Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 3 dicembre 2016

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La nostra Costituzione

Mario Albanesi - "Di guasto in guasto"

Monte dei Paschi di Siena - il ricatto è in parte riuscito, potrebbe non essere sufficente, la soglia non è stata mai comunicata

Monte dei Paschi di Siena, “adesioni a conversione dei bond superiori a 1 miliardo”. Ma non è detto che basti


LOBBY

Il dato diffuso dall'istituto è ancora provvisorio: i risultati definitivi arriveranno solo lunedì 5. A valutare il successo o l’insuccesso dell’operazione saranno comunque le banche che hanno firmato il pre-accordo per formare il consorzio di garanzia per l’aumento di capitale: potrebbero comunque giudicare l'esito non soddisfacente e rinunciare

di Paolo Fior | 2 dicembre 2016

Un comunicato laconico quello con il quale il Monte dei Paschi di Siena nella serata di venerdì 2 dicembre ha reso noti i risultati provvisori delle adesioni all’offerta di conversione dei bond subordinati in azioni. Terminato il periodo di offerta, l’istituto senese si è limitato a dire che le adesioni sono risultate “superiori alla soglia di euro 1 miliardo di aumento di capitale”. Si dovrebbe trattare di un dato provvisorio e ha scarso significato: di quanto è stato superato il miliardo di euro a Siena non lo dicono (“il dato è in continua evoluzione”) e nel comunicato fanno impropriamente riferimento al termine “soglia”, che è fuorviante in quanto l’offerta di conversione non è subordinata al raggiungimento di alcuna soglia.

Anzi, a valutare il successo o l’insuccesso dell’operazione saranno singolarmente le stesse banche che hanno firmato il pre-accordo per formare il consorzio per l’aumento di capitale. Il miliardo di euro (per la precisione 1,043 miliardi) fa dunque riferimento non a una soglia di successo o insuccesso, ma alla stima contenuta nel prospetto informativo dell’offerta utilizzata per redigere il bilancio pro-forma. Questo significa che, anche avendo superato il miliardo di euro di adesioni, le banche potrebbero giudicare non soddisfacente il risultato dell’operazione e rinunciare a dar seguito alla formazione del consorzio.

Il Vaticano alla frutta, forse non ha capito la risoluzione dell'Unesco

Anche il Vaticano condanna la risoluzione dell'Unesco contro Israele
Il comunicato congiunto Santa Sede-Israele critica "con forza il tentativo di negare il legame del popolo ebraico al proprio luogo più santo".

di Matteo Matzuzzi
2 Dicembre 2016 alle 13:40

 
Muro del pianto a Gerusalemme (foto LaPresse)

Roma. La Santa Sede appoggia Israele nella sua protesta contro l'Unesco, che in diverse risoluzioni (le ultime approvate solo poche settimane fa) si riferisce ai luoghi santi di Gerusalemme est solo con la dizione in lingua araba. La condanna è contenuta nel comunicato congiunto tra Santa Sede e Israele reso noto stamane dalla Commissione bilaterale delle delegazioni del Gran rabbinato d'Israele e della Commissione della Santa Sede per i rapporti religiosi con l'ebraismo. Il testo critica "con forza il tentativo di negare la storia biblica e il legame del popolo ebraico al proprio luogo più santo, il Monte del Tempio".

"Siano rigettate le strade senza meta della contrapposizione e della chiusura. Non accada più che le religioni, a causa del comportamento di alcuni loro seguaci, trasmettano un messaggio stonato, dissonante da quello della misericordia", prosegue il documento. "Purtroppo, non passa giorno che non si senta parlare di violenze, conflitti, rapimenti, attacchi terroristici, vittime e distruzioni. Ed è terribile che per giustificare tali barbarie sia a volte invocato il nome di una religione o di Dio stesso. Siano condannati in modo chiaro questi atteggiamenti iniqui, che profanano il nome di Dio e inquinano la ricerca religiosa dell'uomo. Siano invece favoriti, ovunque, l'incontro pacifico tra i credenti e una reale libertà religiosa".

Diego Fusaro perchè il No al cambiamento costituzionale

Referendum, l'ultimo appello di Fusaro: "Ecco perché è essenziale votare No"

02 dicembre 2016 ore 17:20, Adriano Scianca
Il No al referendum? Non è solo uno stop alla riforma costituzionale voluta dal governo, ma anche un altolà al mondo dell'alta finanza. Ne è convinto il filosofo Diego Fusaro, che spiega a IntelligoNews: “Votare no è fare un primo passo verso un no a tutto il mondo del capitalismo finanziario”.

Fusaro, lei è per il Sì o per il No? E con quali ragioni?

«Io dico no perché questa riforma è voluta dai poteri dell'élite finanziaria e dell'aristocrazia capitalistica mondialista. È voluta dall'Unione europea, che vuole distruggere le sovranità nazionali e democratiche. È voluta da Jp Morgan, che vuole distruggere le costituzioni che difendono i diritti dei lavoratori. È voluta dagli Usa, che vogliono tutte queste cose insieme».

Referendum, l'ultimo appello di Fusaro: 'Ecco perché è essenziale votare No'

Cosa avverrà in Europa se vince il No? 

«Se vince il No in Europa capiterà forse, possibilmente, una riapertura del conflitto contro il capitalismo finanziario e in difesa delle democrazie nazionali. Si potrà anche riaprire un periodo di lotta per il lavoro e i diritti sociali».

Se invece vince il Sì, che effetto avrà sul governo Renzi?

«Se vince il Sì è spianata la strada alla distruzione dello Stato, della democrazia e dei diritti sociali. Prevarrà la tendenza oggi in atto del capitalismo finanziario. Per questo votare No è fare un primo passo verso un No a tutto il mondo del capitalismo finanziario in genere».

Comune di Corsico dove la 'ndrangheta è di casa

UNA DONNA CONTRO LA ‘NDRANGHETA IN LOMBARDIA

A ottobre Maria Ferrucci, ex sindaco di Corsico, è stata insultata e minacciata durante un consiglio comunale per essersi schierata contro le infiltrazioni mafiose

Maria Ferrucci, ex sindaca del comune di Corsico. Credit: Giovanni Certomà, foto Facebook

La donna che siede davanti a me in un bar si chiama Maria Ferrucci. Fa l’insegnante ed è stata per un po’ di tempo il sindaco Pd di Corsico. Da anni denuncia l'infiltrazione della 'ndrangheta nel suo comune, che è parte della città metropolitana di Milano, e per questo è stata minacciata in consiglio comunale.

Quando le chiedo se ha paura risponde: “Al contrario, adesso mi sento meno sola. È più di cinque anni che denuncio la penetrazione della ‘ndrangheta a Corsico e ora, dopo le minacce che ho ricevuto, mi sento intorno un po’ più di solidarietà”.

Piove a dirotto. Corsico è un enorme comune alla periferia sud di Milano, oggi governato da una coalizione composta da Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia e da Corsico Vivere, una lista civica di destra. Dista dal centro di Milano solo mezz’ora di circonvallazione, ma alla fine del percorso sembra di entrare in un universo parallelo. 

L’intervista con Maria Ferrucci avviene nel cortile di un bar, al freddo, lontano da occhi indiscreti, perché a Corsico di occhi ce ne sono anche troppi. Come quelli che il 21 ottobre scorso in consiglio comunale fissavano lei e altri consiglieri dell’opposizione, mentre una voce urlava: “Questa va bruciata con la benzina”.

L'episodio che mi racconta Maria Ferrucci, che evoca scenari tipici dell’Aspromonte, nasce da un evento gastronomico, la sagra dello stocco di Mammola, il piatto tipico calabrese a base di stoccafisso.

Organizzato dalla ditta Alagna, il festival avrebbe dovuto tenersi a Corsico grazie a un fornitore locale. Già a settembre in centro erano apparse le locandine, con il logo che annunciava il patrocinio del Comune, prima ancora che il consiglio avesse deliberato di concederlo. 

“Il sindaco ha detto che non se ne era accorto”, racconta Maria Ferrucci. “Ma un suo assessore, Maurizio Mannino di Forza Italia, quando questa locandina fu messa sul suo profilo Facebook perché fosse vista da tutti, aveva messo un bel ‘mi piace’. E Mannino è uno dei due assessori che ha poi firmato il manifesto successivo”. 

