L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 30 maggio 2017

I banchieri sanno solo truffare gli italiani e i politici lo sanno e lo permettono

L’INTERVISTA
Il ko di Bpvi e Veneto Banca, Zingales: 
«Gravi le colpe della politica, paghino»

Parla l’economista: dissi invano alla Lega di chiedere trasparenza alle banche

VENEZIA «Che ci fossero dei problemi nelle banche venete, e in particolare quella di Vicenza che era quella più appoggiata politicamente, era visibile a occhio nudo da Chicago già tre anni fa. Il fatto che la politica nazionale l’abbia ignorato è una grave colpa di cui tutti dovrebbero rispondere».

Professor Luigi Zingales, sembra che il Paese scopra solo adesso la gravità della crisi che coinvolge le nostre due ex Popolari. Lei è padovano, ma insegna da anni negli Stati Uniti: che idea si è fatto? «Che è una cosa pazzesca l’indifferenza con cui si è affrontato in Italia questo problema. Quando nel 2014 la Popolare di Vicenza fece un aumento di capitale chiesi che la Consob rendesse pubblico come fosse stato determinato il prezzo delle azioni. Come si sa non era stato fissato da una valutazione di mercato, ma da una perizia di un professore universitario. Nessuno rispose, né in merito alla metodologia, né ai problemi che essa poneva. Poi, nel dicembre 2015 scrissi per primo che bisognava intervenire presto, perché a farne le spese sarebbe stata l’economia di tutto il territorio... ».

...e invece? «Invece si è giocato a rinviare il problema, in modo indecente. È passato un anno e mezzo in cui l’economia veneta ha sofferto enormemente. Le statistiche sul credito di Bankitalia dicono che il Veneto, rispetto per esempio al Piemonte che non ha avuto le stesse crisi bancarie, ha gli indicatori negativi in tutte le categorie di credito. Adesso il dramma non è solo quello degli investitori che hanno perso i loro soldi, molto spesso perché truffati, ma è anche il dramma di una Regione che vive della piccola e media impresa, la quale ora non ha più finanziamenti».

In questi giorni si assiste ad un reciproco scaricabarile tra Governo e Regione. Di chi sono le responsabilità? «È un battibeccare degno dei capponi di Renzo Tramaglino. A questo punto, però, al di là delle beghe interne, da fuori mi pare che la Regione ora possa fare poco. Andare a trovare una serie di fessi che butta via un miliardo di euro non è facile per nessuno. Per altro se uno butta via un miliardo, vuol dire che si aspetta almeno due miliardi di favori. Per cui ora ci penserei bene. Detto ciò, non è che in passato la Regione abbia brillato per l’attenzione ai problemi delle banche... ».

Cosa intende? «Un consigliere regionale leghista mi venne a chiedere cosa potessero fare. Risposi: Zaia chieda ufficialmente alle banche di aprire i libri a una commissione di inchiesta indipendente. Se Zaia lo faceva, le banche gli dicevano di no?».

Una commissione di inchiesta la Regione l’ha poi istituita... «Ma una commissione fatta dagli amici è un discorso. Io dico: fate una commissione internazionale composta da persone che non siano amici di tizio e caio e che alla fine pubblichino tutto. Totale trasparenza. Perché le connivenze che hanno reso possibile questo disastro sono enormi. E se non tagliamo queste connivenze non ne usciremo ».

Ritiene che il governo sia incapace d’imporre una trattativa in Europa, come sostiene Zaia. Oppure ora il dialogo con l’Europa, per sbloccare il salvataggio dei due istituti, è impossibile? «Secondo me ci sono entrambe le cose: l’Europa vuole crearsi una credibilità e la credibilità si ottiene sacrificando qualcuno. La prima da sacrificare sarebbe dovuta essere Mps, ma in quel caso il governo ha combattuto molto più aggressivamente, perché aveva più scheletri nell’armadio. Le due venete sembrano l’agnello sacrificale perfetto: hanno molte colpe, ma rischiano di pagarle e di farle pagare ai veneti in modo sproporzionato. Dall’altro lato secondo me il governo non ha tutta questa voglia di impegnarsi seriamente».

Perché? «Ha una paura blu della reazione, soprattutto dei 5 Stelle, ora che si andrà al voto, di fronte a un ennesimo intervento statale per salvare le porcherie. E poi perché un intervento di questo tipo si può fare solo con una commissione d’inchiesta che sbatta in galera per 150 anni i responsabili, come accaduto in Usa con Madoff. Ma sa come vanno le cose. C’è una famosa battuta che dice che in Italia ci vogliono 150 anni di processi per 10 mesi di galera, in America 10 mesi di processi per 150 anni di galera».

Beh, qui devono ancora chiudere le inchieste... «Ammiro la pazienza dei veneti. Sono veneto anch’io, ma se fossi stato là, e avessi perso anche solo 20 mila euro come è successo anche ad alcuni dei miei amici, comincerei a fare la rivoluzione. Finirà tutto in prescrizione, ci sarà una grande copertura delle responsabilità».

Ora cosa succederà? L’ex viceministro Zanetti dice: lo Stato nazionalizzi a costo di affrontare una procedura di infrazione. È d’accordo? ««Se la nazionalizzazione vuol dire salvare lo status quo con i soldi pubblici, no. Se invece vuol dire intervenire con un programma di ricapitalizzazione - come da me più volte proposto - che permetta alle banche di ricominciare a prestare, ma nel contempo forzi i cambiamenti necessari a riportare le banche alla profittabilità, mi sembra sacrosanto. Ci facciano pure la procedura, andremo a spiegare come siamo arrivati a questo punto».

Atlante e le banche, che partita hanno giocato sin qui secondo lei? Oggi non vogliono più metterci un euro… «Quella di Atlante è stata un’operazione di sistema sbagliata sia in linea di principio, sia nella pratica, ci hanno perso una valanga di miliardi. Ora li capisco, sarebbero masochisti. Li critico per quello che hanno cercato di fare prima».

Se è vera l’indifferenza con cui Roma ha considerato la vicenda delle nostre banche, quanto c’è del Veneto nella marginalità in cui si é condannato? «Se guardiamo il Pil del Veneto e guardiamo le persone che esprime a livello di classe dirigente, industriale, bancaria, vediamo un’enorme povertà. Ma anche un’enorme amoralità. Il più grande scandalo di corruzione italiana è il Mose: in confronto Mani Pulite e Roma Capitale sono briciole».

Terrebbe ancora un conto in uno dei due istituti? «Se il mio conto fosse sotto i 100 mila euro sarei tranquillo. Sopra invece non lo terrei».

29 maggio 2017

Nessun commento:

Posta un commento