Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 25 maggio 2017

Pierluigi Fagan - studiare la vita umana nel suo intero


Pubblicato il 25 maggio 2017 di pierluigi fagan

Questo articolo ha in oggetto la conoscenza del fenomeno umano nel suo complesso. E’ un articolo di riflessione sul metodo, sull’unità e diversità delle discipline, degli oggetti, delle menti che tentano di catturarli.

Io sono solo e lo specchio infranto.

S. Esenin, L’uomo nero. 1925


In una articolo del 1960[1], F. Braudel torna su un tema a lui -ed a noi- particolarmente caro, il problema dell’unità e diversità delle scienze sociali. Schematicamente, la conoscenza umana, si modula su tre ambiti generali. Le scienze naturali si occupano del mondo fisico-chimico e biologico, la filosofia, l’arte e la religione si occupano dell’uomo in quanto tale, le “scienze” umane si dovrebbero occupare di quel territorio in comune in cui l’uomo (psicologia) incontra ed entra in relazione con gli altri uomini (demografia, etno-antropologia, sociologia, linguistica), per fare cose (economia, politica, storia evenemenziale (basata su gli “eventi”, date, luoghi, uomini illustri, storia delle idee e delle culture) all’interno di un contesto (geografia) e di un tempo (storia di media-lunga durata). Il cruccio di Braudel è leggere con evidenza che l’oggetto generale di questo gruppo di discipline intermedie è comune ed unico -l’interrelazione, l’organizzazione e l’azione umana, singola e collettiva, nel contesto dello spazio-tempo- ma gli sguardi (ed i metodi di osservazione, analisi e categorizzazione) delle varie discipline sono assai diversi. La specializzazione della varie discipline, istituzionalizzata in dipartimenti non solo incomunicanti ma addirittura in competizione tra loro, sviluppando metodi, patrimoni di conoscenza, linguaggi del tutto eterogenei, crea una babele di prospettive che non arriva mai a sintesi. Insomma l’oggetto è uno ma i soggetti che l’osservano sono piantati in differenti prospettive che leggono con diverse lenti solo le luci e non le ombre, gli infrarossi ma non lo spettro del visibile, le onde lunghe ma non quelle medie, le corte ma non le cortissime. Per fare un esempio, questo breve filmato dell’Istituto Nazionale di Astro Fisica (INAF), mostra come la recente immagine completa della nebulosa del Granchio, sia la sovrapposizione delle rispettive immagini di cinque telescopi: uno leggeva le onde radio, uno l’infrarosso, uno lo spettro visibile, uno i raggi x ed un altro l’ultravioletto (qui). Quello di cui Braudel lamenta la mancanza è l’immagine finale, la sovrapposizione di tutte le lenti di lettura di quello che è un solo ed unico fenomeno, per quanto assai complesso (dotato di molte parti in interrelazione).

La prima cosa che stupisce di questo discorso è che le considerazioni di Braudel, considerazioni se vogliamo di una sconcertante banalità e buon senso, non siano patrimonio comune di qualsivoglia studioso, epistemologo, filosofo della conoscenza. Che nessuno o assai pochi, sentano grave questa mancanza di immagine finale. Nessuno di noi si sognerebbe di incontrare un amico e dire “oh ecco una costruzione sistemico-molecolare mobile” oppure “oh ecco un nevrotico compulsivo funzionale” o anche “o ecco un decisore razionale di utilità posizionato nel cluster di medio reddito ma alta cultura”, se non “o ecco un liberale progressista con venature socialisteggianti” per non parlare delle etichette “hegeliano” o “parlante lingua di origine indoeuropea” o “di terza età” etc. Insomma, un “gavagai” di quineiana memoria[2]. Qui non si parla solo del fatto che non ci sia un unico sguardo ma del fatto che i molteplici sguardi la cui utilità di specifico analitico è indubbia e certo superiore alla immediata percezione olistica del “tutto è uno”, non trovino un luogo, un metodo, un momento, una disciplina a sé, in cui riunificarsi stante che il loro oggetto di osservazione certo è plurale al suo interno ma anche unico nella sua forma sistemica. Poiché i nostri sforzi conoscitivi tendono a dotarci di conoscenza su gli oggetti e di fenomeni, questa ampia ma frammentata e conoscenza, ha solo una utilità parziale.

