L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 1 febbraio 2017

TELECOM è un asset strategico e deve essere italiano, come d'altra parte le Generali

VISTI DA VICINISSIMO 30 gennaio 2017
Mustier e Bolloré, occhi e trame francesi su Generali

Il capo di Unicredit non vuole farsi soffiare la prima compagnia di assicurazioni italiana da Intesa o Axa. Mentre il n.1 di Vivendi si finge salvatore della patria per avere l'ok all'affare Canal Plus-Telecom-Mediaset.

Occhio di lince 
News dalla Redazione
 
31/01/2017 - 11:00 MILANO
VISTI DA VICINISSIMO
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VISTI DA VICINISSIMO
Mediaset-Vivendi è nelle mani di quest'uomo


In attesa di scoprire cosa ci faceva nel weekend Philippe Donnet a Parigi (abboccamenti con gli amici di Axa?) e di sapere se Carlo Messina avrà la meglio su un consiglio di Banca Intesa la cui gestione è resa complicata dalle obiezioni sollevate dai membri eletti nella lista di minoranza dei fondi – in particolare Maria Mazzarella e Marco Mangiagalli, mentre Francesca Cornelli, Daniele Zamboni e Alberto Maria Pisani paiono più accondiscendenti – e potrà dunque lanciare l’offerta su Generali che i fidati consulenti Carlo Pedersoli (Studio Pedersoli) e Leonardo Totaro (managing director di McKinsey Italia) gli stanno affinando, è bene spostare i riflettori su due signori francesi che finora nella tempesta sul controllo della prima compagnia di assicurazioni italiana sono rimasti nell’ombra.

MEDIOBANCA IN CONTROPIEDE. Il primo è Jean Pierre Mustier, arrivato a Londra da un primo giro Oltreoceano di road-show per l’aumento di capitale di Unicredit, e atteso a ore a Milano. Il successore di Federico Ghizzoni alla guida di Unicredit è stato preso in contropiede dal precipitare delle cose in Generali: sia dalla brutale cacciata di Alberto Minali – di cui, pur essendo stata decisa da Mediobanca, ovvero dal suo ad Alberto Nagel, ha saputo a cose fatte –, grave perché lascia la compagnia triestina priva dell’unica mano salda in grado di guidarla, sia dalla possibilità che Banca Intesa possa muovere su Trieste per evitare che lo faccia Axa o qualche altro competitor.

TRE MOTIVI PER UN AFFARE. Mi direte: Mustier deve riuscire a portare a casa 13 miliardi dal mercato, che vuoi che gliene importi di questa vicenda? E qui vi sbagliate: il capo di Unicredit non solo è non meno di Messina interessato a Generali, ma ha tre motivi forti per non essere tagliato fuori. Ve li snocciolo in ordine di crescente importanza.

Mustier è spinto da motivi di concorrenza con Intesa, che annettendosi Trieste prenderebbe il volo come la Juventus in campionato

Il primo è di concorrenza con Intesa, che annettendosi Trieste prenderebbe il volo come la Juventus in campionato. Il secondo è di ruolo, essendo Unicredit il primo azionista di Mediobanca. In due interviste al vetriolo, Mustier ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di prendere ordine da Nagel, ma semmai di dargliene, e di voler garantire l’autonomia e l’italianità di Generali. La seconda ragione: vi posso garantire che nutre per Minali una grande stima. Ora può stare a guardare e passare per quaquaraqua proprio lui che fa del decisionismo il suo credo?

VIETATO PERDERE LA FACCIA. Il terzo e ultimo motivo per cui sta studiando cosa fare è quello più importante: ha raccontato agli analisti e agli investitori che pur avendo ceduto gioielli come Pioneer non avrebbe venduto la quota in Mediobanca, e che il motivo era proprio quel pacchetto del 13,5% di Generali che è custodito a piazzetta Cuccia. Ora che fa, se lo vede portar via da Intesa o da Axa in combutta con Nagel? Essendo in pieno road-show, cosa dirà a chi gli porrà domande insidiose sul tema? Mustier sa che su questo punto non può perdere la faccia: rischierebbe di mettere a repentaglio la ricapitalizzazione di Unicredit, che è il passaggio fondamentale per la sua definitiva presa di potere sulla banca e la sua consacrazione nell’olimpo finanziario.

OPA DA LANCIARE SUBITO. Cosa può fare? L’unica alternativa all’aventino è lanciare un’Opa (Offerta pubblica di acquisto) su Mediobanca, forte del quasi 9% che già possiede e del fatto che per portarsi a casa il 50% delle azioni (arrivare intorno al 60% sarebbe più che sufficiente) dovrebbe spendere “solo” 4 miliardi. Spesa che si potrebbe consentire visto che la ricapitalizzazione di 20 miliardi (13 cash e 7 da cessioni) va oltre le necessità di aggiustamento patrimoniale imposto dalla Banca centrale europea (Bce). Unico problema: l’Opa andrebbe lanciata subito, i soldi in cassa arriveranno solo tra un paio di mesi. Mustier sta sfogliando la classica margherita.

Escluderei che nel patto del francese Bolloré batta un cuore patriottico. Anzi, dubito che batta un cuore, punto

Il secondo personaggio francese che si mantiene defilato, ma conta assai, è Vincent Bolloré. La domanda che gli osservatori che hanno occhi lunghi come i miei si fanno è la seguente: ma perché il bretone ha lasciato che Donnet andasse all’abbraccio con Axa? O, a maggior ragione, perché addirittura glielo avrebbe suggerito/imposto? Solo perché si tratta di francesi? Escluderei che nel petto dell’uomo di Vivendi batta un cuore patriottico. Anzi, dubito che batta un cuore, punto. Dunque, ci deve essere una spiegazione. Premetto che non la conosco. Ma ragionando me ne viene in mente una, e una sola: per favorire l’operazione Telecom-Mediaset-Orange. GIOCO DI PRESTIGIO. Mi spiego: è acclarato – Occhio di Lince l’ha scritto e non è stato smentito – che Bollorè intenda provare a conferire Canal Plus e Telecom Italia, che già controlla, e Mediaset, dove ha preso una posizione forte per spingere Silvio Berlusconi a seguirlo, a Orange e prendere in cambio una quota di controllo della medesima. È una partita che richiede condizioni politiche giuste: in Francia deve arrivare Fillon all’Eliseo, in Italia non ci devono essere ostacoli. Ecco che allora far immaginare a Roma, per spaventarla, che Generali possa finire in mani francesi, per poi fare il salvatore della patria, impedire la conquista di Trieste ma in cambio farsi dare l’okay all’operazione a cui tiene, potrebbe rivelarsi un gioco di prestigio difficile ma dal finale redditizio. A meno che Messina o Mustier non gli rovinino la festa. Pochi giorni e lo sapremo.

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