Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 31 dicembre 2017

i sionisti ebrei vanno a scuola di fake news

Chi c'è dietro la rete di account falsi che esulta per la restituzione delle case terremotate?

In centinaia di profili fasulli gioia per la riconsegna delle abitazioni. La rete è stata scoperta, gli account spariti. Il motivo resta un mistero. Il tweet da cui tutto è iniziato 

di ARCANGELO ROCIOLA 
30 dicembre 2017,08:02


Una rete di centinaia di account falsi condivide da anni su Twitter la stessa frase di gioia per aver riavuto la propria casa dopo il terremoto. "È una notte speciale x me perché stanotte dopo 5 anni dal sisma dormo x la prima volta a casa mia.E mi andava di condividerlo con voi." Questo il testo, identico in tutte le centinaia di volte che si può trovare sul social network, comprese le 'x' al posto dei 'per' e lo spazio mancato tra le due frasi. Un testo retwittato, contando tutti gli account, migliaia di volte dal 23 luglio 2014 ad oggi. 

Da un'analisi sulle password di questi account, condotta dall'informatico David Puente e che AGI ha avuto modo di controllare e verificare, risultano mail di recupero che nella parte pubblica sono identiche a quella dell'account di una società basata a Roma. Si chiama IsayData, ed è la business unit dedicata all'analisi dei social della società di consulenza informatica romana Arves S.r.l. Interpellati da AGI, i fondatori dell'azienda negano di aver creato né di avere nulla a che fare con questa rete di account falsi. 


Cosa ha scoperto Puente? Tutto parte da un trucco che consente di creare più account su Twitter usando una sola email. Secondo le regole del social network, a ogni account deve essere associato una sola email. Ma è possibile creare un nuovo account, ad esempio @nuovoaccount, con la stessa email usando la propria, ad esempio nome.cognome@gmail.com, ma aggiungendo tra nome.cognome e il dominio, in questo caso gmail, un "+nuovoaccount". Quindi una serie di caratteri in piu' rispetto all'originale. 

Puente, controllando le informazioni pubbliche degli account, ha scoperto che decine di quelli che hanno twittato quelle frasi sulle casette post sisma hanno come mail di recupero una simile a quella di Isaydata, ovvero Is**@g*.**. Come ha spiegato l'informatico ad Agi, "Le email di recupero [di molti account fake] riportate da Twitter iniziano con "is", ma sono tutte più lunghe rispetto a quella con cui è stata registrato l'account di IsayData". 

Questi account sembrano avere un comportamento strano sui social. Non retwittano quasi mai cose che non siano contenuti di IsayData. Hanno tutti un numero di follower simile, dai 12 ai 15mila, gli stessi che ha l'account ufficiale dell'azienda. Inoltre tutti questi account sono nati a gennaio 2012, la stessa data di nascita dell'account IsayData. E tutti hanno come passione principale quella di twittare frasi piuttosto scollegate dalla realtà, citazioni da poesie, proverbi, luoghi comuni. Quasi mai i tweet riguardano fatti di cronaca, o di attualità, che sono un po' la caratteristica di Twitter. 



"Un fulmine a ciel sereno, noi non c'entriamo niente. Indagheremo"

"Noi cadiamo dalle nuvole, ci sembra il classico fulmine a ciel sereno", replicano ad Agi Ralph Di Segni e Gianluca Pontecorvo, entrambi romani e soci fondatori della società. Negano di aver creato i bot per influenzare la rete: "Non lo abbiamo mai fatto, non ci riguarda in nessun modo. I bot sono un fenomeno che conosciamo, ma che non ci appartiene. In un certo senso ci spaventa pure che questo sia successo, potremmo essere finiti in un gioco più grande di noi". 

I due soci negano inoltre di aver lavorato per partiti politici in passato: "Abbiamo monitorato in rete le primarie del Pd o l'elezione del sindaco di Roma, ma l'abbiamo fatto solo per farci conoscere". Alla domanda perché questi account sembrano rilanciare sui social solo i contenuti di IsayData, e perché sono nati tutti nello stesso mese e anno dell'account della societa', dicono di non saperne nulla: "Faremo dei controlli per capire che è successo, al momento sembrate saperne più voi di noi".

Nel tardo pomeriggio del 29 dicembre molti degli account sospettati di essere dei bot stanno scomparendo da Twitter. Ma molti screenshot sono facilmente reperibili in rete.

arcangelo.rociola@agi.it

Nota: Qui alcuni delle decine profili individuati da David Puente. Molti di questi account, di cui si può controllare l'autenticità in una lunga serie di screenchot salvati sul suo blog, oggi sono stati disattivati. 


Immigrazione di Rimpiazzo - cosa ci fa Soros da Gentiloni?

L’ANNUNCIO

«Soros sarà indesiderato in Italia» Salvini contro il finanziere

In un post su Facebook il leader della Lega se la prende con il magnate ebraico di origine ungherese accusato di essere al centro di un disegno pro immigrati. E poi ribadisce il suo programma elettorale

30 dicembre 2017


Un nome in più sulla lista dei «nemici» di Matteo Salvini: è quello di George Soros, il finanziere americano di origini ebree che i complottisti della rete mettono spesso al centro di un disegno teso a favorire l’immigrazione per sostituire i popoli europei con quelli del Terzo Mondo. «Soros e i suoi miliardi pro clandestini saranno messi al bando: persona (e soldi) indesiderati» scrive il segretario della Lega sulla sua pagina Facebook in calce a un link con un articolo su Soros. Quest’ultimo riporta che la Open Society Foundation del finanziere americano sostiene in Italia l’associazione Asgi (associazione studi giuridici sull’immigrazione) che ha spesso fatto causa a sindaci leghisti o di centrodestra che avevano adottato ordinanze anti immigrati.

No alla Fornero e all’obbligo dei vaccini

Non è l’unica «offensiva» lanciata a Capodanno da Salvini: in una discorso via Facebook di mezz’ora il candidato premier si rivolge direttamente ai suoi follower «saltando le televisioni e i giornalisti prezzolati» elencando ancora una volta i punti cardine del suo programma politico a suo dire censurato dai media: «espellere a uno a uno i clandestini che ci hanno rotto le palle: a casa con biglietto di sola andata»; e poi ancora eliminazione della legge Fornero, abbassamento delle tasse «come ha fatto Trump mentre tutti lo deridevano». E ancora ridiscutere il rapporto con la Ue: «Se questa Europa non funziona si cambia, sennò la si saluta». Oppure le vaccinazioni: «Vaccini sì, obblighi no; lasciare a mamma e papà la libertà di scegliere e non accettare leggi che favoriscono le multinazionali».

L’Ungheria, Orban e Soros

In campo internazionale Salvini afferma poi di ammirare molto l’Austria, la polonia la Russia, l’Ungheria «che hanno saputo difendere i loro confini e la loro cultura». Proprio l’Ungheria e il governo Orban hanno da tempo ingaggiato una guerra contro Soros, dichiarandolo con una campagna pubblica persona indesiderata e accusandolo di essere l’ispiratore di un disegno che vuole sovvertire l’ordine economico e politico dell’Europa attraverso l’immigrazione. Soros, nato proprio in Ungheria da genitori ebraici, era scampato ai lager nazisti riuscendo a fuggire con la famiglia. A Londra si era laureato in economia e da lì era cominciata la sua ascesa finanziaria.

Ilva - Il Ministro Calenda si deve sciacquare la bocca prima di minacciare enti istituzionali come la regione Puglia e il comune di Taranto. Ci dica dove sono andati i 221 miliardi di aumento del debito pubblico. Se ci sono logiche nell'aumento del gas elettricità e pedaggi autostradali ci devono essere logiche per aumentare i redditi di chi le deve pagare


ERASMO VENOSI 31 DICEMBRE 2017 



Nell’audizione in Commissione Industria del Senato, il 22 novembre scorso, Ancelor Mittal ha presentato delle slides dove si leggeva l’intento di investire 1,1 mld nel Piano Ambientale. Il prezzo di vendita corrisponde al costo degli interventi per la realizzazione delle prescrizioni AIA. Con un’osservazione: lo Stato attraverso il “Fondo Unico di Giustizia” mette a disposizione per il risanamento ambientale 1,2 miliardi sequestrati ai Riva più 156 milioni di un vecchio contenzioso Ilva/ Fintecna. La domanda è: cosa impedisce l’esborso di 1356 milioni per le prescrizioni Aia di Ilva? Forse sono stornati su altre attività del ministero dello Sviluppo economico?