Sul perché storico di questo stato di cose si possono fare delle ricostruzioni e delle congetture. Quanto alla ricostruzione, se prendiamo Aristotele che non va preso (come Platone) solo in quanto tale ma in quanto a capo di una scuola (Liceo per lo stagirita, Accademia per l’ateniese), vediamo tutto l’ampio spettro della conoscenza dell’epoca, riunita in un unico discorso. Non in un unico studioso, anche Aristotele ad esempio, semmai fu lui e solo lui a scrivere la Politica, lo fece certo sulla base dell’enorme collezione di costituzioni della varie poleis greche (più di cento a quanto pare) racchiuse nella biblioteca del Liceo, a loro volta certo studiate, sistematizzate e compendiate da un nugolo di scolari (studiosi). E possiamo -ahinoi- solo immaginarci i momenti di dialogo collettivo, in cui questa enorme mole di conoscenza specifica, veniva centrifugata nel lavoro del cervello collettivo della scuola, cercandone sia la condivisione, sia la sintesi al fine del poter rispondere alla domanda che aveva mosso tutto questo sforzo: qual è la costituzione migliore? Ancora nel medioevo, nella formazione degli studi che prevedeva prima il trivio, poi il quadrivio, questa conoscenza era indivisa ed in parte, tale rimase nell’umanesimo e nel rinascimento. Ma già nel medioevo, ecco comparire le scuole di logica, di calcolo (abaco), di giurisprudenza e le varie professioni informate come quella medica e poi con il big bang Copernico – Galileo – Descartes – Newton, dalla Royal Society in poi, non solo compare l’intero ambito di studi naturali (la scienza) ma anche la profonda separazione delle filosofie ancora indivise in Tommaso d’Aquino. Quelle specializzazioni che poi trionferanno nella fabbrica degli spilli di Adam Smith, le cattedre ed infine, nel XIX secolo, la nascita a ripetizione di tutte le discipline “sociali”, ognuna con un suo fondatore che ne è stato anche primo epistemologo. Questa storia è ancora storia di fatti, per quanto i fatti non siano esenti anche loro dalla soggettività interpretativa di chi li cita e li presenta al tribunale della ragione.

Ma questa ricostruzione deve ricorrere alle congetture per tentar di spiegarne le ragioni. Si potrebbe dire che al tempo dei Greci, la quantità di conoscenza era ancora molto limitata, tale da poter entrare nel lavoro di un gruppo di scolari e da questi, al ruolo di sintetizzatore del caposcuola. In seguito, nel medioevo, si può dire che il taglio a priori della conoscenza, limitata a metter le virgole al discorso già bell’è pronto svolto nell’Antico e Nuovo testamento, ne facilitava certo il compito. E’ quando si è rotto il vaso di Pandora dell’immagine di mondo teo-religiosa dominante che gli sguardi sono usciti in libera diaspora (poi mica tanto libera se leggiamo le biografie dei primi scienziati e pensatori, ed ancora fino alla Londra anglicano-protestante di Darwin), contemporaneamente alla rottura dell’ecumene dei chierici e del latino. Tanti stati nazionali, tanta conoscenza espressa in diversi lingue, tante corse diverse ad oggetti specifici dall’economia di Petty e di Quesnay; alla giurisprudenza e poi alla politica di Grotius, Althusius, Puffendorf, poi Hobbes, Locke, Rousseau; alla fisica terrestre diversa da quella cosmica, all’alchimia che trapassava in chimica, le varie branche della nuova medicina scientifica e così via. Due forze quindi s’incrociano a base di questo fenomeno: l’oggettivo aumento della complessità interna al sistema della conoscenza umana che si pluralizza, la perdita di un centro che fosse il caposcuola o il dominio di uno stretto paradigma ordinante e limitante come la fede nel Signore onnipotente ed onnisciente. Di contro, l’oggettiva pluralità linguistico-culturale e la funzione guida dei paesi nord-europei che maggiormente liberi dal dominio soffocante del potere pontificio, convertirono il loro atavico paganesimo naturalistico in pathos scientifico. Intorno, di contesto, una società sempre più impegnata a fare, a svilupparsi, a produrre da sé la materia che arredasse ed alimentasse la vita concreta. Non a caso, Smith ricorre alla locuzione “mano invisibile” per segnalare come tutto questo apparente disordine pluralistico, alla fine “quasi magicamente” produce un ordine, quindi inutile cercarlo con l’intelletto. Divieto a lungo reiterato poi da Hayek ma vizio masochista di auto-subordinazione e finta modestia già presente in Agostino sebbene in favore di una “mano invisibile” di altra natura, se di “natura” si può parlare in ambito di fantasmi metafisici.

