L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 31 gennaio 2017

Al voto al voto non è sufficiente, questa volta gli euroimbecilli moriranno

Renzi, Gentiloni e il fantasma del metodo Marino
Adalberto Signore - Lun, 30/01/2017 - 08:27

L'inizio del declino di Matteo Renzi ha un nome e un cognome. È quello di Ignazio Marino, che il Pd prima ostracizzò e infine scaricò, tanto da costringerlo alle dimissioni dal Campidoglio.



Era l'ottobre del 2015 e proprio dopo la scellerata gestione dell'affaire Roma ha avuto inizio la parabola discendente di quello che fino ad allora era sembrato una sorta di Re Mida della politica. Oggi, neanche 15 mesi dopo, il segretario del Pd rischia di fare lo stesso errore di quando decise di abbandonare Marino a se stesso, convinto che portando il Comune di Roma alle elezioni anticipate il Pd - che puntò sul renziano Roberto Giachetti - avrebbe potuto avere una possibilità di spuntarla. Come è finita è noto a tutti, come non è un mistero che un pezzo importante dell'elettorato romano del Pd abbia preferito o astenersi o, addirittura, votare per Virginia Raggi.

Il paragone sarà forse azzardato, ma è proprio tra i democratici che oggi in molti temono una sorta di «effetto Marino» se davvero Renzi continuerà sulla strada delle elezioni anticipate a giugno. È vero che si tratta di situazioni differenti, non fosse altro perché è stato proprio il segretario del Pd a mettere Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi, mentre Marino al Campidoglio ce lo ha trovato e per giunta non lo ha mai sopportato. Senza considerare che sullo scenario di oggi pesa la decisione della Corte costituzionale che per molti versi spinge nella direzione delle elezioni anticipate. Detto questo, qualche analogia tra le due vicende c'è. E sta nel fatto che come accadde per Roma a fine del 2015, anche oggi dovrebbe essere il Pd a staccare la spina del governo e di fatto portare il Paese alle elezioni anticipate. E poco importa la forma, quel che conta è la sostanza. Anche se Gentiloni dovesse lasciare Palazzo Chigi senza far rumore (e, quindi, senza un voto parlamentare) la fine della legislatura sarebbe comunque «a carico» del Pd - che del governo è l'azionista di maggioranza - e quindi di Renzi. Il che rischia di non essere senza conseguenze, anzi. È proprio nel Pd di osservanza renziana, infatti, che in molti temono un effetto boomerang che finisca al momento del voto per ingrossare le fila di chi si presenterà a sinistra del Pd, che sia Sinistra italiana o il nuovo soggetto a cui sta pensando Massimo D'Alema. Con il rischio concreto di favorire l'arrivo a Palazzo Chigi di Beppe Grillo, un po' come è successo a Roma con la Raggi.

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