Il concetto anglosassone di accountability politica è difficile da tradurre in italiano. Nel dizionario si legge che vuol dire, all’incirca, rendere conto ai cittadini di come sono stati spesi i sempre più scarsi soldi pubblici. 

Responsabilità, trasparenza e compilance sono i pilastri dell’accountability e, ritengo, della Democrazia. Responsabilità, trasparenza intesa come accesso alle informazioni rivolte a rendere visibili le decisioni, le attività i risultati. Compilance intesa come rispetto delle norme, sia come garanzia della legittimità dell’azione, sia come adeguamento dell’azione agli standard stabiliti da leggi, regolamenti, linee guida etiche o codici di condotta. 

Il discorso di fine mandato del Presidente del Consiglio consente di verificare immediatamente come l’accountability politica nel nostro Paese non abbia diritto di cittadinanza. 

Censura su elementi rilevanti per la vita dei cittadini come 
  • l’aumento patologico del debito pubblico dall’inizio della crisi, a oggi, e dal quale non è esente nessuno degli ultimi quattro governi; 
  • il silenzio sulle perdite generate dai contratti derivati. 
  • Infine, la vicenda Ilva che davvero ha generato e genera incredulità per le deroghe alla legge, le mistificazioni e le contraddizioni rispetto a sventolate politiche falsamente ambientali come gli impegni assunti per il taglio dei gas climalteranti. 
La considerazione più agghiacciante è il prescindere dal rischio ambientale connesso a un polo industriale che cumulativamente genera emissioni massive di inquinanti e di cui Ilva è il pivot fondamentale. Emissioni nocive che hanno prodotto patologie e morti nel territorio tarantino. 

Omissione vergognose su crescita del debito. Dall’inizio della crisi del 2008, a ottobre scorso, il debito pubblico è aumentato di 623 miliardi (mld): di cui 72 sono imputabili al Presidente Gentiloni. 

I contratti derivati sottoscritti dal Tesoro hanno causato perdite che, solo nel 2015, sono state pari a 6,7 miliardi e lo scorso anno a 5,2 miliardi. Quasi la quota introitata nel 2015 per la vendita delle quote Enel e Poste. Sui derivati, poi, altro che accountability! Nulla e nessuno sa che fine abbia fatto l’inchiesta sui derivati fatta dalla Commissione Bilancio della Camera. Il riscontro istituzionale sui derivati lo si ottiene dal Rapporto sulla Programmazione di Bilancio 2016 “redatto dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio “per 2,4 miliardi nel 2011, 5,6 nel 2012, 3,5 nel 2013, 5,4 nel 2014 e addirittura 6,7 miliardi nel 2015”. 

Il totale d’incremento del debito da derivati, dal 2011 al 2016, è stato di 28,8 miliardi! 

Tutte queste perdite non hanno minimamente scalfito il ministro dello Sviluppo economico e ancor meno il Presidente del Consiglio sulla questione Ilva. Il primo, senza vergognarsi dei clamorosi errori compiuti nello scegliere Ancelor Mittal e Marcegaglia per la vendita di Ilva, tra due anni ha minacciato di chiuderla Ilva 

se Presidente di Regione e Sindaco non la smetteranno di pretendere il rispetto della legge che vuol dire attuare l’AIA. 

Un’AIA che Ilva avrebbe dovuto avere dal 2002, ma che è stata ottenuta per la prima volta nel 2011, poi cinque riesami (2012, 2013, 2014 e due nel 2016 ), sette aggiornamenti (due nel 2013 e il resto nel 2014). Le singolari enormità emergono considerando che il contratto sottoscritto prevede l’affitto dell’azienda con acquisto a un prezzo di 1,8 mld a fine 2019. 

Nell’audizione in Commissione Industria del Senato, il 22 novembre scorso, Ancelor Mittal ha presentato delle slides dove si leggeva l’intento di investire 1,1 mld nel Piano Ambientale. Il prezzo di vendita corrisponde al costo degli interventi per la realizzazione delle prescrizioni AIA. Con un’osservazione: lo Stato attraverso il “Fondo Unico di Giustizia” mette a disposizione per il risanamento ambientale 1,2 miliardi sequestrati ai Riva più 156 milioni di un vecchio contenzioso Ilva/ Fintecna. 

La domanda è: cosa impedisce l’esborso di 1356 milioni per le prescrizioni Aia di Ilva? Forse sono stornati su altre attività del ministero dello Sviluppo economico? Un Ministero ampiamente criticato nella Relazione della Commissione Europea sulle PMI titolata, “2017 SBA FACT SHEET “! Non sarà che i soldi di Ilva siano usati per a risoluzione del contratto derivati con la clausola della chiusura anticipata per un miliardo con una banca estera, ministro? 

Il Ministro Calenda, membro degli ultimi due governi, ha aumentato il debito pubblico di 221 mld di euro, taciuto su perdite da derivati per 11,9 miliardi, si permette di minacciare due soggetti istituzionali, Regione e Comune, equiparati allo Stato, a causa della legalità, intesa come rispetto della legge da questi richiamata? 

Un governo, che si lava la bocca di Accordi di Parigi, di COP 21, di COP 22, che nell’Allegato al DEF sulla riduzione del gas a effetto serra consolida in Puglia il ciclo integrale nella produzione dell’acciaio, fondato sul carbone e nella produzione di energia elettrica (centrale Enel di Brindisi). Ilva usa due centrali per più di un milione di KW che utilizzano di fatto carbone

Della decarbonizzazione? A loro tranne che nei dibattiti televisivi, e nei convegni, non interessa proprio nulla! Riduzione dell’impatto ambientale e sanitario che comportava di prendere in considerazione massima il ciclo preridotto e uso del gas metano? Zero. Meglio Mittal, Marcegaglia che progressivamente chiuderà l’area a caldo, che sul piano sanitario male non è, piuttosto che scegliere di trasformare Ilva nel modello flessibile fondato su forni elettrici/gas metano/preridotto eguagliandola alla tedesca Saltzgitter. 

AG che produce 7 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Governo, i cui membri tra non molto non conteranno più nulla, e i cui impegni cogenti verso una impresa valgono zero se incidono sulle logiche di mercato. E l’art 41 della Costituzione. Accountability politica estranea al DNA di una classe dirigente politica, figlia sciancata della grande e infinita crisi di transizione che ha colpito il Paese alcuni decenni fa e che altro non sa fare che caricare i cittadini di costi. 

In ultimo: aumenti gas, elettricità e pedaggi autostradali. Una perfetta redistribuzione verso le lobby che sono le vere detentrici del potere !

Casapound non vuole guardare in faccia la realtà, in questo modo non riuscirà mai a superare la sua storia



31.12.2017 | di Andrea Mollica

DIEGO FUSARO ATTACCATO DA CASAPOUND PER AVER SCRITTO CHE I FASCISTI HANNO TRADITO L’ITALIA

Diego Fusaro è stato attaccato da CasaPound su Twitter, in primis dal vicepresidente e candidato alla presidenza del Consiglio Simone Di Stefano, per un tweet in cui ha definito i fascisti traditori della patria. Fusaro è da tempo un punto di riferimento per l’opinione pubblica sovranista per le sue idee contro l’euro e contro i migranti, che benché chiaramente collocate a destra l’opinionista rivendica come coerenti al suo pensiero marxista.
Diego Fusaro attaccato da CasaPound per aver scritto che i fascisti hanno tradito l’Italia

Nel tweet contestato da CasaPound Diego Fusaro ha scritto: «I fascisti, altri traditori della patria che diedero l’Italia ai tedeschi». Nel thread Fusaro ha ribadito così il concetto: «Han tradito la patria, e la tradisce chi ancora li supporta.Traditori della patria restano, servi dei Tedeschi. Nemici della Patria», per poi definire i fascisti luridi rastrellatori per conto dei teutonici. Le parole del ricercatore in filosofia, diventato piuttosto popolare nell’estrema destra come mostra anche il recente tweet elogiativo del giornalista Paolo Bargiggia, anch’egli vicino a CasaPound, hanno suscitato una censura di Simone Di Stefano, leader del movimento di estrema destra. «Fusaro scorda che i tedeschi entrarono con il loro esercito in Italia solo dopo l’8 settembre. Mussolini era in carcere dopo aver rassegnato le dimissioni al Re. E che i suoi liberatori e alleati USA ancora oggi hanno 59 basi militari in Italia. Studiare Storia, oltre Filosofia», ha scritto Di Stefano, dando sostanzialmente dell’ignorante in storia al ricercatore del San Raffale.