Questo movimento, è accompagnato dalle contorsioni del canone filosofico. Ancora con gli enciclopedisti francesi ed in Leibniz ed in Kant, abbiamo filosofi che includono nel loro pensiero, la conoscenza scientifica[3] ma con l’idealismo tedesco e stante che gli inglesi certo non si ponevano questo problema tanto poi da dar successivamente vita a quell’unica filosofia logico-linguistica che si chiama “filosofia analitica”, la filosofia lascia andare per la sua strada la scienza. Hegel, ci prova una ultima volta a restituire un quadro complessivo con l’Enciclopedia delle scienze filosofiche, Marx azzarda una definizione “scientifica” del suo socialismo, Comte cucina un confuso minestrone scientifico-religioso-politico che come una cattiva ratatouille, ha solo sapori grigi. La scienza intanto inanella una serie impressionante di successi teorici e pratici, guida il pensiero di società espansive (quindi dimostra di essere sintonica ed utile al reale concreto) e quando sorgono i diversi sguardi sociali, questi non trovano di meglio che distanziarsi immediatamente dalle nebbie filosofiche e tendere all’iscrizione nella vivace e ben considerata famiglia delle scienze. La società occidentale, persa la verità trascendentale, ha bisogno di un canone dell’oggettività altrimenti s’instaurerebbe la democrazia delle opinioni.

Nascono così le “scienze” sociali, con metodo che si vorrebbe derivato dalla conoscenza della natura non umana, applicato a fenomeni generati dalla natura umana. Poiché nessuno tiene più il bandolo della matassa, a nessuno viene in mente che l’applicazione di un metodo usato per certi oggetti, non può funzionare perfettamente su oggetti ontologicamente assai diversi e del resto, “cos’è l’umano?” è una domanda a cui ormai risponde solo la mano invisibile. Peccato che nella conoscenza non ci sia alcuna mano invisibile (e chissà poi se c’è nell’economia a base di mercato). Tant’è che seguendo una sottolineatura data dal Fornero nella Storia della filosofia con Abbagnano (UTET), ovvero che ogni filosofia e quindi ogni filosofo parte da una raramente esplicita e più spesso implicita risposta alla domanda cruciale, ecco il proliferare di una serie di antropologie parziali e quindi basicamente infondate. L’uomo è mosso dall’Idea, no dalla condizioni materiali, no è un animale politico, no è razionale, no mica tanto ha l’inconscio e la volontà di potenza, sì ma è individuale o sociale?, parla o è parlato dal linguaggio? guarda che è particolare – ma no, è universale! E’ violento! No, è cooperativo! No è egoista! No è perso nel dolore della sua esistenza. Ragazzi, diamoci un taglio, è solo un contenitore a perdere per l’egoistica riproduzione di geni! Massimizza l’utilità? L’egoismo riproduttivo? Anela all’assoluto mentre cerca un posto in banca? Stante che questo “uomo di tutti gli uomini” è invariabilmente maschio, bianco, europeo. Insomma, la qualunque, in una multisala in cui si proiettano film con la stessa trama ma in cui l’autosservazione britannica bitanicizza l’universo mondo, così quella francese, quella tedesca, infine quella americana (un popolo che ha tre secoli di storia che vuole spiegare a tutto il mondo come questo deve essere) la classe dominante tutte le altre ed ogni film ha la sua casa di produzione concorrente alle altre ed i registi si fregiano dell’ambito titolo di Maestro. Infine, col postmoderno, questo caleidoscopio di frammenti diventa una celebrazione in sé e via con gli studi sul ruolo del bicchiere negli ultimi sei secoli.

