile, almeno per chi è sensibile a tali sortilegi.
Nonostante la vicinanza del centro storico, il silenzio è quasi totale; le luci fievoli. Domina la possanza gentile del tufo e della pietra. L’angusto camminamento medioevale ci conduce coi suoi parapetti, le scalinate secolari, le rientranze delle mura e gl’improvvisi saliscendi; ecco un arcata, o un ponticello; l’erba vetriola spunta a ciuffi qua e là: alcune dimore abbandonate hanno il tetto sfondato, ma non stonano mai col paesaggio, quasi fossero i naturali invecchiamenti di un nobile corpo. Il verde cupo dei cipressi immobili si staglia meravigliosamente sul grigio delle pietre.
Matteucci è alla plancia dei comandi. Ordina, controlla. “Qui bisogna fare il Napoleone o non si capisce più nulla“. Ma anche lui, in fondo, è rassegnato, e non certo per l’età. “Non c’è niente da fare, è finita. È come la morte per un vecchio. Non sai quando arriverà, ma arriverà, è sicura … prima o poi … presto“. Italia kaputt. Poi la litania, sempre la stessa: lo Stato porco, i politici ladri, l’euro, gli immigrati. O, a piacimento: l’euro, lo Stato porco, i politici ladri, gli immigrati. “Sono sempre stato antifascista, ora voglio solo qualcuno che dica: andate via“. Guardo il suo lavorante più fidato, un egiziano, occupato a scaricare casse di olive. Lui capisce al volo: “Quello non è un immigrato, è un ingegnere. Un ingegnere vero. Sta con me da dodici anni. Una mosca gialla“. Cioè, una eccezione. Lo stato porco, l’euro, Equitalia. Il lavoro impossibile: chi fa qualcosa è svantaggiato, meglio non fare più niente … e così via. “Sono giusti gli obblighi: i NAS, l’antisofisticazione … ma quando ti entra ogni giorno in azienda una sanguisuga … devi riparare la tettoia, devi spostare quello, devi fare quello … quattrocento di qua, trecento di là … come fai?“.
I grani del rosario scivolano nel discorso. Tutti li conoscono. Non si ha, però, più voglia di lottare. “Assuefazione al declino“, l’ha chiamata un sociologo. E i figli? I figli sono già assuefatti perché non ricordano l’Italia che funzionava e produceva.
I politici ladri e menefreghisti sono gli amici più cari dei castagnari del Bangladesh che, in presenza del menefreghismo e in assenza di politica, si fanno gli affari loro. Affari che non coincidono con quelli degli Italiani. Le castagne del Bangladesh! Altro che leggenda metropolitana. A Roma i caldarrostari, come si chiamano, sono tutti dei loro. L’armamentario è quello vecchio stile, col piatto bucherellato e le braci. Le castagne, gigantesche, con la buccia intagliata in un sorriso di scherno, invece no. I bangladini, grassi, tarchiati, inattaccabili dal fisco e da Equitalia e dalla legge in generale, aria dimessa e cellulare ultima generazione pronto in tasca, proliferano nelle strade romane a parodiare l’antico burino che, nei mesi freddi, svernava nella grande città per tirare su il companatico. Il rapporto città/campagna, ancora vivo nel dopoguerra, oggi pare definitivamente interrotto. Persino Georges Simenon, negli anni Sessanta, se ne lamentava: dove sono, si domandava, quelle piccole trattorie che si rifornivano dalle fattorie perse nelle secolare campagna della Francia profonda, gretta, umile e sanfedista? Ah, i bei tempi! E infatti pure Simenon passava per reazionario.
Eccoli i bangladini castagnari, a loro agio come un pesce mutante in un ruscello di Chernobyl. Con la loro presenza silente e incongrua pare che si siano portati appresso pure il clima. Umidiccio, afoso, rotto da improvvise, brevi, e violente piogge, incostante. Anche qui, nella bassa Tuscia, mi perseguita questa aria opprimente e malsana, quasi tropicale. Il clima stona con il paesaggio, con i palazzi medioevali, con le merlature dei castelli signorili: un’arietta ostile, buona per i bonghi e il voodoo, non certo per le delicate architetture di queste parti. Sembra che un miasma ostile deteriore costante ciò che pareva inalterabile. A inizio novembre siamo in maniche corte, persino il vento è cambiato: umidiccio, cattivo, tiepido. Suggestioni?

Senza una basica alternanza fra clima caldo e freddo tutto imputridisce. Le piante, soprattutto, costrette a vegetare continuamente per dodici mesi, si sfiancano. E si sfiancano anche gli edifici patrizi, le abbazie, le torri, non abituati a tale ristagno da tam tam. C’è un vago sentore di palude, di disfacimento. Sacrificare questi luoghi equivale a condannare l’Italia.
Non ho null’altro da aggiungere a ciò che disse il poeta negli anni Sessanta:

“I monumenti, le cose antiche, fatte di pietra o legni o altre materie, le chiese, le torri, le facciate dei palazzi, tutto questo, reso antropomorfico e come divinizzato in una figura unica e cosciente, si è accorto di non essere più amato, di sopravvivere. E allora ha deciso di uccidersi: un suicidio lento e senza clamore, ma inarrestabile. Ed ecco che tutto ciò che per secoli è sembrato ’perenne’, e lo è stato in effetti fino a due tre anni fa, di colpo comincia a sgretolarsi, contemporaneamente. Come cioè percorso da una comune volontà, da uno spirito. Venezia agonizza, i sassi di Matera sono pieni di topi e serpenti, e crollano, migliaia di canali (stupendi) in Lombardia, in Toscana, in Sicilia, stanno diventando dei ruderi: affreschi, che sembravano incorruttibili fino a qualche anno fa, cominciano a mostrare lesioni inguaribili. Le cose sono assolute e rigorose come i bambini e ciò che esse decidono è definitivo e irreversibile. Se un bambino sente che non è amato e desiderato – si sente ’in più’ – incoscientemente decide di ammalarsi e morire: e ciò accade. Così stanno facendo le cose del passato, pietre, legni, colori. E io nel mio sogno l’ho visto chiaramente, come in una visione”.

Riparto verso il mio oliveto. Già tutto pronto. Temo il peggio, come detto.
E il peggio arriva.
Le olive, molto semplicemente, non ci sono. Quasi tutte cadute. La mosca dell’olivo in dieci giorni ha fatto strage.
Anche gli alberi non stanno bene. Incerti, con delle ramaglie essiccate, malinconici.
Corro ai ripari. Intervengo sugli alberi più promettenti, in fretta.
Un giorno e mezzo di lavoro e ho finito.
Da circa ottanta piante ricavo quattro quintali.
Peggio di due anni fa quando i quintali furono sei.
Lontani i tempi dei trenta o quaranta quintali.
Allora si nuotava nell’olio.
Al frantoio, poi, le cose non vanno meglio.
Due anni fa, almeno, le olive rendevano. Poche, ma buone. Fecero quasi un diciotto (diciotto chili di olio per ogni quintale); oggi siamo su un dieci per quintale.
Con quattro quintali i conti sono presto fatti: al netto della tara del contenitore di zinco ecco i sudati frutti del lavoro di un anno: 41 chili d’olio.

