L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 30 maggio 2017

2017 crisi economica, politica e finanziaria - Il corrotto Pd e la sua stampella M5S troppo servi, decisi a tradire gli interessi dell'Italia

SPY FINANZA/ La battaglia globale che ricorda la Mani Pulite italiana

Il mondo, dice MAURO BOTTARELLI, è in balia della resa dei conti all'interno dell'Impero americano post-Obama, un duello che travalica confini e argomenti

27 MAGGIO 2017 MAURO BOTTARELLI

Donald Trump (Lapresse)

Immagino che anche voi, come me, vi sarete accorti di come negli ultimi tempi ci siano nel nostro Paese continui richiami al biennio terribile 1992-1994, di fatto la nascita della Seconda Repubblica per via giudiziaria e la svendita del patrimonio agricolo-industriale a potenze estere. I 25 anni dall'inizio dell'inchiesta Mani pulite sono stati celebrati in maniera abbastanza chiassosa e mitologica sui media, quasi l'incompiutezza di quella "rivoluzione" sia la ragione dello stato attuale del nostro Paese e del perdurare dell'endemica presenza della corruzione, nel pubblico come nel privato. Ma più che i giornali, è stata una fiction a riportare milioni di italiani in quel clima di golpe strisciante e non violento: prima fu 1992, ora 1993, entrambe prodotte e trasmesse da Sky. Romanzate, certo, ma quelle serie - la seconda delle quali è in programmazione proprio in questo periodo - rimandano bene una cosa: il clima di mancanza di sovranità nel Paese, l'essere perennemente alla ricerca di un equilibrio e di una sponda, l'assenza di una mano che difenda, il tutti contro tutti. Forse, soltanto la paura delle conseguenze che avrebbe potuto portare con sé un atteggiamento da Sigonella 2.0. 

Trasuda l'idea di una lotta fra poteri forti che travalica le aule parlamentari e vola più in alto, nell'atmosfera dei decisori reali, di chi tira i fili: esattamente l'aria che si respira oggi. E non più e non soltanto in Italia, bensì in Europa e nel mondo. È in atto uno scontro fra elites transnazionali che impone le proprie regole, è in atto una resa dei conti fra modelli contrapposti di società. Perché ho fatto l'esempio degli anni che portarono alla nascita della Seconda Repubblica? Perché siamo, temo, alla Mani pulite globale, inteso come paradigma del rapporto tra politica, media e giustizia. Ieri è iniziato il G7 a Taormina, vertice vuoto e inutile fin dall'inizio, perché svuotato di contenuti a tavolino: gli Usa, infatti, hanno non solo eliminato cambiamenti climatici e immigrazione dalla lista delle priorità, ma hanno, soprattutto, inglobato il tema terrorismo nell'agenda generale, quindi depriorizzando il tema e inserendolo con un passaggio o due nella risoluzione finale. 

In principio non doveva essere così e questo significa una cosa sola: l'agenda della lotta al terrore la imponiamo noi, non veniamo a discuterla o trattarla. Il fatto, poi, che al tavolo di discussione mancasse la Russia, parla chiaro su quale tipo di lotta al terrorismo si intenda fare: quella che vede l'Arabia Saudita come baluardo, ovvero una nuova egemonia sunnita sull'area che depotenzi e isoli l'Iran, la cui inclusione nel dialogo globale fu invece l'unica scelta intelligente dell'amministrazione Obama. 

E come i poteri forti, il Deep State, hanno imposto la loro agenda a Donald Trump nelle ultime ore? Con quello che potremmo chiamare un italian job, volendo pescare nella filmografia storica: un bella comunicazione da parte dell'FBI al potente genero del presidente, Jared Kushner, di coinvolgimento nelle indagini relative al Russiagate, per l'esattezza con la formula della persona interessata. Il tutto mentre il nostro si trova a Taormina e, soprattutto, diffondendo la notizia a mezzo stampa attraverso gli iperattivi Washington Post e NBC. Come dire, ti teniamo per le p.... Non vi pare la perfetta riproduzione, ovviamente su scala e prospettiva di interessi globali differenti, di quanto accaduto il 21 novembre 1994, quando il Corriere della Sera annunciò l'invito a comparire a Silvio Berlusconi, prontamente recapitato il giorno dopo per l'inchiesta denominata Telepiù, proprio mentre stava presiedendo una conferenza internazionale sulla criminalità organizzata a Napoli? 

Ripeto, occorre tenere conto delle dovute proporzioni, ma la logica è la stessa: quando sei sotto i riflettori, colpire sotto la cintura. È stato così durante la due giorni in Arabia Saudita, è stato così in Israele, si è ripetuto durante la visita a Roma: continui attacchi mediatici da parte di Washington Post e New York Times, spesso sostanziati da pochissime prove reali. Molti sentito dire, rumors, voci di corridoio, fonti anonime, ma che spesso sono messaggi in codice: come quelli inviati da parte dell'intelligence Usa a Trump e a chi lo sostiene durante le ore concitate dell'attentato di Manchester, ovvero quella fuga di notizie che ha imbarazzato il presidente Usa davanti al mondo e che ha portato a un raffreddamento temporaneo dei rapporti con la Gran Bretagna, testimoniato dal duro monito di Theresa May sull'argomento a margine proprio del G7. 