Nel frattempo, il mondo è diventato più complesso quindi fatto di parti, l’interrelazione è garantita dall’ordine economico di mercato che fa sistema, la conoscenza è frantumata in altrettanti parti e fa sistema anche lei con l’ordine economico di mercato. L’uomo per istinto tende a conoscere ma cosa e come lo deciderà la logica con cui organizza la sua economia sociale. Va da sé che, quando questa forma di organizzazione, come oggi accade, perde copi a ripetizione poiché non dà alcun senso se non il “funziona”, quando non “funziona” più, essendo tutti embedded al sistema che va in crisi, va in crisi anche la pletora di studiosi. Come nell’epica scena di Blues Brothers in cui John Belushi elenca in parossistico sequenza crescente le ragioni per cui non si è presentato al matrimonio con Carry Fischer, enucleano in un coro dissonante, diagnosi e prognosi a casaccio. Chi sa più dire cosa è il complesso umano, nel suo individuale come nel suo sociale? Se va in crisi il sistema complessivamente inteso, chi saprà dare diagnosi di questo intero che -in quanto tale- esso solo è il vero? A cosa ridurlo? Come determinarlo? Come sintetizzarlo? A quale contesto metterlo in risonanza per comprenderne i problemi e le opportunità adattative? Babele. Ma non una proficua babele ricca di idee sullo stesso oggetto, ma un babele su porzioni diverse dello stesso oggetto, di riduzioni ingiustificate dell’oggetto ad una sua parte, per altro con altrettante idee diverse, più che altro una “canizza”[4]. Insomma “Io sono solo e lo specchio è infranto” come recitava il poeta. Ma torniamo a Braudel che su questo argomento, ci fa da Maestro.

= = =

“La vita è troppo breve per permettere a uno di noi di acquisire molteplici specializzazioni”[5] diceva il francese, per poi aggiungere, su metafora mercantile, come fosse altresì assai improbabile che il mercato comune delle scienze dell’uomo si potesse realizzare per somma e sovrapposizione di accordi bilaterali ed unioni doganali il cui cerchio si sarebbe poi espanso a poco a poco, ma inesorabilmente. Preso ormai dalla possessione della metafora, aggiunse che sarebbe stato meglio dichiarare un libero mercato con abbassamento simultaneo dei diritti doganali. Si poneva però allora il problema del vocabolario comune, quindi dei concetti che Braudel immagina potersi formare secondo la logica delle lingue creole o dei pidgin, mischiando e storpiando i termini a cui dare nuova fonologia, crasi, prestiti incrociati, insiemi di definizioni con qualche sovrapposizione. Ma ecco un’altra possibilità. E’ il richiamo a Aleksander Gieysztor, capo scuola degli storici polacchi, il quale propone il lancio di un nuovo tipo di studio, gli “studi complessi”. Gli “studi complessi” di Gieysztor vedevano un oggetto delimitato da alcuni principi (anche più d’uno) come ad esempio, la porzione geografica, la cronologia, la natura stessa dell’oggetto, osservato in simultanea da un nugolo di diversi specialisti, un po’ come negli “area studies” di origine americana. Insomma se non c’è una unica scienza si chiamino le diverse scienze al capezzale di uno stesso oggetto. E fa sorridere il giudizio del vecchio Maestro che rimprovera ai colleghi di Harvard, della Columbia e di Seattle del tempo, lanciatesi in questa nuova avventura epistemica, di voler comprendere la Cina o l’India raramente invitando uno storico e mai un geografo, come se sociologi, economisti, linguisti e psicologi potessero da soli mobilitare la sintesi della scienza umana. Fa sorridere questo antico vizio anglosassone-moderno di sradicare gli oggetti dallo spazio e dal tempo per poi osservarli “scientificamente” perché così non si muovono, stanno fermi, non hanno condizioni, non cambiano, sono praticamente morti come già Vico rimproverava a Descartes, se ben ricordo.

Siamo così a due possibili stratificazioni della conoscenza di questo vasto campo. Lo strato attualmente vigente di meno di una decina di discipline che nel frattempo hanno prodotto articolate radici a loro volta sempre più limitatamente specialistiche. In questo strato condominiale, ognuno ignora l’altro e se lo incontra in ascensore, il silenzio alimenta l’imbarazzo oltre ad alimentare surreali fenomeni come quello per il quale un’intera disciplina dall’istinto imperialista quale l’economia, discende da un postulato sulla natura umana che farebbe rotolare dal ridere uno studente al primo anno di psicologia o un antropologo o credo, anche un sociologo alle prime armi. Per non parlare di un seguace di Freud o Nietzsche o Marx o un artista o un religioso. Salvo poi ricredersi e consegnare un Nobel nel 1978 a Herbet Simon perché gli aveva dimostrato matematicamente che la razionalità umana è “limitata”. Accipicchia! Questa sì che è una scoperta … .

