L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 30 gennaio 2017

Renzi è finito ma non vuole convincersene e porterà tutte le consorterie, clan, mafie, massoni, famigli, clientele, cordate del corrotto Pd nel burrone

POLITICA
DIETRO LE QUINTE/ Le mosse del Colle per isolare Renzi

Ugo Finetti
lunedì 30 gennaio 2017

Mentre lo scenario geopolitico del mondo viene ridisegnato, l'Unione Europea — tra Brexit e Trump — viene destabilizzata e l'Italia è aggredita sul piano economico e finanziario, la nostra scena politica ha ben altro a cui pensare: quando votare. 

Che Matteo Renzi sia preoccupato di votare prima possibile è abbastanza comprensibile. Innanzitutto l'ex premier deve evitare il congresso del partito prima del voto. Il congresso, anche se vincente, obbligherebbe comunque il segretario del Pd a vedere i mass media italiani puntati per giorni su un dibattito imperniato sulla sconfitta referendaria e sulla negoziazione interna per essere rieletto. Più passa il tempo e più si apre lo spazio anche nel Paese a una distanza critica verso un'esperienza di governo debole su tutti i fronti, dalla riforma costituzionale a quella della pubblica amministrazione, dalla legge elettorale alla "buona scuola". Di tre anni rimane in piedi solo una parte del Jobs Act e la legge sulle unioni gay. Per il resto una serie di leggi di serie B. I problemi di fondo sono rimasti quelli di tre anni fa e in parte aggravati: dal debito pubblico ai rapporti con Bruxelles. Sulla spesa pubblica Palazzo Chigi ha messo alla porta tutti coloro che hanno proposto tagli: da Cottarelli a Perotti. Ancora peggio nei rapporti con Bruxelles. Mai l'Italia è stata così isolata nell'Unione europea e senza nemmeno una voce in seno alla Commissione europea. Investire il successo delle europee del 2014 sulla Mogherini come Alto commissario è stato solo l'inizio di una catena di superficialità e di incapacità di tessere dialogo e alleanze. Oggi siamo messi sul banco degli accusati persino da chi in partenza ci era più vicino e cioè il commissario socialista francese Moscovici.

E' così che siamo al punto più debole del ritorno di Renzi a Palazzo Chigi. Per fare che cosa?

Anche chi lo sostiene, come Michele Salvati, ha esortato Renzi a mettere a fuoco una nuova agenda di riforme. Matteo Renzi infatti sembra aver smarrito la ragione per cui aveva suscitato consenso e speranza e cioè l'essere l'uomo delle riforme necessarie al Paese. Dalle riforme è passato ai bonus. Ostentare superiorità di fronte ai problemi non significa risolverli.

Oggi ci troviamo — dopo i mille giorni — in sostanza al punto di partenza se non peggio: assetto costituzional-istituzionale invariato, ritorno al proporzionale con più probabile ingovernabilità, i partiti anti-sistema (Grillo-Salvini-Meloni) ben oltre il 45 per cento, il fiato di Bruxelles sul collo, disoccupazione giovanile al massimo, le frontiere chiuse alle spalle sul tema dell'immigrazione, i capitali stranieri all'assalto di quel che resta di ancora competitivo sul piano imprenditoriale e finanziario. 

La risposta di Renzi? Renzi più che un leader è una star: nessuna valutazione autocritica e nessun programma a medio termine. Solo grinta e navigazione a vista. E' vero che all'indomani del 4 dicembre — nella direzione del Pd — aveva ammesso di aver "straperso", ma già dopo due giorni — all'assemblea dei segretari provinciali e regionali — si era vantato di aver stravinto, che il 40 per cento di Sì al referendum era "tutto suo" e sabato scorso a Rimini, al raduno dei sindaci Pd, ha omesso tutte le sconfitte elettorali — prima nelle regionali, poi nelle comunali e infine nel referendum — e ha aperto la campagna elettorale nel segno del 40 per cento delle europee 2014 e del referendum 2016 e quindi indicando il traguardo della maggioranza assoluta delle Camere a portata di mano. Analisi critica e dialettica interna non rientrano nell'orizzonte del segretario fiorentino, ma i conti con la realtà sono inevitabili soprattutto quando non si è più a Palazzo Chigi e le chiavi della legislatura sono in mano al Quirinale.

Che ormai il Parlamento dei transfughi sia al capolinea è indubbio, ma è anche necessaria una nuova legge elettorale. Renzi in questo ultimo anno non è stato un argine all'antipolitica, ma in vista del referendum l'ha cavalcata con esiti rovinosi. Con il rischio che anti-euro e anti-tutto siano vincenti sia, prima, con il ballottaggio sia, ora, con il proporzionale, il gioco d'azzardo renziano appassiona solo i suoi fans. 

Dal Quirinale è venuto il via libera al voto anche in giugno, ma con nuova legge elettorale. Le voci che danno per scontata la scissione del Pd capitanata da D'Alema e Bersani sono esagerate. Nel Pd, sia nella maggioranza sia nella minoranza, si moltiplicano i segnali di riflessione e da Bersani e Speranza al ministro della giustizia Orlando fino a esponenti renziani l'indicazione di Mattarella sta prendendo quota e sembra sempre più una strada obbligata.

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