L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 26 febbraio 2017

il punto di vista dei campioni dell'euroimbecillità

L’Italia non si salva con l’anti europeismo

Le ganasce economiche. Forum con Calenda, Panucci e Bini Smaghi. Senza produttività non si cresce. La Germania è il modello. L’uscita dall’euro non esiste. E sulla stabilità…


25 Febbraio 2017 alle 05:45

Roma. Prove di patriottismo europeo: metti il ministro più liberale del governo, il capo degli industriali italiani, un fine analista economico e il direttore del Foglio. Si parla del sistema Italia (bene), di quello che non funziona (molto) e delle ganasce economiche che ne bloccano lo sviluppo (troppe). Non è un rebus complesso: siamo a un convegno del Foglio, ospitato dal Piccolo Teatro Eliseo di Roma di fronte alla sede di Bankitalia, Palazzo Koch. Di che cosa serva fare “Per un’Italia libera dalle ganasce economiche”, titolo del convegno, hanno discusso Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo economico, Lorenzo Bini Smaghi, ex economista alla Bce ora presidente di ChiantiBanca, e Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria. Per Calenda l’Italia “va male” perché nessun governo, negli ultimi trent’anni, si è occupato davvero della crescita economica: “Non ci si è occupati delle imprese”, questa è la verità. “Penso anche che considerare l’Italia un unico insieme sia un errore. Faccio un esempio che secondo me è quello che meglio rende l’idea. Noi abbiamo perso dal 2007 al 2014 il 25 per cento di potenziale manifatturiero. Abbiamo fatto anche, l’anno scorso e l’anno prima, il record storico sia del saldo che dell’export commerciale.

Come stanno insieme queste due cose? Stanno insieme perchè quello che è successo è che l’Italia, come molti altri paesi, si è spaccata. In che modo? La faccio semplice. C’è un 20 per cento delle imprese che sono internazionalizzate, innovano, funzionano, vendono, in un contesto favorevole se i mercati rimangono aperti (quindi non se prevale il protezionismo). C’è poi un 20 per cento, invece, nello spettro opposto, che è sostanzialmente uscito fuori mercato, per tante ragioni. Metti la politica energetica degli ultimi decenni, in cui si è rincorso (giustamente) l’obiettivo delle rinnovabili ma scaricandone il costo quasi interamente sul lato della produzione, con un rapporto 80 a 20 tra imprese e famiglie. L’esatto opposto di quanto ha fatto la Germania”. Inutile cincischiare su ottimismo, pessimismo, globalismo e sovranismo: per Calenda – che ieri ha ripetuto che bisogna votare nel 2018 – l’unica posizione da prendere è quella del realismo. “Il riformismo ne è una diretta conseguenza”. Calenda – che dice di non vedere politici “realisti” in circolazione, ogni riferimento anche a Renzi non pare puramente casuale – difende la direttiva Bolkestein sulle concessioni degli ambulanti e ricorda che l’importante è “non fare riforme su spinta delle piazze”: coi tassisti come con chiunque altro, dice, si può discutere dopo l’approvazione dei decreti, dopo la norma sulla concorrenza, dopo aver fatto le leggi necessarie. “Il mercato non deve diventare ideologico”, ma quando una minoranza organizzata, una categoria, scende in piazza per fare pressioni sul governo e questo ha la tentazione di cedere, mentre la maggioranza silenziosa è a casa e non se ne preoccupa è ovvio che “c’è un problema, dovuto al fatto che siamo perennemente in campagna elettorale” e che “pochi parlamentari vogliono inimicarsi precise categorie elettorali a ridosso delle elezioni”.

“Tutti noi andiamo al mare, no? – prosegue Calenda – Tutti noi gioveremmo da una maggiore concorrenza e da una maggiore trasparenza negli appalti balneari, no? Eppure nessuno di noi scende in strada a protestare contro i prezzi degli ombrelloni, cosa che invece fanno i gestori dei bagni se tocchi i ‘loro’ stabilimenti”. Al ministro replica Lorenzo Bini Smaghi: “In realtà, in Italia ci si è occupati anche troppo delle imprese. Ma lo si è fatto nel peggior modo possibile. La Germania si è aperta al mercato sostenendo le aziende che vanno bene, non quelle che vanno male”. Risultato: una crescita della produttività del lavoro, un aumento della produzione di ricchezza e alla fine della fiera un’economia che traina il mondo libero. “Negli anni Novanta l’Italia ha perso il treno dell’innovazione tecnologica” e da allora la produttività non ha più recuperato: “L’addetto medio italiano, oggi, produce molto meno di 20 anni fa”.

