L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 3 marzo 2017

Lo spread, manovra di bilancio sono silenti, il Partito dei Giudici affonda Renzi e lancia Emiliano, Franceschini muove Orlando questa è la discussione Congressuale del corrotto Pd

ECONOMIA E FINANZA
SPY FINANZA/ I nuovi indizi di un 1992 in versione 2.0

Mauro Bottarelli
giovedì 2 marzo 2017

In due settimane sono successe parecchie cose in questo Paese, se guardiamo al quadro politico. Riassumiamo per sommi capi. Dopo una pantomima infinita, il Pd è arrivato al redde rationem e si è giunti a una mini-scissione che ha visto la minoranza interna approdare a una nuova formazione, "Democratici e progressisti", in netta dissidenza rispetto alla linea Renzi. Ma non basta, l'assemblea ha visto quest'ultimo presentare le proprie dimissioni da segretario in vista del Congresso e gli organi del partito hanno deliberato la convocazione delle primarie aperte per il 30 aprile prossimo, di fatto spalancando la porta a una possibile rielezione dell'ex premier, ma, anche, mandando in soffitta l'ipotesi di un voto politico prima dell'estate, la stessa accarezzata per un periodo da Renzi per chiudere in fretta i conti: ma si sa, con una legge elettorale improntata al proporzionale, poco cambio, occorrerà comunque sedersi al tavolo con i capi-corrente, chiunque vinca. 

Ma non basta. Con una serie di capriole politiche senza precedenti, il governatore della Puglia, Michele Emiliano, ha prima dato vita a un patto d'acciaio pre-assemblea con Speranza e Rossi in nome della nuova formazione scissionista, salvo - il giorno dopo - confermare la sua candidatura alla segreteria ma restando all'interno del Pd. Rimasta spiazzata dalla mossa di Emiliano, la corrente filo-Quirinale del Pd ha mosso il suo pedone, vedendo scendere in campo per la leadership del partito nientemeno che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, quasi un candidato di garanzia e moderato tra l'autoreferenzialità di Renzi e l'anomalia di sinistra Emiliano. Al tempo stesso, mentre a sinistra del Pd nasceva "Democratici e riformisti", il fronte massimalista vedeva la nascita di "Sinistra italiana" dalle ceneri di Sel, altra operazione di fusione a fredda che lasciava però a terra altri feriti, tanto che molti esponenti hanno immediatamente abbandonato il nuovo soggetto per passare a "Campo progressista", il movimento federatore di Giuliano Pisapia. 

Insomma, una mezza rivoluzione che è andata a investire nell'arco di quindici giorni il partito architrave del governo Gentiloni e la sue componenti e satelliti più o meno ribelli. Bene, quante volte avete sentito la parola spread nel titoli principali dei tg negli ultimi quindici giorni? Mai. Eppure l'Italia non era ostaggio dell'instabilità politica, un qualcosa che a ogni refolo di ingovernabilità avrebbe spedito il nostro differenziale alle stelle? Forse abbiamo appena avuto la riprova del fatto che lo spread dipende da Draghi e nessun altro, finalmente? Meglio così, si comincia a sgombrare il campo dagli equivoci. Ma non basta. Dopo un periodo di calma relativamente piatta, anche il centrodestra ha cominciato a lanciare nuovi segnali di instabilità e in grande stile: da un paio di giorni, Silvio Berlusconi ha cominciato a entrare in tackle scivolato in casa leghista, scomodando il nome del premier del Veneto, Luca Zaia, come candidato dell'eventuale listone, in caso il Cavaliere stesso non recuperasse la possibilità di presentarsi in prima persona. 

Stizzita la reazione di Matteo Salvini, il quale ha capito che la tregua di Arcore è finita e che la sua leadership non è affatto automatica come pareva soltanto un mese fa: la stessa Giorgia Meloni, se ci fate caso, ha molto abbassato i toni, avanzando essa stessa l'idea di un listone unico del centrodestra per le amministrative in Liguria come test per le politiche del prossimo anno, di fatto abbattendo parecchi dei paletti sovranisti e anti-Ue posti da Salvini per una coalizione e mandando in soffitta ancora per un po' l'idea di primarie del centrodestra. Insomma, caos. Con, in mezzo, i Cinque Stelle e la loro ontologica mancanza di credibilità. 

