L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 febbraio 2017

La spesa in deficit buona serve per implementare il Piano di Lavoro Transitorio

Quelle parole sussurate a Padoan

3 febbraio 2017



Bruxelles ha minacciato il Governo italiano con il rischio di procedura d’infrazione a causa del mancato rispetto della regola del debito.

La conseguenza sarebbe un immediato restringimento della sovranità in campo economico ed una penalizzazione ad opera dei mercati in termini di spread e di interessi sul debito.

Per dare l’idea della situazione in cui si trova l’Italia, basta pensare ad un campo arido che ha bisogno di più acqua ma al quale, invece, viene ridotta ulteriormente l’acqua con cui innaffiarlo. È questo che la Commissione europea ha fatto e continua a fare all’economia italiana. Abbiamo bisogno di spesa in deficit, invece ci viene imposto di ridurla; per costringerci a continuare a percorrere la strada dell’austerità ci minacciano di ridurre ancora quell’ormai inesistente margine di sovranità che resta.

Ulteriori tagli alla spesa pubblica ed ulteriori aumenti delle tasse e delle accise sono quanto di più recessivo possa essere fatto oggi. Padoan conosce bene il rischio, alterna la consapevolezza del pericolo di ulteriori manovre alla cieca ed impaurita obbedienza. Ma alla fine promette di svolgere i compiti entro aprile.

L’ammontare generale dello sforzo strutturale per riprendere il percorso verso l’obiettivo di medio termine sarà composto per circa un quarto da tagli di spesa e per la parte restante da aumenti di entrate.

I risparmi di spesa, si sottolinea nel documento di Padoan

Arriveranno per circa il 90% dai consumi intermedi e dalle agevolazioni fiscali.

Queste manovre recessive avranno la conseguenza di deprimere ulteriormente il PIL, lasciando inalterato il rapporto deficit/PIL (chiaramente, se si riduce il deficit posto al numeratore e contemporaneamente il PIL posto al denominatore, il rapporto non cambia). Austerità chiamerà altra austerità.

Non sappiamo quale parole siano state bisbigliate all’orecchio di Padoan per indurlo ad annunciare le misure a favore della quadratura dei conti, ma erano parole che sicuramente hanno rievocato il clima del 2011, la pressione dei mercati, la Grecia. Lui stesso ammette:

L’ipotesi di una procedura d’infrazione sarebbe estremamente allarmante e comporterebbe una riduzione di sovranità nella politica economica.

Nell’Eurozona si hanno sempre due strade davanti: morire di mano propria o morire commissariati. Sacrificare persone e futuro sull’altare dei conti in ordine. Oggi per uno 0,2%.

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