Quando i giornali segnalano che tra gli organizzatori locali della sagra ci sono personaggi contigui al mondo della ‘ndrangheta, il 21 ottobre il caso esplode in consiglio comunale. 

“Avevo presentato un’interpellanza urgente e un’altra l’ha presentata il Movimento Cinque Stelle”, racconta Maria Ferrucci. “Generalmente il presidente non ci consente mai di leggere le interpellanze che consideriamo urgenti, per cui nessuno di noi sapeva quella sera se sarebbero state lette oppure no. Nell’ordine del giorno non erano presenti”.

“Siamo arrivati e abbiamo scoperto lì che avremmo discusso sulle due interpellanze", prosegue l'ex sindaco. “O meglio, non lo sapevamo noi dell’opposizione, ma la maggioranza lo sapeva e avevano i discorsi già pronti. L’interpellanza riguardava proprio questa sagra dello stocco di Mammola. L’organizzatore locale era Vincenzo Musitano che è imparentato con persone condannate a pene molto pesanti per ‘ndragheta. Il fratello, per esempio, è stato condannato a 18 anni di carcere per sequestro di persona. Suo suocero è Giuseppe Perre (nome di battagli ‘U Maistru’, ndr) condannato nel processo Infinito”. 

“Quando abbiamo visto sulla locandina questo nome, ci sono rizzati i capelli in testa. Abbiamo chiesto spiegazioni con due interpellanze che sono arrivate però quando il caso era già esploso sui giornali e il sindaco Filippo Errante (esponente della lista Corsico Vivere, ndr) era corso ai ripari rinviando la manifestazione a data da destinarsi”. 

L'aggressione in consiglio comunale

Il 21 ottobre, quando si riunisce il consiglio comunale, l’area destinata al pubblico appare letteralmente presidiata da persone che non si sono mai viste prima, in gran parte ragazzotti ma anche diversi adulti, tra cui alcune donne particolarmente aggressive. 

“Quando sono arrivata”, prosegue Ferrucci. “Mi hanno coperta di insulti. Erano una quindicina di ragazzi, molto giovani, ma che palesemente non sapevano neppure perché fossero lì e a un certo punto si chiedevano tra di loro quando avrebbero dovuto fare caciara".

“Mi hanno lanciato insulti di vario genere, come ‘tu ce l’hai su con i calabresi e te la fai con i negri’, uno slogan che è andato avanti per tutta la scorsa legislatura quando ero sindaco. A Corsico ci sono più di 5mila immigrati e noi cercavamo di fare un percorso di integrazione con loro, cosa sgradita a tutti quelli che poi hanno vinto le elezioni grazie a parole volgari come queste”.

La scena in consiglio comunale sembra riprodurre una specie di format. A marzo del 2015, un convegno organizzato a Sarzana da Christian Abbondanza, fondatore della Casa della Legalità di Genova per presentare il dossier "Sarzana tra sinistra, ‘ndrangheta, speculazioni", fu snobbato dal sindaco Alessio Cavarra e dal Pd, ma fu sconvolto “dall’irruzione di una signora e di un altro membro di una famiglia mafiosa, che ha occupato fisicamente il tavolo dei relatori, tra strepiti e proteste”, racconta il Secolo XIX.

Quello che è avvenuto a Corsico è ancora peggio. “Quando ho iniziato a parlare, una donna che era in mezzo al gruppo dei ragazzi ha detto qualcosa del tipo ‘ingoiate il rospo’, come a dire ‘avete perso le elezioni e ora venite qui a rompere le scatole’”, racconta Maria Ferrucci. “Un’altra donna ha aggiunto che io avrei dovuto ‘essere bruciata con la benzina’, mentre un ragazzo, riferendosi a un altro membro del nostro gruppo, ha detto che doveva ‘essere sparato nelle gambe’”.

(Un estratto dell'intervista di Mimmo Lombezzi a Maria Ferrucci, ex sindaca di Corsico. L'articolo continua sotto il video.)


Quando chiedo a Maria Ferrucci se gli insulti siano stati detti ad alta voce, lei risponde: “Li hanno sentiti i cittadini che di solito vengono ai consigli comunali. Erano terrorizzati, perché si sono trovati in mezzo a persone che avevano un atteggiamento violento, nel modo di porsi, di fissare i presenti, come se dicessero ‘ti tengo sotto controllo’”.

“La cosa importante è che tutto questo non è successo quando ho iniziato a parlare, ma quando ho detto che la nostra città è fortemente penetrata dalla ‘ndrangheta”, puntualizza Ferrucci. “Ora se queste persone fossero state davvero interessate a difendere l’immagine della Calabria, che cosa c’entra la ‘ndrangheta? Io non stavo parlando dei calabresi, stavo parlando della ‘ndrangheta che è una cosa diversa, ma lì è scattato il casino”.

“Mi sono interrotta, ho chiesto al presidente perché non chiamasse i carabinieri. È vero che c’erano cinque vigili, ma non avevo mai visto quella massa di persone estranee”, continua l'ex sindaco di Corsico. “C’era tra loro una signora particolarmente violenta e un omone altissimo che faceva fisicamente paura. Quando ho chiesto al presidente di chiamare i carabinieri lui all’inizio ha detto: ‘Perché li devo chiamare?’. Poi ha sostenuto di averli chiamati, ma io non li ho visti”. Alla fine il gruppo dei disturbatori è stato accompagnato fuori dall’aula, ma un assessore è uscito insieme a loro.

Il ricordo di Lea Garofalo

La guerra dei simboli in queste vicende ha un ruolo fondamentale.

Pochi giorni fa un esponente del Movimento Cinque Stelle, Stefano Iregna, ha proposto di dedicare una piazza, una via o un parco di Corsico alla testimone di giustizia Lea Garofalo, torturata e uccisa dalla ‘ndrangheta a Milano il 24 novembre del 2009, ma la giunta ha respinto il provvedimento.

“Non solo il sindaco, ma tutta la maggioranza di centrodestra si è espressa al suo fianco, alzando il braccio quando è stato il momento di votare contro”, riporta il quotidiano Il Giorno. “La motivazione: l’intitolazione deve andare agli agenti della scorta di Falcone, ‘troppo spesso dimenticati’, ha precisato il sindaco”.

“Lea Garofalo è l’esempio dei giusti, non capisco questa presa di posizione assurda, cos’hanno contro questa donna?”, ha replicato l'ex sindaco di Corsico, ricordando che tre anni fa, quando lei era sindaco, una bandiera gialla con il volto di Lea Garofalo esposta all’interno dell’aula fu definita ‘una pagliacciata’ dall’attuale assessore leghista Di Capua perché “non si può venire qua a esporre quello che si vuole, l’avete messa persino nelle scuole elementari, cosa volete che ne capiscano”. 

Lo stesso Di Capua, però, non ha avuto nessun problema quando il suo nome è apparso, insieme a quello del sindaco e del genero del boss, sul manifesto della sagra dello stocco.

Il pregiudizio etnico del nord Italia verso la 'ndrangheta

Nel suo libro Passaggio a nord, lo scrittore e docente universitario Nando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto, scrive a proposito della 'ndrangheta: "Già rafforzata dalla crisi di Cosa Nostra, seguita alla repressione post stragi del 1992-93, l’organizzazione calabrese ha effettuato un massiccio e tranquillo investimento di uomini e di mezzi nelle regioni più ricche e sviluppate, e segnatamente in Lombardia. Anzi, paradossalmente è andata alla conquista della Lombardia governata da vent’anni dalla Lega, così gelosa dei costumi e della cultura lombardi e così ostile a chi ‘vorrebbe venire a comandare a casa nostra’”.

Nel saggio, Dalla Chiesa denuncia una rimozione collettiva del fenomeno, basata su un pregiudizio etnico: “Una sorta di formula pavloviana: qui non siamo a Palermo o a Reggio Calabria. Che ospitalità potrebbe mai trovare nel nord ricco e civile una criminalità che per gestire un sequestro di persona mandava in busta chiusa l’orecchio dell’ostaggio alla famiglia, come era accaduto negli anni Settanta durante il rapimento di Paul Getty, rampollo di una delle più note dinastie industriali del mondo? L’estraneità delle regioni e delle città settentrionali al fenomeno mafioso è diventata insomma un postulato ideologico, difeso tenacemente anche di fronte all’evidenza del contrario”.