http://www.giornalettismo.com/archives/2645059/fusaro-casapound-di-stefano

Non amiamo Mattarella che non difende gli Interessi Nazionali, come il lavoro, bisognerebbe sganciarsi dall'euroimbecillità e creare la Monteta Fiscale, un prodromo per il Piano B

BARRICATE

Mattarella, lo schiaffo di Salvini: cosa farà mentre il presidente sarà in tv per il discorso di fine anno
31 Dicembre 2017



Da Matteo Salvini un sonoro schiaffo al presidente Sergio Mattarella nella sera di Capodanno. Negli stessi minuti in cui il presidente della Repubblica pronuncerà il suo tradizionale discorso di fine anno a reti unificate, il leader della Lega sarà a Bormio e non presterà la minima attenzione all'appello del Capo dello Stato. Veglione? Brindisi? No, comizio elettorale: nella perla della Valtellina Salvini saluterà il 2017 e darà il benvenuto al 2018 a suo modo, parlando di lavoro, immigrazione ed euro. Un anti-discorso che non avrà i toni melliflui e rassicuranti di Mattarella e che al Quirinale, c'è da giurarci, non farà affatto piacere.

Gli ebrei sionisti bombardano la prigione a cielo aperto di Gaza, tengono in schiavitù un popolo sono vittime della loro stessa crudeltà

ISRAELE
 
Israele attacca una postazione di Hamas

Il bombardamento è la conseguenza del lancio di razzi da Gaza verso un villaggio del Neghev, avvenuto venerdì

31.12.2017 - 10:46

TEL AVIV - In seguito al lancio di razzi da Gaza verso un villaggio del Neghev, avvenuto venerdì, l'aviazione israeliana ha colpito la scorsa notte una postazione di Hamas situata nel Sud della Striscia. Lo rende noto un portavoce militare. Non si ha notizia di vittime.

In un comunicato ufficiale delle forze armate si afferma che «il grave attacco di venerdì dimostra ancora una volta che l'Iran - mediante organizzazioni terroristiche indisciplinate ed estremistiche - mira ad un deterioramento della situazione nella Regione».

L'Iran, secondo Israele, «potrebbe innescare nella Striscia una escalation, dopo alcuni anni di calma». «Hamas - conclude il comunicato - ha piena responsabilità della situazione creatasi e delle sue conseguenze». Secondo la stampa, il n.2 di Hamas Salah el-Aruri si è incontrato di recente con esponenti iraniani di alto livello.

Paolo Barnard - NON ESISTE IL GIORNALISMO/GIORNALISTA VERITA’. LA VERITA’ SUL MONDO VE LA DOVETE CREARE VOI NELLA VOSTRA COSCIENZA, E OGNI SINGOLO GIORNO


Il bestseller n.1 del NY Times… e voi che credete al Fatto quotidiano. (l’informazione non sta nei media, no)

DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info
Pongo una mia riflessione che già proposi quasi vent’anni fa, ma oggi è stra-attuale e ancor più drammatica. E yes, vi riguarda eccome, 110%.
Per tutti quelli che al mondo non fanno i giornalisti, la domanda è angosciante: ma sarà vera quella notizia? Lo era, angosciante, già negli anni ’70, quando si avevano 3 canali Tv, qualche radio e i quotidiani al mattino, punto. Oggi le fonti d’informazione si sono moltiplicate come le stelle dell’universo, e ovviamente tutte reclamano di dire il vero.
I coniugi Perotti sono bombardati in un singolo giorno da più notizie & versioni delle stesse, di quante gocce di pioggia prendano addosso in un’intero inverno. E’ come dire che il Pianeta Terra veda sorgere ogni mattina 780 soli, ma il 99% sono falsi abbagli. Come cazzo si fa a capire qual è quello vero?
La risposta che uno, disperatamente, spesso si dà è questa: ci si fida di quelle che sembrano le voci più serie, autorevoli, colte, che la propria tendenza politica offre. Ok, allora stiamo fra i divoratori di news più in voga oggi, cioè i ‘liberal’, Politically Correct, Millennials informati. E prendiamo un quesito centralissimo nel 2017, col punto interrogativo alla fine: L’elezione di Donald Trump è stata libera, o truccata dai Servizi di Vladimir Putin pro Donald?
Un libro vi compare all’orizzonte come il faro nella tempesta: non solo è garantito dal fatto di essere il Bestseller N.1 dell’autorevole The New YorTimes, ma di più: l’autore è Luke Harding, che vanta il titolo di super inviato veterano a Mosca dell’altro autorevolissimo quotidiano The Guardian (GB). Ma di più ancora, Harding ha un curriculum da spavento e ha usato fonti al Top dei Servizi Segreti di oltre cinque Potenze internazionali. Il titolo del suo libro è una chiarissima risposta al quesito in oggetto, infatti recita:
COLLUSIONE: Incontri Segreti, Denaro Sporco, e come la Russia aiutò Donald Trump a Vincere”.
C’è bisogno d’altro? Esiste, chiedo, una fonte di ricerca più profonda, più documentata, più acclamata, più credibile di questo libro e del suo autore per voi, i ‘liberal’, Politically Correct, Millennials informati che avete pianto la sconfitta della Clinton? Non credo.
Ma ecco cosa accade quando un folletto ‘maligno’ ci si mette di mezzo. Sapete cosa? Che anche un ‘Vangelo’ può andare letteralmente a pezzi nell’arco di pochi minuti, e con lui le certezze di milioni di persone impegnate. Roba da disperarsi, urlare, strapparsi le vesti al grido di “Ma non si può mai credere a nessunoooooo, cazzoooooo!”.
Come ha spassosamente descritto Zero Hedge, il folletto in questo caso è un giovane reporter coi super controcazzi che si chiama Aaron Maté, che lavora anche per il network The Real News. Maté ha chiamato proprio Mr. Reporter Superman Luke Harding e l’ha intervistato. Quello che si è visto, è come una carriera di 27 anni e un monumento giornalistico chiamato Bestseller N.1 del The New York Times sono stati massacrati fino allo ‘splatter’ senza pietà da Maté, in esattamente 28 minuti e 51 secondi di un’intervista così atroce da guardare da sperare nell’arrivo dei Pompieri per estinguere le fiamme che carbonizzavano Luke Harding.

Chi capisce molto bene l’inglese può digitare i nomi sopraccitati su Youtube e guardarsi questo mattatoio del giornalismo ‘autorevole’. Per gli altri la metto in breve qui: l’uomo che doveva essere un Olimpionico del giornalismo investigativo anglosassone, e il cui superlativo volume sembrava contenere le PROVE FINALI sullo scandalo Putin&Trump, si è letteralmente disfatto, bofonchiando, sudando, deviando come un ossesso il discorso su terreni assurdi, e non ha saputo pronunciare UNA SINGOLA VERA PROVA CHE FOSSE UNA sul presunto intreccio Putin&Trump, mentre Aaron Maté lo finiva colpo su colpo con la metodicità di un martello pneumatico. Ricordate il titolo delle pagine di Harding? “… come la Russia aiutò Donald Trump a Vincere”. Era definitivo, no? e invece…
E qui torniamo a noi. Scusate, ma se per un puro caso – perché Luke Harding ha accettato l’intervista con The Real News solo alla fine di un Tour mondiale dei Media inclusa La Repubblica – se per un puro caso, dicevo, tutto questo non capitava al novantesimo minuto, l’autorevolissima informazione della cordata Harding – The Guardian – The New York Timessarebbe rimasta per il mondo intero dei ‘liberal’, Politically Correct, Millennials informati la fonte ultima dei colpevolisti contro Trump. Ma come ora sappiamo, era tutta cartapesta, fumo e niente arrosto, balle, persino a quel livello. Allora? Di nuovo si solleva l’angosciato grido belluino “Ma non si può mai credere a nessunoooooo, cazzoooooo!”.
Vi capisco, ma c’è una buona notizia che vi salva, e che Paolo Barnard diede circa 20 anni fa ai suoi lettori. Eccola:
Il giornalismo-verità sta precisamente in un luogo molto vicino a tutti voi, vicinissimo, perché si trova dietro agli occhi che stanno leggendo queste righe: è la vostra testa. Che significa? Facile: NON ESISTE IL GIORNALISMO/GIORNALISTA VERITA’. LA VERITA’ SUL MONDO VE LA DOVETE CREARE VOI NELLA VOSTRA COSCIENZA, E OGNI SINGOLO GIORNO. Cioè, v’informate il più possibile, pensando sempre (ma davvero senza eccezioni mai!) che state leggendo solo delle fonti, nulla di più. Non state leggendo notizie, no. La notizia l’avrete quando voi stessi avrete messo assieme ogni segmento, e ne avrete CAVATO LA VOSTRA PERSONALE OPINIONE, e quella è la news verità per voi ‘liberal’, Politically Correct, Millennials informati (come per chiunque altro). Fine.
Il giornalismo-verità siete voi, e non è mai nessuno di noi reporter, scrittori, intellettuali. Facilissimo. Eh… solo che costa fatica, perché implica la cosa che la gggènte odia di più in assoluto nella vita: pensare con la propria testa. Eh, già.
Più semplice comprare il Fatto Quotidiano, o cliccare il blog di quel Grillo, voi ‘liberal’, Politically Correct, Millennials informati (come poi fa chiunque altro), e dire “è così, l’ha scritto T. o G.!”.
Sticazzi. Parola di giornalista.
Paolo Barnard
Fonte: http://paolobarnard.info
Link: http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=1982
30.12.2017

