L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 30 gennaio 2017

Il Partito dei Giudici, un silenzio assordante

L'Anno Giudiziario e quel silenzio che uccide
Dettagli Pubblicato: 30 Gennaio 2017


di Giorgio Bongiovanni

Nella giornata di sabato in tutte le Procure di Italia si è aperto ufficialmente l'Anno Giudiziario 2017. I più alti vertici della magistratura hanno detto la loro sullo stato della giustizia nel Paese, rappresentando problematiche, snocciolando numeri su inchieste e processi, ed indicando quei provvedimenti che andrebbero sviluppati sul piano normativo.
Ancora una volta, però, leggendo le dichiarazioni dei Procuratori generali, dei Capi procuratore, dei Presidenti delle Corti d'Appello, da Roma a Milano, fino a Palermo, si resta attoniti ed indignati.
E' vero che come hanno riferito in molti la mafia è ancora forte e che è necessario un intervento normativo per contrastare il fenomeno della corruzione che permette il “proliferare” dei “colletti bianchi”. Ma appare assurdo, a venticinque anni dalle stragi, che nessuno abbia avuto il coraggio o il buon senso di dire due parole su quei colleghi condannati a morte o oggetto di pesanti minacce da parte della criminalità organizzata e di altri personaggi. Magistrati oggetto di progetti d'attentato ancora in corso.
Nessuno ha voluto esprimere la propria solidarietà verso figure come il pm Nino Di Matteo, Nicola Gratteri, Giuseppe Lombardo o anche lo stesso Roberto Scarpinato, che può anche provare imbarazzo nel dover parlare di minacce che lo riguardano. Ma tutti gli altri che hanno preso la parola? Possibile che sia così scomodo? E perché neanche una cenno si è voluto fare sul processo trattativa Stato-mafia, mentre si è scelto di citare altri procedimenti, anche ordinari?
Così, ancora una volta, abbiamo assistito alla giornata dell'ipocrisia.
Un'ipocrisia che si era manifestata già nella giornata di giovedì, quando nell'aula magna della Corte di Cassazione il presidente della Suprema Corte Giovanni Canzio ed il procuratore generale Pasquale Ciccolo hanno ritenuto di dover bacchettare i pm “rei” di “distorsioni del processo mediatico” anziché rivolgere le proprie critiche rispetto ad una politica che cerca sempre più di stringere il cappio attorno ai giudici, minacciandone l'autonomia e l'indipendenza.
Certo, cos'altro ci si poteva aspettare da chi ha goduto di un decreto legge “ad personam” che ha prorogato il pensionamento a 72 anni?
I silenzi delle autorità più importanti della magistratura, quello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che è anche Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, sono un chiaro segno che va oltre alla semplice indifferenza.
Che si butti giù la maschera, allora. Si dica che è falso, che questi attentati contro Nino Di Matteo, ad oggi l'uomo più scortato d'Italia al pari dello stesso Capo dello Stato, e gli altri magistrati in prima linea nella lotta contro le mafie non sono altro che favole ed invenzioni.
Paolo Borsellino, in occasione del trigesimo della strage di Capaci, disse chiaramente che Giovanni Falcone fu assassinato dalla mafia il 23 maggio 1992, ma cominciò a morire il 19 gennaio 1988. Egli si riferiva alla data in cui il Csm, a Falcone, preferì Antonino Meli come successore di Nino Caponnetto a capo dell’Ufficio istruzione di Palermo.
E' dunque all'interno della stessa magistratura che iniziò l'isolamento nei loro riguardi. Un isolamento che torna e si manifesta con un “silenzio che uccide”.
Oggi come allora tornano le accuse di “protagonismo” e si dimentica che al tempo proprio Falcone e Borsellino erano tra i pochi a rilasciare interviste per sensibilizzare sul fenomeno mafioso, in barba al rischio di procedimenti disciplinari.
E' una storia che si ripete nel tempo. Speriamo non si ripeta più.

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