*A cura di Mimmo Lombezzi

Alceste - il poeta - Dobbiamo avere nasi insanguinati e teste rotte, e anche darle. Perdio, il mio cavallo!

Teste rotte e nasi insanguinati [Alceste]

Posted on 3 dicembre 2016

Mentre scrivo questa nota le clientele, i venduti, i parassiti e gli apparati statali sono alacremente al lavoro per ribaltare l’esito del referendum, da “No” a “Sì”.
In queste ultime settimane, intuendo di essere alla frutta, se non peggio, tali squallide falangi si son spese molto per l’ennesima, sanguinosa, battaglia di trincea.
È quella che io chiamo “guerra civile italiana”.
Una vasta e trasversale accozzaglia di individui, gruppi di pressione, mafie sindacali, imprenditori sanguisuga, eterni politicanti, magistrati-zerbino al soccorso del potente (è di oggi la notizia che la Cassazione ha annullato le condanne di Del Turco), corrotti di varia natura e citrulli assortiti (piddini e sinistrume vario) pre-sente aria di disfatta e, quindi, per puro spirito di conservazione, ha tirato fuori il mazzo truccato.
Servirà questa mobilitazione di traditori a deviare l’esito del voto?
Resto moderatamente ottimista, per il semplice fatto che il fronte del “No”, trattato come una legione di bifolchi e appestati, si nasconde ai sondaggi e alle moine governative.
E tuttavia non è detto che trucchi, brogli, propaganda e cretinaggine non abbiano la meglio.
In tal caso, nel caso di una folle vittoria del “Sì”, il progetto di eliminazione dell’Italia e degli Italiani subirà una brusca accelerazione.
Ne sarà parzialmente rinvigorito anche il progetto, parallelo e più vasto, degli Stati Uniti d’Europa, che ha per mira la distruzione, fisica e psicologica, dei popoli del Sud e delle loro già morenti democrazie.
E per quanto riguarda chi si oppone?
Per chi si oppone cadrebbe l’ultimo tabù, quello della democrazia.
Ci si troverebbe a scegliere, quindi, fra mortale inazione e rivolta.
Conviene citare una battuta dall’Enrico IV di Shakespeare. La recita un magnifico perdente, Percy Hotspur; la recita alla moglie che non lo vuol lasciar andare in guerra, la guerra civile contro il futuro Enrico V, quello di Falstaff:

“Via, via, sciocchina! Amore? Io non ti amo; non m’importa di te, Kate. Non è questo un mondo per giocare a bambole e giostrare con le labbra. Dobbiamo avere nasi insanguinati e teste rotte, e anche darle. Perdio, il mio cavallo!“

Hotspur poteva starsene in pace al castello e invece va a farsi ammazzare.
Il busillis.
Fare come Percy “Sperone di fuoco”? Saranno, allora, tempi per teste rotte e nasi insanguinati.
Oppure no. Quieta non movere et mota quietare. Tutti fermi.
In tal caso, tempo il più probabile, ci saremo meritati tutto quello che verrà. E i “No” e tutti gli strepiti e i furori di questi giorni, nel concatenarsi degli eventi storici, rileveranno solo come la flebile increspatura di un suicidio epocale.

Solo quell'accozzaglia di clan, mafie, clientele, famigli, massonerie, cordate, consorterie del Pd unite da soldi e potere vogliono il cambiamento della Costituzione



22 Nov 2016
La campagna del Si e la vocazione totalitaria del Pd.

Scritto da Aldo Giannuli.

Sul merito di questa riforma si è detto sottolineandone gli aspetti autoritari, le incongruenze, gli errori tecnici e le brutture varie, ma il peggio di questa squallida vicenda della riforma costituzionale, più ancora che il suo merito, è il modo con cui è stata varata e con il quale viene difesa nella campagna referendaria.

Il peccato di origine sta nell’approvazione da parte di un solo partito che disponeva di una maggioranza fittizia, prodotta da una legge già dichiarata incostituzionale e con la copertura di un Presidente che ha dato una interpretazione troppo disinvolta dei suoi obblighi di fedeltà alla Costituzione vigente.

Il Pd si è arrogato il potere di fare le regole per tutti grazie ad un atto di forza ed ha imposto, letteralmente imposto, delle regole decise solo da esso, al di là delle considerazioni giuridico-formali sulla legittimità ad operare in materia costituzionale di un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale, sul piano politico sostanziale questo è un atto delinquenziale che distrugge il patto comune.

Ora cerca di sanare tutto questo con un referendum-plebiscito condotto con ogni scorrettezza possibile: la Rai è stata occupata dal Si ed in particolare dal Presidente del Consiglio che si è installato nei suoi studi. Si fa costantemente del terrorismo psicologico inventando le catastrofi più strampalate se vincesse il NO, giungendo ad affermare che se ciò accadesse, l’Italia uscirebbe dall’Euro (sono un sostenitore della fine dell’Euro, ma cosa c’entra con il referendum e sulla base di quale nesso logico si sostiene una cosa del genere?).

Anzicché respingerle a tutela dell’indipendenza nazionale, ci si avvale di ogni interferenza straniera di Capi di Stato e di Governi neppure appartenenti alla Ue, di stampa e di Banche. Si definisce “marmaglia” tutto il fronte delle opposizioni, a conferma del carattere impositivo e di regime di questa riforma.

Ed a tutto questo si aggiunge la ciliegina del voto di scambio confessatamente organizzato dal presidente di una popolosa regione. Mancano solo i brogli nel voto, ma siamo ancora in tempo a vederli.

Il Pd sta dando prova di una vocazione totalitaria che non sfocia in una aperta dittatura solo perché le condizioni storiche non lo consentono.

Ormai mancano circa 10 giorni alla fine di questa bruttissima campagna referendaria, ricca di insulti, che ha scavato trincee di odio che non si colmeranno il 5 dicembre, nella quale entrambi gli schieramenti hanno assunto “il viso dell’arme” senza concedere nulla all’avversario (ed ammetto di aver fatto anche io molte concessioni alla logica dello scontro senza mediazioni, quello che concepisce solo l’inimicizia assoluta). Ma questo è il frutto inevitabile di quello che c’era dietro: non si mette mano al patto comune in questo modo oltraggioso per la democrazia.

Stroncare la riforma con un secco no è una prima misura a difesa della democrazia. Prima ma non ultima: dopo occorrerà fare i conti con questo tentato colpo di mano e non saranno conti leggeri.

Aldo Giannuli

Parlamento illegittimo non può cambiare la Costituzione


29 Nov2016
La riforma costituzionale: un atto di delinquenza politica. Ecco perchè.
Scritto da Aldo Giannuli.

Del contenuto di questa infelice riforma costituzionale si è detto abbondantemente e non stiamo qui a ripeterci sull’aborto di Senato, sul combinato disposto con la legge elettorale maggioritaria, sul prevaricazione governativa sul potere legislativo, sul carattere puramente propagandistico delle misure in materia di iniziativa popolare o sui tagli ai costi della politica eccetera. Di questo si è detto sin troppo, mentre troppo poco si è detto su un’altra ben più grave cosa: il modo con cui questa riforma si è formata. 

Ricordiamo che:

a- essa non faceva parte del programma della coalizione Pd-Sel nelle elezioni politiche scorse

b- essa non è stata deliberata neppure nel congresso del partito nel tardo 2013

c- è stata irritualmente proposta dal Presidente della Repubblica che, poco attento al giuramento di fedeltà alla Costituzione vigente, se ne è fatto principale promotore del mutamento ed arbitro non imparzialissimo della contesa che si apriva.

Già questi punti gettano una luce non favorevolissima sull’accaduto, ma il peggio è altro: ad operare questa riforma è stato chiamato un Parlamento eletto con una legge gravemente distorsiva della volontà popolare e dichiarata per questo incostituzionale. Formalmente, per il principio della conservazione degli atti, il Parlamento restava in carica nella pienezza dei suoi poteri. Ma sotto il profilo della legittimazione politica, è palese che questo fosse un Parlamento non legittimato ad assumere decisioni in materie delicate come la legge elettorale o la riforma della Costituzione e, se si può capire per quel che riguarda la legge elettorale (ammesso che non fosse preferibile votare con la legge elettorale residuata dall’intervento della Corte e lasciar decidere al Parlamento successivo il da farsi) è assolutamente inammissibile, sul piano della correttezza politica, che un Parlamento del genere metta mano alla Carta Costituzionale.