E che ci faccio? Al massimo una bruschettata.
Cominciano le vociferazioni. L’olio dell’anno scorso è già introvabile. Quello di quest’anno veleggia sui dieci euro per chilo. E sono prezzi stracciati. In altre zone del Viterbese e dell’Umbria già passa di mano a dodici, quattordici, quindici. Al nord arriverà a diciotto o venti.
Mentre aspetto la spremitura al frantoio parlo del più e del meno con gli altri coltivatori. L’età media è alta, sui settanta. Ci si lamenta, certo, ma giusto per passare il tempo. Come sopra. Al solito ci si divide fra mistici e scientifici.
I Mistici danno al colpa alla globalizzazione, gli Scientifici incalzano e rilanciano.
I Mistici, in netta minoranza, vogliono la chiusura delle frontiere, il ritorno alla zappa, alle potature d’antan e alla merda di cavallo.
Gli Scientifici agognano sempre più tecnica: concimi chimici, concimi da terra e foliari, diserbanti, anticrittogamici e insetticidi: due, quattro, sei volte all’anno, da maggio a settembre. La vicenda sembra dargli ragione: sono quelli che hanno subito meno danni. A che prezzo? Il coltivatore con più successo (è arrivato a centoventi quintali) è ritenuto una specie di untore: verderame più sette passate di anticrittogamico. Le sue olive però sono eguali alle altre.
Le divisioni fra Mistici e Scientifici si costituiscono naturalmente, spesso solo per sfottere. Il mulino è una prova di virilità, soprattutto. Una sorta di gara a chi ce l’ha più lungo. Sei stato un anno a zappettare e tagliare e ora come ti presenti? Con quella miseria? Ce l’hai corto allora. E giù sarcasmi. Perché, alla fine, dopo un anno, tutto si riduce a questo: a fissare la cannella che spunta dalla mola, dai torchi, dai miscelatori e dai separatori: se da quella zampilla l’olio denso e verde hai le palle, altrimenti sei un cornuto impotente.
Giusto così.
Un Mistico improvvisamente mi prende a parte. Ha ottantacinque anni e l’aria del cospiratore. “Sono dei coglioni” esordisce asciutto. “La mosca dell’olivo c’è e combina quello che combina, ma questi si sono mai chiesti il perché?“. Prosegue: “La mosca dell’olivo c’è sempre stata, ma non ha mai provocato questi danni“. Si ferma per aspettare teatralmente la mia inevitabile domanda. “E come mai li provoca adesso?” chiedo infatti. “Semplice, sono i concimi stessi a richiamarla“. Incredibile, un vegliardo complottista. “Prima non si usavano concimi, solo merde di pecore o di vacche o di cavalli. Non si avevano i soldi per le scarpe, figuriamoci per i concimi … sono i concimi chimici che richiamano i parassiti così sei costretto a comprare anche gli antiparassitari“. È un’idea, rispondo un po’ convinto e un po’ no. “E quali parassiti richiamano?” domando. “Tutti .. tutti … anche quelli che non si erano mai visti“. È un’interpretazione. Grande la confusione sopra e sotto il cielo. “Due anni fa … quando non c’erano olive come oggi … quella non era la mosca …“. “E cos’era?” mi rassegno a chiedere. “Il clima” risponde. “Nebbie la mattina, e quaranta gradi a mezzogiorno. Le olive erano cotte, vizze. Quando si è mai visto un clima così? Nebbia d’estate fino a mezzogiorno e poi canicola? Cotte, erano cotte“.
Parassiti, clima impazzito, tecnologie del neocapitalismo impazzito.
Un comune denominatore c’è: la scomparsa del piccolo coltivatore, dell’azienda familiare, della microimpresa. Un tessuto produttivo schiantato in un paio di decenni.
Ma sì, che crepino tutti! Manca l’olio? Lo si prenda congelato dal Nord Africa, dove coi diserbanti (altro che Roundup) ci fanno il bagno. La melma viaggia al riparo da ogni ASL, Guardia di Finanza, e Padoan di sorta. Qui da noi si scongela, come il sangue di S. Gennaro, fa il giro in qualche alambicco, e finisce imbellettato nelle bottiglie artistiche delle “botteghe del gusto”, spesso esornato dal nome pubblicitario che fa tanta cassa; oppure, più prosaicamente, dopo ulteriori tagli, rifluisce nelle lattine da cinque litri/quindici euro dei discount. Tutti con la fascia tricolore, bottiglie trendy e lattine da discount … sempre con la fascetta tricolore, Dio non voglia che i gonzi si accorgano che quel liquido giallino altro non è altro che la distillazione di feccia nordafricana (non a caso i marocchini stanno facendo incetta dei macchinari dei frantoi italiani dismessi: cinque l’anno scorso, solo nella mia zona).
Solo così si ha ragione di un paradosso di costume tutto italiano: più decresce la produzione, quest’anno a livello di carestia, più aumentano i programmi gastronomici e i libri di cucina per coglioni à la page ispirati al gusto italiano, alle radici italiane, alle eccellenze italiane, alle bontà italiane. La provincia sprofonda, ridotta a zero, in macerie, e sovrastata da un imperio burocratico e amministrativo vicino all’oppressione e al mobbing, e intanto i nostri ministri se ne vanno in giro a decantare la mirabile cucina, i sapori nostrani, il verdicchio, il grana, la lenticchia, la sfogliatella tal dei tali.
Un immaginario da Mulino Bianco e intanto qui si sta all’inferno.
La pizza italiana, l’olio italiano, le castagne, le noci, le ciliegie, i fichi, i cachi, il miele.
Ma di che parlano?
Le ciliegie quest’anno non c’erano, a meno di non averle irrorate con l’ultimo ritrovato chimico.
Molto semplicemente: i ciliegi non producono ciliegie. Semplice, no?
Anche qui un parassita. Punge il frutto. Esso rimane apparentemente intatto. Dopo la coglitura, però, la ciliegia deprime in poche ore. Che fare? Gli Scientifici non hanno dubbi. E allora via con l’antimuffa, il vermicida, l’anticrittogamico.
Ma di che parlano?
I consorzi agrari che prima si occupavano di distribuire i prodotti sul territorio sono stati sistematicamente annientati.
E il piccolo coltivatore che fa? Va da un produttore medio-grande a offrire la sua eccedenza. E questo gli fa il terzo grado. Alle ciliegie hai messo l’anticrittogamico Y? No, allora non le prendo. Il contadinotto allora si acconcia all’anticrittogamico. Torna l’anno dopo coi suoi quintali di ciliegie. Ecco qui, ho messo quello che mi avevi chiesto. Un po’ caro, ma ne vale la pena, no? Ma l’altro rilancia: ma l’antimuffa? L’hai spruzzato quello? Che faccio, ti compro dieci quintali di ciliegie e poi in due giorni mi ritrovo con la frutta marcia? E così via.
I prodotti italiani si stanno estinguendo come la tigre della Siberia. La ciliegia Maggiolina non va bene, la Ravenna ha il verme … allora si importano altre piante, mai viste a queste latitudini. Tutto bene per qualche anno, poi le piante, incredibilmente, manco fossero a tempo, avvizziscono velocemente.
Ma è lo stesso per il grano. Prima spuntava da solo, ora serve una laurea in bioingegneria.
I prodotti italiani?
C’hanno fatto pure un Expo. Appaltato alla camorra, ça va sans dire. Ma cosa reclamizzavano? Non certo i nostri prodotti, ormai alla deriva.
Ma è lo stesso con altre colture.
I fichi. Una raccolta disastrosa. Pessimi. Piccoli, annacquati. I cachi? Avevo tre piante, producevano a quintali. Quest’anno i frutti li ho contati singolarmente: trentadue.
Le noci? Alcuni alberi (pure loro) sono inariditi, così, da un anno all’altro. Gli altri producono qualche frutto, svogliatamente.
Comincio a credere anch’io alle teorie del mistico ottantacinquenne. La prova me l’ha data un boscaiolo romeno. Si chiama Anton, ma tutti lo chiamano Antonello.
Da mesi mi assilla perché vuole tagliare un boschetto di quercette che possiedo alla fine del campo. “Ti do soldi, se no che ci fai tu?” ripete tutte le volte che lo incontro. “E i noci secchi, te li strappo col verricello … ti spiano tutto … ci metti gli olivi più belli …“.
È un’idea. “Non sono secchi … è solo che non fanno noci … e comunque il noce ha un grande valore” gli ribatto. “Mi dai troppo poco”.
“Ma che grande valore! Non lo vuole nessuno il legno del noce! Né mobili né fuoco. Gli italiani non ci fanno niente col noce!” si infervora.
“E allora perché mi rompi i coglioni per queste tre piante?“.
“Vale da noi, in Romania. Il noce ha radici lunghissime, grossissime … quello che hai più grande ha radici lunghe come tutto il campo … noi ci facciamo le pipe … sono famose le pipe … ”
E mi racconta che i suoi in Romania hanno questi alberi di noci secolari … alti decine e decine di metri, con tronchi giurassici … alberi commoventi e semplici, tutti rigurgitanti di frutti. “Con le radici ci facciamo le pipe …” riprende, cantilenando come un fabulatore de Il Novellino “poi la sera … che da noi che vuoi fare … è buio … ci mettiamo tutti a spaccare le noci … ma le dobbiamo tirare fuori tutte intere … stiamo tutta la sera a rompere le noci … raccogliamo tutte le noci che abbiamo tirato fuori intere e poi le vendiamo … vengono coi camion … ci pagano … e chissà dove vanno i camion …“.
Ma sì, ci credo, è così. Camion dalla Germania e dalla Svizzera avidi di noci romene. Basso costo, tutto in contanti. Romania, l’antica Dacia di Traiano, Romania, paradiso incorrotto! Per adesso gli va bene ai romeni: sono preservati nella loro purezza dall’assoluta mancanza di tecnologia.
Questo il succo del nuovo postmoderno: più si è arretrati meglio si sta. Niente digitalizzazioni o dichiarazioni EU, niente Equitalia e università agraria per Anton il furbacchione! Cambio vantaggioso! Da Euro a moneta locale sonante! Comunicazioni al Ministero? Ministero di che?
Li invidio, questi birbantelli.
E pensare che mi danno del razzista!
I romeni non sono stranieri immigrati o quant’altro. Sono gli italiani degli anni Quaranta o Cinquanta, con le pezze al culo, ma non miserabili: liberi dalle paturnie dello psicologismo angloamericano, scaltri, reattivi, capaci di ogni sacrificio.
Anche questa la tengo come una verità inossidabile: la vitalità di una nazione è data non dalla speranza, ma da ciò che si è stati. Essere italiani è una distillazione di millenni. Siamo così poiché essere così ci preserva dall’estinzione. Uno stile di vita che si trasmette naturalmente e a cui è possibile ritornare nei momenti di difficoltà: la salvezza. E però ci hanno detto che eravamo arretrati, barbari e puzzoni. Siamo perciò cambiati, siamo diventati progressisti … e ora, dimenticato il passato, non sappiamo più a che santo votarci.
L’italiano di oggi è fondamentalmente un depresso: gli basta chiudersi in casa coi suoi quattro balocchi: computer, cellulare, pornografia, calcio, l’ultimo cartone animato per il proprio frugoletto-bacarozzo … nel suo animo intuisce d’essere spacciato, ma se ne frega.
Sebbene di una generazione posteriore, anch’io, fino a metà degli Ottanta, vivevo alla romena. La casa della nonna, la stessa di oggi, era una casa di campagna, in blocchi di tufo, di quelli antichi, squadrati sul posto. Si viveva qui almeno due mesi all’anno, senza acqua calda, termosifoni, bidet, televisore, frigorifero. Ci si puliva nelle conchette e, una volta al mese, si faceva il bagno nella tinozza di zinco, quella che, dopo l’introduzione della caldaia e della doccia, fu relegata a vaso per il basilico (ne ho recentemente ammirata una in un mercato dell’antiquariato a un prezzo sorprendentemente alto). Eravamo dei bruti, insomma. Sporchi? Chi lo sa? Forse, coi parametri attuali, sì. Allora si mangiavano cose che oggi, al solo pensiero, mi fanno rivoltare lo stomaco: gamberacci di fiume, cervella, lumache, fegati … eravamo dei veri romeni … e come scrissi qualche tempo fa, davvero liberi: la nostra corrispondenza con banche, poste, società di servizi (una corrispondenza di decenni) trovava comodamente posto in una scatola di scarpe. Il contante circolava libero, ogni atto necessitava di poche parole e ancor meno timbri.
Gli affari, anche quelli di cuore, erano regolati sulla parola.
Non era un paradiso, non rimpiango quei giorni.
Era così e basta.
E adesso che uso ipad, cellulari e quant’altro mi tocca battere il noce a settembre altrimenti i frutti cadono o marciscono o sono sistematica preda dei cinghiali.
Cinghiali? Una volta erano cinghiali. Ora sono sfrontati bestioni di oltre un quintale, prolifici e dannosissimi. Un’altra alzata d’ingegno dei nostri sgovernanti. Ripopolamento con cinghiali ungheresi, o incroci fra cinghiali italiani e maiali inglesi. Vacci a capire. Un bel risultato. Per avere qualche patata occorre mettere i fili elettrificati.
Anche i noccioli non stanno bene.
La vite sta scomparendo.
Ovviamente parlo di piccole e medie produzioni, la spina dorsale dell’agricoltura italiana.
Ma va tutto bene.
Leggo dal televideo l’ultima trovata del cretinificio scientista:

“Spinaci bionici che rilevano esplosivi. Le braccia di Popeye diventavano di ferro grazie agli spinaci, ma ora negli Usa hanno scoperto che questa verdura può diventare bionica. Arricchite con nanotubi di carbonio nelle foglie, si trasformano in sensori capaci di rilevare la presenza di esplosivi nel terreno per poi allertare l’uomo wireless inviando una mail su uno smartphone … gli ingegneri stanno sviluppando anche altre piante che monitorano l’ambiente e dialogano con l’uomo: per riferire la presenza di inquinanti o un’imminente siccità“.