Poi, alcune coincidenze. E partiamo proprio dai 5 Stelle, i quali l'altro giorno hanno presentato una delibera negli Uffici di Presidenza di Camera e Senato per chiedere che il trattamento pensionistico degli onorevoli venga equiparato a quelli dei normali cittadini: di fatto, una delibera che può essere votata in 5 minuti da un gruppo ristretto di parlamentari, senza il passaggio in Aula. Un ritorno in grande stile al populismo della peggior specie, perché un Paese con oltre 2mila miliardi di debito pubblico di certo non si salva rivedendo i vitalizi o le pensioni dei parlamentari, la classica goccia nell'oceano, ma determinate battaglie, in un periodo di esasperazione popolare, hanno presa facile sulla gente: i grillini sparano a salve, ma sparano sapendo di colpire nel mucchio, quindi attendono solo il fallout propagandistico dell'ennesima boutade, stante la crisi di centrodestra e centrosinistra. 

Ma le coincidenze non finiscono. Proprio ieri, la procura di Napoli ha emesso un mandato di arresto per l'imprenditore Alfredo Romeo per un caso di corruzione, il tutto all'interno della stessa indagine - quella sulla Consip, la centrale d'acquisto della pubblica amministrazione - che vede coinvolti anche il ministro dello Sport e fedelissimo di Matteo Renzi, Luca Lotti, e il padre dell'ex premier, Tiziano Renzi. Direte voi, quale coincidenza si appalesa in questo caso? Proprio mentre saliva rombante sul carro della corsa alla leadership del PD, Michele Emiliano, ex magistrato, rendeva noti a Il Fatto Quotidiano alcuni messaggi nei quali Luca Lotti gli chiedeva di incontrare Carlo Russo, l'amico e socio di Tiziano Renzi, definito "uno da stare a sentire". Detto fatto, il competitor dell'ex premier alla leadership del Pd ora diviene anche testimone dell'inchiesta che vede coinvolti il padre e il miglior amico di Matteo Renzi nella vicenda degli appalti Consip. Una condizione quantomeno irrituale, tanto che la lo stesso ministro della Giustizia e terzo candidato alla guida del Pd, Andrea Orlando, ha fatto notare che se Emiliano avesse trovato qualcosa di strano in quei messaggi, avrebbe dovuto denunciarli alla Procura e non farli vedere a un giornalista. Oltretutto, in piena bufera dell'inchiesta e con la sua candidatura appena lanciata. Ma, come già detto, coincidenze. 

E la manovra correttiva chiestaci dall'Ue? E il rischio di procedura d'infrazione? Silenzio, tutto sparito dai radar. Pier Carlo Padoan è missing in action, il resto del governo traccheggia, il rischio dell'incidente di percorso che faccia deragliare tutto è dietro l'angolo ma silente, quasi patibolare nel suo incedere su ritmi già scritti e cadenzati. Poi, nelle ultime, 48 ore, ecco l'ennesima coincidenza: prima la decisione del Dj Fabo di andare a morire in una clinica svizzera, accompagnato da Marco Cappato, non prima di aver rilasciato un durissimo messaggio contro la politica rispetto all'inazione sul tema del testamento biologico e l'eutanasia, con tanto di appello a Mattarella, e poi la decisione della Corte di Appello di Trento di garantire la doppia paternità a una coppia gay rispetto a due gemelle venute al mondo con utero in affitto. Boom, il tema etico torna a riempire tg, giornali e mozioni delle Camere come ai tempi del ddl Cirinnà, giusto per creare il potenziale detonatore a orologeria di una situazione già tesissima: qualcuno vuole forse testare la pazienza della componente centrista che regge l'esecutivo? 

Ma lo spread resta lì fermo, placido in area 180 con un laghetto alpino. E la manovra correttiva langue, non se ne parla, persi come siamo tra il Pd e i suoi tormenti e il nuovo stadio della Roma. Vi pare normale? Vi pare che non ci sia qualcosa sotto, una sorta di 1992 in versione 2.0? Fateci caso, perché io sarò anche paranoico, ma qui qualcosa sembra in preparazione. Tra ottobre e novembre, l'Europa ci chiederà un salasso da 20 miliardi di euro, altro che i 3 e qualcosa che vorrebbe entro aprile. Chi e in quali condizioni sarà chiamato a governare quella vera e propria emergenza economica, dopo mesi di dispute rusticane su date del congresso Pd e attacchi personali? Tangentopoli ha appena festeggiato i 25 anni di età e il prossimo 25 marzo a Roma arriveranno i capi di Stato dei 27 Stati membri per festeggiare i 60 anni del Trattato di Roma, quello che costituì la Comunità economica europea. 

Quanti anniversari, quante coincidenze. Se in questo Paese esistono ancora forze politiche responsabili, restino vigili. E non cedano al caos preordinato in atto. 

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