Siria - Raqqa i mercenari dell'Isis vengono fatti evacuare dalla città dai soldati statunitensi

© REUTERS/ Rodi Said/Files

Ribelli siriani pubblicano video su ritiro terroristi ISIS da Raqqa, ombre su militari USA

18:28 30.12.2017

I rappresentanti delle Forze Democratiche Siriane hanno dato ad RT Ruptly un video che immortala il ritiro dei jihadisti del sedicente Stato Islamico da Raqqa.

Come raccontato ai giornalisti dai soldati dell'opposizione siriana, dalla città se ne sono andati indisturbati 3mila combattenti del Daesh con le loro famiglie. Circa un migliaio di loro erano feriti. I jihadisti si dirigevano in direzione di Deir ez-Zor, tuttavia i soldati dell'opposizione siriana non sanno cosa è successo dopo.

Secondo gli analisti, questo video è un ulteriore indizio in base a cui i militari americani avrebbero deliberatamente permesso all'ISIS di ritirarsi indisturbati da Raqqa per schierarsi nelle zone in cui poter continuare la guerra contro le forze governative siriane ed i loro alleati.

Melma melma melma Gentiloni la spalma dovunque, una miseria umana, a pedate dobbiamo cacciarli via il 4 marzo 2018

Ecco perché fondere treni e autostrade è stata una sciocchezza

Ferrovie e Anas sono in confusione, inefficienti e incapaci di ammodernare il servizio. Servivano tempo e politiche coraggiose

30 Dicembre 2017 alle 06:00


Al direttore - Spiace che il governo Gentiloni non chiuda in bellezza sul terreno del metodo e dell’opportunità politica. Ci riferiamo all’approvazione del decreto interministeriale (economia e infrastrutture) per la preoccupante fusione Ferrovie-Anas. A poche ore dallo scioglimento delle Camere e a pochi mesi da un nuovo Parlamento, saggezza avrebbe richiesto che un’iniziativa di questa dimensione fosse lasciata a una verifica del nuovo governo, tanto più che un giudizio diffuso la giudica improvvida e figlia di una mancanza di visione di alcuni ministri e dell’acquiescenza di altri. Quale sinergia potranno avere, infatti, le due società fuse? Entrambe sono già oggi afflitte da gigantismo che produce inefficienza, ma la risposta a questa domanda nessuno la conosce anche perché nessuno ha studiato gli effetti della fusione. Se pensiamo che le ferrovie dello Stato già oggi controllano 66 società – con annessi consigli di amministrazione e con un coordinamento sempre più complesso – si può immaginare quanta altra confusione determinerà l’arrivo di una società come l’Anas, che fa tutt’altro mestiere e che porterà in dote altri seimila dipendenti che si aggiungeranno ai 73 mila delle ferrovie, con un parco di trentamila chilometri di strade già oggi afflitte dalla scarsità di investimenti. Cosa analoga avviene per le ferrovie. Anche il suo fiore all’occhiello, l’alta velocità, comincia a evidenziare crepe nella manutenzione come sanno tutti i viaggiatori, per non parlare del disastro del trasporto ferroviario a servizio dei pendolari. Treni, rotaie e strade sono cose totalmente diverse in termini tecnici: in tutta Europa le due società sono da sempre distinte, tranne che nel piccolo Portogallo e nella Svezia. Nella ricerca di una sinergia – introvabile – ci siamo imbattuti in una strana motivazione che sarebbe alla base di questa fusione, e cioè la fuoriuscita dal perimetro della Pubblica amministrazione dell’Anas, con il suo carico di debiti dopo la fusione con le Ferrovie dello Stato. Una notizia falsa perché, anche dopo la fusione, l’Anas resterà nel perimetro della Pubblica amministrazione: il suo bilancio è garantito prevalentemente da risorse statali, per cui avremo una holding (le Ferrovie dello Stato con tutte le sue società controllate) fuori dal perimetro della Pa, ma con una unità trattenuta con un cordone ombelicale dentro il bilancio dello Stato.

Come si vede, si tratta di confusione aggiunta a confusione, mentre restiamo sconcertati per il fatto che le nostre ferrovie, e con essa la politica, non abbiano ancora chiesto di assorbire le 62 ferrovie concesse ancora autonome il cui degrado, in particolare nel Mezzogiorno, è sotto gli occhi di tutti, con tratti ancora a binario unico e con treni che fanno inorridire i viaggiatori del Terzo mondo.

Un amministratore che avesse una visione, e che avesse a cuore il trasporto ferroviario italiano nel suo complesso, dovrebbe chiedere a voce alta l’assorbimento di queste ferrovie nella propria holding, per razionalizzare ed ammodernare l’intero trasporto ferroviario del paese, ben prima di qualunque altra folle iniziativa. Naturalmente di tutto ciò si dovrebbe far carico la politica e il governo in primo luogo. Senza lasciarsi affascinare dal gigantismo molliccio e inefficiente utile solo per garantire potere e soldi, oggi a uno e domani a un altro.



Roberto Pecchioli - dal verminaio del Pd sono nati concetti fuorvianti al di fuori della realtà. Un concetto per tutti il matrimonio omosessuale

LA POLITICA DEL FISCHIO AL CANE

Maurizio Blondet 30 dicembre 2017 

di Roberto PECCHIOLI

Dog whistle politics, la politica del fischio al cane, è un concetto divenuto abituale nei paesi anglosassoni. Definisce un codice di messaggi ed argomenti, politici ma anche commerciali, funzionanti come quei fischietti speciali che emettono suoni tanto acuti da essere identificati solo dai cani. Tutti ascoltano le stesse parole, ma solo una parte dell’opinione pubblica, quella a cui viene indirizzato uno specifico messaggio – politico, etico, commerciale- ne coglie il significato implicito sottostante. Il target desiderato è così raggiunto. In questo modo, viene attivata una risposta concreta, allontanando l’attenzione dal resto. Il meccanismo viene posto in essere utilizzando significanti (ovvero termini o frasi) il cui significato viene diversamente accolto e percepito dai vari settori del pubblico. Un paragone efficace è quello delle parole utilizzate in molte professioni o mestieri, a cui il resto della popolazione attribuisce un senso diverso o non ne attribuisce alcuno, ma che destano l’attenzione di alcuni, coloro cui è rivolto il messaggio crittografato.

Il fischio al cane è particolarmente utile quando l’oggetto da comunicare è polemico o polarizzatore. Secondo gli studiosi americani, il primo uomo politico ad utilizzare questo tipo di messaggio politico fu Richard Nixon alla fine degli anni 60 del secolo trascorso, allorché fu chiaro che il futuro del partito repubblicano era legato alla capacità di mobilitare l’elettorato bianco degli stati del sud. Nixon iniziò a pronunciare discorsi in cui si riferiva costantemente ai “problemi delle zone centrali delle città”, alle droghe e “alla necessità di legge e ordine”. Tutti ascoltavano il medesimo messaggio, ma solo alcuni ne coglievano il di più, il senso di qualcosa rivolto a loro, personalmente e come membri di gruppi e sottogruppi della società.