Nessuna preoccupazione, quindi. D’altra parte le statistiche, ultimo rifugio delle canaglie, scatteranno a breve minimizzando il tutto.
Ho poco da fare, il raccolto era quello che era.
Allora me ne vado in giro per la provincia.
Faccio visita alla solita chiesa diroccata di cui ho parlato in altri post.
Lì vicino c’è il campo di un fruttarolo che conosco. Gli faccio visita. Si parla del più e del meno. A dir la verità tutta questa voglia di parlare manca, è solo uno sfogo.
Gli argomenti son sempre gli stessi, si ripetono in circolo, tutte le volte, come una filastrocca apotropaica.
Si lamenta il fruttarolo, che chiameremo Giuseppe. Si lamenta dei ladri, che gli hanno sottratto un macchinario trifase, degli sgovernanti, che non gli permettono più di fare nulla – concimare, bruciare frasche – e della gente in generale.
“Appena vedono le mie pesche un po’ storte, cambiano subito banco … gli frega assai del gusto a questi … vogliono i frutti rotondi, grossi, senza difetti sulla buccia … contenti loro se non sanno di niente … e ti credo … sono frutti da serra, gonfi d’acqua e diserbanti … vogliono la scena a tavola mica la frutta …”
Il nostro eroe si ostina a tenere lavoranti italiani, ma per lui butta male.
Ha licenziato un italianuzzo e assunto un africano … in nero … tempo un mese, però, e quello si è dileguato con l’incasso di due giorni di mercato … centrotrenta euro …
La storia della frutta spettacolare, rotonda, gonfia, insipida, senza bitorzoli, buona per un concorso europeo, la ricollego ad altre vicende, molto più dure.
Tempo fa il consigliere comunale di un paese nei dintorni, lo chiameremo Giovanni, denunciò alcuni individui che avevano sversato rifiuti tossici presso alcuni terreni che costeggiano il Tevere. In cambio ricevette una denuncia per diffamazione.
I due fendenti giudiziari, però, ebbero diversi destini. Mentre la denuncia per lo sversamento viaggia ormai verso la prescrizione, quella per diffamazione è viva e vegeta. Il nostro, insomma, è nei guai fino al collo tanto che gli è passata – lo so – qualsivoglia fisima eroica. Un suo compagno nel consiglio comunale che lo spalleggiava, è, intanto, passato ad altri lidi: gli hanno promesso il posto in una cooperativa che si occupa di migranti.
E gli sversamenti?
I terreni sono stati spianati, ma non bonificati, e riadattati per la coltura biologica.
Questo non è uno scherzo. Come detto: è così e basta.
Gasperino e Giovanni non si conoscono. Sono io che ricollego le loro storie.
E tali vicende posso, a mia volta, ricollegarle a un ulteriore aneddoto.
Circa sei anni fa il marito di una mia mezza parente doveva testimoniare in un processo. Una società era accusata di aver sversato rifiuti tossici in una cava.
La metto giù piatta: il giorno prima della testimonianza il Nostro (lo chiameremo Giulio) scomparve. Lo ritrovarono qualche giorno dopo. Morto. Un incidente di motocross: collo spezzato. Incidente avvenuto proprio in quella cava.
La famiglia volle vederci chiario, ovvio. Con timidezza. A queste latitudini la gente è sprovveduta e naturalmente indotta a prestar fede all’autorità, qualunque essa sia.
La passione per il motocross, la fatalità. Il processo cominciò a rallentare, la vicenda a sbiadire, lenta, dopo i primi clamori. Si accettò il verdetto dell’ineluttabile.
Rimasero i sussurri, buoni per i pettegolezzi a mezza bocca: dietro ci sono i Casalesi, no, c’è la camorra di Latina … e quant’altro …
Sono storie così, il quotidiano tran tran del malaffare e del crimine. Storie che trovano una loro sistemazione solo nel mio cervello e a cui non s’interessa nessuno.
E nel cervello degli inquirenti e dei magistrati trovano sistemazione? Non facciamo ridere, dai …
Un mio parente (un cugino buono, stavolta, come dicono da queste parti) vanta oramai una carriera ventennale nelle forze dell’ordine.
Una volta gli domandai, tanto per chiacchierare: “Ma a quante inchieste hai partecipato in zona? Inchieste serie, intendo“.
Spalancò gli occhi. Dopo vari farfugliamenti mi confessò di aver partecipato a una sola vera azione davvero rilevante e fuori dell’ordinario. Contro un truffatore. “Un truffatore? E che faceva?“. Pare che vendesse automobili online, a prezzi stracciati e quanto mai allettanti. Si faceva dare un anticipo, lo incassava, e poi si rendeva irreperibile. Tutto anonimo, inconsistente, digitale. Online. Attenzione. Irreperibile in che senso, direte voi. Nel senso, rispondo io, che non rispondeva più nè alle mail nè al telefono … in realtà non si spostava di un millimetro … E da dove moveva i suoi tentacoli questo cyberFantomas, direte voi? Ma dal suo paesetto, rispondo, lo stesso paesetto in cui svolgono le funzioni, usi a obbedir tacendo, i militi in cui milita il cugino buono. Ma c’è il lieto fine; alla fine il tizio lo incastrarono. E come? Grazie allo sforzo congiunto dei sopraddetti militanti e della solerte procura cittadina. Una magistrata, preda d’un empito repressivo, ordinò il controllo delle mail e dei cellulari del manigoldo … mesi di auscultazioni febbrili, poi le cimici oggettivarono qualcosa di compromettente … e scattarono le manette … un’operazione stra-ordinaria …
Durata: circa un anno, o due …
E il truffatore? Abita sempre nel paese, ovviamente … prima era agli arresti domiciliari, ora non saprei.

* * * * *

A volte mi chiedo se questa non sia la “terre guaste” del Graal. The waste land, la terra desolata, o devastata. Sterile.
Il Re è ferito, è inadatto a governare, ha perso autorità. Oppure: un cavaliere straniero ne ha usurpato la sovranità, irridendolo agli occhi dei sudditi.
E il Re è la terra e la terra è il Re.
Ferito il Re, ferita la terra. Terra che diviene guasta, infruttifera, terremotata, precaria.
Quando la nazione è preda dei traditori e il genio della nazione è scacciato dagli usurpatori, la terra si ammala.
Chi si metterà in cerca del Graal risanatore? Chi sanerà la piaga del Re ferito ristabilendo l’ordine delle cose? Chi è il nostro Perceval che rimetterà le cose basse in basso e quelle alte in alto?
Non c’è alcun Re da restaurare. Il Re è uno, impersonale, eterno. Per questo si dice: il Re è morto, viva il Re! Il Re siamo noi. L’Italia è morta, viva l’Italia! dovremmo poter cantare.
Tutte queste considerazioni valgono nulla agli occhi disincantati dell’italiano.
Ma sono necessarie. Tutti, nei momenti di crisi, aspirano a una spiegazione, a qualsiasi spiegazione. È come salire su una vetta, qualsiasi vetta, e ammirare il panorama, qualsiasi panorama.
La vista ristora, purifica, rallenta il battito. Ciò che, ai piedi della vetta, era sembrato naturale ed era invece pervertito, qui sulla vetta ci appare nella sua inconfutabile realtà.

L’Italia è morta, viva l’Italia!

LUCA PINASCO e DIEGO FUSARO: Ricordando Gheddafi

Interpol la dirigenza è Cino-Russa e il problema che si pongono gli occidentali e che si individuano gli uiguri i tagliagola mercenari dell'Isis

CINA (PRC) 

Interpol: perché la nuova direzione cinese preoccupa l’Occidente

La nomina di Meng Hongwei e del russo Alexander Prokopchuk come suo vice ridisegna gli equilibri ai vertici dell’Organizzazione. USA ed Europa sono pronti a collaborare realmente?



di Rocco Bellantone
26 novembre 2016 - 06:00

Le forniture energetiche, gli scambi commerciali e la possibilità di fare fronte comune in sede di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non sono i soli elementi alla base del consolidamento delle relazioni diplomatiche tra Cina e Russia. Al centro dell’intesa ci sono anche questioni di sicurezza internazionale su cui Pechino e Mosca sono destinate ad andare di pari passo nei prossimi anni, soprattutto ora che alla guida dell’Interpol è stato nominato l’ex viceministro della Pubblica Sicurezza del governo cinese Meng Hongwei (nella foto in apertura) e che il suo vice sarà il russo Alexander Prokopchuk.

Chi è il nuovo capo dell’Interpol

Primo cinese ad assumere la guida dell’Organizzazione internazionale della polizia criminale, Meng Hongwei conosce molto bene gli ambienti dell’intelligence del Cremlino. Dal 2000, infatti, ha supervisionato il processo di rafforzamento della cooperazione tra l’FSB russo (Federal Security Service) e il Gonganbu (il ministero della Pubblica Sicurezza cinese) nel settore dell’antiterrorismo. Sempre in quegli anni Hongwei ha anche diretto il RATS (Regional Anti-Terrorist Structure), struttura deputata al coordinamento delle attività contro il terrorismo dei Paesi membri della Shangai Cooperation Organisation (SCO), di cui oltre a Cina e Russia fanno parte anche Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan e a cui potrebbe presto avvicinarsi la Turchia qualora dovesse rompere definitivamente i rapporti con l’Unione Europea.

