L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 25 maggio 2017

L'Euro è un Progetto Criminale MA i nodi vengono al pettine e pensare che la Germania si tassi per dare soldi all'Italia è da euroimbecille e quindi l'alternativa sarà di andare avanti fino a che la corda si rompe e tutti si fanno male molto male

SPILLO/ Padoan svela la fine dell'euro sul Financial Times

Il Financial Times ha pubblicato ieri un’intervista al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Che ha usato parole molto chiare sul futuro dell’euro, spiega PAOLO ANNONI

24 MAGGIO 2017 PAOLO ANNONI

Pier Carlo Padoan (Lapresse)

Ieri il ministro dell’Economia italiano Padoan è stato intervistato dal Financial Times toccando i temi più spinosi della politica economica europea. Dopo l’elezione di Macron, salutata con favore dal nostro ministro, si è aperto un dibattito sulla linea economica europea con la contrapposizione tra crescita e austerity. Padoan ha avvertito l’Europa dei rischi che si potrebbero correre se ci si limitasse a politiche fiscali restrittive perché “correremmo gli stessi rischi del 2010 e del 2011”. A cinque anni di distanza è ormai pacifico, anche per Padoan, che l’austerity è stata controproducente e tutti, o quasi, concordano che senza gli effetti devastanti sull’economia oggi gli indici di finanza pubblica sarebbero migliori. Sicuramente quelli dell’Italia, che ha subito prima una recessione senza precedenti e poi le sue conseguenze sul sistema bancario: cinque anni di depressione e crisi di fiducia grazie all’austerity, forse persino inflitta in malafede dagli amici europei.

Macron ha richiesto la possibilità di un budget comune europeo che riduca le differenze tra le economie, perché “queste divergenze hanno creato le tensioni di cui ha sofferto l’Italia recentemente”. Padoan aggiunge: “L’incubo dell’elettore medio tedesco è perdere i soldi dandoli ai terribili europei del sud. Siamo seri: la storia ci dice che l’integrazione monetaria richiede qualche forma di redistribuzione. Altrimenti l’aggiustamento che verrà presto o tardi sarà molto più dannoso per tutti i Paesi”. In queste tre righe c’è tutto il dibattito sull’Europa di questi giorni; una questione che diventa sempre più chiara e che Padoan ha il merito di esplicitare completamente. Non può esserci un’unione monetaria, con la stessa valuta, la stessa banca centrale e le stesse leggi in cui ci sono Paesi con la disoccupazione al 25% e altri al 5%, in cui alcuni hanno un surplus finanziario e altri un deficit.

Il fatto che coordinare una politica comune che tenga insieme esigenze così diverse diventi sempre più complicato è solo metà del problema. Oggi un’impresa italiana compete con una tedesca con la stessa valuta, le stesse leggi, gli stessi dazi, ma con un’aliquota fiscale più alta, un sistema bancario più in difficoltà e una domanda interna devastata; l’Italia dovrebbe fare la ripresa e “combattere” con la concorrenza con le imprese che hanno una mano legato dietro la schiena. Figuriamoci la Grecia. Le rigidità imposte dall’euro impediscono qualsiasi valvola di sfogo alimentando quello che è palesemente un circolo vizioso.

Le buone riforme diventano inoltre impossibili da attuare perché le tensioni politiche ed economiche prendono il sopravvento alimentando un circolo vizioso che non può essere spezzato in questo contesto. Nessuna austerity potrà mai ridare alla Grecia la crescita e la mancanza di crescita può solo esacerbare il conflitto di chi si vede anche aumentare le tasse e tagliare lo Stato sociale. La crescita delle divergenze in Europa non è un incidente dell’euro, ma la sua inevitabile conseguenza nella misura in cui si impone una rigidità a Paesi diversi senza nessun meccanismo di redistribuzione interna. “L’aggiustamento dannoso” di cui parla Padoan senza la redistribuzione si chiama rottura dell’euro.

L’unica possibilità per tenere insieme l’Europa e per salvare la Grecia è che sia l’Europa a investire in Grecia distribuendo nel frattempo sussidi di disoccupazione. Non è niente di diverso da quello che è successo in Italia con la redistribuzione delle risorse dal nord al sud; non si può tenere insieme un Paese in cui a Milano la disoccupazione è al 5% e a Palermo il 50% e in cui lo stipendio medio tra le regioni è un multiplo. Oggi la Grecia non si può permettere l’euro e più passa il tempo meno se lo può permettere e più cattiva sarà l’inevitabile uscita, sotto forma di conseguenze economiche e di proteste politiche.

Se si vuole continuare l’esperimento dell’Unione europea e dell’euro devono accadere due cose simultaneamente: che i Paesi del sud si adeguino alle richieste dell’Europa e che l’Europa, in quanto tale, si faccia carico della crescita e della redistribuzione. Questo implica che il cittadino tedesco accetti che l’Europa raccolga tasse per dare un sussidio di disoccupazione a un greco o per costruire una fabbrica o un ponte ad Atene, come faceva un veneto per la Calabria. Al di fuori di questo è pura follia ipotizzare che la distanza tra Grecia e Germania si possa accorciare quando, via austerity, è ormai chiaro a tutto il mondo che può solo allargarsi.

Senza questo cambiamento non solo l’euro finisce, ma finisce malissimo con la Germania circondata dalle macerie in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia (140 milioni di europei - mezza Europa) e forse anche in Francia. Se l’Italia accetta di inserire in Costituzione il pareggio di bilancio trasferendo sovranità alla Germania via Europa, la Germania deve accettare che l’Europa tassi i tedeschi per pagare i sussidi di disoccupazione, deve accettare che i greci abbiano qualcosa da dire sulle tasse dei tedeschi esattamente come i tedeschi decidono le riforme in Grecia. Altrimenti la Germania si tiene, lecitamente, i suoi soldi e l’Italia ritorna alla lira con cui ha dimostrato di saper vivere benissimo con i suoi pregi e i suoi difetti. Nel contesto attuale non c’è nessuna possibilità che l’euro sopravviva nel lungo periodo e non lo diciamo noi, ma Padoan quando dice che nessuna unione monetaria funziona senza redistribuzione interna.

La questione vera non è se l’Italia vuole l’Europa, ma se la Germania vuole l’Europa con tutti gli onori e gli oneri conseguenti. La questione è: i tedeschi accetteranno di pagare tasse all’Europa? In questo senso sono illuminanti i successi elettorali a ripetizione della Merkel. La Germania è l’unico grande Paese europeo in cui non c’è spazio per partiti anti-establishment. Come dire: a noi l’attuale Europa va benissimo, con valuta debole, surplus di ogni tipo, supremazia politica e nessun obbligo di contribuzione al progetto europeo. L’unico problema è che così l’Europa finisce. Vallo a spiegare all’”elettore medio tedesco” che negli ultimi vent’anni ha visto la Germania fare piazza pulita sul tavolo europeo.

Siamo proprio sicuri che questa scommessa paghi signor Padoan?

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