L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 1 marzo 2017

Siria - Raqqa è il prossimo obiettivo e poi ai mercenari tagliagola gli rimarranno solo gli attentati terroristici ai civili

DAL SENATO USA ARRIVA L’ALLARME: LA TURCHIA È PRONTA AD ANNETTERE IL NORD DELLA SIRIA?

(di Giampiero Venturi)
01/03/17 
Le dichiarazioni arrivano da Richard “Dick” Black, senatore repubblicano della Virginia: “Erdogan si ritiene un sultano e ha in programma di annettere la fascia nord della Siria”.
In un’intervista rilasciata a un’emittente iraniana il 28 febbraio, Black non fa sconti e affonda il colpo.
“La Turchia ha appoggiato l’ISIS per tutti gli anni della guerra in Siria, favorendo il contrabbando di petrolio. I gruppi jihadisti in Siria sono uno strumento di Ankara per estendere il suo dominio a sud, lungo le direttrici dell’Impero Ottomano”.
Il senatore USA è più volte entrato in contrasto col suo stesso partito per le posizioni assunte in Siria a favore del governo di Damasco, a suo giudizio lodevole di difendere le comunità cristiane ed ebree in un Paese interessato da una feroce recrudescenza islamista. Noto per le sue esternazioni radicali, nel 2016 si è distinto per aver additato Turchia e Arabia Saudita come nazioni vili intenzionate a diffondere il waahbismo.
Le sue dichiarazioni seguono però quelle del presidente turco Erdogan che sempre il 28 febbraio, ha confermato alla stampa l’intenzione turca di prolungare Scudo dell’Eufrate fino alla liberazione di Raqqa.
Lo Stato Maggiore turco ritiene conclusa l’operazione ad Al Bab, ma non “il lavoro da compiere in Siria”.
Erdogan ha annunciato che i contatti con Russia e Stati Uniti sono continui e che i piani per l’offensiva su Raqqa saranno condivisi con Mosca e Washington.
Il problema per la Turchia ora sono l’esercito siriano e le YPG curde, entrambi impegnati nell’offensiva contro lo Stato Islamico. Le truppe di Damasco avrebbero tagliato la strada ai turchi occupando la piana che si estende da Al Bab verso l’Eufrate. In questi giorni sono segnalate ripetute scaramucce fra forze turche (regolari e miliziani alleati ad Ankara) ed esercito siriano nelle aree contestate.
Gli scontri tra milizie filoturche e i curdi proseguono invece su tutto il fronte nord. Le YPG curde fanno parte delle Syrian Democratic Forces impegnate nell’offensiva su Raqqa. Soprattutto nelle aree a est e a nord di Aleppo l’attrito con le truppe di Scudo dell’Eufrate è continuo. Pur mantenendo un basso profilo, Ankara non ha mai negato il vero obiettivo dell’ingresso delle proprie truppe in Siria: contenere i curdi e creare soluzione di continuità fra Kurdistan siriano (Rojava) e frontiera turca.
Ora però i nodi sono venuti al pettine. La ritirata su tutti i fronti dei miliziani dell’ISIS sta creando frizione fra le forze che li stanno combattendo.
Il cambio di marcia della Turchia avvenuto nel 2016 è alla base dei nuovi scenari che si stanno configurando in Siria, spunto per l’allarme lanciato dal senatore Black.
Ankara ha assunto per anni un atteggiamento quantomeno enigmatico rispetto al Califfato, appoggiando apertamente i gruppi islamisti anti Assad operativi a ridosso del confine turco. Nell’estate 2016 la Turchia decide di riavvicinarsi alla Russia con cui era arrivata sull’orlo della guerra un anno prima e di dichiarare guerra aperta allo Stato Islamico.
La mossa di Erdogan ha permesso di sganciarsi dall’accusa di finanziare il terrorismo jihadista ed evitare un pericoloso isolamento diplomatico. Al tempo stesso ha ottenuto il via libera per l’intervento diretto in territorio siriano, preludio ad una parziale occupazione della fascia nord del Paese che ad oggi si prevede non di brevissima durata.
È presumibile che la liberazione di Raqqa dall’ISIS avverrà in tempi relativamente brevi. Sono troppi gli attori che ne ricaveranno vantaggio. Gli equilibri che ne seguiranno saranno la cartina da tornasole dei veri rapporti di forza fra potenze. 
(foto: Türk Kara Kuvvetleri)

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