Meng Hongwei, insieme a Zhang Xinfeng, anch’egli a capo del RATS dal 2013 al 2015, fanno parte del cosiddetto “gruppo di Heilongjiang”, di cui fanno parte gli esponenti della pubblica sicurezza cinese originari di Heilongjiang, regione situato al confine nord-orientale con la Russia.

I nuovi equilibri all’interno dell’Organizzazione

Dopo la nomina di Hongwei e di Prokopchuk ai vertici dell’Interpol molti analisti si sono chiesti come il nuovo equilibrio di poteri all’interno dell’Organizzazione verrà gestito nei quattro anni del loro mandato dagli Stati Uniti e dai Paesi europei. Secondo fonti di intelligence accreditate, al momento in allerta sarebbero soprattutto i servizi segreti francesi e non solo perché il quartier generale dell’Interpol ha sede a Lione.

(Il quartier generale dell’Interpol a Lione)

Da quando nell’agosto scorso un negoziante cinese è stato assassinato nel sobborgo parigino di Aubervilliers, in quello che è apparso come un omicidio ordinato dalla mafia cinese, in tutta la regione dell’Île-de-France il numero di agenti dell’intelligence di Pechino è aumentato in maniera esponenziale. La Cina ha garantito la massima collaborazione a Parigi per individuare e arrestare i membri della criminalità organizzata cinese che operano in Francia. Ma il rischio, secondo alcuni, è che il pretesto della lotta alla mafia cinese possa essere utilizzato dai servizi segreti di Pechino per dare la caccia ai dissidenti rifugiati in Francia: tanto ai turcofoni musulmani uiguri, centinaia dei quali negli ultimi anni sono andati a combattere in Siria e Iraq al fianco dei gruppi jihadisti affiliati a ISIS o Al Qaeda, quanto ai sostenitori del movimento buddista-taoista Falun Gong.

Compiti e limiti dell’Interpol

Fondata nel 1914, l’Interpol è la seconda più grande organizzazione internazionale dopo le Nazioni Unite. Il suo compito è quello di coordinare le attività di cooperazione tra le forze di polizia dei 190 Paesi aderenti. Negli ultimi anni l’Interpol è stata impegnata in prima linea contro il terrorismo internazionale, principalmente in azioni mirate a individuare cellule jihadiste pronte a compiere attentati in Occidente e a fermare i flussi di foreign fightersdiretti in Siria e Iraq. Le falle del suo operato, emerse con evidenza a seguito degli attentati di Parigi del novembre del 2015 e di Bruxelles del marzo del 2016, possono essere coperte solo attraverso un costante scambio di informazioni tra le forze di polizia di tutti gli Stati coinvolti.

Ma se la presidenza del cinese Meng Hongwei ha già innescato dubbi e sospetti a nemmeno venti giorni dalla sua nomina, è inevitabile aspettarsi anni turbolenti per l’Organizzazione. Con il rischio concreto che la diffidenza e la “gelosia” per le informazioni sensibili possano finire per prevalere sulla salvaguardia della sicurezza internazionale.

Autovelox - quando le multe servono a fare cassa e la sicurezza è un falso ideologico. I limiti di velocità sono irreali

CREMA
Autovelox fisso, le multe al collasso

La giunta ha inserito la cifra nel bilancio di previsione: l’anno scorso gli introiti erano stati di 4,32 milioni di euro



L’autovelox si trova lungo la tangenziale nel tratto rettilineo tra gli svincoli per Ripalta e Capergnanica

CREMA - I ricavi sono in picchiata e in Comune ne prendono atto. Nel bilancio di previsione 2017, la giunta ha previsto 1,8 milioni di euro alla voce proventi delle sanzioni dall’autovelox fisso posizionato sulla tangenziale, lungo il rettilineo dove si trovano le stazioni di servizio di carburante. Si tratta del 41% in meno rispetto ai 4,328 milioni incassati nel 2015, nei soli otto mesi dall’attivazione dell’impianto di rilevamento, entrato in funzione il 12 aprile. Al milione e 800mila euro va poi aggiunta la somma di 500mila euro di proventi derivanti da multe comminate quest’anno, ma non ancora pagate: sanzioni che, dunque, dovrebbero essere incassate nei prossimi mesi. Come prevede la normativa, di questi 2,3 milioni, 875mila euro andranno poi girati dal Comune nelle casse della Provincia, proprietaria della strada su cui è installato l’impianto. La cifra dei proventi 2017, inserita nel previsionale, è inferiore anche a quella preventivata per l’anno che sta per concludersi. Gli ultimi aggiustamenti di bilancio parlano di un introito complessivo di 2,125 milioni di euro. Il calcolo di quanto potrebbe rendere l’anno prossimo l’autovelox fisso è frutto di una stima, suscettibile dunque di aggiustamenti futuri, ma non dovrebbe discostarsi molto dall’importo indicato in sede di programmazione economica.

ChiantiBanca - la farsa dell'assemblea quando è già stato tutto scritto per divenire SpA, la nuova banca Sistemica del Pd/massoneria/mafia

Soci Chiantibanca al voto, da coop a spa

Cda convoca assemblea il 18/12. Way out e scorporo attività


© ANSA
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Redazione ANSA FIRENZE 25 novembre 201617:57

(ANSA) - FIRENZE, 25 NOV - Il cda di ChiantiBanca, presidente Lorenzo Bini Smaghi, convoca l'assemblea dei soci per il 18 dicembre, in sede ordinaria e straordinaria, allo stadio di San Casciano. Oltre all'informativa aziendale, spiega una nota, verrà proposta l'approvazione del progetto di way out che prevede lo scorporo dell'attività bancaria e il suo conferimento a una società per azioni (spa). L'istanza di way out venne già presentata il 13 giugno 2016 a Banca d'Italia in linea con quanto consentito alle banche con patrimonio superiore ai 200 milioni di euro dalla riforma del Credito Cooperativo. Il progetto, se sarà approvato, porterà tutte le attività bancarie dell'attuale Cooperativa ChiantiBanca Credito Cooperativo all'interno della nuova società per azioni ChiantiBanca S.p.a.
La Società Cooperativa manterrà le attività di carattere mutualistico e assistenziale. Nascerà il Gruppo bancario ChiantiBanca nel quale la Società Cooperativa, come holding capogruppo, avrà ruolo di guida strategica, direzione e coordinamento.





la nuova religione ci dice che dobbiamo consumare per essere si è infiltrata nella nostra mente ma la nostra anima geme

Black Friday – Venerdì Santo alla rovescia

Maurizio Blondet 25 novembre 2016


SIAMO UOMINI O CONSUMATORI?

Le peggiori sciocchezze destinate a trasformarsi in riti di massa arrivano dagli Stati Uniti e vengono inevitabilmente accolte con entusiasmo dai popoli assoggettati all’Impero, e da esso decerebrati. La religione del consumo, come ogni credenza, ha bisogno dei suoi riti per alimentare la devozione dei fedeli. Il cosiddetto Black Friday è la nuova festività del gregge globale dei consumatori compulsivi. Il Venerdì Nero degli sconti generalizzati prenatalizi è l’imbarazzante anticipo del paradiso per il bestiame umano con carta di credito, homo consumens, e naturalmente, per sfuggire l’accusa di sessismo, foemina consumens.

Per un giorno, al suono della campanella di apertura dei santuari, pardon, degli outlet , degli ipermercati e dei magazzini di grande superficie, milioni di cani di Pavlov sbavano pregustando la gioia di acquistare qualcosa, qualsiasi cosa, con lo sconto, anzi a prezzi stracciati. Commessi e cassieri sono i chierici della nuova religione, ed il venerdì è nero, pensate, perché elimina i bilanci in rosso dei venditori. I giganti del commercio online, in testa Amazon, pretendono la loro parte, per cui iniziano i riti con qualche giorno di anticipo, una sorta di novena per gli adepti di questa surrettizia religione new age, l’età dell’Acquario & del Pos. La nuova fede si diffonde rapidamente come un’epidemia, molti sono i missionari ed i conversi, ed anche nelle più remote province dell’impero di Babilonia si può adorare il nuovo Vitello d’Oro, il Dio Consumo, seconda persona della nuova Trinità, formata con il Denaro e la Merce. Simulacro del Paradiso è il Centro Commerciale, il pellegrinaggio giubilare è la coda con gli altri fedeli.

Il Vecchio Testamento sono gli scritti di Thorsten Veblen sui “consumi vistosi”, che garantiscono l’appartenenza, o l’apparenza, che è poi lo stesso, ai ceti affluenti, ipermoderni ed alla moda. I Vangeli sono i depliantsdistribuiti dalla Chiesa Consumista con la descrizione dei prodotti, i relativi codici a barre, le foto patinate, ritoccate al photoshop e gli sconti naturalmente, le nuove indulgenze del secolo XXI. Occorrerebbe, stavolta sì, un nuovo Lutero che smascherasse le simonie postmoderne, ed appendesse, all’ingresso di qualche centro commerciale, diciamo un Wal- Mart, le nuove tesi protestanti di Wittenberg.

Invece, prosegue a passo spedito la trasformazione della specie umana in animale d’allevamento in batteria, da soddisfare ormai con i soli circenses, il consumo compulsivo associato alle finte svendite, da conquistare sottraendolo al pane, antiquato e screditato gemello. Alcuni anni fa, chi scrive arrivò al lavoro con alcune ore di ritardo in quanto la stazione ferroviaria prossima ad un noto outlet era bloccata dalla polizia che fronteggiava una folla tumultuante per accaparrarsi i primi posti di entrata al mercato, che davano diritto agli sconti più cospicui. Erano in vendita capi di vestiario “griffati” di alcune notissime marche, un’occasione imperdibile per migliaia ( !!!) di persone di ogni età e condizione.