Nell’ambito dei sondaggi di opinione, vige una variante della stessa tecnica. Bastano sottili cambiamenti nella formulazione delle domande per ottenere risultati notevolmente diversi. Gli intervistati, o una parte di essi, quella di cui si vuole modificare l’orientamento o precostituire la risposta voluta, vengono portati a cogliere nella domanda qualcosa che fa scattare i meccanismi di reazione e risposta voluti dall’intervistatore a favore del committente, commerciale o politico. Più di un teorico politico ha messo in guardia contro il fenomeno, riconoscendo che mina la democrazia e condiziona la libera formazione dell’opinione e delle scelte.

L’Italia non fa eccezione, e negli ultimi anni abbiamo verificato l’ampiezza dei cambiamenti indotti nel pubblico dall’utilizzo di tale tecnica. Pensiamo all’uso sapiente di parole o sintagmi edulcorati, formule contorte per definire qualcosa il cui impatto su settori importanti di popolazione si ritiene negativo. Così abbiamo avuto le unioni civili al posto delle nozze omosessuali, le DAT, disposizioni anticipate di trattamento, per non utilizzare un vocabolo, eutanasia, dalla connotazione negativa, addirittura nazistoide. Lo stesso aborto, parola ampiamente neutralizzata dall’uso e dal mutamento culturale, nella legge italiana che lo legalizza è chiamato eufemisticamente interruzione volontaria di gravidanza, con largo utilizzo della sigla IVG, asettica e burocratica.

Ma i più interessanti “fischi al cane” sono quelli relativi all’immaginario progressista. Pensiamo a parole come civiltà, accoglienza, profughi, rifugiati, a quel capolavoro di nuova semantica che è “migrante”, oltreché a tutti i significati positivi e moderni (altra parola-fischio!) connessi al prefisso multi. Siamo dalla parte giusta della storia (altra ipostasi, dove la storia cammina con direzione in avanti) se condividiamo una società multietnica, multiculturale, multitutto. E poi pluralismo, tolleranza, la categoria di progresso utilizzata come metafora del bene e del meglio. Nella battaglia politico culturale sulla cittadinanza per nascita, il concetto di ius soli, ossia l’atto giuridico di acquisizione della qualità di cittadino per il mero fatto di essere nati in un certo territorio è stato sostituito, specie in ambito cattolico, dal più anonimo e meno divisivo “ius culturae”, un diritto di cittadinanza conseguito per inculturazione, o meglio per aver seguito le scuole dell’obbligo in Italia.

La sinistra è stata assai abile nella guerra delle parole, cioè dei significati condivisi, ottenendo dai suoi avversari risposte deboli, difensive, goffe giustificazioni, veri e propri autogol. La proscrizione della parola razza, ormai ammessa solo se si parla di animali, ha condotto all’interdetto massimo, quello che tronca il fiato, chiude ogni discussione: l’epiteto di razzista per chiunque non condivida le politiche favorevoli all’immigrazione. E’ ormai del tutto inutile replicare ricordando che il razzismo – teoria popolare in età moderna soprattutto in ambito anglosassone – prefigura un giudizio di superiorità, biologica, spirituale o civile e non si riferisce affatto alle opinioni negative sulla presenza degli stranieri. E’ diventato stucchevole registrare la cautela di chi, entrando in argomento, inizia inevitabilmente il discorso con l’excusatio non petita “non sono razzista, ma…”. Come sapevano i latini, la scusa non richiesta è un’accusa manifesta. In questo caso il fischio del cane ha funzionato in negativo, circondando di proibizione del pensiero e autocensura ogni valutazione critica sugli stranieri.

Al contrario, civiltà è parola omnibus, positiva e rassicurante, l’ideale fischio al cane progressista. Non vi è cambio di paradigma antropologico o costume della società che non venga circondato da un’aura di bene collettivo, di conquista attesa e desiderata, di sollievo per il conseguimento di un traguardo di cui si avvertiva l’urgenza. Il matrimonio omosessuale, da ossimoro ed assurdo logica si trasforma allora in legge di civiltà, addirittura diritto fondamentale. L’eutanasia ribattezzata disposizione per il fine vita (anche la morte cambia, con il fischio ad ultrasuoni) è un’altra misura di civiltà, come lo ius soli ed ogni altro cambio antropologico voluto dai padroni del mondo.

L’altra parola chiave è diritti. E’ sufficiente ascoltare il termine in qualunque discorso politico per situare politicamente chi parla. L’uomo è titolare di diritti, ogni cosa può diventare un diritto, anche gli spropositi o le pulsioni più basse. Quando poi un esponente progressista, dunque nemico di valori come patria, nazione e simili è costretto a parlare dell’Italia, inevitabilmente pronuncerà il fatidico sintagma “questo paese”. Il pubblico di sinistra assocerà subito – più o meno consapevolmente- i codici di messaggio a lui diretti ed il gioco è fatto. Una parte importante della gente è stata conquistata così, apparentemente senza colpo ferire, semplicemente per consuetudine e ripetizione, attribuendo a determinati comportamenti, parole, attitudini un senso a priori positivo. Un esempio è l’aggettivo “aperto”, in sé a valutativo: designa soltanto una condizione, ma diventa un fischietto rivolto al cane in opposizione al suo bieco opposto, chiuso, cui è stato conferito un retrogusto negativo.

Talvolta, il fischio è più complesso, necessita di una vera e propria frase: costruire ponti, abbattere muri. Il primo gesto evocato va nella direzione del progresso, avanti, verso la civiltà, i diritti, l’apertura, porta a tutto ciò che è “multi”, dunque buono e giusto. Il secondo è ancora più esplicito, per chi riceve il messaggio in forma di fischio; il comportamento migliore, pro-attivo, è quello di abbattere i muri per farla finita con le divisioni, le differenze, le lontananze, tutte pessime cose che il mondo nuovo non sopporta. Pensiamo all’effetto indignazione nei confronti di chi pronunciasse la frase al contrario: abbattere ponti, costruire muri. Eppure, spesso si rende necessario, anzi la realtà vera è quella di divisioni sempre più profonde, fratture sociali e personali insanabili.

Un ultimo fischio al cane su cui riflettere è l’aggettivo laico. In origine, designa chiunque non abbia ricevuto l’ordinazione religiosa; successivamente, a partire dalla Francia post-rivoluzionaria, è passato a indicare la separazione totale tra la sfera statale e quella religiosa. Oggi, laico, di fatto, significa ateo o antireligioso. Chi ha almeno cinquant’anni rammenta un altro celeberrimo fischietto per cani degli anni 70: laico, democratico e antifascista. La triade, che definiva l’opinione “giusta” del tempo, si rivolgeva ai militanti della sinistra diffusa, ma era in realtà una “conventio ad excludendum”, giacché la stigmatizzazione non colpiva unicamente i soliti fascisti, ma anche i cattolici e i democristiani – i non laici – nonché moderati e conservatori, espulsi dal fronte democratico.

Per essere ammessi nelle file del bene e delle magnifiche sorti e progressive, occorre, oggi come allora, saper ascoltare in modo giusto gli ultrasuoni predisposti dai padroni del vapore e sorvegliati dalla polizia del pensiero. Il cane di Pavlov emetteva saliva all’ascolto del campanello a cui associava l’idea del cibo; lo zoo umano scatta al fischio delle parole magiche del Progresso. Di colpo e a buon mercato, si viene accolti nel grande recinto del Bene del Giusto e della Civiltà. C’è posto per quasi tutti, dalla parte della ragione. Al segnale convenuto, il fischio del padrone, venghino, signori, venghino: più gente entra, più bestie si vedono…

Immigrazione di Rimpiazzo - per farci accettare gli immigrati si usano tutte le armi da quelle di Francesco per l'accoglienza infinita alle organizzazioni che vogliono imporla con la legge e la forza

Soros finanzia Asgi, l’associazione che fa causa ai sindaci anti-migranti

sabato, 30, dicembre, 2017
di Claudio Cataldo


“Ancora tu? Ma non dovevamo non vederci più?”. Le note di Lucio Battisti sembrano perfette per descrivere il modo in cui gli Stati, in particolare l’Italia, e il finanziere George Soros si ritrovano, puntualmente, a giocare la stessa partita.

Soprattutto quando si parla di immigrazione. L’ultimo collegamento tra Soros e i pro migranti di casa nostra sarebbe il filo rosso che collega la Open Society Foundation e l’Asgi, l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione.