E la riforma è partita subito male, escludendo pregiudizialmente diverse forze politiche (M5s, Lega, Sel, Fratelli d’Italia) che rappresentavano oltre il 40% dell’elettorato. Si ricorderà, infatti, che, dopo un infelice ed inconsueto “comitato di Saggi”, (erede di un analogo comitato della precedente legislatura), la “riforma” è partita con il “patto del Nazareno che associava Pd e Fi, con il codazzo delle liste di centro. Tuttavia, nel percorso, Fi si sottraeva, pagando il prezzo di ripetute scissioni. Ad un certo punto il Pd si è trovato praticamente solo (salvo il solito corteo caudatario dei partitini di servizio).

Dunque, la riforma è stata approvata con i voti del Pd e di qualche manciata di transfughi di Fi, organizzati in forze politiche prive di riscontro elettorale. Insomma, una costituzione di partito in cui manca totalmente (dicesi totalmente) l’elemento pattizio che è proprio delle costituzioni democratiche e repubblicane. Una Costituzione imposta con una aperta prevaricazione. In termini non formali (e ci sarebbe da ridire sul come Grasso e Boldrini hanno diretto il dibattito in aula e regolato il voto) può definirsi a pieno titolo come un atto di delinquenza politica.

Il Pd ha condotto a freddo una aggressione contro tutte le altre forze politiche del paese che gentilmente oggi appella marmaglia, a conferma della sua ormai confessata estraneità allo spirito della democrazia pluralistica.

Questo atto delinquenziale, peraltro, costituisce un precedente gravissimo per il quale, chiunque si trovi nelle condizioni attuali del Pd (e l’Italicum andava esattamente nella direzione di perpetuare questa condizione di prepotere) potrà fare della Costituzione quel che gli pare, magari dicendo che “è da sessanta anni che si aspetta questa riforma”. La riforma costituzionale di partito di fatto azzera la nozione di “patria costituzionale”, terreno di condivisione, per trasformare la Costituzione in campo di battaglia.

Decisamente il Pd appartiene ad una cultura politica diversa da quella dei costituenti e di qualsivoglia pensiero democratico, per inserirsi in un solco in cui troviamo piuttosto Pelloux, Salandra, Federzoni, Acerbo eccetera.

Un partito antisistema al vertice delle istituzioni? Forse Gramsci parlerebbe di “sovversivismo delle classi dirigenti” ma torneremo sul tema.

Aldo Giannuli

La campagna elettorale del Pd basata sul terrorismo psicologico, sulle menzogne, sui soldi in cambio di voti

Il terrorismo psicologico, gli italiani all’estero e De Luca: come il Pd sta facendo campagna referendaria.

Ieri ho tenuto l’ultima lezione del corso di questo anno, al termine della quale, come al solito ho risposto agli interventi dei miei studenti. Fra loro uno ha detto di essere stato convinto a votare No, ma di aver nutrito dubbi da ieri, dopo che l’azienda per la quale lavora il padre, ha inviato un sms, nel quale dice che forse non potrà confermare l’incarico di lavoro per l’anno prossimo, perché due aziende (una di Abu Dhabi e l’altra cinese) hanno comunicato di sospendere le rispettive ordinazioni sino al risultato del referendum per cui, l’ordine è da intendersi revocato in caso di vittoria del  no.  Quanti altri sms del genere stanno arrivando in queste ore attuando una campagna di terrorismo psicologico?
Le ipotesi sono due: o l’imprenditore si è inventato tutto perché è un galoppino del Pd ed, a suo modo, fa così campagna elettorale, oppure la notizia è vera e questo peggiora ancor di più il giudizio sul Pd. Come si ricorderà, tutta la campagna elettorale è stata segnata sin dall’inizio da una martellante serie di appelli delle istituzioni finanziarie europee sui rischi di una vittoria del No simile a quella condotta sul referendum per la Brexit. Quello che è grave è che il governo, lungi dal respingere queste interferenze in difesa dell’indipendenza nazionale e dell’immagine economica del paese, se ne è giovato ed ha soffiato sul fuoco, ingigantendo ulteriormente gli allarmi. A questo punto, se degli investitori stranieri giungono davvero a sospendere loro committenze per questa ragione, è chiaro che questo è il risultato della campagna del governo che sta dando luogo alla profezia che si autoinvera. Il fatto è che forse gli italiani non presteranno attenzione a questa campagna terroristica, ma alcune aziende straniere si e con effetti negativi sull’economia nazionale.
A questo punto ci chiediamo: siamo sicuri che il comportamento delle autorità di governo sia stato penalmente ineccepibile? Chi ripaga il danno di immagine  economica del paese?
Mentre si consumano le ultime ore di campagna elettorale, parte la questione degli italiani all’estero, cui il Presidente del Consiglio appende le sue ultime speranze di sovvertire le previsioni. E veniamo a sapere che buona parte di essi ha ricevuto a casa un depliant del Pd che illustra le ragioni del Si. Chi ha dato l’indirizzo di questi cittadini al Pd? Sembra che ora ci sia un elenco pubblico, consultabile da tutti, ma comprende anche gli indirizzi? E da quando è pubblico?
In ogni caso, questo elenco sembra non sia stato consultabile sino a data recente, ma per essere arrivati già il 20 novembre questi depliant è ovvio che la spedizione è partita decisamente prima e che prima ancora sono stati trascritti gli indirizzi.  E’ realistico che questa operazione ha richiesto almeno 20-25 giorni di preparazione (fra acquisizione degli indirizzi, allestimento del plico postale, invio e consegna) e le buste sarebbero arrivate già a metà novembre. Vogliamo capirci qualcosa? Se emergesse che il Si ha goduto di questo vantaggio indebito rispetto al No, non sarebbe il caso di chiedere già da adesso, l’annullamento del voto degli italiani all’estero?
Non parliamo poi delle chiamate di comitati per il si sui telefoni cellulari: da chi hanno avuto il numero da chiamare?
Poi ci sono i “giochi delle tre carte” del piccolo pataccaro fiorentino, dietro cui si staglia l’ombra del grande pataccaro napoletano. Ad esempio, è scomparso il tema della legge elettorale che costituisce la pietra fondante di questo ordinamento. Renzi dice che, siccome ha raggiunto un vaghissimo accordo con la minoranza cuperliana sul superamento dell’Italicum, questa legge non c’è più.
Cosa falsa due volte: in primo luogo perché, sino a quando una legge votata dal Parlamento non introduce una nuova legge elettorale, quella vigente resta l’Italicum e nessuno può garantire che dopo il 4 dicembre ci sarà una maggioranza pronta a votare una nuova legge o che non sopraggiunga lo scioglimento anticipato del Parlamento; in secondo luogo perché noi non sappiamo di che legge si tratti: potrebbe essere ancora più dis-rappresentativa dell’Italicum. Di fatto, questo è solo un modo per cacciare dal referendum un tema scomodo e chiedere agli elettori di firmare una cambiale in bianco, con la scusa che il referendum è sulla Costituzione e non sulla legge elettorale, come se questa fosse indifferente al concreto funzionamento della riforma costituzionale.
Altra patacca renziana: la legge elettorale delle regioni farà in modo che i senatori siano scelti dai cittadini. Bugia amara: la norma costituzionale (art 57) dice testualmente “I Consigli regionali ed i consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori fra i propri componenti e nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori”. Quindi chi elegge sono i consigli regionali e non gli elettori ed una legge ordinaria (tale è la legge elettorale regionale) non può prevalere su una norma costituzionale, per cui, se si vuole reintrodurre l’elettività diretta dei senatori (ad esempio dichiarando automaticamente  senatori i consiglieri che abbiano ottenuto più preferenze) occorre prima fare una nuova revisione costituzionale. Il piccolo truffatore fiorentino non sa cosa sia la vergogna ed imbroglia deliberatamente l’elettorato.
Poi c’è il caso De Luca che è l’apice di questa campagna elettorale: ora il vicerè della Campania la sta buttando in burla, come suo solito: ho scherzato, ma credete davvero che si faccia voto di scambio con la frittura di pesce? Alfieri l’ho chiamato solo perché era vicino a me in quel momento e le mie espressioni sulla clientela erano evidenti paradossi, la riunione era aperta a tutti ecce cc.
Allora, qualche precisazione:
1.    il voto di scambio non è tanto quello fra i galoppini di De Luca e i singoli elettori ed a base di fritture di pesce (quello sarebbe solo il momento terminale e la frittura è solo un modo elegante per parlar d’altro). Il vero voto di scambio è quello che sarebbe avvenuto fra il Presidente del Consiglio ed il governatore della Campania, attraverso l’erogazione di forti quantità di denaro per opere pubbliche in Campania, in cambio di consensi alla riforma. Nessuno nega che il governo abbia il potere di erogare somme di denaro, per il passato e per il futuro, ad una regione piuttosto che ad un’altra, ma questo non deve essere condizionato o comunque messo in relazione al voto referendario. E De Luca fa proprio questo: per motivare i sindaci a muoversi dice “abbiamo avuto un fiume di denaro ed altro ne arriverà” (sottintendendo, la vittoria del si). Il ragionamento è questo: se vince il No il governo cade e quindi perdiamo i finanziamenti assicurati da questo governo. Il punto è proprio qua: che la partita dei finanziamenti deve restare separata da quella referendaria, l’elettore deve esprimersi  sul testo della costituzione a prescindere dall’eventuale vantaggio che gliene verrebbe in caso di vittoria di una delle due tesi (magari in termini di un posto di lavoro), diversamente, appunto, saremmo al voto di scambio.
2.     Quanto alle facezie, il presidente della regione Campania, politico esperto, dovrebbe sapere che in un momento delicatissimo come quello presente, è necessario essere molto accorti nell’uso delle parole che un fraintendimento può portare a comportamenti delittuosi. Ad esempio, potrebbe esserci qualche sindaco privo di senso dell’umorismo, che potrebbe interpretare alla lettera l’indicazione di fare clientelismo (cioè voto di scambio). E poi, se la riunione era davvero quel porto di mare di cui De Luca dice, perché compiacersi all’inizio dell’assenza di giornalisti che avrebbe consentito una certa libertà di linguaggio?
3.    Alfieri non è uno qualsiasi ma un dirigente di partito che non venne candidato alle elezioni regionali dal Pd perché ritenuto “impresentabile”. E questo ha un significato poco scherzoso.
Il Presidente del Pd Orfini ha dichiarato che “il Pd non è De Luca” e che il partito (in quella regione) va rifondato. Ebbene no: il Pd è De Luca ed i suoi metodi, in primo luogo perché non c’è stata alcuna dissociazione del partito o procedimento disciplinare (fosse anche una semplice ammonizione), anzi il partito lo ha difeso in Commissione Antimafia. Ma, soprattutto, lo ha premiato con uno scandaloso decreto che gli consente di diventare commissario alla sanità nella sua regione, in deroga a quanto già stabilito, proprio per evitare il fenomeno del controllato-controllore, e con lo stesso spirito della riforma che postula una ripresa di controllo da parte del governo centrale.
Dunque, possiamo tranquillamente affermare che il voto di scambio fa parte delle modalità di intervento politico del Pd, con tutto quel che ne consegue.
Quanto alla natura giuridica dell’eventuale comportamento da sanzionare in sede penale, dobbiamo considerare che l’eventuale voto di scambio sarebbe il reato mezzo, mentre il reato fine sarebbe quello della turbativa del voto referendario. Mi si è giustamente fatto notare che l’art. 283 del cp è stato modificato nel 2006 introducendo un richiamo all’uso di mezzi violenti per attentare alla Costituzione, per cui non sarebbe qui applicabile. Ora, a parte il fatto che le norme sono sottoposte ad interpretazione  e, se è vero che in claris non fit interpretatio, è anche vero che la gravità del comportamento, che inferisce sui meccanismi più delicati dell’ordinamento giuridico, è tale da poter giustificare una interpretazione estensiva della norma (che peraltro, precedentemente era più onnicomprensiva), resta il problema di configurare adeguatamente l’eventuale reato fine, magari prendendo in considerazione altre fattispecie penali.
Concludendo: noi voteremo su un testo costituzionale, ma non possiamo ignorare il contesto di questo voto, fatto di illegalità piccole e grandi che non possono passare senza sanzione. Anche perché, se questo accade prima di una eventuale vittoria del Si, immaginiamo cosa potrà accadere in seguito ad essa e in che clima faremo le prossime elezioni politiche o i prossimi referendum.
Ed allora lancio una idea: perché non fare un “libro bianco sulle illegalità del Pd” in questa campagna referendaria? Vale la pena di discuterne, vi pare?