Poco tempo dopo, si lesse, e vennero diffusi i video in rete, di un centro commerciale austriaco alla cui inaugurazione un certo numero di clienti sarebbero stati vestiti gratuitamente da capo a piedi se si fossero presentati nudi. Anche in quel caso, dovette intervenire la forza pubblica, non per rivestire gl’ignudi, ma per disciplinarne gli accessi ed impedire le risse tra i convenuti.

Torna in mente un vecchio film con Totò, “Siamo uomini o caporali”. In una scena, una lunghissima fila, povera ma dignitosa, attende con la tessera annonaria in mano di acquistare la razione alimentare del tempo di guerra. Totò cercava di superare la coda con vari pretesti, ed un controllore dall’aria ostile in camicia nera ( il “caporale” di turno), interpretato da Paolo Stoppa, tentava di mantenere l’ordine con le cattive e con qualche favoritismo. Quei poveri italiani di allora, tuttavia, erano in coda per il pane quotidiano. Le folle contemporanee di devoti del cretinismo consumistico sarebbero capaci di mettersi in fila per un farmaco salvavita, o magari per donare sangue in caso di bisogno ? Ne dubitiamo, soprattutto per l’individualismo grottesco e disgustoso di cui danno prova, la competitività incredibile per conquistare, affermare, rivendicare e difendere il proprio posto di preminenza nella fila, destinata a consegnare il portafogli o la carta di credito alla cassa in cambio di una spregevole eucarestia consumista. Il cervello è stato già da tempo consegnato al sistema, anzi offerto in sacrificio al clero secolare della nuova religione, pubblicitari, operatori dei media, piazzisti di ogni risma.

I Borbone napoletani sostenevano che il popolo dovesse essere governato con le tre effe, feste, farina e forca. Reazionari e privi di fantasia, non immaginavano che, nel progredito evo postmoderno, i detentori del potere potessero direttamente guadagnare sulla fedeltà dei sudditi, felici di consegnare il portafogli per ostentare un abito con quel certo ologramma, una borsa munita di un segno distintivo, che, da solo, triplica o quadruplica il costo del “preziosissimo” prodotto, reliquia contemporanea confezionata in genere nel Terzo e Quarto Mondo presso aziende delocalizzate ( perbacco, ecco perché non troviamo lavori stabili !) con materie prime e sistemi di produzione del tutto simili a quelle dell’odiata merce senza griffe, indegna persino dello sconto del Black Friday.

Il problema, anzi il dramma, è che il trucco funziona, e milioni di nostri contemporanei sono soddisfatti di godere dei finti sconti, senza domandarsi, ad esempio, dov’è l’imbroglio, se oggi ed in tempo di saldi, le cose costano la metà degli altri giorni. Al cardinale Carrafa , cinque secoli fa, venne attribuito un detto che divenne popolarissimo “populus vult decipi, ergo decipiatur “, il popolo vuole essere ingannato, dunque, che sia ingannato. Niente di nuovo sotto il sole, è la sentenza di Qoelet, tranne un particolare importante. Solo nel tempo presente, il potere millanta ed assicura di essere tale per espressa, democratica e sovrana volontà popolare, salvo disprezzare la superstizione massima, il dogma dei dogmi, quello del suffragio popolare, se il popolaccio, magari reduce dalla festa di Halloween ed in attesa di partecipare alla benedetta coda per comprare l’ultimo inutile ritrovato del Mercato, si esprime in maniera difforme rispetto alle aspettative di Lorsignori.

Ridotti a macchine desideranti, uomini, mezzi uomini, omminicchi e quaquaraquà stanno disciplinatamente in fila sorvegliati dai caporali del sistema, ma talvolta sbagliano coda e corrono a comprare il prodotto “sbagliato”, sconsigliato ovvero, orrore massimo, sprovvisto di marchio. I vari Black Friday assolvono allo scopo di ricondurre le plebi alla seconda delle loro funzioni: dopo quella di produrre ( a basso costo), consumare, possibilmente a debito. Poi si crepa, ma senza piantare grane, tanto è pronta una nuova fila, ed il marchio che acquisteranno al finto basso prezzo sarà, una volta di più, quello della Bestia, come sapeva l’evangelista Giovanni, portavoce di una religione tramontata.

Non di solo pane vive l’uomo, affermava il suo collega Matteo. E’ proprio così: la nuova religione offre un sacco di opportunità migliori. Basta consegnare cuore, cervello e, beninteso, portafogli, al Mefistofele dei nostri tempi. Si chiama Mercato, il suo Natale è la presentazione periodica dei nuovi prodotti, Fatima e Lourdes sono i centri commerciali , la Pasqua i ricorrenti Black Friday.

Venerdì Santo al contrario, la Bestia al potere.

Veloci veloci verso la distruzione della terra

E la chiamano informazione…

Maurizio Blondet 25 novembre 2016 0




Andrea Cavalleri

E’ di queste ore la notizia: l’europarlamento ha varato una risoluzione intitolata Comunicazioni strategiche dell’UE come contromisure alla propaganda di parti terze.

Leggendo il titolo si potrebbe immediatamente pensare al famoso giornalista tedesco Udo Ulfkotte che, dopo aver vinto numerosi premi internazionali, è uscito nel 2014 con un libro-confessione in cui dichiarava di aver sistematicamente mentito per 17 anni, al soldo della CIA e di ricchissimi privati. Nel suo libro, intitolato significativamente “Giornalisti comprati”, riporta che la maggior parte delle aziende di comunicazione lavorano per una agenzia di intelligence che le controlla. Oltre ai giornalisti tedeschi, Ulfkotte riferisce che soprattutto inglesi, israeliani, francesi, australiani, neozelandesi e di Taiwan, lavorano con lo stesso standard.

Le affermazioni del brillante redattore del Frankfurter Allgemeine sono piuttosto gravi: “Noi abbiamo un’informazione puramente americana, siamo di fatto una loro colonia. Tutti i giornalisti che scrivono per i media occidentali sono di fatto membri di questa organizzazione transatlantica… loro ti invitano a vedere gli USA, pagano tutto, ti riempiono di benefit, ti corrompono”.

E il modus operandi è abbastanza semplice: “Siamo tutti collaboratori della CIA, spesso vengono a trovarti in redazione, vogliono che scrivi un pezzo. Anche i servizi tedeschi sono venuti, mi hanno chiesto di scrivere…, ma io non avevo informazioni… me le hanno date loro!! e io ho scritto sulla base delle loro fonti NON verificate”.

Del resto queste confessioni non rivelano qualcosa di propriamente nuovo se già negli anni ’50 il dirigente della CIA Frank Wisner aveva pianificato l’infiltrazione di agenti segreti nel sistema dei media americani e internazionali, dai grandi network televisivi, alla carta stampata, al cinema, al fine di influenzarli e plasmarli secondo le necessità e gli scopi della propaganda statunitense. Il suo programma Propaganda asset Inventory comprendeva uno schedario virtuale con più di 800 organizzazioni della stampa e di news, pronte a diffondere qualunque notizia Wisner avesse scelto. Il network includeva giornalisti, opinionisti, case editrici, editori, organizzazioni intere come Radio Free Europe e corrispondenti di svariate agenzie di news.

Nel suo articolo “La CIA e i media” il giornalista Carl Bernstein, a fine anni ’70, rivelava che i massimi organi di informazione erano stati acquisiti da questo programma: ABC, NBC, l’Associated Press, UPI, Reuters, Hearst Newspapers, Scripp-Howard, il magazine Newsweek ed altri ancora”. E le sue informazioni sono state confermate dal libro autobiografico di un ex dirigente CIA, E. Howard Hunt, publicato nel 2007. (Una spia americana: La mia storia segreta nella CIA, il Watergate ed oltre, Hoboken NJ: John Wiley & Sons, 2007, pag.150).

Dunque l’Unione Europea vorrebbe reagire a questa scandalosa infiltrazione politico-militare di una stampa ridotta a propaganda? Vorrebbe ripristinare l’indipendenza dei media, contrappeso essenziale al potere dei governi per salvaguardarli da derive autoritarie e strumento imprescindibile della democrazia? (Domande non retoriche visto il trattamento subito dallo stesso Ulfkotte quando si è messo a raccontare la sua storia: “Io so cosa succede se non vuoi collaborare con loro. Per sei volte la mia casa è stata perquisita da cima a fondo perché ero stato accusato di rivelare segreti di stato”).

Vorrebbe salvaguardare un’identità europea dalla sudditanza agli Stati Uniti d’America, visto che, dopo tutto, si chiama Unione Europea, non Unione Americana?

Niente di tutto questo: il documento di Bruxelles è rivolto principalmente contro i media russi come RT e Sputnik, i quali non nascondono subdolamente il loro schieramento, come fanno invece gli “autorevoli” media occidentali, ma propongono, apertis verbis, una più completa lettura della realtà.

Il problema è che quest’anno RT si è assestato nelle prime cinque posizioni tra i canali televisivi più seguiti al mondo, e la somma dei telespettatori tra Tv e web ha superato l’identica somma per la BBC, nonostante il budget del canale inglese sia superiore a quello russo.

Chissà, forse diffondere la verità è più facile e meno costoso che diffondere la menzogna?

Ma alla BBC ne hanno fatto una questione di denaro e di potere: alzare i budget e boicottare i russi, cosa che hanno già iniziato a mettere in pratica sul territorio inglese, dove tutti i conti bancari di RT sono stati bloccati da metà ottobre. Adesso arriva anche la risoluzione europea, che in pratica richiede una censura dei media russi, perché non dipingono la realtà secondo i desideri dell’establishment euroatlantico.

Il documento dell’europarlamento sostiene inoltre che la Russia fornisce sostegno finanziario ai partiti politici d’opposizione dei paesi membri della UE ed utilizza le relazioni bilaterali coi singoli paesi come fattore di divisione tra i membri dell’Unione.