Avrete già sentito nominare questa associazione, forse. “Al fine della promozione di azioni anti discriminatorie – si legge nel loro sito – Asgi si è costituita in giudizio con ricorsi civili e penali nell’ambito di alcuni procedimenti di rilevanza nazionale e in diverse cause concernenti il diritto anti discriminatorio e sta promuovendo una rete italiana di operatori e professionisti capaci di sollevare presso gli organismi amministrativi e giudiziari le questioni antidiscriminatorie l’Asgi ha, nel tempo, contribuito con suoi documenti all’elaborazione dei testi normativi statali e comunitari in materia di immigrazione, asilo e cittadinanza, promuovendo nel dibattito politico parlamentare e nell’operato dei pubblici poteri la tutela dei diritti nei confronti degli stranieri“. La sigla è rimbalzata agli onori delle cronache, come fa notare La Verità che oggi pubblica una inchiesta sull’Asgi, per via del sostegno legale offerto nei ricorsi presentati (e vinti) da parte di alcune donne immigrate escluse dall’Inps dal bonus mamma. E l’Asgi compare pure al fianco della coop Ruah di Bergamo nella causa intentata contro la decisione di alcuni Comuni di introdurre una norma che imponeva una multa per i cittadini che accolgono migranti senza comunicarlo prima all’amministrazione cittadina. I sindaci di centrodestra di Ardesio, Capizzone, Chiuduno, Pontida e Torre Boldone si sono così ritrovati una causa e una richiesta di risarcimento.

Cosa collega Soros e l’Asgi? Secondo La Verità, “sul sito dell’associazione, si trovano alcuni comunicati stampa. Uno di questi presenta il rapporto chiamato ‘Lungo la rotta del Brennero'” sulla situazione dei migranti e che “è stato realizzato da Anten- ne migranti, Asgi e fondazione Alexander Langer, grazie al contributo di Open society foundation”. Non solo. Sempre sul sito si legge che “le attività e i servizi di ASGI nel settore del diritto antidiscriminatorio sono finanziati dalla Fondazione italiana a finalità umanitarie Charlemagne ONLUS, dalla Tavola Valdese e da Open Society Foundations”.

La Cina si avvia a dominare il mondo attraverso il commercio

CINA. Pechino si stabilisce in Moldavia

dicembre 30, 2017


La Cina ha accettato di avviare colloqui per formalizzare un accordo di libero scambio con la Moldavia. Pechino cerca di aumentare così la sua influenza nel cortile di casa della Russia, riporta Scmp. I due paesi hanno firmato un memorandum d’intesa a Pechino il 28 dicembre, si legge in un comunicato del ministero del Commercio cinese sul suo sito web ripreso dal giornale di Hong Kong.

L’accordo per avviare i negoziati era stato preparato da uno studio di fattibilità svoltosi lo scorso maggio. «Lo studio ha dimostrato che la creazione di un accordo di libero scambio migliorerebbe i legami bilaterali, svilupperebbe il potenziale commerciale e di cooperazione e faciliterebbe la crescita economica in entrambi i paesi», si legge nel comunicato. Pechino ha già 15 partner di libero scambio, tra cui Hong Kong e Macao, e sta negoziando 11 accordi tra nuovi e miglioramenti.

Nel 2016 la Moldavia aveva un prodotto interno lordo di 6,75 miliardi di dollari e un Pil pro capite di 1.900 dollari, secondo i dati della Banca Mondiale; nello stesso anno, la Moldavia ha esportato merci per un valore di 14,5 milioni di dollari, principalmente vino e mobili, in Cina, mentre il valore delle sue importazioni provenienti dalla seconda economia mondiale ammontava a 394 milioni di dollari.

Un accordo con la Moldavia non sarebbe il primo con un’ex nazione sovietica, il governo cinese ne ha firmato uno con la Georgia, all’inizio di quest’anno, che entrerà in vigore a gennaio 2018, ma sarebbe il primo in Europa orientale. La Moldavia è un paese di circa 3,5 milioni di persone tra l’Ucraina e la Romania. Nonostante le sue dimensioni ridotte, la sua posizione lo rende di interesse strategico sia per la Russia che per l’Unione europea. Nel 2014 ha firmato un “accordo di associazione” con l’Ue. Da un lato, la Moldavia vuole aumentare i suoi legami con l’Ue, ma dall’altro non vuole irritare la Russia; la Cina, tuttavia, non è in concorrenza diretta né con la Russia né con l’Ue nella regione.

La Cina ha un chiaro obiettivo per negoziare accordi di libero scambio con il maggior numero possibile di partner, e ci sono troppi ostacoli da superare prima che la Cina e l’Ue possano iniziare colloqui Fta, mentre il commercio della Cina con la Russia sta subendo una grande trasformazione. La Cina ha instaurato relazioni diplomatiche con la Moldavia nel 1992 e ha investito molto nel paese dalla fine degli anni 2000.

Afghanistan - da ottobre del 2001 abbiamo invaso quel paese e i nostri scarponi stanno ancora lì, producendo ogni tanto qualche morto


AFGHANISTAN, GUERRA INFINITA

Nuova strage a Kabul.La posizione dell'Italia nel conflitto permanente

Giuliano Battiston
Venerdi' 29 Dicembre 2017 

“Quello che sta per concludersi è l'anno della sconfitta militare di Daesh alla quale l'Italia ha dato contributo rilevante con addestramento e stabilizzazione zone. Ne sono orgoglioso". Così, ieri mattina, il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Nelle stesse ore, la branca del Khorasan dello Stato islamico - sconfitto secondo Gentiloni -, rivendicava l’attentato che nella mattinata di ieri ha provocato almeno 41 morti, decine e decine di feriti. È avvenuto a Kabul, in Afghanistan. Un Paese in cui i soldati italiani sono impegnati da molti anni. E in cui la stabilità è ancora un obiettivo lontano, a dispetto di quanto sostengono politici e strateghi militari. Il presidente afghano Ashraf Ghani e il generale John Nicholson, a capo della missione Nato nel Paese centroasiatico, avevano assicurato alcuni mesi fa che il 2017 sarebbe stato l’anno della sconfitta dello Stato islamico in Afghanistan, quella “Provincia del Khorasan” formalmente riconosciuta dalla casa madre di Raqqa all’inizio del 2015, radicata soprattutto nell’est del Paese, a ridosso del confine con il Pakistan, e a Kabul, dove operano veterani della militanza armata e militanti più giovani, ideologicamente sensibili al salafismo jihadista propagandato dal Califfo e alieno invece ai Talebani, di scuola Deobandi. La sconfitta invocata non c’è stata. Molti anni prima, nel 2001, il presidente texano della guerra permanente aveva garantito che rovesciando il regime dei Talebani, responsabili di aver dato ospitalità a Osama Bin Laden, sarebbero scomparsi dal territorio afghano i gruppi terroristici, i fanatici del jihad, i paladini della guerra santa contro i crociati. Oggi è lo stesso Dipartimento di Stato a certificare che nell’area di confine tra Afghanistan e Pakistan si registra il più alto numero di gruppi jihadisti del pianeta.

Qualcosa non ha funzionato. Ma la retorica è sempre quella: il generale Nicholson rivendica successi significativi sul campo militare, come hanno fatto i suoi predecessori, a intervalli regolari. L’Italia si limita a un ruolo di subalternità atlantica, con “signorsì” così rituali da trasformarsi in gaffe clamorose. Alcuni giorni fa, in un’intervista sul quotidiano la Repubblica la ministro della Difesa Roberta Pinotti sosteneva: “...da anni l’Italia ha preso la guida del Prt, ossia del centro che coordina la ricostruzione, di tutta l’area sudoccidentale. Non possiamo abbandonarlo perché sarebbe una dimostrazione di scarsa responsabilità...”. Il Provincial Reconstruction Team di Herat in realtà è chiuso dal marzo 2014. La responsabilità di un ministro è sapere ciò di cui parla. Informarsi, valutare, e poi decidere. Quando c’è da ricorrere alle armi, nessuno sembra farlo. Tanto meno Donald Trump, che sull’Afghanistan ha dato carta bianca ai militari. Nel Paese c’è la nuova minaccia dello Stato islamico? Basta sganciare la “madre di tutte le bombe” e il problema è risolto, pensa il presidente Usa. Così è avvenuto il 13 aprile nel distretto di Achin, nella provincia afghana di Nangarhar. Undici tonnellate di esplosivo su un complesso di tunnel. È la politica estera ridotta a esercizio della forza e dominio. L’idea – obsoleta già nel secondo Novecento, oggi del tutto screditata, contraddetta dalla storia – che la forza militare sia l’ultima garante della sicurezza mondiale. La convinzione che realismo equivalga a militarismo, a flettere i muscoli, a mostrare il volto cattivo. Un paradigma non solo obsoleto, ma inefficace e controproducente. L'unica via veramente efficace va nella direzione opposta: costruire uno scenario globale post-militarista e “una concezione di un ordine mondiale basato su una geopolitica non violenta”, per dirla con il giurista Richard Falk. Un ordine mondiale che garantisca pieni diritti a tutti, non solo ai privilegiati nati nel mondo euro-atlantico. Quei diritti che si pretende di tutelare con le armi, mentre vengono negati con leggi, procedure, decisioni politiche. L’Afghanistan ne è esempio drammaticamente esemplare. Molti governi europei ritengono che il Paese sia sicuro. E che lo sia in particolare la capitale, Kabul. 