Aldo Giannuli

No alla Costituzione voluta solo da una parte del Pd e da Verdini



30 Nov2016
Referendum: ricapitolando, perché NO!

Scritto da Aldo Giannuli.

1. perché le regole si scrivono insieme, le “costituzioni di partito” sono proprie dei regimi totalitari e noi vogliamo una Costituzione repubblicana nello spirito e nella lettera
2. perché questa “riforma” è stata fatta da un Parlamento politicamente illegittimo, in quanto eletto con una legge dichiarata incostituzionale e indegno, con un numero senza precedente di inquisiti
3. perché questa riforma è stata fatta da un Parlamento in cui un terzo dei componenti ha cambiato partito (senza avere il pudore di dimettersi) e, dunque, non è più rappresentativo di niente
4. perché la riforma della Costituzione non era nel programma di nessun partito, compreso il Pd e, dunque, gli elettori non hanno mai saputo che votando Pd si sarebbero ritrovati la liquidazione della Costituzione
5. perché cambiare si può e spesso si deve, ma non in peggio e questa riforma tradisce lo spirito repubblicano della Costituzione
6. perché questa riforma completa lo svuotamento della Costituzione italiana assoggettandola alla tecnocrazia europea e, con questo, abbatte i diritti sociali
7. perché, prima di cambiare la Costituzione del 1948, vorremmo attuarla
8. perché la vittoria del Si diventerebbe una autorizzazione in bianco alla maggioranza per finire l’opera abbattendo la prima parte della Costituzione
9. perché questa riforma si combina con una legge elettorale che consegna tutto il potere alla maggioranza di governo ed al suo “capo”
10. perché chiama “capo del Governo” il “Presidente del Consiglio” esattamente come la “legge sul Capo del Governo” della “legge fascistissima” 24 dicembre 1925 n 2263
11. perché priva i cittadini del diritto di eleggere i senatori che condivideranno con la Camera poteri come la revisione costituzionale, l’elezione del Presidente della Repubblica, l’elezione dei membri della Corte Costituzionale. Eccetera
12. perché espropria il Parlamento in gran parte di potere legislativo, imponendo il voto “a data certa” sui disegni di legge governativi che occuperanno la maggior parte del tempo del Parlamento stesso
13. perché, questa riforma, grazie alla legge elettorale maggioritaria, consegna al partito di maggioranza il potere di ricatto nei confronti del Presidente della Repubblica, potendolo mettere in stato d’accusa in ogni momento
14. perché con questa riforma diventa molto più semplice modificare in seguito la Costituzione
15. perché quello della riduzione dei costi della politica è solo un alibi: i costi sono soltanto scalfiti in cambio della liquidazione della Costituzione Repubblicana
16. perché è una riforma scritta con i piedi , piena di strafalcioni e che pone le premesse per continui ricorsi alla Corte Costituzionale che ne sarà intasata
17. perché è stata fortemente voluta da Giorgio Napolitano, il peggior Presidente di tutta la storia repubblicana
18. perché, giustamente dal loro punto di vista, è voluta e difesa dalla grandi agenzie di rating, dalle grandi banche come la Jp Morgan, dai vertici della tecnocrazia europea, dalla Casa Bianca, e da ogni potere forte internazionale
19. perché, di conseguenza, si rende necessario uno scatto di orgoglio degli italiani in difesa dell’indipendenza nazionale
20. perché è ora si invertire la sciagurata rotta che dall’infelice referendum del 1993, ha sistematicamente ridotto gli spazi della democrazia in questo paese, prima con il ventennio berlusconiano dopo con i governi non eletti da nessuno, infine con l’indegna esperienza del governo Renzi
21. perché è l’occasione di saldare i conti ad un governo che ha sistematicamente ridotto i diritti dei lavoratori (abrogazione dell’art. 18, job act ecc.) e salvato gli interessi delle banche ( “riforma” di Bankitalia, decreto salva banche ecc.)
22. perché Renzi è un bugiardo spudorato che mente sapendo di mentire, come quando afferma che sia possibile attraverso una legge ordinaria, restituire ai cittadini il diritto di eleggere i senatori
23. perché la campagna elettorale del Si è stata solo un seguito di bugie, inganni ed atti di terrorismo psicologico per costringere gli italiani a bersi questa “riforma”
24. perché questa non è la riforma voluta dalla P2 di Licio Gelli, però le somiglia tanto

e dunque

NO!