Due parole anche su queste accuse: per quanto riguarda il sostegno finanziario, è d’uso quando si fa questo tipo di proclami portare delle prove, che in sede atlantica non sono abituati ad esibire: se l’hanno detto loro, a noi mortali deve bastare. Strano però che ciò li scandalizzi, quando analoghi finanziamenti di Soros alle rivoluzioni colorate sono ben provati e alla UE non protestano.
E addirittura, senza bisogno di alcuna prova, se è il dipartimento di Stato americano a finanziare partiti e rivolte a casa altrui, i suoi funzionari possono persino vantarsi pubblicamente di aver speso 5 miliardi per destabilizzare l’Ucraina. Una guerra civile alle porte dell’Europa qualche preoccupazione a Bruxelles potrebbe arrecarla, o no? E le intenzioni di questo programma erano forse rispettose degli interessi europei? A giudicare dal famoso “fuck Europe” di Victoria Nuland, non sembra che la pace e il benessere degli europei fosse al primo posto tra i suoi obiettivi.

Obiettivi peraltro dichiarati spudoratamente dall’analista strategico George Friedman. Basta vedere il video in cui sostiene che l’inimicizia tra russi ed europei, segnatamente tedeschi, è un requisito fondamentale per l’egemonia statunitense (youtube).

Insomma, da questi confronti emerge chiaramente che la risoluzione UE non nasce da un desiderio di tutelare in qualche modo la qualità dell’informazione, ma da un ostinato preconcetto di ostilità nei confronti della Russia.

La prova del nove la forniscono, ancora una volta, le confessioni di Ulfkotte: “I media tedeschi e americani stanno cercando di portare la guerra in Europa e di portarla in Russia… ho manipolato le persone e ho fatto propaganda contro la Russia. Non è giusto quello che ho fatto finora…boicottare e screditare la Russia per alzare un muro per l’Europa… Noi abbiamo spinto per entrare in guerra, io non voglio più guerre”.

Si noti quel “I media… stanno cercando la guerra” che riflette il fulminante aforisma di Karl Kraus: “Come cominciano le guerre? I diplomatici raccontano bugie ai giornalisti, poi credono a quello che leggono sui giornali”. Ma purtroppo siamo oltre anche a questa fase, in pieno delirio hegeliano: se la realtà si adatta alle nostre teorie bene, altrimenti tanto peggio per la realtà. Principio che nel mondo dell’informazione si traduce con un “se la realtà è utile alla nostra propaganda ne parliamo, altrimenti no.

E infatti, digitando il titolo del documento Ue nel motore di ricerca del Corriere, di Repubblica e de La Stampa -online- non compare nulla. Insomma, la UE censura i media, ma in segreto, con la complicità di altri media. La conclusione è che l’Unione Europea sembra aderire senza riserve ai principi del “socing” di orwelliana memoria: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.
E li sta applicando in ordine funzionale, ricordatene cittadino: la tua ignoranza è la sua forza; grazie al potere di manipolarti che le conferisci con la tua ignoranza, sarai convinto che la tua forma di schiavitù si chiama libertà (libertà democratica per la precisione); e infine, stai bene attento, ti confezionerà una splendida pace, che potrai gustare sotto i bombardamenti a tappeto e il fischio della mitraglia.

In tutto il mondo il veleno delle Consorterie Guerrafondaie Statunitensi ed Ebraiche stanno rilasciano più o meno velocemente miasmi pestiferi di preparazione alla guerra finale

KIEV, “ESERCITAZIONE” CON MISSILI SULLA CRIMEA. LA UE, COMPLICE.

Maurizio Blondet 25 novembre 2016 0

Il regime di Kiev farà una ‘esercitazione con missili” ( veri) nella spazio aereo della Crimea, nello spazio sovrano della Federazione Russa – ma che Kiev tratta come suo territorio nazionale. I missili saranno sparati dove volano aerei russi civili e militari, si allarma l’agenzia russa di aviazione civile Rosaviatsiya. Il regime, come se non esistesse la Russia, ha semplicemente diramato giovedì l’annuncio di “zona pericolosa” a tutte le quote di volo, insomma restrizioni dei voli, su Crimea, presso Sinferopol, il 1 e 2 dicembre prossimo. La zona di pericolo comprende lo sazio aereo su tratti di mare che sono acque territoriali russe. L’atto è del tutto unilaterale, il regime non si è coordinato con Mosca. Il ministro della Difesa russo, venerdì, ha convocato l’attaché militare dell’ambasciata ucraina per una nota di protesta ufficiale.

L’estrema gravità della provocazione si capisce meglio se si ricorda che gli ucraini, coi loro missili o caccia, hanno abbattuto due aerei civili: nell’ottobre 2001, Il Tu-154 della Siberia Airlines in rotta da Tel Aviv a Novosibirsk (68 morti) abbattuto sicuramente da un missile ucraino durante un’esercitazione missilistica, e il Boeing 777 della Malaysia diretto da Amsterdam a Kuala Lumpur con 298 persone a bordo, mentre sorvolava il territorio ucraino, l’8 marzo 2014, di cui immediatamente il regime di Kiev accusò i separatisti del Donbass con un missile BUK “lanciato da professionisti russi”. Il fatto che Obama abbia altrettanto immediatamente confermato la tesi di Kiev (mentre i resti dell’aereo avevano segni di mitragliamento, come fosse stato attaccato da un caccia col cannoncino di bordo), e che tutta l’inchiesta posteriore, olandese, tenti di sviare la responsabilità sulla Russia, lascia sospettare che anche questa volta il regime di Kiev punti a creare un “casus belli” irreversibile – con la complicità dell’Amministrazione Usa; e della UE, che moltiplica i segnali di ostilità e si comporta come la Russia fosse un paese nemico (come ha dimostrato la pronuncia dell’europarlamento contro i media russi che si vedono in Europa).

In questo senso, anche la data della “esercitazione con missili dal vivo” è sinistramente indicativa: 1 e 2 dicembre, un mese prima del giuramento di Donald Trump. E’ ben possibile che i potenti nemici interni di Trump, e l’oligarchia UE che non gli ha risparmiato manifestazioni di odio, specificamente a causa della sua intenzione di rappacificarsi con Putin, gli stiano preparando una crisi irreversibile, magari anche con false flag e stragi di passeggeri in volo? Obama ancora per poco nella stanza dei bottoni offre un’ultima occasione a tutti gli avversari della distensione Usa-Mosca. E Obama è stato ben capace, nell’agosto 2013, di accusare Damasco di aver usato i gas nervini “contro il suo stesso popolo”, sapendo benissimo che a lanciarli erano stati i cosiddetti ribelli, come parte di un piano per provocare l’intervento occidentale in Siria; ricordiamo bene che John Kerry declamò allora: “Sappiamo bene da dove e in quale momento i razzi sono stati lanciati. Sappiamo che provenivano solo da zone controllate dal regime”, mentendo spudoratamente (e i media mainstream diffusero la fake news, la falsità, sapendola falsa). Insomma è gente senza scrupoli, quella che ha troppo da perdere dall’insediamento di Trump; e ciò vale ancor più per il regime di Kiev, in bancarotta, abbandonato dalla sua popolazione, che sta per perdere il protettore atlantico.

Il timore della provocazione irreversibile da parte ucraina è stato espresso anche da The Saker. “Kiev cerca disperatamente di provocare la Russia prima che Trump abbia giurato”.


Qualche giorno fa due soldati russi sono stati rapiti dal FSB, in piena zona di confine e sotto le telecamere di sorveglianza russe, dichiarando poi che i due sequestrati, essendo di origine ucraina, erano traditori. Il numero di provocazioni commesse dalla parte ucraina si moltiplicano: più intensi bombardamenti sul Donbass, l’assassinio di “Motorola”, il popolarissimo comandante militare della Novorussia; l’infiltrazione ripetuta di sabotatori in Crimea, arrestati dai russi. Senza che Mosca abbia mai reagito. Perché è evidente che “lo scopo del regime di Kiev è di trarre i russi dentro il territorio ucraino”, in modo che la UE e la NATO possano strillare a pieni polmoni all’aggressione militare. Sono mesi in cui Lettonia, Lituania ed Estonia preparano la loro popolazione a un “Invasione russa”, e hanno chiesto ed ottenuto lo stanziamento di truppe e armamenti NATO; a metà novembre il governo di Varsavia ha fatto esumare il corpo del presidente Lech Kaczinsky, morto nel 2010 in un incidente aereo in Russia che il fratello gemello, oggi eminenza grigia della Polonia, vuol credere organizzato da Mosca.

E il 24 novembre Poroshenko è arrivato a Bruxelles per un “vertice” con Juncker e Tusk, dove non solo si è trattato di concedere agli ucraina l’entrata in Europa senza visti, ma dove – a detta del numero due della delegazione ucraina Kostiantyn Yeliseyev “ci siamo accordati che la UE continuerà a sostenere e dare solidarietà all’Ucraina per la sovranità e l’integrità territoriale – Siamo profondamente grati per l’irremovibile posizione della UE sulla questione della Crimea [ossia che la Russia l’ha occupata illegalmente]; e dopo le discussioni abbiamo accresciuta fiducia che le sanzioni contro la Russia saranno estese. Speriamo in una decisione in questo senso a dicembre”. Come mai tanta fiducia?


Anche in Siria avvengono eventi pericolosi: gruppi di jihadisti notoriamente sostenuti dagli Usa sono comparsi con in mano missili anti-aerei; un tipo di armamento che fino a questo momento Obama aveva vietato di consegnare ai “suoi” ribelli, per l’ovvio rischio cui sottopongono i voli civili. Adesso questo tabù è caduto. Caccia siriani e russi potranno essere abbattuti, invelenendo un conflitto che sembrava vicino alla conclusione, con la liberazione di Aleppo.



Si aggiungano le manovre americane per sottrarre a Trump la vittoria. La candidata dei verdi Jill Stein (J) riceve milioni di dollari necessari per poter aprire il riconteggio dei voti in Wisconsin, e forse Pennsylvania e Michigan – negli Stati in cui Trump ha vinto, con lo scopo di dimostrare che ci sono stati brogli. A darle i quattrini non sono privati “dal basso”, come vorrebbe far credere: i suoi conti ricevono 160 mila dollari l’ora, giorno e notte, da un programma di bonifico computerizzato – dietro cui è dato sospettare George Soros. I particolari del trucco si possono leggere qui:


Jill Stein riceve donazioni fisse ad ogni ora, giorno e notte

In vari stati, fra cui Washington e Colorado, il partito democratico sta facendo pressioni sui grandi elettori per “convincerli” a non votare Trump, ma a dirigere il loro voto verso candidati di terza fila, come Mitt Romney e John Kasich. Non hanno ancora rinunciato a rovesciare i dati elettorali.