Così, sono ricominciati i voli di rimpatrio di quegli afghani la cui richiesta di asilo non venga riconosciuta nei Paesi membri dell’Unione europea. Ma se l’Afghanistan è davvero sicuro, si chiedono gli afghani, che ci stanno ancora a fare i soldati stranieri? E se non lo è, i rimpatri non sono forse illegittimi? 

http://www.lettera22.it/showart.php?id=13397&rubrica=64

Una porcheria dopo l'altra da un governo di fine mandato e che dovrebbe amministrare solo l'ordinario. Soldati in Niger, Snam Sulmona, vertici delle ferrovie dello stato, liceo a quattro anni, insegnanti che di botto non sono più insegnanti. Il Pd corrotto euroimbecille dobbiamo mandarlo via a calci nel sedere il 4 marzo con il voto di massa

VERTICE A ROMA, CENTRALE CONGELATA. L'AZIENDA: ''MA E' SICURA E BASSO IMPATTO''

GASDOTTO SNAM: LA CASINI LO VUOLE IN MARE,
''VALLE PELIGNA A RISCHIO ANCHE PER SISMA''


di Roberto Santilli
Pubblicazione: 29 dicembre 2017 alle ore 19:17

SULMONA - “Come sindaco mi sono sentita impotente di fronte a una situazione molto complessa, ma ho reagito insieme ad altri miei colleghi del territorio perché in Valle Peligna è in atto da tempo una spoliazione. Siamo un’area di crisi da vent’anni e abbiamo anche il rischio di un terremoto di magnitudo 7, quindi il gasdotto passi in mare, non qui”.

Nell'intervista ad AbruzzoWeb di ritorno da Palazzo Chigi a Roma, dove è andata insieme a una folta delegazione di sindaci della provincia dell’Aquila per ribadire la contrarietà alla realizzazione della centrale di compressione Snam a Sulmona (L’Aquila) e confermare le dimissioni da primo cittadino della città di Ovidio, Annamaria Casini riassume una situazione delicata cominciata nel lontano 2004 e che ha avuto gli ultimi sviluppi ad altissima tensione dopo che il Governo Gentiloni nei giorni scorsi ha dato il via libera alla realizzazione dell’opera senza praticamente chiamare in causa i territori interessati. 

“Per il momento - ha detto la Casini oggi da Roma - il decreto che autorizzerebbe il via libera alla realizzazione della centrale di compressione Snam è congelato”.

“Ma ovviamente la vicenda non si ferma qui - spiega - Non pensavamo di risolvere oggi un problema che ha le sue ‘origini’ nel 2004 e che negli anni ha attraversato più amministrazioni, alcune delle quali sono rimaste in silenzio. A Palazzo Chigi siamo andati per ribadire certe cose, dal modo offensivo di gestire quest’ultima fase, alle contraddizioni che un’opera del genere porta con sé, ai gravi danni che può creare alla Valle Peligna. Non credo di avere il potere di incutere paura, ma essere ricevuti senza appuntamento è un segnale. D’altra parte, si è mosso un territorio”.

“Quest’area - prosegue il sindaco - è in fase di spoliazione ed è in crisi da vent’anni. Siamo una zona ad alto rischio sismico, che soffre la mancanza di lavoro, che si sente vessata. Il gesto di dimettermi e di riconsegnare il tricolore è frutto di questa situazione. E il mondo dei sindaci si è compattato, la protesta è stata forte, reale, concreta”.

La Casini inoltre ricorda, come del resto ha fatto oggi il sottosegretario d'Abruzzo Mario Mazzocca, che l'intera opera per volere della Snam e del governo "è stata scissa in sei parti procedimentali distinte: i cinque tratti del metanodotto più la centrale di compressione Snam di Sulmona. I primi tre tratti sono stati realizzati, non è stata realizzata la centrale ma neanche il quarto tratto che va da Sulmona a Foligno e lungo il cui tracciato si trovano le realtà locali preposte alla amministrazione del cosiddetto 'uso civico'". 

“Quando ho appreso la notizia del sì del governo all’opera - svela la Casini - ho sentito uno schiaffo fortissimo. Mi sono sentita impotente, senza forza, da sindaco che, come altri colleghi, deve gestire un territorio senza risorse, senza strumenti. Qui il ‘giro’ è: Bruxelles, Roma, Regioni, poi noi. E proprio noi dobbiamo far fronte a problematiche create altrove. Senza soldi né strumenti di alcun genere, neppure normativo, come gli ‘sfigati’ d’Italia. Ecco, tutto ciò è inaccettabile. E alla fine sono esplosa, non è che un sindaco può vivere solo per parare i colpi”.

La Casini poi commenta quanto affermato dalla Snam, cioè che “la centrale di compressione che sarà realizzata a Sulmona è un’infrastruttura del tutto analoga ad altri 11 impianti sicuri e a basso impatto ambientale da molto tempo attivi nel nostro Paese”.

“Lo hanno detto anche nel 2011, ripetono le stesse cose. Non ci convincono minimamente, anche perché nel frattempo sono arrivati altri studi”, la risposta del sindaco di Sulmona all’azienda.

“Stiamo parlando un gasdotto di 700 chilometri da Brindisi fino all’Emilia Romagna, con la centrale di compressione a gas a Sulmona che è gigantesca e che deve dare una spinta enorme al gas a metà percorso -spiega quindi la Casini - quindi di un pezzo di opera tutt’altro che semplice. Di soluzioni alternative ce ne sono, quella di farla in mare è più costosa ma salverebbe un’intera vallata dalle devastazioni sia per la salute che per l’economia, basti pensare ai danni che farebbe in agricoltura”. 

“Ho ricevuto messaggi di stima e di supporto da diverse parti d’Italia, in particolare dalla Puglia e dall’Emilia Romagna, che mi hanno dato ancora più forza”, conclude.

sabato 30 dicembre 2017

2017 crisi economica - La crisi di liquidità si avvicina e non ci saranno strumenti per reggerla

El-Erian: New Normal agli sgoccioli, economia sarà preda di forti scosse. Attenzione a “politica della rabbia”

29/12/2017 14:04 di Laura Naka Antonelli

Investitori si stanno aggrappando alla logica del Buy The Dip. “Questa convinzione è così radicata che, per cambiarla, è necessario non solo uno shock, ma un grande shock”.

Nel 2009, quando era al timone di Pimco insieme a Bill Gross, Mohamed El-Erian coniò l’espressione “New Normal” per indicare l’avvento di una nuova realtà economica che sarebbe stata caratterizzata da una bassa crescita e da tassi di interesse rasoterra.

I fatti gli hanno dato indubbiamente ragione, ma quella realtà economica non durerà ancora per molto. E a dirlo è lui stesso, in un’intervista che è stata rilasciata a Finanz Und Wirtschaft.

Il responsabile alla consulenza economica di Allianz ritiene infatti che il mondo sia arrivato a un “punto critico” e che il “New Normal” sia prossimo alla fine. L’economia globale, a suo avviso, sarà interessata infatti da una profonda metamorfosi che o porterà a “un potente boom economico” o scatenerà “nuove scosse nei mercati finanziari”.