L’interesse nazionale

La Panucci batte il chiodo sul fattore investimenti e apertura dei mercati: per il dg di Confindustria, giustizia e pubblica amministrazione sono due delle peggiori ganasce che si porta dietro la nostra economia. “La riforma Madia della Pa è ottima”, ma bisognerà vedere come e se si procederà alla sua esecuzione, “il problema è sempre lì”. “Come fa un’impresa a pianificare i suoi investimenti con l’incertezza del quadro normativo che cambia di anno in anno, di governo in governo? A noi non preoccupa la concorrenza degli stranieri, ci preoccupa che tutti operino sul mercato unico europeo, come su quello internazionale, in base alle stesse regole, agli stessi criteri. E poi bisogna guardare ai piani industriali proposti dalle aziende”, non al loro passaporto. Provocazione: ma Calenda non era quello “delle aziende strategiche”, e dell’”interesse nazionale” da proteggere? Frecciatina chiara, si parla di Mediaset e Vivendi. Tanto liberismo per nulla? “Non sono un protezionista”, risponde il capo del MiSE “che gli investimenti stranieri facciano bene è un fatto. Punto”. La questione è la modalità con cui questi investimenti si inseriscono in un’azienda che ha un impatto economico e occupazionale di peso per un paese. “Per questo inseriremo nel ddl sulla concorrenza – che sonnecchia in Parlamento da due anni, ndr – una norma che obblighi le aziende che acquistano più del 5 per cento delle azioni di un’altra impresa di specificare le proprie motivazioni”: in Francia e negli Stati Uniti è già così, e funziona (pare). “Speculare a questa è la vicenda Opel-Peugeot”, per cui il governo tedesco si è aperto all’idea della vendita dopo essersi assicurato delle modalità con cui sarebbe avvenuta. Se un’azienda straniera vuole acquistare parti di un’impresa ad alto capitale tecnologico, l’iniezione di denaro può essere positiva se ne va ad accrescere la produttività. Se invece l’unico scopo è accaparrarsi l’innovazione tecnologica e sradicarla, portandosela in patria, si rischia di creare un buco economico nel tessuto di quel paese. Di nuovo: “Non è nazionalismo, è realismo”.

“Ce lo chiede l’Europa”

Dal topic dell’interesse nazionale è un attimo che si scivola al tema Europa. Bini Smaghi ammicca: “Il paese è incapace di farsi un’analisi oggettiva”, si va ai summit dei ministri europei a chiedere flessibilità e sconti sugli zerovirgola del deficit “per poi tornare a Roma a parlar male di Bruxelles” che ci impone questo, che ci impone quest’altro. “Ancora non riusciamo a pensare europeo perchè l’ideologia del complotto straniero a tutti i costi è sempre all’opera”. L’antieuropeismo si sta insidiando tenuamente anche nelle forze del così detto establishment, “perchè elettoralmente conviene” e in questo modo si rincorrono i voti populisti. Il risultato è che “si continuano a fare politiche economiche sbagliate, fondate sulla spesa pubblica” a innaffiatoio. E’ sempre stato così, ne deriva che “abbiamo pochi capitali e una cultura capitalistica poco sviluppata: preferiamo vendere le nostre aziende piuttosto che farle crescere”. Vogliamo parlare delle banche? Parliamo delle banche. Il modello americano per fronteggiare le crisi bancarie funziona così: lo stato interviene subito e “non aspetta”, riassesta le banche e poi le rimette sul mercato con gli stessi capitali iniziali, in modo da riuscire a rimborsare i contribuenti grazie a cui si è pagato il debito. E non è che riacquistando la mitologica “sovranità monetaria”, uscendo dall’Europa, i nostri problemi economici e bancari sparirebbero. Anzi, “uscire dall’euro – aggiunge Bini Smaghi – è il miglior modo per perdere sovranità. Se ci fosse un referendum sulla moneta unica, il giorno dopo avremmo le file interminabili agli sportelli”, come in Grecia due anni fa, e il rischio default ci indurrebbe a una costante dipendenza da creditori e investitori internazionali. Inciso di Bini Smaghi: “Sono preoccupato che la prossima finanziaria diventi la base di uno scontro elettorale sulla base del ‘celodurismo’, della serie ‘solo noi sappiamo farci sentire in Europa’. Con le autorità europee ci vuole cooperazione, i ministri degli altri paesi non riescono a capire la strategia del governo italiano degli ultimi mesi”.