Il Decadentismo dell'Occidente è in fase avanzata, la letteratura legge la realtà e la fissa

LIBRI
L’Occidente al tramonto
25 novembre 2016



Non pochi antropologi, e tra essi Ida Magli scomparsa lo scorso febbraio, si pongono con storici e filosofi una domanda dalle sembianze spettrali. Uno di quegli spettri che si aggirano con frequenza in Occidente e particolarmente in Europa: la nostra civiltà è giunta alla fine? Non è il caso di tentare risposte affrettate, meno che mai di fare spallucce o infastidirsi; conviene piuttosto riflettere, possibilmente con calma.

Innanzitutto è bene ricordare che tra il 1918 e il 1923 uscivano a Vienna i due volumi di Oswald Spengler dal titolo “Il tramonto dell'Occidente”. Fu un'opera fortunata che influenzò non pochi pensatori e politici. Il filosofo tedesco, non gradito a Benedetto Croce, affermò – lo diciamo in estrema sintesi - che le civiltà assomigliano agli organismi umani. Nascono, fioriscono, decadono e muoiono. La nostra sarebbe agli sgoccioli, il suo motore avrebbe le caratteristiche di quelli fermi da tempo. Che fare? Non discutiamo tali considerazioni, diremo soltanto che numerose opere vanno lette tenendo presente codeste ipotesi.
Ora gli anni che stiamo vivendo sono paragonati con sempre maggior frequenza a quelli della fine dell'impero di Roma. Le cause del crollo sono attualizzate, i paragoni si moltiplicano, i sintomi messi a confronto. Il più fortunato saggio di questo genere è stato da poco pubblicato in Italia dalla Leg (Libreria Editrice Goriziana) e la prima tiratura si è esaurita in pochissimi giorni. Lo ha scritto Michel De Jaeghere e il titolo è esplicito: “Gli ultimi giorni dell'impero romano” (pp. 628, euro 34). L'autore, storico e giornalista (dirige “Le Figaro Histoire”), sostiene una tesi riassumibile in due punti: il crollo di Roma si deve a un'invasione violenta del territorio di popoli che desideravano appropriarsi della sua ricchezza senza rispettare le regole sociali e giuridiche che l'avevano consentita; inoltre fu caratterizzato da eccessive tasse che, alla lunga, sterilizzarono economicamente le parti attive dell'impero favorendo soltanto quelle passive di potere. Fenomeni che ci riguardano?
Rispondiamo osservando da vicino i barbari invasori, aprendo un altro libro. E' di Jordanes, un autore del sesto secolo. L'ha pubblicato Città Nuova, è curato da Gianluca Pilara per la collana “Testi patristici”: si intitola “Storia dei goti” (pp. 184, euro 22). In esso sono tra l'altro descritti gli unni. “Popolo selvaggio” – nota l'autore – grande nemico di Roma, capace soltanto di disturbare “la quiete dei confinanti con frodi e rapine”. Il loro aspetto “terrorizza” ed essi infieriscono “persino sui propri figli dal giorno della nascita”. Come? Ai maschi “incidono le guance con la spada, affinché, prima che arrivino a nutrirsi del latte, imparino a sopportare il dolore”.
Parole distanti dalla civiltà romana. Dal suo diritto o dalle opere morali di Seneca. Alla fine, comunque, vinsero.

L'anima dei palestinesi perseguiterà sempre gli ebrei che occupano le loro terre con una violenza inaudita

ISRAELE - 25 novembre 2016 - 11:29

Una “Intifada del fuoco” minaccia Israele?

Incendi dolosi e non si diffondono nel Paese. Assaltato un dipartimento dei vigili del fuoco per impedirgli di spegnere le fiamme. Il pericoloso spettro del terrorismo dietro gli eventi



di Alfredo Mantici

Da martedì 22 novembre Israele è in uno stato di emergenza. Stavolta non per attentati organizzati da palestinesi affiliati ad Hamas o per i razzi lanciati verso il sud del Paese dalla striscia di Gaza, ma per una catena di incendi devastanti che dal centro al nord minacciano abitazioni e colture e hanno già costretto alla fuga migliaia di abitanti. Favorite da una siccità che dura ormai da mesi e dai forti venti meridionali, le fiamme si sono propagate da Rishon le Zion, alle porte di Tel Aviv ai sobborghi di Gerusalemme, fino a raggiungere i quartieri settentrionali di Haifa, il più importante porto commerciale israeliano, interrompendo il traffico automobilistico sull’autostrada che collega il nord e il sud del paese.

Sulle prime le autorità israeliane hanno dato la colpa degli incendi alle condizioni metereologiche insolitamente sfavorevoli, ma dopo l’arresto di quattro palestinesi accusati dalla polizia di incendio doloso, si è fatta strada l’ipotesi che la catena incendiaria non sia altro che un ennesimo capitolo del conflitto israelo-palestinese, una nuova versione del confronto pluridecennale, che nell’ultimo anno aveva preso l’aspetto della cosiddetta Intifada dei coltelli.

(Una casa devastata da un incendio a Nataf, vicino Gerusalemme)

La precedente Intifada

Era l’ottobre dello scorso anno, infatti, quando la ribellione a quella che gli arabi considerano l’illegittima occupazione israeliana di terre palestinesi aveva preso una micidiale forma spontaneista con gli attentati dinamitardi e i lanci di missili sostituiti da improvvise e sporadiche aggressioni di cittadini israeliani, feriti e talvolta uccisi a coltellate da palestinesi spesso regolarmente registrati come cittadini d’Israele.

L’Intifada dei coltelli ha provocato centinaia di vittime prima di spegnersi lentamente a fronte delle durissime reazioni delle autorità che prevedevano la distruzione immediata delle abitazioni degli assalitori, decine dei quali sono stati uccisi mentre tentavano di colpire i passanti con coltelli da cucina. Con l’esaurimento dell’emergenza dell’Intifada dei coltelli, Israele – in un momento nel quale gli sponsor del terrorismo palestinese sono distratti dal conflitto siriano e dalle tensioni tra sciiti e sunniti in tutto l’Islam – ha potuto tirare un momentaneo sospiro di sollievo per una gradita tregua nel confronto con i suoi nemici interni ed esterni, tregua che potrebbe essersi interrotta con la nuova Intifada del fuoco.


L’Intifada del fuoco

“La meteorologia non è la responsabile di quello che sta succedendo, anche se favorisce la diffusione delle fiamme” ha dichiarato all’agenzia Reuters Nohaf Wolfson, direttore della compagnia meteorologica Meteo Tech. Gli ha fatto eco il Ministro della sicurezza interna Gilad Erdan che ha parlato di “terrorismo da incendio doloso. Almeno il 50% degli incendi sono stati provocati intenzionalmente”, mentre i responsabili dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, ritengono che gli incendiari vadano ricercati nelle schiere dei nazionalisti palestinesi. Più cautamente il primo ministro Benjamin Netanyahu ha attribuito l’ondata d’incendi a “cause naturali e non naturali” aggiungendo tuttavia che “ogni incendio doloso deve essere considerato come un atto di terrorismo e trattato di conseguenza”. I leader degli arabi israeliani hanno immediatamente tentato di smentire le accuse contro i palestinesi sostenendo che anche la popolazione arabo-israeliana (che raggiunge un quinto dell’intera popolazione di Israele) è vittima del disastro e che è pronta a offrire rifugio ai concittadini ebrei costretti dalle fiamme ad abbandonare le loro case, mentre il presidente dell’Autorità Nazionale Plaestinese, Abu Mazen, ha espresso solidarietà agli israeliani colpiti dal disastro.

I festeggiamenti per le devastazioni

L’atteggiamento di prudenza dei notabili arabo-israeliani, tuttavia, viene sistematicamente smentito dai commenti di gioia per le devastazioni provocate dagli incendi comparse sui social media palestinesi. Su Twitter sono immediatamente comparsi hashtag dal titolo #israelonfire e #israelisburning nei quali sono stati postati molti commenti che esaltano gli incendi.

Ad Haifa la situazione è molto grave. Migliaia di persone sono state costrette ad ad abbandonare le loro case minacciate dalle fiamme e la Hebrew Univeristy è stata evacuata. A conferma del sospetto che dietro all’ondata di incendi non vi siano solo cause naturali, un ufficiale dei vigili del fuoco di Haifa, intervistato dalla radio delle Forze Armate, ha raccontato che ignoti “hanno tentato di dare alle fiamme anche la stazione antincendio della città per paralizzare il Dipartimento dei vigili del fuoco”.

(Fiamme ad Haifa, 24 novembre 2016)

Se le cose stanno così, questa emergenza incendi potrà essere classificata come una nuova, originale, forma di lotta dell’irredentismo palestinese e confermare che nonostante le tensioni regionali che attraversano tutto il mondo musulmano e arabo e che sembrano aver posto in secondo piano il conflitto israelo- palestinese, questo continua ad essere uno dei problemi centrali dello scacchiere medio orientale. Mai come in questo caso può suonare appropriata la frase che in Palestina “il fuoco cova sotto la cenere”.

Nicola Gratteri - sull'immigrazione ha una visione simile a quella cinese, costruzione di infrastrutture in Africa. La 'Ndrangheta la si batte con una opposizione quantitativa e qualitativa, che i politici devono volere

"L'unica soluzione all'immigrazione? Creare infrastrutture e servizi in Africa"
Il procuratore di Catanzaro è certo: "Solo così non vorranno più partire"
Chiara Giannini - Ven, 25/11/2016 - 12:06

Reggio Calabria «La soluzione? Realizzare infrastrutture in Africa, solo così si ferma l'immigrazione incontrollata e si evitano situazioni di questo tipo»: il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, noto perché poco dopo l'insediamento del premier Matteo Renzi al governo fu proposto come ministro della Giustizia, incarico che però rifiutò, non ha alcun dubbio su come affrontare l'emergenza immigrazione nel nostro Paese.


