L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 febbraio 2017

Sistema Bancario - i soldi veri li hanno dati al Capitalismo straccione che privatizza i profitti e ha sempre scaricato sulle banche, collettività le perdite

Bancarotta/6 Da De Benedetti a Marcegaglia: così i big della finanza hanno affossato le banche

Sesta puntata della nostra inchiesta sulla crisi del sistema bancario italiano.
Le puntate precedenti:
banche de benedetti marcegagliaRoma, 3 feb – Sì, c’è stata e c’è l’austerità che ha affossato crescita e mercato del credito, trascinando le banche in un circolo vizioso. Sì, l’Europa e le sue regole assurde e a tratti cervellotiche non hanno sicuramente aiutato. E sì, le ultime gestioni dei grandi gruppi del credito italiano sono state – da Mps in avanti – decisamente ‘brillanti’, non certo improntate a quei criteri di prudenza, correttezza e visione di lungo termine che dovrebbero informare chi ricopre delicati incarichi. Specie se si ha a che fare con un settore che non è sotto stretto controllo statale solo per una fortuita serie di circostanze storiche, mentre dovrebbe esserlo vista la sua importante funzione in termini di politica economica.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti, e non da ieri: truffe ai danni dei risparmiatori, stipule di contratti subordinate all’acquisto di prodotti pericolosi e senza adeguata informazione, spaccio di titoli spazzatura ad ignari correntisti traditi sulla fiducia. Da Cirio a Parmalat, passando per i Tango Bond, la lista potrebbe essere molto lunga per chiudersi con gli ultimi, drammatici casi: le obbligazioni subordinate di Etruria e le altre, che grazie al bail-in (il quale, per inciso, sacrifica all’occorrenza anche i conti correnti), hanno portato migliaia di italiani sul lastrico. C’è però qualcuno che nel marasma generale e nella paura che ormai abbiamo di entrare in una filiale, che in qualche modo riesce sempre ad evitare i guai. Anzi, di più: spesso è parte del problema, dato che la maggior parte delle sofferenze su cui siediamo come su una pentola a pressione riguardano crediti superiori al milione di euro, certo non prestiti fatti alla clientela minuta.
Stiamo parlando dei grandi nomi della finanza (tanti) e dell’industria (pochi) italiana, che hanno avuto il loro bel da fare nel partecipare al dissesto delle banche, da Mps fino a Popolare di Vicenza. Partiamo da De Benedetti, che con il fallimentare esperimento – ma il guru della sinistra ha mai prodotto qualcosa di concreto oltre a carta e operazioni di dubbia efficacia? – di Sorgenia è riuscito a scaricare le malagestione societaria sulle casse di Mps, trasformando milioni su milioni di crediti in azioni cedute alla banca senese, che ha dovuto registrare la cancellazione del prestito in cambio di quote dal dubbio valore. Ma non c’è solo la tessera numero 1 del Pd. Anche Emma Marcegaglia fa la sua discreta figura: l’azienda di famiglia (fondata dal padre Steno, che da socio di Banca Agricola Mantovana spinse per la fusione fra questa e Siena) era esposta verso il Monte per qualcosa come 1,6 miliardi, poi ristrutturati.
Dall’energia all’acciaio, fino all’immobiliare. E’ il caso di Maurizio Zamparini, l’istrionico presidente del Palermo che risulta fra i principali ‘morosi’ del Banco Popolare di Vicenza, con 57 milioni di debiti che rappresentano il 10% delle sofferenze della banca veneta. L’immobiliarista si difende, accusando gli enti locali per una serie di problemi burocratici che avrebbero fatto naufragare i suoi progetti immobiliari. Fatto sta che i milioni ancora non sono stati saldati, mentre gli azionisti del Banco hanno visto le proprie azioni diventare carta straccia. Zamparini compreso, che si ritiene parte lesa per aver acquistato, collateralmente al finanziamento, anch’egli quote della banca. Poverino. Sempre dalle parti dell’impero di carta costruito da Gianni Zonin e sempre nel settore delle costruzioni troviamo un altro nome illustre: Francesco Bellavista Caltagirone, cugino del più noto Francesco Caltagirone, patron di Acqua Marcia, esposto per 17 milioni. Altri 60 ne dovrebbe a Mps ed altrettanti a Banca Etruria, per questioni legate ad investimenti nel porto di Imperia. Un miliardo tondo, in totale, quello dovuto dal costruttore romano di origine siciliana a varie banche fra cui anche, per non farsi mancare nulla, la disastrata Carige, Bnl, Banco Popolare. Quanti ne son stati recuperati? Ad oggi, giusto il 10%. Con buona pace di chi si è visto il conto corrente prosciugato.
Filippo Burla

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