“Se uscissimo dall’euro – dice Panucci – torneremmo alle svalutazioni per competere sui costi con paesi come India o Cina”, quando è ovvio che non c’è nessuna speranza di vincere su quel fronte. “Al contrario, come Italia siamo molto competitivi sulla qualità”, come dimostra il nostro surplus commerciale da record. “Fuori dall’euro perderemmo questo grande vantaggio”. Per Calenda, “l’euro è radicato nella cultura italiana”: siamo un paese profondamente ed intimamente europeo, ma dobbiamo riuscire a raddrizzare le storture che ci allontanano dal modello Europa. Per esempio? “Per esempio i ministri, in Italia, hanno soltanto una funzione di indirizzo delle politiche che rimane inspiegabilmente distinta da quella di esecuzione delle stesse”, monopolio della burocrazia statale e sub-statale. In questo modo le riforme subiscono ritardi su ritardi e l’efficacia della politica è inevitabilmente ridotta, filtrata e in ultima istanza sterile.

Niente Europa, niente crescita

Bini Smaghi ammette che è difficile conquistare certe categorie elettorali promuovendo le riforme strutturali, ma è anche vero che “senza fare certe riforme il paese non cresce, e senza crescita non si vincono le elezioni”. Bisogna ricreare la fiducia nella capacità di riformare l’Italia, per inserirci a pieno titolo nella cornice europea e tornare a vincere. Che l’Ue sia un modello vincente, su tutti i fronti, lo dimostrano i numeri: “Nel 2016 – ricorda Cerasa – la crescita dell’area euro ha superato quella degli Stati Uniti: 1,7 contro 1,6. L’eurozona, come sappiamo, cresce ininterrottamente da quindici semestri. Il tasso di disoccupazione è tornato a una sola cifra. L’indice delle Pmi è in espansione da 43 mesi di fila. Sono tanti i dati che ci dicono che l’Europa, nonostante la retorica anti-europeista, nonostante i populismi vecchi e nuovi, in realtà va bene. In alcune cose addirittura va meglio degli Stati Uniti. In quest’Europa, però, l’Italia non cresce abbastanza, non cresce come dovrebbe o come potrebbe”. “Il problema – nota Calenda – è che siamo in una campagna elettorale permanente e in questa situazione nessuno si mette contro una minoranza” per fare una riforma a favore della maggioranza. “Abbiamo la legge della concorrenza e il tema delle banche da portare avanti che in una campagna elettorale forse qualche problema lo crea”.

Conclusione finale del ministro: “Penso che il Pd dovrebbe sedersi al tavolo con il governo e definire l’orizzonte temporale. Come fa un manager a gestire un’azienda, se l’azionista di riferimento non gli dice quando scade. Il Pd si deve sedere al tavolo con il governo e dire il prossimo Def come lo dobbiamo strutturare. Dire le privatizzazioni no, nuove tasse no e una procedura di infrazione no, sono cose che non possono stare insieme. Il Pd si sieda e ci dica cosa fare ed elabori l’agenda”. Sintesi estrema della giornata. L’Italia ha molti problemi che si possono risolvere con solide e toste riforme strutturali. L’Euro è una moneta irreversibile che sopravviverà anche a tutti gli istinti populisti. Descrivere il sistema bancario italiano come se fosse sull’orlo di un precipizio è una sciocchezza in quanto nel nostro paese esistono banche che funzionano bene e banche che funzionano meno bene. Il punto, quindi, è che le ganasce economiche dell’Italia sono in Italia, non sono in Europa, e prima lo capiremo prima riusciremo, davvero, a far ripartire il paese. “La ragione per cui l’Italia sta peggio degli altri è perché sono trent’anni che non ci occupiamo di impresa e non è imputabile alla Ue. Se dici che è tutta colpa dell’Europa compi poi un duplice omicidio, perché stai dicendo che tu non conti niente e rendi impossibile opporti al populismo”. Più chiaro di così.

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