VIVA LA COSTITUZIONE REPUBBLICANA DEL 1948.

Il corrotto Pd vuole mantenere il potere per questo le gare non si fanno sul Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione gestito dalla Consip

ECONOMIA E FINANZA
SPILLO/ Se dalle siringhe si ricavano più risparmi che dalla riforma costituzionale

Sergio Luciano
sabato 3 dicembre 2016

Risparmiare il 52% sull'acquisto di un prodotto semplice ma essenziale, e inoltre diffusissimo: la siringa. Si può, nello Stato si può. E non si fa. O non abbastanza. La riprova arriva, in sordina perché disturberebbe la propaganda elettorale, dal caso delle "siringhe di Stato". C'è una società pubblica, si chiama Consip, che gestisce le gare digitali per l'acquisto di beni e servizi destinati a vari enti della Pubblica amministrazione. Attraverso queste gare digitali - dove è molto più difficile fare intrallazzi e favorire i furbi perché ogni fase dell'offerta è tracciata e ogni dato è confrontabile sempre - transitano però pochi acquisti: appena 40 miliardi di euro, contro i circa 90 che ogni anno Stato ed enti pubblici effettuano per far funzionare i loro servizi. Ebbene, per la prima volta una di queste gare ha riguardato le siringhe, di generi e prezzi diversi: da quelle per insulina, endovena o intramuscolari a quelle odontoiatriche, oculistiche, ecc.

Nell'insieme, i prezzi tradizionalmente praticati dai fornitori alle Asl variano fino al 300% da un contratto all'altro. Chi acquista spesso è, nella migliore delle ipotesi, ignorante in materia e in balìa dei fornitori; nella peggiore delle ipotesi è corrotto. Con le gare nazionali si ottiene innanzitutto un ovvio potere negoziale in più, perché le dimensioni degli acquisti crescono tantissimo e offrono una "leva" d'acquisto molto forte: un conto è trattare un prezzo per centomila siringhe, un altro per dieci milioni di siringhe. E poi i confronti tra fornitori sono trasparenti, ineludibili e schiaccianti. Solo sulle siringhe, comprando in questo modo, lo Stato risparmierà 20 milioni di euro.

Un altro risparmio clamoroso ottenuto dalla Consip riguardò qualche anno fa i tester per la glicemia nel sangue, una gara il cui esito venne impugnato con un ricorso dallo stesso gruppo che l'aveva vinta, indispettito per aver dovuto offrire così poco; e fece scalpore l'anno scorso la gara per i servizi di connettività web, vinta da Tiscali con un'offerta che fissava il prezzo a un livello cinque volte inferiore a quello delle forniture precedenti…

La ragione per cui questo metodo di acquisto non diventa la regola generale risiede proprio nella grande efficacia delle gare digitali Consip: funzionano, e quindi hanno un sacco di nemici. E sarebbero lo strumento principale nelle mani dello Stato per la cosiddetta spending review. Quando Renzi è diventato presidente del Consiglio ha rapidamente favorito l'uscita di Carlo Cottarelli dal ruolo di commissario alla spending review, sostituendolo con il suo consigliere economico Yoram Gutgeld. L'efficacia dell'azione Consip è rimasta immutata, ma è diminuita la visibilità sui suoi risultati operativi

Le due Regioni italiane che comprano meglio, soprattutto in materia di spesa sanitaria, cioè Lombardia e Veneto, hanno calcolato che applicando i loro prezzi d'acquisto a tutte le altre Regioni italiane, la spesa pubblica diminuirebbe - a seconda dei parametri che potrebbero essere adottati - tra un minimo di 20 a un massimo di 29 miliardi. E il fatto che simili prezzi siano ottenuti dalle due Regioni più quotate per la qualità dei loro servizi sanitari, che attirano moltissima utenza presso le loro strutture, elimina alla radice e in partenza tutta la litania di polemiche, che di solito accompagna questi discorsi, relativa al pericolo che per ottenere prezzi bassi si deprima la qualità dei prodotti.

Perché allora non si taglia di più? Una spiegazione è sicuramente che, diffondendo il ricorso alle gare digitali nazionali per gli acquisti pubblici, si toglierebbe potere reale alla struttura politica regionale che agisce attraverso i vertici delle Asl e che è oggi prevalentemente in mano alla nomenclatura del Pd, salvo appunto Lombardia, Veneto e Liguria. Poi, certo: istruire una gara di questo tipo è un lavoro lungo e complicato. Ma si potrebbe fare, eccome.


Stati Uniti, lavori precari e salari da fame

Stati Uniti: il tasso di disoccupazione è ai minimi dal 2007 ma a deludere è la non crescita dei salari

Scritto il 2 dicembre 2016 alle 16:36 da Redazione Finanza.com




L’US Bureau of Labor Statistics (BLS) ha comunicato che, nel mese di novembre, sono stati creati, nei settori non agricoli, 178 mila nuovi posti di lavoro, dato lievemente inferiore alle aspettative del consensus (+180k).

Il tasso di disoccupazione è sceso al 4,6% dal 4,9% (nuovi minimi dal 2007). Riviste le cifre dei mesi precedenti (-2 mila posti di lavoro rispetto alle stime precedenti). Il dato di settembre è stato rivisto al rialzo a +208k (da +191k), quello di ottobre al ribasso a +142k (da +161k).

Il tasso di disoccupazione giovanile si attesta al 15,2%, disoccupazione donne (4,2%), bianchi (4,2%), afroamericani (8,1%), asiatici (3,0%), ispanici (5,7%). Deludente è stata invece la (non) crescita dei salari. Su base mensile i salari sono scesi dello 0,1% (consensus +0,2%), su base annuale sono saliti del 2,5% (aspettative +2,8%).

Valutazione
Cifre contrastate sul mondo del lavoro. Ha deluso molto la debole crescita dei salari tuttavia compensata dal forte calo del tasso di disoccupazione.

Riteniamo che le cifre macro non possano modificare in modo particolarmente significativo le probabilità di un rialzo dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve nel prossimo meeting di dicembre. Ormai il mercato sconta con una probabilità superiore al 90% che la Yellen possa incrementare il costo del denaro di 25 punti base nelle prossime settimane.

L’amministrazione di Barack Obama si conclude con un tasso di disoccupazione ritornato ai livelli pre crisi finanziaria, confermando che la politica monetaria ha avuto un ottimo successo sulla stabilizzazione del mondo del lavoro ma non sul piano della crescita delle attività economiche. Dal 2017 toccherà alle politiche fiscali ultraspansive di Trump il compito di rilanciare la crescita economica.

Dopo il meeting dell’OPEC e i dati sul mondo del lavoro americano tutta la comunità finanziaria si concentrerà ora a seguire l’esito del referendum costituzionale italiano. Anche per il cambio eurodollaro potremmo assistere a importanti variazioni. Ci aspettiamo un forte ribasso del cambio in caso di vittoria dei NO (calo ancora più forte nel caso in cui Hofer vincesse le presidenziali austriache).

FILIPPO A. DIODOVICH
Market Strategist IG

PTV News 2 Dicembre 2016 - Wikileaks scopre un grave scandalo governativ...