L’era del New Normal sta per concludersi

“Il concetto del New Normal – spiega El-Erian – si basava sull’assunto secondo cui la crisi finanziaria non fosse stata solo un graffio, ma qualcosa di più profondo, qualcosa di strutturale, piuttosto che soltanto di ciclico. A quel tempo, questo concetto si scontrò con la resistenza opposta dalla saggezza convenzionale, e fu molto difficile farlo accettare, visto che le economie dei paesi avanzati vivevano prevalentemente in uno spazio ciclico. (Per loro) erano le economie dei paesi in via di sviluppo che vivevano in uno spazio strutturale”.

Gli anni successivi diedero ragione all’economista. Che ora, però, afferma di non poter più credere alla prosecuzione del fenomeno. E la ragione è perchè “il New Normal ha piantato i semi della sua stessa distruzione”.

Ovvero?

“Quando un’economia di mercato sofisticata come quella che caratterizza i paesi avanzati cresce lentamente per un periodo di tempo molto lungo, e quando quella crescita non è molto inclusiva, le cose iniziano a spezzarsi: nell’economia, nella società, nella politica, e nei mercati finanziari. Affinché si possa dire che il New Normal durerà altri cinque anni, è necessario sostenere che queste crepe non abbiano alcun significato. E invece ce l’hanno”.

Mondo va verso incrocio a T: la distribuzione bimodale

Piuttosto che credere ancora in uno scenario di New Normal, El-Erian ritiene che il mondo si stia dirigendo verso “un incrocio a T, con tre conseguenze fondamentali: la prima è che la strada in cui ci troviamo ora sta per finire; il secondo messaggio è che ciò che avverrà in futuro sarà molto diverso da quello a cui abbiamo assistito fino a ora. E il terzo messaggio è che si può verificare una delle due possibilità” che si presentano.

La prospettiva è quella, dunque, di “una distribuzione bimodale: molto buona o davvero cattiva”. Il che significa che “o entreremo in una fase di una crescita elevata e inclusiva, o scivoleremo in una recessione con una rinnovata instabilità finanziaria“.

Per El-Erian, il “momento critico” della biforcazione arriverà “entro i prossimi due anni”. E le probabilità di una forte crescita dell’economia o di una nuova recessione sono praticamente le stesse”

Il verificarsi dell’una o dell’altra condizione dipenderà da “quello che i politici decideranno di fare”. 

Sarà la politica a dettare il futuro dell’economia.

“Se l’economia crescerà in modo lento e non inclusivo, a prevalere sarà la politica della rabbia, che produrrà esiti come la Brexit, l’elezione di Trump negli Stati Uniti o le difficoltà che la cancelliera tedesca Angela Merkel sta incontrando nel riuscire a formare una nuova coalizione. La lista è lunga. A volte la politica della rabbia si traduce nell’arrivo di candidati pro-riforme come nel caso del presidente francese Macron. Altre volte scatena conseguenze molto dirompenti come la Brexit. In ogni caso la politica della rabbia inizia a dominare, il che significa che l’establishment politico diventa sempre meno sicuro”.

El-Erian precisa che quei movimenti che stanno spaventando così tanto i piani alti della finanza e la politica tradizionale non sono improntati al populismo, ma proprio al sentiment anti-establishment.

“La Brexit è stata un voto anti-establishment, così come Trump è stato un candidato anti-establishment. Non si tratta di populismo. Ma di movimenti che sono contro il sistema”. E, nel caso specifico dell’Europa, il problema è che l’Eurozona dovrebbe essere “una sedia con quattro gambe. Invece, è una sedia con una gamba e mezza”.

Per la precisione, “la gamba completa è l’Unione monetaria, e funziona bene. La gamba a metà è l’Unione bancaria, che deve essere completata. Poi ci sono altre due gambe, che rappresentano le decisioni politiche che è necessario prendere sull’integrazione fiscale e su una migliore integrazione politica”. Queste ultime due gambe sono per l’appunto assenti.

Per l’Europa, quattro sono le questioni cruciali: l’attuazione di riforme strutturali che stimolino la crescita, l’equilibrio della politica fiscale, l’ammissione che in certi casi, come in quello della Grecia, c’è troppo debito, e il coordinamento di politica sia a livello globale che locale”.

El-Erian e l’opinione sul Buy The Dip

Riguardo a quello che faranno i mercati finanziari dopo un anno eccezionalmente positivo, El-Erian fa notare che gli investitori “sono ormai propensi ad acquistare ogni volta che si verifica una flessione, a prescindere da quanto siano elevati i prezzi degli asset e da quanto ampia sia la decorrelazione tra i prezzi degli asset e i fondamentali”.

Questa situazione (di posizionarsi sui mercati subito dopo ogni ritracciamento) “potrà continuare ancora per un po’”.

D’altronde, “ci vuole molto per deragliare questo mercato, perchè la strategia di continuare ad acquistare in stile ‘buy the dip’ è molto semplice e molto redditizia, in modo ripetuto. E non c’è niente che i mercati amino di più di una strategia che si conferma ripetutamente redditizia”.

Ma anche il buy the dip prima o poi finirà, magari a seguito di un incidente.

“Il punto è quello che è necessario per cambiare ciò che condiziona gli investitori, ovvero la convinzione che ogni calo diventa una occasione di acquisto. Questa convinzione è così radicata che, per cambiarla, è necessario non solo uno shock, ma un grande shock. Una possibile fonte potrebbe essere un grande shock geopolitico, e noi siamo in presenza di una situazione geopolitica molto insolita. La Corea del Nord è imprevedibile ed è molto difficile per i mercati prezzarne il rischio. Ci sono inoltre i cambiamenti che stanno interessando l’Arabia Saudita, e che sono molto importanti. Dunque c’è un insieme di fattori geopolitici che è necessario monitorare”.

Un altro grande shock potrebbe essere provocato da errori di politica economica.

Molti economisti – fa notare El-Erian – concordano sul fatto di non aver mai compreso così poco in tutta la loro carriera quanto sta accadendo a tre fattori importanti: la produttività, la determinazione dei salari e l’inflazione, tanto che in quest’ultimo caso la numero uno della Fed, Janet Yellen, parla di ‘mistero’. Questi tre elementi, che sono cruciali per l’economia e per le decisioni politiche, sono molto incerti. E quando esiste un rischio così elevato di incertezza sale anche il rischio di commettere un errore”.

Guardando al 2018, “la questione chiave per l’economia globale e per i mercati finanziari è cosa accadrà se, non solo la Fed ma se fino a quattro banche centrali sistemicamente importanti cercheranno di normalizzare la politica monetaria allo stesso momento”.

Il riferimento è alla Federal Reserve, alla Bce, alla People’s Bank of China e alla Bank of England, che “sta facendo fronte a una difficoltà molto elevata”, in quanto alle prese con il rischio di stagflazione, ovvero di un contesto in cui l’inflazione sale e la crescita si conferma stagnante.

La domanda che gli investitori non si pongono mai. E il portafoglio migliore

Come dovranno comportarsi, in un panorama così complesso, gli investitori?

El-Erian ritiene che per gli investitori sia fondamentale porsi domande anche difficili. Ovvero, “non bisogna limitarsi a chiedersi cosa potrà andare bene”, ma sarà necessario anche chiedersi ‘Quale tipo di errore potrei commettere?”.

La domanda che inoltre gli investitori non si pongono mai – ammonisce il guru – è: ‘Quale errore non posso permettermi di commettere?’

Infine, sulla scelta del portafoglio di investimenti, “è necessaria una combinazione di resilienza e agilità”.

La scelta ricade sul “portafoglio barbell. Con i mercati che diventano sempre più costosi, bisogna prendere parte di quei soldi e destinarli al contante e agli strumenti equivalenti al contante. In questo modo si soddisfa la parte di resilienza”.

Resilienza significa però anche “stare al gioco, perchè più è lungo il tempo in cui starete al gioco – sottolinea El-Erian – maggiori saranno le opportunità di cui potrete beneficiare.

A tal proposito, “gli anni 2008-2009 sono un esempio perfetto. Se foste riusciti a rimanere posizionati sui mercati, senza essere costretti a fare scelte sbagliate nel momento sbagliato, avreste beneficiato di grandi opportunità. Oggi, voi avete opportunità di investimento a cui tanti altri non possono accedere in modo facile. Esempi sono i mercati dei mutui dei paesi in via di sviluppo o i fondi venture che puntano sulle infrastrutture. Per la maggior parte delle persone è difficile tuttavia accedere a questi tipi di investimenti “.