L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 31 maggio 2017

Siria - La destabilizzazione doveva e deve servire a isolare l'Iran agli occidentali guidati dagli Stati Uniti, la resistenza dell'esercito siriano guidato dalla tenace volontà politica di Assad ha spezzato questo obiettivo

Siria, un porto per Qassem Suleimani 

30/5/2017
di Monica Mistretta


Basta prendere una cartina geografica del Medio Oriente e immaginare di seguire le strade che da Teheran, in Iran, portano a Beirut, in Libano. Una volta giunti a Baghdad, in Iraq, abbiamo davanti due rotte. Una punta verso nord e la provincia siriana di Deir El-Zor, ricchissima di petrolio. L’altra, più a sud, passa per la base di Al-Tanf al confine tra Iraq, Siria e Giordania. Ed è proprio qui, a Deir El-Zor e Al-Tanf, che in questi giorni si combattono le battaglie decisive della guerra civile siriana. Una guerra che dura da sei anni ed è costata quasi mezzo milione di morti.

Deir Al-Zor, in mano allo Stato Islamico, è sotto assedio: le milizie sciite irachene delle Forze di mobilitazione popolare, finanziate e armate dall’Iran, sono a un passo dalla città siriana. Ieri hanno raggiunto il confine cacciando gli uomini del califfo Al-Baghdadi dalla provincia irachena di Ninive, a sud-ovest di Mosul.

A nord della Siria i curdi delle Forze democratiche siriane, appoggiate degli Stati Uniti, sono in allarme. Il capo delle forze di sicurezza curde, Ciwam Ibrahim, nel corso di un incontro nella città siriana di Qamishli, ha parlato del pericolo di un misterioso “progetto iraniano” senza fornire ulteriori dettagli.

Notizie su un possibile accordo tra l’Iran e il presidente siriano Bashar Al-Assad per la costruzione di una base navale iraniana a Latakia erano già emerse in marzo sul sito israeliano ‘Walla’. Da mesi gli analisti parlano di un grande progetto del generale iraniano Qassem Suleimani, comandante delle Forze Quds: raggiungere il Mediterraneo da Teheran. Arrivare a Latakia e controllarne le strade di accesso. Qualcuno la chiama “mezzaluna sciita”, altri parlano di “corridoio iraniano”. I curdi si limitano ad alludere a un “progetto iraniano”. Di sicuro, è qualcosa che comincia a prendere forma.

Poco più a sud di Deir Al-Zor l’esercito del presidente siriano Bashar Al-Assad ha giù spianato la strada che da Damasco porta al confine iracheno raggiungendo Palmira. Quando Deir Al-Zor sarà caduta, eserciti e milizie alleate dall’Iran potranno controllare le principali direttrici tra Siria e Iraq. Sempre che a Deir Al-Zor non arrivino prima i curdi delle Forze democratiche siriane. Oppure i miliziani dello Stato Islamico in fuga da Raqqa.

Ecco perché il generale iraniano Qassem Suleimani ha pronto un piano “B”, che passa più a sud: la base di Al-Tanf sul confine tra Iraq e Siria. Nella base militare di Al-Tanf non ci sono solo le forze dei ribelli anti-Assad. Lì sarebbe operativa anche una coalizione internazionale alla quale, secondo fonti dell’opposizione siriana, parteciperebbero 100 militari britannici. Il battaglione delle Guardie repubblicane di Assad, con i suoi 800 uomini, si trova a pochi chilometri dalla base: oltrepassato il confine potrebbe unirsi alle Forze di mobilitazione popolare irachene.

Secondo fonti vicine ad Assad, in questi giorni aerei della coalizione statunitense avrebbero lanciato volantini per scoraggiare l’esercito siriano ad avanzare verso la base di Al-Tanf, ordinandone la ritirata. La situazione si è fatta così tesa che oggi sulla questione è intervenuto il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov. Il ministro ha dichiarato che gli Stati Uniti ad Al-Tanf sarebbero già passati dalle minacce all’aggressione vera e propria.

Difficile fare previsioni sulla prossima mossa del generale Qassem Suleimani. Se anche non riuscisse a mettere le mani sulla base navale di Latakia, avrebbe sempre a disposizione il porto di Beirut, controllato dagli Hezbollah, le milizie sciite libanesi sue alleate. Per raggiungere i due porti gli servono le strade.

Questo maledetto corridoio tra Teheran e il Mediterraneo è un sogno al quale Suleimani non è disposto a rinunciare. Non dopo aver perso centinaia di uomini e migliaia di dollari in una guerra lunga sei anni. A Teheran nessuno glielo perdonerebbe.

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