L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 8 marzo 2017

Il guaio di questi quattro euroimbecilli e che non hanno l'accortezza di fermarsi e concordare la fine dell'euro e quindi saremo costretti a dividerci nelle condizioni peggiori quando l'Europa imploderà e in pieno caos ognuno cercherà di portare acqua al suo mulino

Economia e Finanza
SPILLO/ I Quattro dell'Apocalisse Ue

Raffaele Iannuzzi
mercoledì 8 marzo 2017

Perché la crisi europea è una crisi storica? Per una ragione, innanzitutto: perché ogni apparente "soluzione" acuisce e insieme manifesta ancora più radicalmente la vastità del problema. Non se ne esce. L'Europa non può fare come il barone di Münchausen: dalle sabbie mobili non uscirà tirandosi per il codino. Da questo punto di vista, questo Continente, blindato nel bunker governato dall'eurocrazja, somiglia più alla cantante "calva" di Ionesco: nessun codino al quale aggrapparsi, niente più chioma: l'Europa è finita. Ha iniziato il suo declino proprio nel momento del rampantismo europeista modello consumo di droghe pesanti: crollato il Muro di Berlino, da Maastricht in poi, il successo di questa mega-macchina senz'anima ha anticipato la sua crisi definitiva.

Si può anche morire di successo, fin dall'inizio, soprattutto quando, in Italia, una classe politica viene spazzata via manu militari e lo Stato torna a essere una vacca da ingrassare prima e da mingere dopo. Una vacca munta da rapaci seconde file con la funzione più tipicamente utile all'Europa: essere prestanomi dei banchieri. Solo l'immaginazione storica di Ezra Pound è riuscita a disegnare il profilo del futuro e l'abc dell'economia ha richiamato naturaliter il bancocentrismo delle nuove élites. La strada è stata consumata da queste vecchie talpe e, alla fine, ecco il grido di vittoria: ben scavato, vecchia talpa!

Versailles e i Quattro dell'Apocalisse in seduta plenaria è l'acme di questo stato di cose: l'Europa che prima si pensa come volano del mondo, poi si ripensa come sistema di equilibrio dei mercati e infine si ridisegna a tavolino, senza una voce che esca dal popolo è un cimitero colmo di cadaveri eccellenti.

La Merkel favoleggia di un ritorno alla "prosperità", mettendo tra parentesi che la prosperità è finita con l'Europa e oggi perfino quella tedesca è sotto schiaffo. E ciò a causa dell'Europa. Hollande rivisita la storia e inaugura la formula delle differenti velocità, un tema caro anche a una certa sinistra post-comunista, negli anni '90 del secolo scorso, vedi alla voce Massimo D'Alema, e con questo ho detto tutto.

Un Continente che non cresce rispetto all'area del Pacifico, che mantiene fuori anche uomini e donne di quell'area, grazie alla leva illiberale di Schengen, e che si gonfia di migranti solo in minima parte in fuga dalle guerre, in realtà potenziali eversori del nostro ordine liberaldemocratico, non merita di avere un futuro decente. Non a queste condizioni. La crisi è storica, come già detto. L'Europa come colpa si è rovesciata nell'Europa che colpevolizza l'altro. L'altro è oggi il populismo, ossia il popolo sovrano che dice no all'establishment: se non fosse grottesco, sarebbe tragico.

Quando un sistema istituzionale non legittimato dal popolo, ultimo totalitarismo diffuso nel nostro Continente, dopo il comunismo, il nazismo e il fascismo (ma quest'ultimo, rispetto all'Ue, è un autoritarismo imperfettamente congegnato), viene sbeffeggiato in ordine da Trump, dall'Inghilterra, vedi Brexit, of course, e perfino da Rodrigo Duterte, presidente delle Filippine, direi che è ora di chiudere i battenti e riprendersi le libertà nazionali in un clima di cooperazione scelta, deliberata, strategica e funzionale allo sviluppo. Sviluppo, sì, ma spiego nel dettaglio: sviluppo dei popoli. La vera prosperità, quella dei popoli. Il resto è Versailles, ma in questo nessuno può dire: l'Etat c'est moi.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/3/8/SPILLO-I-Quattro-dell-Apocalisse-Ue/752654/

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