Un secondo strato non vigente ma possibile, da sperimentare, è quello dell’orchestra polifonica che interpreta lo stesso spartito con strumenti diversi ma senza direttore d’orchestra. Già meglio. Ma nelle strutture di pensiero codificate poi da scuole e compartimenti disciplinari, è assai difficile si venga a produrre una reciproca fertilizzazione laddove eterogenei rimangono le prospettive, i postulati, i metodi ed i linguaggi, cioè i concetti. Lo stesso Braudel accenna alla possibile unificazione con l’adozione del metodo matematico o del concetto di struttura che imperversava in Francia con Levy Strauss e andava codificando oltreché l’antropologia culturale anche la linguistica. Del resto, la “struttura” nasce in linguistica con De Saussure o meglio … . Se ricordo bene, nel Corso generale di De Saussure (1916) che com’è noto è scritto dai suoi allievi, compare una o due volte il termine struttura, in realtà De Saussure usa ovunque e ripetutamente il termine “sistema”. Si potrebbe allora dire che struttura è una sottospecie specifica del concetto di sistema e quantomeno convenire su questo come unità ontologica. Le scienze umane si occupano di sistemi umani, economici, sociali, mentali e psichici, linguistici, culturali, etno-antropologici ed ovviamente storici e geografici. Ogni oggetto di studio è un sistema, più o meno arbitrariamente ritagliato dal flusso del reale. Ne discenderebbe anche una certa possibilità normativa in metodologia visto che la cultura sistemica ha già una sua approfondita tradizione. I sistemi sono fatti di unità, individui, punti di una rete, ruoli parentali o professionali o sociali o anagrafici o di genere, strati sociali o classi o cluster altrimenti definiti, funzioni, ordinatori, agenti, popoli, stati, civiltà, insomma “parti”, tra loro in interrelazione. Già una concezione sistemica dell’uomo, dissolverebbe le antiche dicotomie del razionale-emotivo, individuo-società, strutturale-sovrastrutturale poiché i sistemi sono così ospitali da permettere di includere ciò che nelle dicotomie è ritenuto alternativo. I sistemi non soffocano le differenze in una mistica unista ma fotografano l’oggettiva convivenza in un unico sistema (ad esempio “l’uomo idealtipico”) di caratteri diversi, anche conflittuali. Ciò che non si capisce di molti studiosi che si fregiano del crisma di scientificità è come possano prender parte a queste tenzoni di senso affermando che l’uomo è l’uno o l’altro quando è palese che è, sia l’uno che l’altro. I sistemi hanno uno o più ordinatori, fini, strutture ricorsive ed invarianti o varianti a certe condizioni, un’architettonica, una ecologia. Tutti i sistemi hanno interrelazioni con altri sistemi e con il contesto o “ambiente” nel quale si trovano. Tutti i sistemi hanno una storia. Quale scienza umana avrebbe dissonanza con questa base definitoria generale? Ma chi dovrebbe proporre questa novità del condividere il primo passo di ogni conoscenza, l’ontologia?

Veniamo allora ad un altro scritto di Braudel[6], la pudica e continuamente deviata risposta alla domanda su quale fosse la sua formazione di storico, incessantemente fattagli per il Journal of Modern History da un altro grande, William McNeil, tra i padri della World History di cui abbiamo parlato qui e qui. Braudel trasforma la propria biografia intellettuale, nel racconto di chi prima di lui, ha tracciato sulla cartina del pensiero, il tracciato del nuovo percorso che poi diverrà il percorso della scuola delle Annales. Troviamo lì un personaggio molto poco noto, eppure alla base di una intuizione fondamentale: Henry Berr. Già nel 1892, Berr scriveva che al Collége de France, si insegnava “…la storia dell’arte, la storia della filosofia, la storia delle legislazioni, la storia economica, vi si insegnano delle storie ma non vi si insegna la storia”. Nel 1910, ripropone la sua candidatura al Collége per una cattedra di “Teoria e storia della storia”, una metastoria. Nel verbale della commissione del consiglio dei docenti, il relatore che sponsorizza questo innovativo progetto è H. Bergson, il filosofo che ha pensato per primo che il tempo è fatto invero da diverse durate. Ma Bergson non è un “cuor di leone” e la sua prolusione in favore di Berr è assai fiacca, così che il progetto non riceve neanche un voto di assenso. Certo, nessun potere locale cede spontaneamente pezzi della propria sovranità, anche di quella epistemica, ad un potere centrale di ordine sintetico superiore ma forse c’è dell’altro a ragione di questo rifiuto.

