L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 19 maggio 2017

Siria - la Giordania vuole invadere la Siria per prendersene un pezzettino

Giordania 18 May 2017 - 20:00

Siria, guerra a ISIS: perché non deve cadere la Giordania

Stato Islamico, Al Qaeda, ribelli siriani, Hezbollah e milizie iraniane. Dalla tenuta dei confini tra Giordania e Siria dipende il mantenimento dell’assetto politico del Medio Oriente


di Rocco Bellantone

Le informazioni segrete che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha condiviso con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov nel corso del loro incontro alla Casa Bianca del 10 maggio, sarebbero il risultato di un’operazione di intelligence condotta congiuntamente dai servizi israeliani e giordan

Sarebbero stati infatti agenti giordani, infiltrati nella catena di comando dello Stato Islamico in Siria probabilmente a Raqqa, a passare all’intelligence di Israele le informazioni top secret sui piani attraverso cui l’organizzazione jihadista intendeva compiere attentati a bordo degli aerei. Da Israele le informazioni sarebbero poi state girate direttamente ai vertici della Difesa degli Stati Uniti. Questa versione, pubblicata da Al Jazeera che cita fonti dei servizi di Amman, qualora dovesse essere confermata da fonti ufficiali rimarcherebbe il ruolo centrale che l’Occidente e Israele hanno assegnato al Regno di Abdullah II nella guerra contro l’esercito del Califfo Al Baghdadi.

Tensioni al confine tra Siria e Giordania

Dopo l’incontro dello scorso 5 aprile a Washington tra Trump e Re Abdullah II, lungo i confini tra la parte settentrionale della Giordania e quella meridionale della Siria è stato registrato un sensibile assembramento di forze speciali statunitensi e britanniche. Manovra che potrebbe essere il preludio di un’incursione in territorio siriano in funzione anti-ISIS nella regione semidesertica di Badia (vasta area transfrontaliera che si estende dall’est della Giordania fino al nord-est della Siria).

Come era prevedibile, la prospettiva di uno sconfinamento di truppe giordane – coadiuvate da USA e Regno Unito – nel sud della Siria, ha innescato l’immediata reazione del governo di Damasco, che ha accusato Amman di aver usato la tradizionale esercitazione militare multinazionale “Eager Lion” (quest’anno iniziata il 7 maggio e a cui partecipano anche reparti italiani) per provocare l’esercito di Bashar Al Assad.

(Una fase dell’esercitazione militare “Eager Lion” al confine tra Giordania e Arabia Saudita)

«Se le forze giordane entreranno nei nostri territori senza essersi prima coordinate con il nostro governo, verranno considerate forze ostili», ha dichiarato in proposito il ministro degli Esteri siriano Walid Moallem. Pochi giorni dopo, il 15 maggio, truppe governative siriane, milizie libanesi di Hezbollah e milizie sciite appoggiate dall’Iran sono state dislocate nel sud della Siria: alcune verso sud-est, nella parte di territorio siriano al confine con Giordania e Iraq; altre a sud-ovest, tra le province di Quneitra e Deraa, al confine con la Giordania, in una delle quattro zone cuscinetto la cui creazione è stata concordata nei colloqui di inizio maggio ad Astana tra Russia, Turchia e Iran.

Gli ultimi scontri e la presenza di ISIS

Lungo l’intera fascia meridionale della Siria – dunque tra i governatorati di Quneitra, Deraa, Suwayda e la parte sud di Damasco – da tempo la Giordania, con il sostegno di USA e Regno Unito, arma e garantisce supporto logistico ai gruppi di ribelli moderati e tribù locali al fine di impedire possibili avanzate dello Stato Islamico. Di recente, gli episodi di tensione non sono mancati. Il 10 aprile milizie ribelli del New Syrian Army, sostenute da forze speciali americani, britanniche e giordane, hanno respinto un attacco dei jihadisti contro una loro base nell’area di Tanf all’incrocio dei confini tra Siria, Giordania e Iraq. L’11 maggio Amman ha annunciato che la sua aviazione ha abbattuto un drone, la cui provenienza non è stata identificata, vicino al confine con la Siria. Il 15 maggio due autobombe sono esplose nel campo profughi siriano di Rukban, vicino al confine giordano, uccidendo almeno sei civili. Il campo di Rukban contiene a stento quasi 100.000 profughi e più volte in questi anni la Giordania ha denunciato l’infiltrazione di jihadisti al suo interno.


I rischi che possono provenire da quest’area per la Giordania non rimandano però solo alla presenza di ISIS, ma anche a quella di Al Qaeda, degli sciiti libanesi di Hezbollah e di milizie della Guardia Rivoluzionaria Iraniana. Il governatorato che presenta maggiori minacce è quello di Deraa, dove il gruppo jihadista Khaled Ibn al-Walid (5.000 effettivi), affiliato a ISIS stanziato lungo le rive del fiume Yarmouk, coopera con i qaedisti di Jabhat Fateh Al Sham (ex Jabhat Al Nusra).

Le ambizioni dell’Iran

Come detto ciò che Amman teme, al pari di Stati Uniti e Israele, è anche il graduale allargamento della sfera d’influenza di Teheran, che in quest’area punta a ricavare un corridoio di terra che gli permetta un giorno di garantirsi un collegamento diretto con il Libano passando per il sud della Siria e il quadrante centrale dell’Iraq.

Su una cosa Stati Uniti, Russia, Israele e probabilmente la stessa Arabia Saudita sono concordi: se cade la Giordania, crolla ciò che resta dell’attuale assetto politico dell’intero Medio Oriente.


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