Procuratore, la situazione del campo di Rosarno è da incubo. Non pensa che in un Paese civile come l'Italia non si dovrebbe arrivare a situazioni limite come questa?

«Sono situazioni che durano da decenni e che ogni amministratore si tramanda e passa all'altro. Ovvio che o si ha l'idea, se si va in un posto, di creare un discorso di tolleranza zero o si lascia così. Ma se si pensa di abolirlo si ha poi hai l'alternativa? Io penso che sia un discorso molto più ampio: va risolto il problema immigrazione. Bisogna andare in Africa e, con un sesto del costo di questo pessimo servizio taxi che si fa nel Mediterraneo, si devono avere il coraggio e la volontà per costruire strade, pozzi, serre, scuole, con un sesto della spesa di quanto ci costa una nave al giorno. Lì si deve dare aiuto concreto. Si dà la canna da pesca a queste persone, non il pesce. Ossia si costruiscono infrastrutture, aziende, attività produttive, si portano lì dei trattori e si insegna come si fa agricoltura nel 2016, perché questa gente non ha l'interesse di venire in Europa. Perché il posto più bello è sempre il posto dove si è nati».

Queste situazioni, peraltro, aggiungono lavoro alle forze dell'ordine. Ma sappiamo anche che mancano uomini, in Italia. Come si può risolvere?

«Nel nostro Paese abbiamo una carenza di organico, è davanti agli occhi di tutti. Il problema è che una volta si facevano concorsi per 4mila carabinieri, oggi se ne fanno per 4-500 l'anno ed è ovvio che così non si riesce a coprire neanche quelli che vanno in pensione. Ad esempio, Catanzaro è un posto dove la gente non viene volentieri, per cui la carenza di organico, qui, si sente di più, ma c'è una concentrazione di personale di qualità. Abbiamo il comandante generale dell'Arma dei carabinieri che ha mandato qui il primo del corso come colonnello. Con la polizia è più difficile, ma hanno promesso di potenziare la squadra mobile, anche se i numeri restano in rosso».


Non è che questa carenza di organico influisce anche sulla lotta alla 'Ndrangheta che in questo territorio è ben presente?


«I numeri vanno a inficiare in parte la lotta alla 'Ndrangheta perché non è un fatto di numeri, ma di qualità. Mi spiego meglio: io sono contrario alle truppe e ai rastrellamenti. Ho assistito a tutta la stagione dei sequestri di persona dove c'erano mille poliziotti, carabinieri e mille uomini dell'esercito in 15 chilometri quadrati, ma in 20 sequestri non so se si è effettivamente liberato uno. Questa non è la caccia alla volpe all'inglese, ma si tratta di mandare gente senza l'ansia da prestazione, senza fretta e allenarli all'investigazione, ad abituarli ad ascoltare le intercettazioni e a decripitare il non detto. Quindi l'investigazione è un'altra cosa, il numero è relativo. Per risparmiare io, ad esempio, abolirei la Dia perché oggi così come è strutturata è un doppione dell'istituto di prevenzione».

Referendum - 8 - Renzi stai sereno

6 punti critici della riforma costituzionale (con scheda)

6 novembre 2016




di Veronica Frattini

Manca poco meno di un mese al referendum sulla riforma costituzionale ed è importante conoscerne il testo. Il nostro punto di vista poggia sempre sull’analisi dei contenuti, quindi abbiamo ripreso i punti della riforma per chiarire per quale motivo va nella direzione di uno svuotamento della democrazia.

Stampa e diffondi la scheda sulla riforma! Contribuisci a diffondere consapevolezza sull’ennesima riforma che “ci chiede l’Europa”.

(la Redazione)
1

Il Senato, come delineato dai nuovi artt. 57 e 66, non sarà più eletto direttamente dai cittadini (come oggi già accade per le Province) e passerà da 315 a 100 Senatori. Di questi, 5 saranno nominati dal Presidente della Repubblica ed i restanti 95 saranno scelti dai Consigli regionali (74 tra i Consiglieri regionali, 21 tra i Sindaci). Dei 100 Senatori, 95 dovranno quindi ricoprire più ruoli contemporaneamente: come Senatori e come Consiglieri regionali o Sindaci. Inoltre, siccome il mandato di ciascun Senatore corrisponderà a quello del ruolo ricoperto nel Comune o nella Regione d’appartenenza, la composizione del nuovo Senato varierà in maniera pressoché continua.

2

Il bicameralismo continuerà ad essere “perfetto” per quanto riguarda leggi in materie di fondamentale importanza: tra di esse le leggi elettorali, le leggi di revisione costituzionale, i referendum popolari, le leggi di autorizzazione alla ratifica dei Trattati UE. Ogni legge inerente alle 22 materie previste dovrà essere approvata sia dalla Camera sia dal Senato, che avranno pari poteri di modifica (iter 1). Questi 100 Senatori, non più eletti direttamente dai cittadini, avranno il potere di intervenire su argomenti di assoluta rilevanza nazionale.

3

  • Per ciò che concerne le restanti materie si passa ad un bicameralismo “imperfetto”, in cui il nuovo Senato parteciperà alla formazione delle leggi con poteri differenti rispetto alla Camera. Il nuovo art. 70 sostituisce infatti l’attuale (“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”) introducendo, secondo alcune delle interpretazioni possibili, tra i 7 e i 12 diversi procedimenti legislativi. Alcuni esempi:
  • Iter 2: entro 10 giorni e su richiesta di almeno 1/3 dei membri, il Senato può esaminare il progetto di legge ed, entro 30, proporre modifiche su cui la Camera si pronuncia in via definitiva a maggioranza semplice (50% + 1 dei votanti).
  • Iter 3: per i disegni di legge che il Governo propone usufruendo dalla nuova clausola di “supremazia statale”, derogando al riparto delle competenze tra Stato e Regioni, esprimendosi a maggioranza assoluta il Senato può proporre modifiche di cui la Camera può non tener conto solo pronunciandosi anch’essa a maggioranza assoluta.
  • Iter 4: per i disegni di legge in materia di bilancio e di rendiconto consuntivo approvati dalla Camera, il Senato può proporre modifiche entro 15 giorni dalla data di trasmissione; la Camera può poi decidere, a maggioranza semplice, se accoglierle o meno.
  • Iter 5: il Senato può chiedere, a maggioranza assoluta dei suoi componenti, di procedere all’esame di ogni progetto di legge. La Camera si pronuncia entro 6 mesi dalla delibera del Senato.

Si tratta di formule confuse e complicate, che aprono a possibili contenziosi tra Camera e Senato sulla corretta scelta dell’iter legislativo opportuno.

4

Passerà da 50˙000 a 150˙000 il numero di firme necessarie per la presentazione di leggi d’iniziativa popolare.

5

Equilibrio e separazione tra i poteri, che Montesquieu sancì ancora nel ‘700, saranno alterati: l’esecutivo prevarrà sul potere legislativo, rappresentato dal Parlamento, ed aumenterà la sua influenza sugli organi di garanzia: Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale.

La Corte Costituzionale è l’organo più alto preposto alla corretta interpretazione delle leggi, chiamato in causa per dirimere controversie tra enti dello Stato, ed è attualmente composta da 15 membri: 5 eletti dal Parlamento (dai suoi 945 deputati), 5 scelti dal Presidente della Repubblica, 5 dalle supreme magistrature. Il Presidente della Repubblicarappresenta l’unità nazionale e, tra le sue prerogative, vigila sul rispetto della Costituzione, ha il comando delle Forze Armate ed indice le elezioni delle Camere.

La combinazione tra il nuovo art. 83 e l’Italicum paventerebbe poi il rischio di una situazione estremamente pericolosa: l’abnorme premio di maggioranza permetterebbe ad una minoranza di parlamentari di arrivare al Governo da sola e di eleggere il Presidente della Repubblica sostanzialmente senza tener conto della volontà del Parlamento nel suo intero. Oggi, infatti, l’elezione del Presidente prevede la necessità di maggioranza assoluta (50% + 1 degli aventi diritto al voto) a partire dal terzo scrutinio; la riforma consentirebbe invece, al settimo scrutinio, di eleggere il Presidente con una maggioranza dei 3/5 dei votanti. Ciò significa ridurre moltissimo la possibilità delle minoranze, che oggi possono far pesare la propria assenza, di esercitare la propria influenza nella scelta del Presidente. Il Presidente così eletto non sarebbe più espressione di tutto il Parlamento e quindi del Paese, ma di un partito soltanto.

6

Il paradigma dei Trattati europei deforma la Costituzione: si andrà in direzione di un superamento del modello di democrazia parlamentare, abbracciando un sistema in cui il potere si accentra verso l’alto (dalle autonomie territoriali allo Stato, dal Parlamento all’esecutivo) e in cui l’esecutivo detta l’agenda del Parlamento. Il paradigma descritto dai Trattati europei prevede infatti un esecutivo forte (la Commissione europea), che accentra su di sé anche il potere legislativo (con il monopolio dell’iniziativa legislativa) a discapito del Parlamento europeo, che può solo “contrattare” con il Consiglio alcune limitate modifiche ai testi di legge proposti dalla Commissione (art. 294 TFUE).
Quale cambiamento desideriamo? Che sia attuata la Costituzione!

Desideriamo davvero un sistema in cui l’esecutivo accentra su di sé il potere assoluto senza “controlimiti”, come già accadde durante il ventennio fascista?

Noi NO! Uno Stato che voglia poter investire nel progresso necessita di una democrazia con un cuore pulsante e un’adeguata rappresentanza dei cittadini in Parlamento.

Oggi il Governo ha il potere di attuare un programma di politica economica radicalmente diverso da quello previsto dai Trattati europei e attuato dai Governi nazionali negli ultimi decenni. Stop a politiche improntate alla riduzione del deficit pubblico, che aumentano disoccupazione, ricattabilità dei lavoratori e abbassamenti dei salari! Abbiamo bisogno di piani di lavoro e di investimenti pubblici attuati sforando il limite alla spesa in deficit imposto dai Trattati, ovvero di uno Stato che investa sul Progresso.