L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 22 maggio 2017

Immigrazione di Rimpiazzo - La follia del governo del corrotto Pd è arrivata all'estremo, l'accoglienza diffusa distrugge TUTTI i valori su cui poggia la società italiana

Nell’Astigiano 200 profughi e il paese prepara la rivolta

A Castello di Annone si insinua la paura tra i 2000 abitanti. “Convivenza impossibile”. Ma i rifugiati: chiediamo solo lavoro

Gli immigrati sono ospitati nell’ex base dismessa dell’Aeronautica militare

Pubblicato il 21/05/2017
LODOVICO POLETTO
INVIATO A CASTELLO DI ANNONE (AT)

Il signor Sergio Grana, con i suoi 74 anni d’età, può permettersi d'infischiarsene delle polemiche e delle discussioni di paese: «Perché anch’io ho fatto l’emigrante: tre anni in Australia a Sydney a fare il falegname. Poi sono tornato qui perché non potevo starmene lontano dalla mia famiglia». E se cerca analogie con quei 120 ragazzi africani piovuti qualche giorno fa in questo paese, che non ha neanche 2 mila anime, ne potrebbe trovare a decine. Ma non lo fa e preferisce ascoltare le voci - e sono la maggioranza - di chi protesta e ha paura dei ragazzi dell’hub aperto a meno di due chilometri dal centro e che accoglierà - a pieno regime - duecento e rotti migranti in attesa di esser destinati altrove. 

«Li han messi laggiù alla Polveriera» dicono. «E l’altra sera ce ne saranno stati cinquanta o sessanta sul marciapiedi e sulla strada che venivano in paese. Sono tutti giovani, hanno vestiti firmati e telefonini così grossi che neanche ti stanno in tasca» racconta il Mino che, alle quattro del pomeriggio, al circolo «Amici», discute con la Nadia - la barista - di quella che ormai in paese «è un’emergenza». E del fatto che «la Polveriera» come chiamavano la base logistica dell’Aeronautica - abbandonata da dieci anni nell’ottica della razionalizzazione dei costi - rischia di diventare polveriera di tensioni. E tutto per colpa di una convivenza che, dicono, sarà tutt’altro che facile». Per i sospetti e per le diffidenze. Prendiamo la storia dei furti all’emporio che è a due passi dalla piazza dove troneggiano municipio e la banca di Asti: «In pochi giorni i ladri sono andati già due volte. Tutta questa gente nuova non porterà niente di buono». Intanto va subito detto che gli autori non sono i profughi. «Sono stati degli zingari o dei rom. In un caso li ho visti scappare» tronca ogni polemica Elio Ottaviano, il proprietario. Insomma: i migranti non c’entrano, né i 120 appena arrivati né i 57 che da mesi sono ospiti di una cooperativa. «Quelli sono bravi ragazzi. Ma non fanno nulla se non giocare a calcio o a cricket. Il problema vero è che lo Stato che non offre alternative a queste persone ed è una follia» insiste Ottaviano. 

Le sue sono più o meno le stesse cose che, in un inglese molto africano, sentenzia Ektor, 29 anni, origini liberiane: «Dove posso trovare un lavoro?» Che vorresti fare Ektor? «Qualunque cosa». Ma tra queste colline illuminate da un sole estivo, non è che i posti di lavoro abbondino. C’è la terra, certo, ci sono le vigne, ci sono i trattori con gli aratri a dieci lame che sfilano sulla statale per Asti. C’è sempre gente che fatica nei campi, ma un lavoro vero non si trova. «Tutto vero, ma se si somma ogni cosa c’è da aver paura: prima o poi qualche guaio salta fuori» sentenzia la Nadia da dietro il bancone del circolo. Insiste: «Le mie amiche mamme hanno paura a mandare in giro le loro figlie la sera. Annone è un posto dove fino a ieri si dormiva con le chiavi infilate nella porta dall’esterno». Su Facebook intanto la polemica divampa: «Mio marito ed io siamo pronti a vendere casa e magazzino e andare via» scrive Laura. «Io sono disposta a dargli un po’ della mia terra perché coltivino un’orto, almeno fanno qualcosa» continua. 

Su, nelle frazioni più isolate non c’è gran voglia di parlare. Al bar Castello la barista non commenta l’altro avvenimento del giorno: un marocchino ubriaco che dava fastidio ai clienti. Il sindaco Walter Valfrè nei giorni scorsi aveva smorzato sul nascere le polemiche: «Castello d’Annone è un paese che accoglie: le polemiche riguardano poche persone». Non è bastato.Perché la diffidenza è più che una sensazione: «Sono vestiti come dei principi, chi li paga?». «Meglio i senegalesi dei maghrebini o degli iraniani: ne ho visto uno con un ghigno terribile». «C’è da stare attenti». Hiufen la signora che gestisce il caffè di fronte al bar Castello è cinese e vive qui da otto anni: «Paura io? Ma dai, sono bravi ragazzi. È difficile per loro». Sergio Grana annuisce: «Ma io riparto: voglio tornare ancora in Australia. Sono stato anch’io un emigrante. Ah cari miei, è difficile lasciare casa».

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