La precedente tesi per l’abilitazione all’insegnamento di Berr, aveva un lungo titolo fatto di due assunti. Il primo era “La Sinthése des connaissances et l’histoire” , un programma che già tracciava l’idea di una storia come amalgama delle cronologie di tutti i fatti che conosciamo del fenomeno umano. Il secondo però, che Braudel suggerisce di leggere come più importante era “Essai sur l’avvenir de la philosophie”. Ed ecco il nostro Maestro con occhio lucido segnare il punto “Ma forse per questi primi e necessari sguardi d’insieme occorreva precisamente un filosofo”. Non si trattava di mischiare tra loro indagini che hanno ontologie, logiche e metodi diversi che in una certa misura è bene rimangano tali. Non si trattava di obbligarle a convergere in una meta-conoscenza operata da una di loro, fosse stata anche la storia che come sequenza di cronologie era quella più neutra rispetto alle scelte di taglio epistemico fatte nelle singole discipline, al limite coadiuvata dalla geografia cioè le coordinate di “tempo” e “spazio”, l’estetica trascendentale di Kant. Si trattava semmai di chiamare un punto di sintesi terzo, esterno al panorama degli scienziati dell’umano, il punto di chi per suo metodo pensa alla riflessione, alla conoscenza di quel tipo di conoscenze. Questa era la possibile sintesi, l’afferenza di tutti i guadagni conoscitivi locali a grana fine se non finissima, ad un Io penso che pensa per concetti, a grana grossa. Ecco l’architettonica di una possibile conoscenza sintetica del fenomeno umano dato dalla collezione del suo agire empirico, individuale e sociale. Il circolo del pensiero che pensa se stesso, si sarebbe poi ricorsivamente attivato negli scambi tra studiosi locali e sintesi generali, i primi avrebbero visto riflesso il loro e l’altrui lavoro in un unico possibile discorso, i secondi avrebbero assunto le informazioni da sintetizzare in concetti ed in sistemi di concetti, direttamente dal lavoro dei primi. Né più, né meno, il lavoro dei Khun, dei Fereyabend, dei Lakatos, dei Popper, dei Duhem e di molti altri che però, agirono nei confronti delle scienze dure. Ci voleva una epistemologia filosofica che non si riducesse alle dispute sul metodo sebbene certo la critica del metodo, anzi dei metodi, sarebbe stata altresì di grande utilità (si pensi all’utilità di una severa censura condotta non sul piano politico ma gnoseologico, dei postulati surreali sulla natura umana operati dagli economisti[7]). Accanto al discorso sul metodo, qui andava operata una conoscenza sintetica a posteriori, la sovrapposizione delle immagini di mondo di tutti i telescopi che hanno oggetto la stessa nebulosa, la nebulosa che là fuori nel mondo reale è “una”: la vita umana.

Secondo Braudel, Berr fu “l’amministratore dell’eresia” e dal suo circolo intellettuale di discussioni collettive tra portatori di varie discipline, nacquero le Annales di Marc Bloch e Lucien Febvre nel 1929. Ritroviamo qui il sistema delle menti in interrelazione alla base delle varie scuole di Atene, delle università medioevali, dell’umanesimo e del rinascimento, della Royal society e dell’accademia leibniziana di Berlino, dell’Encyclopédie di Diderot, dell’idealismo tedesco, delle conferenze Solvay dei grandi geni quantistici (e relativistici), delle conferenze Macy da cui origina tanta cultura della complessità. Ma le Annales, non erano ancora la “synthèse” a cui Berr aveva nel frattempo dedicato la sua rivista ma un inizio, rivoluzionario ma ancora parziale, in cui geografia, storia, economia interferivano le loro onde a ricostruire un primo profilo complessivo del fenomeno umano sociale in un dato tempo di lunga durata.