Il mondo è in balia della resa dei conti all'interno dell'Impero americano post-Obama, un duello che travalica confini e argomenti: tutto è motivo e alibi di scontro e gli altri attori devono limitarsi invece al ruolo di spettatori. Non terzi, però: occorre schierarsi da una parte o dall'altra, con o contro Trump e il sistema che rappresenta. Emmanuel Macron lo ha fatto, scegliendo apertamente una linea filo-Deep State, così come Angela Merkel, la quale in atto di supremo sfregio ha incontrato Barack Obama a Berlino prima di partire per Taormina, un incontro durante il quale l'ex presidente Usa ha definito la Cancelleria «la mia miglior amica e partner in Europa». E, datemi retta, Barack Obama è tutt'altro che uscito di scena. E, soprattutto, tutt'altro che un comprimario nella guerra in atto. 

L'Italia? Non pervenuta, si tracheggia come al solito. E che questa sia la realtà, lo certifica la contromossa messa in campo dal presidente Usa, il quale - stando a quanto riportato da Fox News - si preparerebbe a creare una vera e propria war room nella West Wing: House of cards non è mai stata così vicina alla realtà, anche in questo caso la fiction fa scuola e rimanda il reale. La decisione sarebbe maturata in questi giorni in cui il presidente americano si trova all'estero e verrà annunciata al suo ritorno a Washington dopo il G7 di Taormina. Due i nomi dei pasdaran che dovrebbero andare a rafforzare le fila dello staff della Casa Bianca: David Bossie e Corey Levandosky, ex responsabili della campagna elettorale del tycoon. Insomma, guerra senza quartiere. Nè esclusione di colpi. E l'accerchiamento non è solo politico e d'intelligence ma anche finanziario, ovviamente. 

Proprio mentre negli Usa infuria il dibattito sul Budget 2018 presentato dall'amministrazione Trump, con tempismo perfetto JP Morgan, attraverso uno studio di Jesse Edgerton, smonta l'intero impianto della politica economica di Trump e lo fa usando nel modo più pretestuoso possibile un qualcosa di cui Trump non può certo essere accusato. Ovvero, mettendo in prospettiva lo sviluppo della ratio debito/Pil nei prossimi 30 anni, dimenticando però di far notare con la matita rossa il carico che l'amministrazione Obama ha lasciato in dote e le dinamiche innescate da programmi come Obamacare. Per l'analista, «nonostante le proposte di budget di questa settimana, i cambiamenti legislativi che dovrebbero mandare in reverse la crescita del debito ci sembrano molto improbabili». Ma non solo, come mostra questo grafico, «con la popolazione americana destinata a invecchiare nelle prossime decadi, la spesa federale in previdenza sociale e medica salirà come parte frazionale del Pil americano. Mentre, invece, l'attuale sistema fiscale ci garantisce un introito da tassazione per le casse statali che, rispetto al Pil, rimane costante. Quindi, deficit e debito quasi certamente cresceranno nel tempo, tanto che il Congressional Budget Office proietta la ratio debito/Pil al 150% nei prossimi 30 anni, stando al trend attuale». 


E se per capire quale sia il clima di contrapposizione globale che sta innescandosi basta dire che in perfetta contemporanea con l'apertura ufficiale del G7, a Mosca il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, teneva una conferenza stampa congiunta con il suo omologo cinese, Wang Yi, tanto per mettere in chiaro i rapporti di forza, spero non vi sia sfuggita un'ulteriore drammatica evidenza che amplia il piano dello scontro in atto. Dopo mesi di silenzio e continue sconfitte e ritirate in Iraq e Siria, magicamente l'Isis è tornato a farsi sentire - più forte e crudele che mai - proprio a ridosso del primo tour estero di Donald Trump, oltretutto in sedi tutt'altro che qualunque, visto che ha visitato le "capitali" delle tre religioni monoteiste. 

Dopo Manchester, evento che è stato in grado di per sé di scatenare una tempesta politico-diplomatica, oltre che lo sdegno, tale da far - di fatto - modificare le agende di tutte le cancellerie mondiali, ieri sempre lo Stato islamico è tornato a farsi sentire, ancora una volta con un attacco talmente carico di simbolismi da non poter passare inosservato: 35 morti e decine feriti tra un gruppo di cristiani che viaggiava su un pullman in Egitto, attaccati da un cecchino del Califfato. Primo, attaccare i cristiani offre benzina da spargere sul fuoco alla retorica neo-con, tornata prepotentemente d'attualità, dello scontro di civiltà e della guerra fra religioni. Secondo, colpire l'Egitto significa colpire Al-Sisi, troppo freddo rispetto al progetto di Nato araba lanciato da Trump in Arabia saudita e, soprattutto, troppo avvezzo a rapporti di cortesia e collaborazione con la Russia. 

Insomma, sembra davvero una fiction di spie e intrighi. Ma non lo è, trattasi della realtà. E questo non dovrebbe affatto farci stare tranquilli. E richiamare con forza la necessità di proseguire con le sanzioni contro la Russia, come ha fatto ieri al G7 il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, ci dice due cose. Primo, a quali interessi e centrali di potere fa riferimento l'Ue in materia di politica estera. Secondo, l'autolesionismo è di casa.

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