Giulietto Chiesa - "Se vincesse il sì ci troveremmo in un altro paese"

Diego Fusaro sulla Riforma Costituzionale

Diego Fusaro: L'èlite finanziaria e il nuovo conflitto di classe post-1989

Salvini a Mosca - “C'è relazione tra le sanzioni alla Russia e la riform...

Il Movimento 5 Stelle a Mosca per illustrare il referendum costituzionale

Isao Hashimoto - "1945-1995"

PTV News 1 dicembre 2016 - Ucraina: provocazione nel Mar Nero

Monte dei Paschi di Siena . Nazionalizzare o regalare a Soros

Intonazione negativa per Monte dei Paschi di Siena (-1,8%) 

di Edoardo Fagnani 2 dic 2016 ore 12:22

Il Monte dei Paschi di Siena si attesta in territorio negativo. Il titolo della banca toscana cede l’1,75% a 20,25 euro. Oggi è l’ultimo giorno a disposizione per aderire alla conversione delle obbligazioni subordinate del Monte dei Paschi di Siena. 
Il Corriere della Sera ha scritto che potrebbe essere valutata l’opzione statale nell’ambito del salvataggio dell’istituto toscano. Già l’estate scorsa la Commissione Ue avrebbe presentato al governo la proposta di nazionalizzare l’azienda, azzerare il valore dei suoi titoli di debito a più alto rischio. 
Inoltre, MF ha scritto che l’amministratore delegato Marco Morelli, avrebbe confermato un sostanziale pre-accordo con il fondo Attestor Capital, mentre i contatti con altri due-tre investitori (tra cui George Soros) starebbero procedendo a ritmi serrati. 

Referendum - siamo qui perchè si è andato avanti a colpi di piccone

Referendum, Sapelli: "Sottoporre la Costituzione al voto è pericolosissimo"

02 dicembre 2016 ore 11:28, Andrea De Angelis
"Sottoporre la Costituzione a referendum è un atto pericolosissimo perché rischia di dividere la nazione proprio su quella che dovrebbe essere la Carta fondamentale della convivenza". Così il professor Giulio Sapelli, economista e autore di oltre 400 pubblicazioni. Nell'intervista a IntelligoNews rilasciata a 48 ore dal referendum, Sapelli ha sottolineato come durante questa campagna referendaria si siano visti "più dei commedianti che dei ragionanti". 

Perché gli italiani dovrebbero andare a votare domenica?
"Gli elettori dovrebbero essere il più possibile informati. Li invito dunque a leggere la Costituzione e poi la riforma, ragionando quindi sul Sì e sul No. Si chiedano anche chi erano i grandi padri costituenti di allora e chi sono quelli di oggi, vadano a vedere un po' le biografie che contano sempre. Allora si fece di tutto perché il popolo avesse davanti a sé un Parlamento unito e non diviso. Sottoporre la Costituzione a referendum è un atto pericolosissimo perché rischia di dividere la nazione proprio su quella che dovrebbe essere la Carta fondamentale della convivenza". 

Comunque vada avremo un'Italia divisa?
"Mi pare purtroppo che l'Italia è stata divisa anche dalla campagna referendaria che si è svolta in un clima di volgarità e di non elevatezza intellettuale, salvo alcune persone di grande livello come il professor Pinelli o il professor De Siervo. Per il resto ho visto più dei commedianti che dei ragionanti. Del resto mi chiedo cosa si possa fare in un referendum, spiegare una Costituzione in dieci minuti? I mass media di per sè distruggono, non arricchiscono la conoscenza. Anche questa volta ne abbiamo avuto una conferma drammatica". 

Referendum, Sapelli: 'Sottoporre la Costituzione al voto è pericolosissimo'
A tal proposito abbiamo letto di otto banche che fallirebbero e di spread alle stelle in caso di vittoria del No. Uno scenario plausibile o una tecnica di basso livello?
"Certamente è una tecnica di basso livello. In questa battaglia sono implicati i cosiddetti poteri situazionali di fatto (poteri forti, ndr), cioè i gruppi che hanno un interesse se vince l'una o l'altra fazione. Non c'è assolutamente però da avere timori. I problemi sono ben altri, strutturali e qualora dovessero esplodere lo faranno al di là del Sì o del No". 

Cosa dice allora agli italiani?
"Dico loro che votare è un loro diritto, non un dovere. Io sono nato in un periodo in cui chi non votava aveva scritto nella fedina penale 'non ha votato' e questo non mi pareva uno Stato di diritto. Ognuno deve rispondere alla propria coscienza prima ancora che allo Stato". 

Però la preoccupa la scarsa informazione. 
"Questo mi preoccupa ogni volta che si esercita il suffragio universale. Esso si basa sul principio di maggioranza che non ha nulla a che vedere con la ragione o la non ragione delle tesi, è solo un fatto procedurale (ride, ndr)".

Vuole dirci qualche ragione del No?
"No, assolutamente. Non voglio dare alcuna ragione perché la cattedra deve essere esente sempre dalla politica. Non ho apprezzato i miei colleghi professori universitari che si sono stracciati le vesti per il Sì e per il No perché dobbiamo poi rispondere ai nostri studenti ed è bene che non siano influenzati dalle nostre opinioni". 

Nessuna comunità può sopravvivere solo sulla base del ciascuno per sè e dell'interesse personale

2 dicembre 2016Redazione

Pensieri Talebani- Marx e Gramsci votano Le Pen, la sinistra si è venduta al denaro

La progressione del voto per il Fronte Nazionale tra le classi popolari si spiega innanzitutto con l’incapacità della sinistra di parlare a quella parte della popolazione “. Per Jean-Claude Michéa, infatti, la sinistra contemporanea non ha più nulla a che vedere con la nobile tradizione socialista. Incapace di proporre un’alternativa economica al capitalismo trionfante, ha ripiegato sulle battaglie civili care all’intellighenzia progressista e in sintonia con l’individualismo dominante. Il filosofo francese lo spiega in un breve e interessantissimo saggio intitolato I misteri della sinistra (Neri Pozza, traduzione di Roberto Boi), il cui analizza la deriva progressista dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto. “La sinistra non solo difende ardentemente l’economia di mercato, ma, come già sottolineava Pasolini, non smette di celebrarne tutte le implicazioni morali e culturali. Per la più grande gioia di Marine Le Pen, la quale, dopo aver ricusato il reaganismo del padre, cita ormai senza scrupoli Marx, Jaures o Gramsci! Ben inteso, una critica semplicemente nazionalistica dal capitalismo globale è necessariamente incoerente. Ma purtroppo oggi è la sola – nel deserto intellettuale francese – che sia in sintonia con quello che vivono le classi popolari”.

Come spiega questa evoluzione della sinistra?

“Quella che ancora oggi chiamiamo “sinistra” è nata da un patto difensivo contro la destra nazionalista, clericale e reazionaria, siglato all’alba del XX secolo tra le correnti maggioritarie del movimento socialista e le forze liberali e repubblicane che si rifacevano ai principi del 1789 e all’eredità dell’illuminismo, la quale include anche Adam Smith. Come notò subito Rosa Luxemburg, era un’alleanza ambigua, che certo fino agli anni Sessanta ha reso possibili molte lotte emancipatrici, ma che, una volta eliminate le ultime vestigia dell’Ancien régime, non poteva che sfociare nella sconfitta di uno dei due alleati. È quello che è successo alla fine degli anni Settanta, quando l’intellighenzia di sinistra si è convinta che il progetto socialista fosse essenzialmente “totalitario”. Da qui il ripiegamento della sinistra europea sul liberalismo di Adam Smith e l’abbandono di ogni idea d’emancipazione dei lavoratori”.


Perché quella che lei chiama la “metafisica del progresso” ha spinto la sinistra ad accettare il capitalismo?

“L’ideologia progressista è fondata sulla credenza che esista un “senso della storia” e che ogni passo avanti costituisca un passo nella giusta direzione. Tale idea si è dimostrata globalmente efficace fintanto che si è trattato di combattere l’Ancien régime. Ma il capitalismo – basato su un’accumulazione del capitale che, come ha detto Marx, non conosce “alcun limite naturale né morale” è un sistema dinamico che tende a colonizzare tutte le regioni del globo e tutte le sfere della vita umana. Focalizzandosi sulla lotta contro il “vecchio mondo” e le “forze del passato”, per il “progressismo” di sinistra è diventato sempre più difficile qualsiasi approccio critico della modernità liberale. Fino al punto di confondere l’idea che “non si può fermare il progresso” con l’idea che non si può fermare il capitalismo”.