L’intuizione di Berr, la necessaria sintesi che solo uno sguardo terzo può fare di una così ampia ed eterogenea e ricca proliferazione di conoscenze, rimane lì e noi da lì vorremmo ripartire, sviluppando in seguito, successivi ragionamenti. Da gli “studi complessi” di Gieysztor, la “Revue de synthèse” di Berr, un “pensiero globale” per citare un’ultima volta Braudel, arrivano gli stimoli per pensare una nuova disciplina fatta di generalisti che studino la vita umana nel suo intero, quella che poi noi qui chiamiamo : filosofia della complessità, la sintesi del “complesso umano”. Questa “filosofia della complessità” sarebbe chiamata ad aiutare l’umano a capirsi meglio, a raccogliere -ancora una volta e per sempre, perché tale programma di ricerca non potrà mai avere termine-, l’accorato consiglio che risuona dalla antichissima sapienza greca: conosci te stesso.

0 = 0

[1] “Unità e diversità nelle scienze dell’uomo”, del 1960, in F. Braudel, Scritti sulla storia, Bompiani, Milano, 2001-2016, pp. 73-82

[2] Cito l’intero pezzo riportato da Wikipedia: –L’esempio proposto da Quine in proposito, ora divenuto leggendario riguarda la parola gavagai pronunciata da un nativo in presenza di un coniglio. Il linguista potrebbe tradurla con “coniglio”, o con “Guarda, un coniglio”, o “mosca del coniglio” (nome di un supposto genere di insetto che non abbandona i conigli), oppure “cibo” oppure “Andiamo a caccia”, o “Stanotte ci sarà una tempesta” (se i nativi hanno particolari credenze sui collegamenti conigli-tempeste), o anche “momentaneo stadio del coniglio”, “sezione temporale di una estensione tetradimensionale spazio-temporale di un coniglio”, “massa di coniglità”, o “parte di coniglio non individuata”. Alcune di queste ipotesi alla luce di ulteriori osservazioni possono diventare meno probabili—cioè ipotesi meno maneggevoli. Altre possono essere scartate solo ponendo ai nativi delle domande. Una risposta affermativa a “È questo lo stesso gavagai di quello precedente?” farà scartare “momentaneo stadio del coniglio”, e così via. – Quine si riferiva all’indeterminazione delle traduzioni linguistiche ma l’esempio è pertinente al nostro discorso come indeterminazione delle definizioni. Questo elenco surreale ha probabilmente ispirato alcuni giochi nel Diario minimo di U.Eco. Del ’60 Quine, del ’63 Eco e certo Eco doveva conoscere il lavoro di Quine per strette ragioni professionali. Il pezzo è tratto W.O.Quine, Parola e oggetto, il Saggiatore, Milano, 1996. Da qui potrebbero partire tutta una serie di considerazioni sull’olismo della conferma (tesi Duhem-Quine) e l’utilità del relativismo ontologico per il nostro discorso ma questa è solo una nota e quindi lo faremo un’altra volta.

[3] Kant, in uno scritto ancora pre-critico, consiglia vivamente di dotare lo studente in formazione di una solida formazione di base in geografia ed antropologia.

[4] Rumore caotico auto-alimentato da più cani che abbaiano contemporaneamente l’un l’altro.

[5] Da qui in poi, le citazioni di Braudel o Berr si riferiscono a “La mia formazione di storico” (1972), in F. Braudel (2001-2016) op. cit., pp.271-295

[6] Vedi nota 2

[7] O si pensi all’utilità della liberazione dei marxisti dalla errata convinzione che le idee sono sempre e solo quelle che promanano dalla struttura sociale e questa dalla struttura economica ed in particolare dal possesso dei mezzi di produzione, convinzione paradossale dal momento che è derivata dagli scritti di un pensatore che di per sé dimostrava il contrario. Anche se la prima revisione profonda da fare è su quello statuto “scientifico” dato al comparto che Weber sintetizzò per primo dandone imprinting poi mai più seriamente discusso.

Nessun commento:

Posta un commento