In questo contesto, in che modo la sinistra cerca di differenziarsi dalla destra?

“Da quando la sinistra è convinta che l’unico orizzonte del nostro tempo sia il capitalismo, la sua politica economica è diventata indistinguibile da quella della destra liberale. Da qui, negli ultimi trent’anni, il tentativo di cercare il principio ultimo della sua differenza nel liberalismo culturale delle nuove classi medie. Vale a dire nella battaglia permanente combattuta dagli “agenti dominati della dominazione”, secondo la formula di André Gorz, contro tutti i “tabù” del passato. La sinistra dimentica però che il capitalismo è “un fatto sociale” totale. E se la chiave del liberalismo economico, secondo Hayek, è il diritto di ciascuno di “produrre, vendere e comprare tutto ciò che può essere prodotto o venduto” (che si tratti di droghe, armi chimiche, servizi sessuali o “madri in affitto”), è chiaro che il capitalismo non accetterà alcun limite né tabù. Al contrario, tenderà, come dice Marx, a affondare tutti i valori umani “nelle acque ghiacciate del calcolo egoista””.

Perché considera un errore da parte della sinistra aver accettato il capitalismo? C’è chi sostiene che sia una prova di realismo…

“Come scriveva Rosa Luxemburg nel 1913, la fase finale del capitalismo darà luogo a “un periodo di catastrofi”. Una definizione che si adatta perfettamente all’epoca nella quale stiamo entrando. Innanzitutto catastrofe morale e culturale, dato che nessuna comunità può sopravvivere solo sulla base del ciascuno per sé e dell’interesse personale. Quindi, catastrofe ecologica, perché l’idea di una crescita materiale infinita in un mondo finito è la più folle utopia che l’uomo abbia mai concepito. E infine catastrofe economica e finanziaria, perché l’accumulo mondializzato del capitale – la “crescita” – sta per scontrarsi con quello che Marx chiamava il “limite interno”. Vale a dire la contraddizione tra il fatto che la fonte di ogni valore aggiunto – e dunque di ogni profitto – è sempre il lavoro vivo, e la tendenza del capitale ad accrescere la produttività sostituendo al lavoro vivo le macchine, i programmi e i robot. Il fatto che le “industrie del futuro” creino pochi posti di lavoro conferma la tesi di Marx”.

Perché, in questo contesto, ritiene necessario pensare “la sinistra contro la sinistra”?

“La forza della critica socialista nasce proprio dall’aver compreso fin dal XIX secolo che un sistema sociale basato esclusivamente sulla ricerca del profitto privato conduce l’umanità in un vicolo cieco. Paradossalmente, la sinistra europea ha scelto di riconciliarsi con questo sistema sociale, considerando “arcaica” ogni critica radicale nei suoi confronti, proprio nel momento in cui questo comincia a incrinarsi da tutte le parti sotto il peso delle contraddizioni interne. Insomma, non poteva scommettere su un cavallo peggiore! Per questo oggi è urgente pensare la sinistra contro la sinistra”.

Il cerchio si è chiuso. Renzi messo al governo per mangiare i risparmi degli italiani

Riforma popolari sospesa, Brunetta: «altra tranvata per governo»



«Il Consiglio di Stato boccia la riforma delle popolari di Matteo Renzi. Dopo la Consulta con Marianna Madia altra tranvata per il governo». Lo scrive su Twitter Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, in relazione alla sospensione, da parte dei giudici di Palazzo Spada, della circolare di Bankitalia che attua la riforma delle banche popolari.

Non tardano ad arrivare anche i commenti dei deputati del M5S: «dopo la bocciatura di un pezzo della riforma della Pubblica amministrazione da parte della Consulta, ecco un altro schiaffo, stavolta dal Consiglio di Stato, al governo che calpesta la tutela costituzionale del risparmio e nel frattempo tenta di ergersi a nuovo padre costituente. Grazie anche alla vigile pressione di associazioni come Adusbef, i magistrati amministrativi riconoscono la gravita di un aspetto della riforma che il M5S da subito aveva denunciato: è incostituzionale negare il pieno rimborso delle quote ai soci delle popolari che non condividessero l’idea di entrare in una Spa e chiedessero il recesso».

«Stiamo parlando della legge che tentava disperatamente di salvare la banca di papà Boschie che, quindi, stava molto a cuore all’esecutivo della figlia Maria Elena. Secondo il Consiglio di Stato, che solleva la questione della legittimità costituzionale della norma di fronte alla Consulta, la Banca d’Italia non può fare il bello e cattivo tempo con i risparmi dei cittadini, decidendo in autonomia modalità ed entità degli eventuali rimborsi. In altre parole – rincara il M5S Camera – la stabilità del sistema non può essere perseguita a discapito della tutela del risparmio».

«Inoltre i magistrati amministrativi spiegano che con la riforma si genera un assurdo conflitto di interessi per cui il debitore, ossia la banca in via di trasformazione, può farsi arbitro delle sorti del diritto al rimborso della quota vantato dal socio creditore. Una roba che dovrebbe consigliare a chi l’ha concepita di andarsi a nascondere dalla vergogna. Questa gente non sa scrivere le leggi. Anzi, sa scriverle benissimo quando si tratta di favorire i loro amici. Ecco perché domenica bisogna votare No alla riforma che prende il nome proprio dalla figlia di Pier Luigi Boschi», chiude il M5S Camera.

Grande comizio di Beppe Grillo a favore del NO referendario.

venerdì 2 dicembre 2016

Monte dei Paschi di Siena, sono anni che dobbiamo nazionalizzarla e questo governo, e quello precedente e quello precedente si sono rifiutati nel nome del neoliberalismo, oggi lo chiediamo sommessamente, euroimbecilli eravamo, euroimbecilli siamo

Mps, Tesoro ha chiesto all’Ue di nazionalizzarla

2 dicembre 2016, di Daniele Chicca

ROMA (WSI) – Il governo italiano ha chiesto a Bruxelles la possibilità di salvare Mps con soldi pubblici. Stando alle indiscrezioni del Corriere della Sera l’Italia che avrebbe chiesto alla Commissione Europea la possibilità di ricapitalizzare Mps con aiuti statali.

Al momento il Tesoro, socio al 4% del capitale della banca travagliata, ha avviato colloqui con l’organo esecutivo europeo per stabilire la misura della partecipazione al bailout senza incorrere in aiuti di Stato, ma c’è anche la richiesta di procedere alla nazionalizzazione della banca se l’operazione di rafforzamento patrimoniale dovesse fallire.

La buona riuscita dell’operazione è legata anche all’esito del referendum costituzionale. Con una crisi politica, che potrebbe aprirsi come conseguenza della vittoria dei No alle riforme, gli investitori privati sarebbero reticenti a correre rischi comprando equity di banche quotate italiane in un periodo di crisi per diversi gruppi protagonisti del comparto bancario.

Stando alle indiscrezioni, il Ministero dell’Economia sta ancora discutendo con la Commissione Ue su B.Mps almeno su due aspetti, dei quali il primo riguarda l’ipotesi che il previsto aumento di capitale da 5 miliardi si faccia sul mercato. In quel caso si tratta di stabilire in che misura lo Stato, oggi primo socio di Siena al 4%, possa comprare le azioni di nuova emissione della banca senza che ciò sia considerato a Bruxelles sussidio pubblico e faccia scattare le perdite per gli obbligazionisti.

L’altro tema dei colloqui del Tesoro a Bruxelles, secondo persone a conoscenza del caso, sarebbe una richiesta già depositata di autorizzare un pieno aiuto di Stato, per una nazionalizzazione che potrebbe dover essere lanciata già la settimana prossima. Tale ipotesi resta attuale, benché nelle dichiarazioni ufficiali di ieri il sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti l’abbia esclusa.

In Borsa l’andamento è altalenante e tendente al ribasso: dopo un avvio positivo i prezzi ora scambiano in calo dell’1,31% a 20,34 euro. I minimi di seduta sono stati testati alle 9.45 circa, in area 20,2588.